un blog canaglia

Il carcere più utile è quello che non c’è

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Non è, vedete, soltanto una questione di dignità dei carcerati. Voglio dire, è evidente che la dignità da sola dovrebbe bastare e avanzare, ma la realtà è che c’è molto, molto di più.
C’è che sarebbe opportuno domandarsi che senso abbia, l’istituzione carceraria, e dopo aver risposto alla domanda trarre le conseguenze del caso.
Ad esempio, è di tutta evidenza che la prigione non serva semplicemente a tenere “separate” le persone che ci finiscono dentro in modo che non possano nuocere al prossimo: cosa che del resto non avrebbe molto senso, dal momento che nella maggior parte dei casi si tratterebbe di una separazione temporanea (tanto per dire, un terzo dei detenuti si trova in carcere per scontare una pena inferiore a tre anni) che non risolverebbe il problema, ma lo riproporrebbe tale e quale, se non in modo peggiore, a scadenze periodiche.
Insomma, mi pare chiaro che debba esserci di più.
Quel di più risponde al nome di “rieducazione” dei detenuti: che detta così pare una roba teorica, buonista e utopistica, ma che in realtà coincide esattamente con il concetto (assai più arido e concreto) di “abbassamento del tasso di recidiva“.
Il carcere, in effetti, dovrebbe servire soprattutto a fare in modo che chi ci entra una volta non debba tornarci più, vale a dire che scontata la pena non si trovi a delinquere di nuovo: a tutto beneficio della collettività, se preferite vederla così, prima ancora che dei diretti interessati.
Ebbene, esiste un sistema per fare in modo che il tasso di recidiva si abbassi?
A quanto pare sì. Se è vero (com’è effettivamente vero) che la media nazionale dei detenuti che una volta usciti tornano a delinquere si attesta tra il 60% e il 70%, mentre in taluni casi particolari precipita a percentuali inferiori al 20%.
Ragion per cui la domanda che dobbiamo porci mi pare la seguente: cosa succederà mai in questi carceri così “speciali”?
Succede, e per saperlo basta leggiucchiare un po’ in giro, che le condizioni di vita dei detenuti sono decisamente migliori rispetto a quelle delle altre prigioni, che vengono implementati percorsi di studio e di inserimento professionale, che viene consentito, ed anzi promosso, il lavoro all’esterno del carcere, spesso e volentieri senza l’utilizzo di strumenti di controllo come i braccialetti elettronici ma sulla base di un rapporto sostanzialmente fiduciario.
Ebbene, sta di fatto che su dieci detenuti che escono da istituti del genere otto non ci tornano più, cioè non commettono più reati; mentre per ogni dieci carcerati che escono dalle prigioni “tradizionali” (quelle col sovraffollamento, la sporcizia, le celle chiuse a chiave, le docce razionate e l’ora d’aria quando va bene, per capirci) sei o sette ricominciano a delinquere appena escono.
E poco importa, dati alla mano, che di quando in quando dalle “carceri modello” qualcuno se la dia a gambe approfittando della fiducia che gli è stata concessa, perché il risultato complessivo è comunque incomparabilmente migliore rispetto a quello conseguito nelle prigioni di tipo “medievale”.
La conclusione? Il carcere è tanto più utile quanto più viene superato: al punto da suggerire l’idea che la detenzione dispiegherebbe la massima utilità laddove, in ogni occasione possibile, venisse addirittura abrogata del tutto.
Badate: sto parlando di utilità e sicurezza collettiva, non solo di dignità dei carcerati.
Anche se la dignità, da sola, dovrebbe bastare e avanzare.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

18 Comments

  1. Non ti smentisci mai Capriccioli, dritto al punto come sempre.
    Le tue sintesi dati alla mano sono le mie preferite: un valido supporto per chiarire meglio situazioni complesse e, soprattutto, tanto sollievo.
    Quasi noioso sei. E dilla ogni tanto qualche cazzata, no!

  2. Sai qual è il tasso di recidiva dopo una condanna a morte?
    Intorno allo 0% tornano a delinquere dopo.
    No giusto per dire, dati alla mano …

    • Ma pensa, lo stesso tasso di recidiva dei condannati all’ergastolo… ma chi l’avrebbe mai detto!
      Resta da chiedersi se, per scongiurare il più possibile le recidive, sia il caso di comminare ergastoli quasi per ogni reato oppure fare come dice Capriccioli.
      No, giusto per dire…

      • È lui che l’ha buttata sull’utilità e sul tasso di recidiva, vogliamo anche metterci il senso di giustizia? Io ci sto. Ma iniziamo dalle vittime o dai colpevoli?

