Il partito del catamarano

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Ricordate l’America’s Cup? Quella che teneva svegli tanti italiani con Luna Rossa a cavallo del millennio o giù di lì? Bene, il regolamento di quella storica competizione velistica descrive perfettamente tutto quanto l’ordinamento di uno Stato non dovrebbe mai permettere.

In particolare prevede che chi vince la competizione e detiene il titolo può dettare le regole per le future sfide, e non parliamo dei dettagli ma di tratti macroscopici della competizione.
La stessa identica cosa accade puntualmente intorno alla sempre riformanda legge elettorale: chi vince le elezioni vuole scrivere a suo gusto le regole per le regate successive; chi ci sta è bene, altrimenti ciccia.
La retorica delle riforme “che si devono fare tutti insieme” infatti non convince nessuno, e quando qualcuno sembra voler mettere in pratica il principio è solo perché ha trovato un altro che gli consente di farle proprio come le voleva, magari dopo qualche schermaglia in costume e qualche cannoneggiamento a salve.
Il patto del Nazareno, in questo ragionamento, è infatti solo un modo come un altro per trasformare le barche a vela in enormi catamarani: questo perché chi ora ha il pallino in mano è convinto che con il catamarano correrà più veloce degli altri.

E cos’è, pensandoci, il Partito della Nazione se non un enorme catamarano? Cos’è il gigante spinnaker che lo fa volare sulle onde del consenso se non la “big tent” di cui ultimamente si è sentito parlare?
Attenzione, però, non si discute della necessità per un bravo skipper di saper mettere a frutto il vento che giunga da ogni direzione, con opportune virate e strambate. Quello che piacerebbe è che il timone piegasse lo scafo su un lato piuttosto che un altro in ragione della rotta e anche dell’opportunità, ma comunque sempre lo stesso scafo.
E invece adesso si va in catamarano e quando il vento soffia forte da un lato, si viaggia su una sola delle chiglie, una bene immersa nell’acqua a fendere i flutti, mentre l’altra resta sospesa a fare da contrappeso morto e, se magari avesse un ‘anima, a rimuginare una deflagrante scissione dell’imbarcazione.

Ma detto questo, che c’è di male nei catamarani? Nulla, se non il fatto che, stressando la metafora, si potrebbe dire che i due scafi ricordano molto da vicino i due forni: quelli tra i quali ci dovrebbe essere la politica delle opportunità e delle convenienze. Politica di cui ora, anche a mandare un uomo in punta d’albero, non si vede traccia all’orizzonte. Suggestione, cattivi pensieri? Può darsi. Sta di fatto che l’America’s Cup, da quando ci sono i catamarani, non la guarda più nessuno.

9 Comments

  1. Già Mussolini fece ridere tutta la marineria italica con il suo famoso “li fermeremo sul bagnasciuga” (invece di “battigia”) quando gli americani erano sbarcati in Sicilia;
    e vabbe’ che da quando sto in pensione ‘sti catamarani rompono vieppiù il cazzo;
    però non esageriamo con il declino. Si dice “orzate e strambate”, e entrambi si chiamano “virate” (e non azzardatevi a ironizzare sull’orzata alla menta).

    • con tutta l’ammirazione ed il rispetto per deangelis,mi permetto però di precisare che “orzata” non è il contrario di “strambata” ( virata in poppa ),ma semplicemente un’accostata che avvicina la prua al vento ma senza cambio di mure. se questo avviene si parla semplicemente di “virata”sottintendendo l’espressione ” in prua”

  2. …non so se dai tempi miei l’arte velica è progredita, ma col catamarano si poggia(va) e si stramba(va) solo, almeno con quelli piccoli. se tent(av)i la virata il catamarano si pianta(va) nel letto del vento e torna(va) a muoversi in avanti dopo dieci minuti.

      • no, in effetti.
        da qualche tempo, come già detto più sotto al nardi, mi tengo all’asciutto (oltretutto, ho osservato che lontano dall’acqua le mie sigarette, come dire, funzionano meglio; se riesco anche a capire il perché magari ci scrivo un trattato per competere per l’Ignobel).

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