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Il carrozzone italiano del “siamo tutti puttane”.

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Donne-sesso-lavoro-potere sono termini che nel dibattito pubblico italiano vengono presentati in blocco: sbattuti come pezzi di carne sul banco del macellaio, in un groviglio indistinto e grottesco, in uno strillare da fiera del foggiano che mira solo a stordire. Il corpo-della-donna è diventato questa cosa che da una parte (si legga Se non ora quando) deve essere difesa, protetta, rivestita in qualche modo, con indignato pudore; dall’altra (si legga Siamo tutti puttane) è l’oggetto di culto di un’esaltazione priapica che difende a denti stretti anche l’esperienza in ciucciare calippi a fini curriculari. Sarà, ma a me tutto questo stiracchiare di gonne giù fino al ginocchio o su fino all’inguine fa venire in mente la contrattazione di Andreotti con Cicciolina affinché adeguasse il suo abbigliamento ai velluti austeri della Camera: pur di ottenere che la deputata non lesinasse sulla stoffa dei suoi abiti acconsentì a farla chiamare non Staller, ma “Cicciolina” negli appelli in Parlamento “fino al raggiungimento dell’età sinodale”. Non so se esista una questione femminile vera e propria, in ogni caso non la metterei in questi termini: ogni volta che viene aperta una questione (meridionale, razziale, ecc.) si apre un cantiere che ha lo scopo preciso di non essere mai chiuso. Fatto sta che te la presentano così e nei salotti televisivi – anche se non guardi la tv c’è qualcuno che purtroppo queste cose te le racconta o comunque le ripeschi su internet – si vedono le esponenti dell’una e dell’altra fazione beccarsi sotto il doppio mento compiaciuto di qualche navigato conduttore. L’oggetto del disquisire pare, dunque, il semicerchio descritto dall’apertura delle cosce femminili. Le une pretendono di insegnarti come e quando è giusto farlo, buttando via le rivendicazioni di libertà femministe di cui dovrebbero essere le dirette eredi, le altre – cercando di emulare malamente il Principe di Machiavelli – ne fanno semplicemente una questione di mezzi per fini. Così se il dottorato lo vince quella che ha il fegato di coricarsi col vecchio barone con la fiatella, o se dopo anni di stage, Co co pro, ecc. in un’azienda vieni salutato con un arrivederci e grazie perché un’altra o un altro ( le puttane – chiariamolo – possono essere anche maschietti) ha trovato sotto la scrivania la chiave per disporre meglio il padrone di turno, la colpa è solo tua che non hai ritenuto di usare tutti i mezzi a tua disposizione. Delle volte penso che abbiano ragione, che questi baroni questi potenti si meritino di essere trattati per quello che sono, di essere circuiti e rivoltati come calzini. Di essere presi in giro visto che non sono capaci di decidere che in base ad un unico merito. Ma la questione è un’altra. È “la” questione italiana di scambio che vede da una parte un’enorme disponibilità di mezzi (soldi e posti) per cambiare l’esistenza degli altri attraverso l’elargizione di favori (gioielli, buste paga in nero, ruoli politici distribuiti come proprietà privata); dall’altra parte disponibilità ad offrire se stessi (sesso, corpo, voti, corruzione). Il meccanismo è sempre lo stesso: benefici e potere in cambio di prove di sottomissione e fedeltà. Per questo non si tratta di una questione femminile. Ed è anche un problema di meritocrazia. Se io partecipo ad una maratona hanno qualche peso nella classifica le mie abilità culinarie? La bravura di una parrucchiera si giudica dal fatto che è capace di tradurre dal greco antico al latino? No. E allora perché il fatto che io ottenga o meno un assegno di ricerca all’Università o un posto in Parlamento debba dipendere dal giudizio del docente o del politico di turno sulle mie prestazioni sessuali? L’argomentazione appare tanto più paradossale se a proferirla è chi si professa liberale e nello stesso tempo lamenta l’arrancare del “carrozzone pubblico”. Questo tipo di concorrenza, infatti, ingolfa le amministrazioni e impoverisce, e non in senso etico o morale. Lo sapeva bene Berlusconi, tant’è non si è mai sognato di mettere ai vertici della Mondadori un’olgettina, per esempio. Se anche avesse avuto un momento di impazzimento, comunque i suoi figli e i suoi soci non gli avrebbero permesso di mandare a puttane le aziende. Ma in Parlamento sì, le si poteva mandare, e lì non c’era nessuno a fermarlo. E anche all’Università. E anche nelle più varie aziende pubbliche. Perché Berlusconi è solo un volto, nemmeno il più tremendo di tutto questo baraccone. Accavallate pure le gambe, apritele, contorcetevi come vi pare per quella cattedra, per quel microfono, per quell’assessorato, per quella scrivania, ma non venite a dirmi che lo fate perché siamo in un Paese liberale.

Antonella Soldo.

E’ nato a Bergamo 35 anni fa da una famiglia molto cattolica. E’ scappato dal collegio Sant’Alessandro a 17 anni e ha abitato dieci anni nell’India del Sud, dove ha vissuto producendo mosaici di ceramica (uno l’anno) destinati agli americani ricchi della Costa Occidentale. Poi si è trasferito per sei mesi in un gurudwara di sikh dissidenti, nel Punjab (India nordoccidentale). Tornato in Italia per problemi di visto, attualmente si mantiene affittando su Airb&B il monolocale in zona Corvetto (a Milano) ereditato da una zia. Pratica il buddhismo theravada, ma non regolarmente. Tifa per l’Atalanta.

2 Comments

  1. troppa dignità alle insulsaggini di una persona che non capisce cosa scrive come Annalisa Chirico. Quello che propone è solo un moralismo uguale e contrario a quello che stigmatizza.. anzichè una moralista puritana è una moralista puttana.. capirai.. Libertà, rispetto, responsabilità, autodeterminazione abitano altrove.

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