I vampiri di Jarmusch

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Solo gli amanti sopravvivono è un film perfetto, dal titolo in poi. Sì, è una storia di vampiri, e, certamente, vi si ritrovano quasi tutti i tòpoi del cinema di genere: i succhia-sangue non possono entrare nelle case a meno di non essere invitati, muoiono con certezza quando venga loro trafitto il cuore con un oggetto di legno – non del tradizionale paletto si tratterà qui, ma di uno speciale proiettile. E naturalmente c’è la maledizione, la necessità di nutrirsi di sangue umano, cifra definitiva di diversità e stigma di incompatibilità totale con il mondo. Tale armamentario è però pretesto per narrare una società contemporanea stremata, i cui membri “ufficiali” sono ridotti allo stato di morti viventi (non a caso, Adam ed Eve li definiscono“zombie”).

Non che le interazioni degli sposi vampiri con il consesso umano siano frequenti; quelle poche che si realizzano sono commerci di beni più o meno vitali (plasma e strumenti musicali, per lo più, ma anche una pallottola di legno). Per altre faccende pratiche come comprare un biglietto aereo (notturno) basta lo smartphone (unica concessione ai vizi / virtù contemporanei).

Lo scenario è dunque quello di un’umanità intenta a contare banconote e persesguire il successo commerciale. Perfino gli spazi urbani (Detroit, Tangeri) sono specchio di decadenza. L’abitazione di Adam si trova in una zona degradata della Motor City, priva di illuminazione stradale e popolata da carcasse di auto abbandonate, non lontano da dove si celebravano i fasti della ex gloriosa industria automobilistica. Adam conduce vita ritirata, coltivando musica – e depressione; frequenta il mondo degli zombie solo per procurarsi il sangue umano che gli è necessario per sopravvivere. Dato che è però un vampiro colto e molto perbene, all’aggressione di vittime innocenti per strada preferisce un sereno rifornimento in ospedale, dove un medico corrotto gli allunga regolarmente sacche di plasma dietro corresponsione di laute mance in contanti.

Quando la moglie Eve, preoccupata dalle pulsioni autodistruttive di Adam, lo raggiunge a Detroit, Adam comincia a “vivere” un po’ di più: niente di che, brevi passeggiate notturne à deux su una vecchia Jaguar. Ebbene, queste piccole fughe hanno come sfondo lo squallore di quartieri residenziali deserti ed ex stabilimenti marcescenti. Unico punto di interesse, la casa natale di Jack White. Sì, perché l’arte, ed in particolare la musica, è il solo riscatto per le esistenze maledette di Adam ed Eve. Non a caso il rifugio di Adam è un caotico museo di strumenti musicali antichi e moderni e di dispositivi di amplificazione e  registrazione degli anni Settanta. In questo feticismo c’è certo una strizzatina d’occhio al gusto hipster per tutto ciò che è vintage; di certo rappresenta anche una delle declinazioni del tema dominante del film: il rigetto della decadenza del mondo moderno, cui si risponde rifugiandosi nei piaceri di quegli studia che gli zombie vedono come il fumo negli occhi: poesia, scienza, musica vera, ovvero composta, arrangiata, suonata, riprodotta sul vinile.

I vampiri Jarnusch sono avidi di sapere più che di emoglobina. Si è detto della musica, certo, ma non c’è campo dello scibile in cui non eccellano: poesia, letteratura, arti figurative, scienza. Una parete della residenza di Adam è interamente coperta di ritratti di numi tutelari: ho riconosciuto foto di Twain, Allan Poe, Baudelaire, Neil Young, Nietzsche, Tesla. L’arte è obsoleta, agonizza sotto le macerie di una società sciocca e superficiale, che tiene in conto solo il successo sociale (quando Adam sente cantare una giovane in un locale di Tangeri, il suo sincerto augurio è di “non diventare famosa, in quanto troppo brava”).

