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Il mezzo non giustifica il fine

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“No perché sai, stiamo discutendo di amnist…”. Ancora prima di dire “ia” , il suo sguardo si distoglie e il mio interlocutore smette di ascoltare. Costui è una persona intelligente, onesta e informata. Uno di quelli che pensa che in carcere ci possa finire chiunque, da innocente o da colpevole, e che la condizione carceraria in Italia sia scandalosa. Il mio interlocutore è la persona da convincere in Italia per vincere le elezioni e/o per riformare qualcosa. Al mio interlocutore il concetto di amnistia non va proprio giù. Pensa quello che penso io, cioè che l’amnistia sia la bandiera bianca di uno Stato che non sa più nemmeno provvedere a una delle sue funzioni più elementari, la giustizia. La differenza tra me e lui è che io sarei disposta a sopportarla, un’amnistia, se servisse a risolvere la situazioni delle carceri italiane. Lui, invece, no. Si può cercare di convincerlo, certo. Ma bisognerebbe provarci con qualche altro milione altrettanto contrario e probabilmente non ci riusciremmo. Attualmente pare che l’unico effetto della parola “amnistia” sia quello di chiudere ermeticamente occhi e orecchie dei nostri interlocutori. Anche quando proponiamo l’amnistia assieme alla riforma della giustizia e alla depenalizzazione di droghe e immigrazione clandestina, tutto quello che sentono è “amnistia” e chiudono l’audio. Siamo sicuri che la strategia migliore per alleviare le pene di chi sta in carcere sia quella di chiedere una cosa percepita come così estrema da fornire l’alibi per non ascoltarci su niente? Forse è ora di capire che l’amnistia è un mezzo e non un fine e che se un mezzo non funziona forse vale la pena pensare a un altro mezzo. I carcerati aspettano.

Triestina di nascita, della sua terra si porta dietro lo spirito patriottico, lo spritz e la tendenza a sottovalutare qualsiasi raffica di vento sotto i 130 km/h. Radicale, milanista e milanese nel cuore, dopo la laurea il suo corpo fugge verso la Perfida Albione. Qui ottiene un dottorato in storia economica con una tesi sul divario Nord-Sud dopo l’Unità d’Italia. Il suo cervello invece, grazie alla sua tesi e alla mai curata passione per la politica, rimane in larga parte in Italia.

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