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Il Daspo in politica

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Ieri sono venuti a cercarmi due agenti della polizia di Roma capitale (la polizia municipale) – la badante di mia nonna s’è pure spaventata – ma non hanno lasciato detto niente né la notifica di una multa o di un atto giudiziario. Poi mi è venuto in mente quanto era successo lunedì scorso quando con altri compagni radicali eravamo andati alla seduta dell’Assemblea capitolina (il consiglio comunale di Roma) dove stanno votando in questi giorni il nuovo statuto comunale.

Ma occorre fare ancora un passo indietro. Era maggio dell’anno scorso, il 17 per l’esattezza che poi è la giornata mondiale contro l’omofobia, quando abbiamo portato in Campidoglio quasi 8 mila firme di cittadini romani che chiedono a Roma Capitale di riconoscere le unioni civili cioè le famiglie di fatto e trattarle al pari delle famiglie basate sul matrimonio per quanto riguarda l’accesso ai servizi e alle attività di competenza del comune.
Alla campagna era legato questo blog: Teniamo famiglia.

E’ faticoso per chi legge e per chi scrive ricordare ancora una volta: che l’Italia è tra le poche democrazie a non avere una legislazione nazionale sulle unioni civili; che il Censis nel suo recente rapporto definendo la famiglia in Italia perno della comunità nazionale parla di diversi “format” familiari e commenta che «le diverse modalità concrete di essere famiglia rispondono al bisogno crescente di avere una relazionalità significativa »; il parlamento europeo «contro le definizioni restrittive di famiglia che hanno lo scopo di negare la tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli»; le sentenze della corte di cassazione e della corte costituzionale che chiedono di fatto un intervento legislativo che garantisca il “diritto alla vita familiare”; infine “la più bella costituzione del mondo” come direbbe qualche comico. Quindi tagliamo qui questa parte.

Gli 8 mila cittadini che hanno firmato hanno avuto fiducia nel fatto che le istituzioni a cui si rivolgevano utilizzando uno strumento di partecipazione popolare lo prendessero in considerazione così come previsto dallo statuto comunale che prevede l’obbligo per il consiglio di calendarizzare, discutere e votare le delibere di iniziativa popolare con almeno 5 mila firme entro sei mesi dal deposito.

Questo significa che se invece di impiegarci tre mesi c’avessimo impiegato tre mesi e un giorno per raccoglierle, ci avrebbero detto “Ci dispiace, non siete nei tempi. Lo statuto parla chiaro!”
Noi nei tempi invece ci siamo stati ma ora sono passati quasi dieci mesi dal deposito, tra poco più di un mese il consiglio non lavorerà più avvicinandosi il momento delle elezioni comunali e la delibera con le 8 mila firme sta in fondo a qualche cassetto.

Allora lunedì scorso siamo andati alla seduta del consiglio che sta discutendo il nuovo statuto di Roma, abbiamo ascoltato per circa tre ore e, quasi alla fine della seduta, mentre un Onorevole (a Roma i consiglieri comunali ci tengono a farsi chiamare così) del Pdl  parlava del nuovo statuto come della carta fondamentale della città e bla bla bla… gli ho fatto presente che lo stanno già violando spudoratamente.

Apriti cielo! Quattro parole di richiamo alla legalità statutaria sono bastate a far scattare il presidente dell’assemblea Marco Pomarici che mi ha espulso dall’aula e ha ordinato alla polizia municipale di allontanarmi. Di fronte al fatto che rimanevo seduto al mio posto tra il pubblico il presidente ha sospeso la seduta ed è venuto a urlarmi in faccia che dovevo uscire dall’aula, gli ho risposto che in quanto primo degli 8 mila firmatari il mio posto era lì, che non mi sarei spostato e che i lavori li stava impedendo lui e non io. Evidentemente la ferita al senso della legalità e dell’onore del presidente è stata tale che non poteva finire così.

I due agenti infatti sono tornati oggi per notificare al sottoscritto “trenta giorni di interdizione all’ingresso all’Aula Giulio Cesare a decorrere dal 7 marzo 2013” quanto al motivo si dice solo “in relazione ai fatti accaduti durante la seduta del 4 marzo” e si richiama l’articolo del regolamento che consente al presidente di “prendere provvedimenti di esclusione dall’aula nei confronti di cittadini che si siano resi responsabili di tumulti durante le sedute del consiglio”. Una specie di Daspo , il divieto preventivo ai tifosi facinorosi di assistere a partite di calcio, applicato alla politica.

Sono riuscito a scatenare un tumulto restando seduto. Sono soddisfazioni.

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