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Il vietnamita rampante

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“Chi vuole guardare bene la terra deve tenersi alla distanza necessaria”, scriveva Italo Calvino a proposito del Barone Rampante, Cosimo Piovasco di Rondò, che scelse di passare tutta la sua vita sugli alberi. Una vita intensa e movimentata, quella del Barone calviniano, in cui trovano spazio gli stessi moti dell’anima e della mente che accadono coi piedi ben saldi sul suolo: amore, curiosità, ingegno, rabbia, dubbio. E infatti Calvino mette in guardia da un giudizio precoce – insomma, da un pregiudizio – sulla vita alternativa del protagonista; spiega che anche lì su, a qualche spanna dal mondo, tutto è possibile. Basta soltanto essere disposti ad accettare, libertariamente, che qualcuno possa desiderarla e praticarla un’esistenza sui generis, così apparentemente dissociata.

Siamo abituati a misurare l’assurdità con la diversità: niente di più sbagliato. L’assurdità, essendo assurda per natura, non si misura ma si apprende nel rinunciare ad ogni forma di speranza (ma anche di disperazione) nei confronti delle cose del mondo. In questo senso, vivere sugli alberi come un Cosimo Piovasco di Rondò è una forma di protesta nei riguardi della vita e della morte, quindi dell’esistenza; un po’ come la fede religiosa o qualsiasi sentimento amoroso. La fede è misurabile? E l’amore?

Ho Van Thanh, 82enne vietnamita, si era rifugiato nelle foreste nel lontano 1971, quando nel paese si combatteva ancora la guerra che gli portò via gli affetti. Un bombardamento sul villaggio e la tranquillità bucolica della sua esistenza (l’unica possibile, l’unica immaginabile) si disintegrò col crepitio della catapecchia di famiglia. Fu così che Ho Van, sopravvissuto insieme al figlio di un anno, decise di continuare ad esistere altrove, in un altrove antisociale, perciò non violento (perché la violenza animale è natura bruta e meravigliosa, che si accetta o si rifiuta totalmente). Quarant’anni nei boschi selvaggi coperti di fibre vegetali intessute, con una capanna costruita a sei metri da terra, su un albero sicuramente scelto non a caso. Quarant’anni per sfuggire non tanto ad una morte certa, quanto piuttosto ad una vita incerta negli appigli materiali ed intellettuali, detonati nel momento stesso della bomba americana.

Quando, una ventina d’anni fa, un figlio nato il giorno stesso dell’attacco al villaggio di Tra Xinh (che Ho Van pensava morto come gli altri) riuscì a trovarli e tentò di convincerli a tornare tra gli uomini, il vecchio non ebbe dubbi e, dopo aver rifiutato sonoramente l’offerta di rientrare in società, scomparì nuovamente tra le fronde di qualche albero insieme al giovane figlio. La guerra, che era terminata già da anni, non c’entrava più niente; così come il famoso pasto rifiutato solennemente dal dodicenne Cosimo di Rondò, che lo risolse ad abbandonare la casa nobiliare per gli alberi della campagna ligure.

Ora il vecchio Ho Van e suo figlio sono stati ritrovati e portati coattamente in ospedale. L’ottantaduenne selvatico è legato ad un letto e rifiuta cibo e acqua: continua la sua opera assurda in un mondo assurdo. I suoi soccorritori, invece, hanno mancato ancora una volta quell’assurdo, non l’hanno riconosciuto e così l’hanno negato. Sono stati umanitari. Di quell’umanitarismo che ama tutti gli uomini in generale per non amarne nessuno in particolare. Ma soprattutto per non accettarne la libertà, vero assurdo indecifrabile, unico assurdo irrinunciabile per Ho Van.

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