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Il bosone di Higgs come simbolo postmoderno

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Il bosone di Higgs non è soltanto un bosone massivo e scalare previsto dal Modello standard, nonché – più volgarmente – la particella che spiega l’esistenza della materia. Non lo è perché, se davvero così fosse, sarebbe argomento di appassionata conversazione al massimo nei centri di ricerca e nei dipartimenti di fisica.

Al contrario, in questi giorni, stiamo assistendo alla comparsa, statisticamente rilevante ed interessante, di frotte di innamorati della fisica quantistica; stuoli di “fisicati” che, dal momento dell’annuncio della scoperta, si sentono inequivocabilmente e meravigliosamente composti di bosoni; atei fedeli che discettano di particelle di Dio sentendosi per qualche momento i nuovi Odifreddi o i nuovi Hawking (quanto aveva ragione Heinrich Böll quando diceva di non sopportare gli atei perché stanno sempre a parlare di Dio!).

Questo esercito di commentatori ignora che ogni parola in più sulla questione contribuisce a cambiarle natura, non si accorge del modo in cui si trasformano i concetti se li si aggredisce con innumerevoli spiegazioni grossolane. È così che il bosone di Higgs si sdoppia e diventa (prima ancora di quello che è fisicamente) un chicco, un granello, della loro anima postmoderna: l’ultimo simbolo di una società wikipediana capace di esplodere improvvisamente in un fasullo afflato scientifico senza precedenti.

Grazie a loro, oggi non siamo di fronte soltanto ad una scoperta scientifica di portata storica, ma anche all’ennesimo temporaneo esistenzialismo multimediale, ad un nuovo scientismo senza scienza, al consueto opinionismo cinque stelle. Era dall’avvento dello spread che non si leggevano e ascoltavano tante opinioni su qualcosa di cui non si sa quasi niente. E, detto con estrema sincerità, non ne sentivo la mancanza.

32 Comments

  1. Ti danno fastidio parecchie cose eh Roberto? Sinceramente non capisco questo elitarismo per cui la “gente comune” non possa permettersi di sognare o più semplicemente di esprimere la propria gioia/opinione su una così importante scoperta. In passato forse la gente non parlava delle scoperte scientifiche? Eppure la cultura – non solo quella scientifica – era cosa solo per pochi.
    Bello poi il riferimento ai cinque stelle, mi sembri come gli atei di cui accennavi nel post! 🙂

    • Caro Carlo, ti rispondo citando Nanni Moretti in “Sogni d’oro”.

      “Parlo mai di astrofisica, io? Parlo mai di biologia, io? Parlo mai di neuropsichiatria? Parlo mai di botanica? Parlo mai di algebra? Parlo mai di epigrafia greca? Parlo mai di elettronica? Parlo mai delle dighe, dei ponti, delle autostrade? Io non parlo di cardiologia, io non parlo di radiologia. Non parlo delle cose che non conosco.”

        • No, Emanuele Martini, non è giusto. Qui non è in discussione la libertà di parlare di ciò che si vuole, bensì la scelta di parlare di ciò che non si conosce affatto. Ora, la mia posizione è più o meno quella di Moretti (ovviamente, bisogna leggerla in senso iperbolico): solitamente non parlo di cose che non conosco. Piuttosto mi informo, studio e cerco di capirle; oppure – cosa non certamente disdicevole – ascolto chi ne sa più di me. In questo senso, la discussione intorno al bosone di Higgs è la manifestazione di un’anima postmoderna pigra e incapace di ascoltare e di spendere energie per capire, ma sempre pronta a dire qualcosa.

          • postmoderno è oramai una parola inflazionata. Detto questo, se avessi messo questa tua risposta come post, sarebbe stata molto più chiaro il tuo pensiero. Tutt’ora ancora non ho capito cosa c’entrino Odifreddi, Hawking e gli atei con la poca chiarezza nel divulgare concetti scientifici, anzi mi sembra che loro combattino proprio l’analfabetismo scientifico. Diciamo che questo non è stato il tuo post più riuscito.

  2. Mi fai un po’ pensa sai? 😉 su con la vita che non si sa mai, potrebbe spegnersi da un momento all’altro

  3. Grazie Roberto per lo spunto alla riflessione, una breve considerazione.

    Credo che una possibile chiave di lettura possa essere rappresentata dalla distinzione tra linguaggio formale (utilizzato dalla fis-ica e dalla matemat-ica) e linguaggio ordinario (lo è quello che impieghiamo nella nostra quotidianità); in particolare mi riferisco alla capacità del linguaggio ordinario di tradurre, trasmutare, trasdurre, di operare in sostanza questo passaggio, questo travaso di conoscenza affinché sia maneggiabile (manipolabile, ricordando Heidegger) anche dai noi addetti ai lavori; semplificando mi verrebbe da dire che non c’è nessuna controindicazione nel parlare di scienza, certo consapevoli dei nostri limiti epistemologici, ma senza abdicare allo slancio desideroso e immaginifico che la Scienza con “S” maiuscola porta con sè.
    Nicola

    • Caro Nicola, grazie a te per il commento ben articolato. La questione del linguaggio, così come l’hai esposta, è senz’altro importante: da sempre vi è la necessità di tradurre le questioni scientifiche (ma anche religiose, politiche, economiche), così da renderle un poco comprensibili ai non competenti. Tuttavia, questa pratica traduttiva (che è, bisogna dirlo, un’operazione di semplificazione) può provocare dei cortocircuiti cognitivi, che rischiano di cambiare la natura dell’oggetto discusso. E questo, a mio avviso, non è successo soltanto coi bosoni ma anche, come ho ricordato, coi valori elevati del famoso spread, che tutti facevano finta di capire e che imputavano totalmente al governo Berlusconi. Senza farla troppo lunga, nessuno vuole negare il piacere (che è poi anche una necessità democratica) di discutere di questioni “alte”, ma si deve essere coscienti del fatto che i bosoni di cui si parla non sono i bosoni di Higgs ma un feticcio pop.

