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Il mito del merito, la convenienza della fedeltà

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«Assegnare incarichi solo sulla base delle competenze» era il punto 4 delle promesse elettorali scritte di suo pugno da Ignazio Marino.

Altrove si rintracciano dichiarazioni altrettanto impegnative: «Roma dovrà divenire la Capitale della trasparenza e del merito», «meno correnti, più merito», «gli unici amici a cui il Comune aprirà le porte saranno le competenze e la serietà», «in ogni selezione due saranno i criteri guida: merito e trasparenza».

Già ai tempi in cui era candidato alla leadership del PD, del resto, Marino sosteneva che se fosse stato eletto segretario avrebbe scelto i suoi collaboratori in base all’unico criterio dei curriculum: di trasporti si sarebbe occupato un urbanista, di bilancio un economista eccetera.

Si può dire che di questa cultura meritocratica, quindi, Marino è stato da sempre un alfiere, aiutato anche dalla sua biografia: pochissima frequentazione dei palazzi della politica, una lunga e luminosa carriera nella meritocraticissima sanità privata americana.

Cosicché quando è diventato sindaco, nei giorni difficili in cui doveva mettere in piedi la giunta, Marino ha rivendicato il diritto di inserire nella sua squadra almeno qualcuno che conoscesse quello di cui si doveva occupare, indipendentemente dalla sua tessera di partito o dalla sua adesione correntizia. Qualcuno “bravo in quota Marino”, insomma, per coerenza con i propri impegni e fatta salva la necessità di mediare un po’ con le forze politiche che lo sostenevano in Consiglio comunale.

Resta tuttavia misterioso anche al più smaliziato uomo di mondo come in questa cultura del merito e delle competenze, nell’ambito della suddetta quota di “competenti” ascrivibile direttamente al sindaco, lo stesso Marino abbia recentemente promosso “coordinatore della giunta” romana – in pratica una sorta di vicesindaco ombra – la signora Alessandra Cattoi. Peraltro già nominata, subito dopo il voto, assessore alla scuola, settore di cui non si era mai occupata in vita sua.

Laureata in Storia, giornalista precaria, ancora oggi – nell’apposita casellina della sua pagina su Facebook – Cattoi si definisce solo “giornalista professionista”.

In realtà – fatta salva qualche rara collaborazione di carattere sanitario su ” l’Espresso”, sempre per intervento di Marino che ne era prestigiosa firma – per tutti gli anni Duemila l’occupazione principale di Cattoi è stata quella non disprezzabile ma diversa di collaboratrice (qualcuno direbbe portaborse) di Marino medesimo: ne filtrava le telefonate e gli appuntamenti, si recava con lui ai convegni porgendogli gli appunti al momento giusto, gli ricordava a che ora doveva vedere Tizio o Caio, ne gestiva l’immagine pubblica.

Una cosa iniziata appunto nel 2000, quando aveva conosciuto Marino in un ospedale di Palermo del quale lei curava la comunicazione. Fino al 2009, quando il suo senatore e mentore l’ha sistemata in un ufficio di Palazzo Madama a spese del gruppo; ma in realtà proseguita anche dopo, perché pure se nominalmente al Senato Cattoi non ha mai smesso di seguire il suo Ignazio.

Così si è arrivati alla campagna elettorale per il Campidoglio, nel 2013: quando Cattoi è stata accanto a Marino, passo dopo passo, dalla decisione di candidarsi alle primarie fino alla notte della vittoria su Alemanno.

In questo modo l’ex giornalista precaria è diventata la seconda persona più potente nella gestione di Roma Capitale: tre milioni di abitanti, venti municipi, poteri autonomi sanciti da apposita riforma della Costituzione, quasi un miliardo di debito, scuole comunali che vanno a pezzi, autobus più rari dei Gronchi rosa, maiali che pascolano tra i cassonetti dei rifiuti, palazzinari avidi, abusivismo stratificato, auto blu, ingorghi perenni.

«Assegnare incarichi solo sulla base delle competenze»: certo, il mito innovativo del merito. Che è rapidamente scomparso di fronte alla convenienza antica della fedeltà.

E’ nato a Bergamo 35 anni fa da una famiglia molto cattolica. E’ scappato dal collegio Sant’Alessandro a 17 anni e ha abitato dieci anni nell’India del Sud, dove ha vissuto producendo mosaici di ceramica (uno l’anno) destinati agli americani ricchi della Costa Occidentale. Poi si è trasferito per sei mesi in un gurudwara di sikh dissidenti, nel Punjab (India nordoccidentale). Tornato in Italia per problemi di visto, attualmente si mantiene affittando su Airb&B il monolocale in zona Corvetto (a Milano) ereditato da una zia. Pratica il buddhismo theravada, ma non regolarmente. Tifa per l’Atalanta.

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