  3. quindi la colpa è sempre della società, pure se prendo a picconate la gente. Ho come una certa voglia di prendere a picconate la gente per strada.

  4. Quelli che danno picconate riguardano quel terzo di detenuti con pene di tre anni? La smettete di dire cazzate e godere da veri forcaioli, e cercate invece di considerare che il carcere è anche un luogo di recupero e reinserimento, non una forca come piace a voi?

  5. Concordo su tutto ma starei attento ai numeri: nelle carceri “speciali” con bassi tassi di recidiva vengono messi soprattutto (se non quasi solo) detenuti scarsamente pericolosi.
    E’ un po’ come la profezia che si autoavvera…

  6. bè bisognerebbe avere altri dati sulla questione di quanti, all’inizio “scarsamente pericolosi” a contatto coi veri malavitosi diventino poi “altamente pericolosi”…. e secondo me qui avremmo percentuali comunque alte. Il carcere è un caos organizzato, troppo spesso e volentieri, non dai rappresentanti delle istituzioni quali Direttori e Secondini, ma dai Detenuti stessi, che scelgono come aggregarsi e come comandare e/o avere vantaggi (e qui i “recuperabili” a contatto coi “recidivi” sono il più grande danno sociale che si possa concepire in materia di detenzione), infettando chiunque gli stia intorno (Direttori e Secondini compresi).
    Comunque sia sarebbe un discorso più che auspicabile in una moderna società democratica concepire un carcere di “redenzione/educazione” e non si tratta di credere alle favole, ma di impostare il discorso e lo studio nel modo giusto. Se mai ci si crede e/o ci si tenta, ma ci si evolve….

        • E’ la frase “infettando i direttori e i secondini” che non suona. La mafia del sistema è molto più potente, e la situazione di cui hai parlato è riscontrabile ovunque nel pianeta, è funzionale, e il carcere – che è ANCHE la punta dell’iceberg di un sistema marcio – è un luogo che permette quel potere. In certe nazioni degli States un direttore di carcere abbastanza psicopatico può pure diventare senatore, per dire, sulla base dei suoi precedenti da forcaiolo che tiene a bada l’inferno lontano dalle case dei bravi cittadini, che però godono come matti a sapere della sua esistenza, basti vedere tutti i film che mandano fissi su quel mondo lì.
          Un Totò Riina e un Provenzano poi possono anche illudersi di ricattare secondini e direttori e l’intero Stato, solo che loro stanno in cella e in buchi sottoterra, e se alzano troppo la cresta certo qualcuno lo fanno anche fuori, ma infine lo Stato gli fa il culo.
          E vai tranquillo che se lo Stato, direttori e secondini compresi, non fanno niente per far evolvere l’istituzione carceraria, è perché gli fa comodo che rimanga esattamente l’inferno che è.

  7. Si, ma non farei comunque di tutta l’erba un fascio (ops…), esistono Direttori e Secondini già infettati di loro, esistono quelli infettati dallo Stato “capoclasse” (quelli che tenevano la lavagna con la lista dei buoni e dei cattivi, no ?) ma dobbiamo dare per scontato che esistano anche quelli seri ed onesti ed è anche per loro che io concordo con Capriccioli che sia cosa buona e giusta ri-pensare le carceri (dunque non solo per salvare caino in questo caso….)

    • Infatti credo che stiamo girando intorno alla stessa cosa, insomma che siamo d’accordo, io concordo col pezzo di Capriccioli. Il problema è anche di finanziamenti, e non solo delle strutture e delle iniziative, ma anche per il vario personale, a partire dai poliziotti fuori per finire coi secondini. Guarda per esempio la storia di Cucchi. E è naturale che personale poco preparato sia molto più portato ad essere “infetto”, certo non geneticamente, a prescindere. E’ facile, per dire, che forze dell’ordine e secondini e direttori eccetera se poco preparati psicologicamente e culturalmente, parlino più facilmente il linguaggio di un mafioso che dello Stato.

    • Premesso che non ho sopportato l’introduzione sui caffè, visto che non ho dieci anni e sull’uso dei miei soldi non deve sindacare nessuno, tolto quel passo falso il personaggio pare comunque interessante, non lo conosco e magari mi informerò di più. Resta che non capisco bene come inserirlo nel discorso prigioni!

  8. visto l’incipit di Kaspar : “un giorno le carceri saranno solamente per volontari” (ma parli di gestione o di detenzione ?)

    credo si possa intendere che un approccio così, abbastanza schockante, possa essere un buon viatico di discussione per concepire delle misure di gestione rivoluzionarie come quelle del Mockus…

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