  4. Non capisco perché appena qualcuno fa un discorso razionale viene accusato di elitarismo in nome di un pur legittimo diritto all’ignoranza che dovrebbe essere sempre accompagnato da un dovere al silenzio.
    Ottima perciò la citazione di Moretti, che tuttavia mi strappa un appello a tutti gli artisti, Nanni compreso: anche la buona politica è un’arte, ma se non è la vostra tacete. Nel vostro interesse.

  5. Higgs è ateo. Ma non è stato lui a dare al bosone il nome di particella di Dio. Che in realtà poi, nelle intenzioni del fisico Lederman, si sarebbe dovuta chiamare Particella Maledetta. La verità è che solo i quotidiani italiani in questi giorni si son messi a parlare di partecilla di Dio, perchè il nostro Pease è fatto per lo più da ignoranti credenti, nel senso che credono e preferiscono le favolette religiose e non, e quindi anche quando si parla di cose serie, Scienza, ci devo sempre mettere qualche riferimento a Dio, siamo o non siamo a tutti gli effetti una succursale di Vaticalia?

    • Sono d’accordo con te Daniela.
      Ho degli amici cristiani con i quali dopo aver parlato di evoluzione e creazione saltano fuori dicendo: “lo chiamano bosone di Dio, l’avrà fatto lui”. Che nervoso!
      È la solita storia, dove non arrivano mentalmente ci mettono Dio. Ma la colpa non è solo loro, è dei media che buttano fuori notizie sensazionali, quindi parlare di Dio e superare la velocità della luce sono argomenti che piacciono e sono da bar.

  6. un po’ di spocchia nel commento di sassi indubbiamente c’è
    non credo che odifreddi (formidabile divulgatore ) o margherita hack parlerebbero così.
    non so quale sia il livello culturale scientifico di sassi,ma di solito coloro che non ammettono l’accesso ai non addetti ai lavori,sono quelli che i lavori li conoscono solo a metà.
    quanto alla boutade di moretti beh,se si applicasse alla lettera non si potrebbe parlare quasi di nulla.

    • Rezzonico, ti faccio contento: ho spocchiosamente auspicato un atteggiamento più umile.

      Il mio livello “culturale scientifico” è basso, bassissimo. Pensa che mi occupo di scienze sociali. Forse è per questo che non ho parlato di bosoni ma mi sono limitato a citare (un po’ beffardamente, lo ammetto) wikipedia.

      • dott. Sassi,la immaginavo teologo. sono i cultori di questa disciplina che proclamano “non parlate al conducente

  7. @giorgio rezzonico Sentite, Sassi, come tutti noi può essere meritevole di qualsiasi critica, ma attribuire a lui, Sassi, spocchia, contrapponendogli come non-spocchia Odifreddi, mi pare un po’ esagerato. Come dire, sobrietà, e indicare Berlusconi

    • non capisco cosa c’entri berlusconi ( nonostante io lo aborrisca ).
      quanto a odifreddi,grazie a lui ho capito alcune cose che la scuola aveva lasciato nella più totale oscurità ( la stessa cosa potrei dirla a proposito di margherita hack )

    • ma dove starebbe la spocchia di odifreddi? Uno dei migliori divulgatori scientifici italiani che il sapere scientifico cerca di diffonderlo e di renderlo fruibile in mille modi diversi. Bah…

        • nello scrivere di Geometria e di Matematica. Un pò sterile la tua risposta. Dimostra che dei libri e del lavoro divulgativo di Odifreddi conosci ben poco.

        • Il saggio che citi, uno dei tanti di Odifreddi, è sulla veridicità storica delle sacre scritture e scandaglia l’esegesi corrente e l’attribuzione del primato cattolico. Non è un saggio su “dio”.

          Finisce che sto blog lo dovrete rinominare Liberapprossimazione (amici, populismo e spocchia).

          • Meursault,ha perfettamente ragione ma sa , in fatto di dei i cattolici sono molto suscettibili: guai a minacciare il loro monopolio di conoscenza e verità.

  8. A me pare che ci siano vari fraintendimenti. Per esempio mi pare che la critica di Sassi non sia rivolta a Odifreddi o Hawkings ma a chi si atteggia a loro, in particolar modo a quei giornalisti nient’affatto divulgatori che fanno carriera drogando le notizie: atei devoti che sanno bene – ha ragione Daniela – che in Italia tirando in ballo dio fai audience e carriera.
    Comunque per me la migliore ironia è stata proprio quella di Margherita Hack: visto che qui non si può fare a meno di parlare di dio, allora io dico che dio è il bosone. Inutile andare oltre, come sosteneva Hawkins.

  9. Alzino le manine i cattolici, prima.
    Qui più che spocchia c’è la coda pestata di qualcuno che credeva di credere in dio e gli hanno rotto le uova nel paniere.
    Moretti, che bontà sua manco il regista sa fare, è semplicemente il D’Alema dell’altra sponda.

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