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I “nuovi” italiani

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Una volta c’erano gli oriundi: giocatori di calcio bravi ma non bravissimi, in genere sudamericani, che appena venivano rimbalzati dall’Argentina o dal Brasile riesumavano un qualche nonno italiano, prendevano il passaporto e indossavano la maglia azzurra pur di fasi un giro ai mondiali. Famose furono le critiche mosse alle nazionali iridate del 1934 e del 1938,  piene di uruguayani. Piu’ recentemente pensiamo alle scene mute di Camoranesi durante l’inno ai mondiali del 2006 o ai balletti di Amauri (sigh) che fino all’ultimo ha sperato di essere convocato dalla Seleção e poi si e’ rassegnato a una luminosa carriera in azzurro (una presenza nel 2010, amichevole contro la Costa d’Avorio persa 1-0, sostituzione dal 59′).  Solo recentemente il fenomeno si e’ invertito, con la convocazione in nazionale di giocatori nati e cresciuti in Italia ma che hanno acquisito il passaporto italiano non per ius sanguinis, ma per naturalizzazione. Questi sono i casi di Mario Balotelli o di Angelo Ogbonna, figli di immigrati ghanesi e  nigeriani rispettivamente, entrambi nati e cresciuti in Italia. Per questi giocatori i commentatori hanno cominciato a usare l’espressione “nuovi italiani”. Pur non ritenendoli cosi’ nuovi rispetto ai loro coetanei con genitori italiani, posso anche rassegnarmi al fatto che siano visti come delle novita’. La cosa che invece mi irrita profondamente e’ che Stephan El Shaarawy sia messo nel gruppo dei “nuovi italiani” quando e’ nato e cresciuto a Savona, da mamma italiana e papa’ egiziano. Lo vogliamo considerare un nuovo italiano? Va bene, allora vorrei sentire qualche commentatore sportivo di casa nostra riferirsi a Riccardo Montolivo come un nuovo italiano, visto che ha la mamma tedesca, il passaporto tedesco e a differenza di El Shaarawy parla tedesco. No perche’ senno’ potrebbe venire il sospetto che i giornalisti italiani siano cosi’ beceri da valutare l’italianita’ di un giocatore da come suona il suo nome e pensare che El Shaarawy sia meno italiano di Montolivo. Roba degna delle peggiori curve italiane.

Triestina di nascita, della sua terra si porta dietro lo spirito patriottico, lo spritz e la tendenza a sottovalutare qualsiasi raffica di vento sotto i 130 km/h. Radicale, milanista e milanese nel cuore, dopo la laurea il suo corpo fugge verso la Perfida Albione. Qui ottiene un dottorato in storia economica con una tesi sul divario Nord-Sud dopo l’Unità d’Italia. Il suo cervello invece, grazie alla sua tesi e alla mai curata passione per la politica, rimane in larga parte in Italia.

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