un blog canaglia

Il futuro, se c’è, è vegetariano

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In genere, contrariamente a quanto mi accade per la politica, tendo a vivere la mia abitudine di non mangiare carne in modo piuttosto defilato: non la sbandiero come un vessillo, non faccio proselitismo e spesso mi spingo addirittura -io, che nelle polemiche mi trovo così a mio agio- fino a minimizzare e smorzare consapevolmente le discussioni sull’argomento nelle quali di tanto in tanto mi capita inevitabilmente di imbattermi.
Però proprio l’altra sera mi si è chiarito in testa un pensiero che credo sia utile esprimere pubblicamente: essere vegetariani, o perlomeno “onnivori selettivi” -come sarebbe più appropriato definire quelli come me-, mi pare l’unica prospettiva ragionevolmente ipotizzabile per gli esseri umani del futuro.
Badate: non uso la locuzione “del futuro” perché penso che si tratti di una scelta più “moderna”, più “trendy”, insomma più “fighetta”, ma semplicemente perché mi pare di aver capito, dati alla mano, che l’unica strada verosimile attraverso cui l’umanità potrà conquistarsi la sopravvivenza -cioè, letteralmente, il “futuro”- passi inevitabilmente attraverso la riduzione delle emissioni legate agli allevamenti e lo sfruttamento sostenibile del suolo e delle risorse: vale a dire attraverso una significativa limitazione del consumo di carne.
Del resto i dati sono chiari ed è possibile reperirli -in rete, ma non solo- con relativa facilità: la quota di effetto serra riconducibile agli allevamenti intensivi è paragonabile -e secondo alcuni addirittura superiore- a quella dovuta all’inquinamento delle automobili; le risorse e l’acqua necessarie ad allevare gli animali che servono a nutrire la parte di umanità che si ostina a ingozzarsi di proteine che non le servono -e che anzi spesso e volentieri ne pregiudicano la salute- corrispondono a quantità mostruose, con le quali si potrebbe sfamare abbondantemente la parte restante -e maggioritaria- del pianeta.
Non ne faccio, naturalmente, un problema “etico”. Semplicemente, ho dei dubbi circa le possibilità di sopravvivenza di un pianeta che da un lato si prepara ad una catastrofe ambientale, e dall’altro viene sconvolto -a tutti i livelli, in primo luogo quello economico- dai disastri legati alla sperequazione tra chi crepa di fame e chi non riesce più ad arginare le malattie dovute all’insensata sovrabbondanza di alimentazione.
Non voglio arrivare -anche se molti, secondo me non senza qualche ragione, lo fanno- ad ipotizzare divieti o atti di indirizzo “forti” da parte degli stati più sviluppati: non voglio arrivarci per evitare di impelagarmi nella solita discussione tra statalisti e liberisti, che davvero con questo post non c’entra niente.
Dico soltanto, e questo credo di poterlo dire, che se l’umanità avrà un futuro quel futuro sarà -tendenzialmente- vegetariano: cioè che quel futuro ci sarà se e nella misura in cui le persone avranno la responsabilità di scegliere individualmente e liberamente delle abitudini alimentari diverse da quelle che oggi vanno per la maggiore.
Se ciò non dovesse accadere, quel futuro semplicemente non esisterà.
Spero di sbagliare, ma credo proprio che le cose stiano così.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

4 Comments

  1. non credo sia un questione di vegetariano o meno ma di senso della misura e dell’equilibrio che al genere umano manca completamente.
    se fossimo capaci di sfruttare regno animale e vegetale nella stretta misura necessaria al nostro sostentamento e in una maniera rispettosa di ambiente ed esseri viventi, non ci sarebbe bisogno di diventare vegetariani, vegani o comunque di operare delle selezioni che di fatto non competono alla nostra natura (perchè, sempre nelle giuste misure, l’uomo -a mio avviso- è fatto per mangiare un po’ di tutto, anche la carne).

  2. Dal mio punto di vista, il problema non sta nel fatto di consumare carne, quanto (e anche tu hai usato il termine) nella produzione intensiva della stessa. Una soluzione potrebbe essere quella di localizzare la produzione e valorizzare le specie autoctone, invece che farsi mandare le Angus da Aberdeen o allevare un centinaio di polli in un metro quadro. E se proprio si ha voglio di Angus, beh, forse e’ il caso di andare in Scozia. E lo stesso dicasi per il pesce e le verdure. Ad oggi, molti terreni si stanno impoverendo e desertificando proprio per l’intensivita’ e la scarsa varieta’ delle colture. Insomma, per come la vedo io non occorre rinunciare a cibo che in fin dei conti fa parte della nostra dieta naturale (altrimenti non avremmo bisogno dei canini…), ma solo essere ragionevoli ed avere coscienza dei limiti della natura.

    p.s. E’ la prima volta che leggo parole ragionevoli da parte di un vegetariano. Normalmente mi viene dato dell’assassino…

  3. mah. Alessandro, secondo me sbagli. Le idee errate che l’umanità ha sempre avuto del proprio futuro sono sempre state ottenute proiettando il presente in avanti.
    Quando leggo le frasi ‘con questo ritmo di crescita di popolazione nei prossimi 50 anni succederà xxx, yyy e forse pure zzz’ mi metto a ridere.
    Come se l’aumento di popolazione non variasse ogni istante a seconda del contesto e delle risorse.
    Parliamoci chiaro: nel 1800 potevi prevedere che, a quel ritmo di crescita industriale e con quelle fabbriche inquinanti, avremmo estirpato la vita animale e vegetale in meno di due secoli.
    Ecco, non è avvenuto, primo perchè la crescita industriale segue la domanda, secondo perchè quando non si respira la gente comincia a costruire fabbriche coi depuratori. O a smaltire i rifiuti industriali meglio.
    Su una cosa sola potrei convenire: che l’umanità in genere bada solo al presente, e reagisce e prende iniziative solo quando, per dirla in francese, sono grandissimi cazzi. Le rivoluzioni sono sempre scoppiate perchè la situazione era insostenibile, si evita sempre di prendere soluzioni di lungo termine che evitino le situazioni di crisi.

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