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I paladini della tortura

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Ebbene, sì: uno che è in carcere per aver ucciso la compagna con 16 coltellate ha dei diritti.
Ve lo chiedo per favore: evitate di fare la solita manfrina del tipo “ah, bravo, e allora il diritto di quella che è stata ammazzata?”, perché si tratta di un’argomentazione del tutto priva di senso.
Il punto è che la legge e i regolamenti carcerari stabiliscono con un certo dettaglio le condizioni minime di vita che spettano a ciascun detenuto, e quindi per ciascun detenuto costituiscono un diritto: se quella legge e quei regolamenti carcerari non vi piacciono, fate quello che potete per cambiarli; per introdurne di diversi, voglio dire, magari con condizioni minime più dure.
Ma sappiate che, se e nella misura in cui l’impresa dovesse riuscirvi, quando anche quelle condizioni verranno meno ci troveremo daccapo in presenza di diritti violati: né più, né meno.
Invece il problema, a quanto pare, è che molti di voi la vedono in modo diverso: un detenuto che ha ammazzato la compagna con sedici coltellate non può averne, di diritti. Non può averne e basta, perché è un criminale efferato, e perché “allora i diritti delle vittime ecc. ecc.” e quindi, in estrema sintesi, dei suoi diritti possiamo sbattercene.
Allora, ne converrete, si spalanca una strada diversa, che è quella per cui delle condizioni minime di vita dei detenuti stabilite dalla legge e dai regolamenti carcerari, quali che esse siano, non è necessario occuparsi: il che equivale a dire che tanto varrebbe non stabilirle proprio.
Eccoci, dunque: chi si straccia le vesti quando un detenuto si cuce la bocca per protesta, additando alla pubblica indignazione il fatto che perfino a un brutale assassino sia consentito rivendicare dei diritti, in pratica vorrebbe delle prigioni completamente prive di regole, nelle quali sia lecito trattare i detenuti in modo arbitrario senza doverne dare conto a nessuno.
Questo, per quanto cerchiate di vendercelo in modo diverso, è il vostro punto d’approdo: la tortura.
Il resto sono chiacchiere, e il vento se le porta.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

10 Comments

  1. “Allora, ne converrete, si spalanca una strada diversa, che è quella per cui delle condizioni minime di vita dei detenuti stabilite dalla legge e dai regolamenti carcerari, quali che esse siano, non è necessario occuparsi: il che equivale a dire che tanto varrebbe non stabilirle proprio.”

    Temo che molte persone ti risponderebbero “d’accordo, che problema c’è?”

  2. Appunto, io son per una giustizia molto più diretta di una legge che la regolamenta. Una persona che toglie una vita decidendo arbitrariamente, non ha più diritti. Deve stare reclusa e già tanto che ne viene garantito il sostentamento a spese dei contribuenti. Fosse per me, la lascerei crepare di fame/sete. Un assassino non merita diritti secondo me.

    • eh già. Poi un giorno arriverà qualcuno (ci sono già stati, e in moltissimi) che estenderà questo ‘levare diritti’ a quelli che fanno propaganda sovversiva (parlano male del governo, tipo), che attentano alla morale, che fanno altre cose che non ci piacciono. Perchè quando metti un’asticella dove vorresti, devi anche pensare che domani arriverà qualcuno a spostartela. Storicamente i fautori della ghigliottina hanno ricevuto lo stesso trattamento.

  3. Mi chiedo quanto possa funzionare l’argomento “rendetevi conto”. Purtroppo, temo cada proprio al cuore del problema: lo sanno. Forse sarebbe interessante capire perché i partigiani della tortura, del carcere a vita, del “torna al tuo Paese”, per quale motivo si immaginano un “loro” così lontano dal sé.

  4. io sono per una concezione “chirurgica” della pena: la pena deve essere somministrata con la precisione di un farmaco e con il dosaggio rigorosamente rispettato, con un colpo di bisturi precisissimo. Qualsiasi esagerazione è un errore. Come un debito o un credito, deve essere un calcolo il più possibile freddo e distaccato di quello che ti spetta, e se ti viene chiesto di più, hai tutto il diritto di lamentarti.

  5. Al di là delle leggi scritte esistono tra le persone delle regole di convivenza istintive, come ad esempio “io non faccio del male a te, se tu non lo fai a me”.
    Sempre dal punto di vista informale, un uomo che commette un omicidio (o altra violenza) si autoesclude dalla comunità nella quale tali regole valgono.
    E’ comprensibile quindi l’atteggiamento da parte di chi sente il bisogno di “far parte della comunità” di guardare ai detenuti come a degli subumani immeritevoli di compassione. Sono in effetti dei “traditori del genere umano”.
    E’ su questo atteggiamento istintivo che secondo me si basa la permanenza della pena di morte in molte legislazioni e in generale l’impopolarità delle politiche di mitigazione delle pene e di miglioramento delle condizioni carcerarie.

  6. mi sono sempre chiesto perchè in una repubblica fondata sul lavoro i detenuti non lavorano ma quelli fuori si….
    la punizione è la reclusione o l’ozio?

  7. Partendo dal fatto che chi commette un omicidio premeditato non dovrebbe MAI avere la possibilita’ di uscira da una galera fino al momento che ne uscira’ morto, la necessita’ di prevedere regole minime per una sopravvivenza decente non e’ nemmeno discutibile.
    Ritengo che tra i tanti motivi per cui si possa finire in galera, andrebbero fatte notevoli distinzioni in relazione al trattamento. Se per certi crimini e’ auspicabile la rieducazione e quindi condizioni dignitose e rispettose, per altri, la mera sussistenza mi sembra piu’ che un regalo, considerando che altri paesi se la cavano con la pena capitale. Banchieri subito dopo assassini 🙂
    Tuttavia, come qualcuno ha gia’ sostenuto, ci vuole un attimo a spostare i crimini da una colonna all’altra e domani semplici oppositori o contestatori potrebbe trovarsi associati a assassini e stupratori.
    Pertanto, non si puo’ evitare, stante la societa’ di merda nella quale viviamo, di garantire a tutti, e non per legge, ma per Costituzione, un trattamento dignitoso e rispettoso.

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