E che dire degli scienziati? Ignorati come Tesla, vilipesi dopo secoli, come Darwin: come non concordare sul grido di dolore di Adam, cui proprio non va giù che negli USA del Ventunesimo secolo l’evoluzionismo venga contestato su basi religiose (“Ancora!”). Adam se la cava bene anche con la scienza; da una speciale macchina misteriosa che capta l’energia con un’antenna ha reso autosufficiente dal punto di vista energetico il suo buen retiro… E si irrita parecchio quando vede in giro cablaggi elettrici disordinati – arriva a lamentarsene perfino in un momento in cui dovrebbe occuparsi di altro, dato che sta per morire di fame, in un paese straniero dove l’unico amico lo ha lasciato.

Ma Adam ed Eve non potrebbero concedersi uno stile di vita anche un pochino più glam? Certo, ma se decidono di passare le serate su un divano sfondato a centellinare sangue da un bicchierino, intabarrati in vesti da camera vecchie di secoli è perché il presente, il mondo “là fuori” li disgusta e li spaventa. E quando Ava, la sorella scapestrata di Eve, fa visita alla coppia felice arrivando dritta dritta da Los Angeles (“la centrale degli zombie”), ovvero quando l’esuberanza cupida del mondo reale irrompe nella tenera e stramba routine dei due, arrivano subito anche i guai.

Ci piacciono assai questi vampiri: elusivi, elitari, ironici ma non freddi, rispettosi della vita – anche di quella di chi la spreca; nel corso dei secoli, hanno imparato a non uccidere, e si avventano sugli esseri umani solo in caso di assoluta necessità. E anche in quel caso, il loro “inguaribile romanticismo” fa in modo che le loro vittime non vengano uccise, ma risultino piuttosto “trasformate” a loro volta in vampiri. E sono vulnerabili. Anche se le loro vite durano diverse centinaia di anni, invecchiano e e sono soggetti a malattie, che possono contrarre se assumono sangue infetto (perfino questo è avvelenato, oggigiorno, come del resto l’ altro liquido vivifico, l’ acqua…). Non solo: la loro tempra psicologica può essere messa a dura prova, fino al punto da spingerli a meditare il suicidio. Sarà anche colpa di ” quegli stronzi” dei poeti francesi dell’Ottocento che Adam era solito frequentare secoli prima, con tutte quelle balle romanticheggianti sulla fascinazione della morte, come sostiene Eve; ma certo l’anima di Adam è malata come può essere quella di una persona che non si riconosce nei tempi in cui è costretta a vivere; e in un momento di debolezza, gli unici balsami – l’amore e la musica – possono risultare insufficienti.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

4 Comments

  1. Degna recensione di un film che dal trailer si preannunciava interessante, e in sala si è rivelato ottimo. E per fortuna sono stato abbastanza distratto da andarlo a vedere in lingua originale!

  2. Vorrei tanto essere nei vostri panni. Visto da poco, l’ho trovato un film inutile in cui non succedeva un bel nulla: nessun momento di pathos, nessun intreccio, nessuna azione, storia piatta e senza rotture di alcun genere. L’unica sentimento era quello di malessere per aver buttato i soldi del biglietto.
    Davvero non capisco tanto entusiasmo e sinceramente un po’ vi invidio.

    • E’ vero che non ha una trama vera e propria nel senso classico che attribuiamo al termine, né colpi di scena o stravolgimenti particolari, ma ho trovato interessante il fatto che la caratterizzazione dei personaggi e l’atmosfera che permea tutta la pellicola siano in grado di reggere da sole tutto il film. O forse mi hanno conquistato i toni decadenti e il sottotesto “rifugiamoci nell’arte e nei libri perché il mondo non ha più niente d’interessante da dire”…

  3. L’ho visto da poco e più ci penso più dico che è un film bellissimo. Ci sono tali e tante citazioni, rimandi e richiami, che sicuramente va rivisto per apprezzarlo del tutto. Nulla è detto o mostrato per caso. E’ una critica al modo in cui viviamo noi zombie, nemmeno tanto velata. Avrei voluto vedere dei flash back però… Tutti questi incontri, queste invenzioni, queste capacità in ogni campo. Volevo saperne di più.

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