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Ghiaccio (due)

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avevamo lasciato Ghiaccio qui

Caldo, cibo, acqua

La femmina mi ha chiamato: indossava uno strano vestito corto e peloso, chiuso alla vita da una cintura fatta della stessa stoffa. Ho scoperto i denti, in quel modo che a quanto pare si usa da queste parti, e mi sono messo in marcia. La femmina umana ha continuato a guardarmi per i successivi 17 secondi e mezzo – il suo volto è rimasto senza espressione per i prime cinque, poi la sua bocca si è tutta storta verso sinistra: non avevo mai visto un simile modo di spostare le labbra. Immagino che volesse farmi sapere qualcosa, con quello strano movimento muscolare, ma non io non l’ho mica capito. Subito dopo si è voltata, è rientrata in casa sbattendo forte la porta.

Ho vagato per ore in quella zona: le case erano tutte basse e con un po’ di verde attorno. Tavole di legno disposte verticalmente una accanto all’altra separavano l’erba dalla terra nera e puntuta che stavo faticosamente percorrendo a piedi nudi. Ho incrociato un paio di umani piccoli e rumorosi vestiti in modo identico, uno aveva dei capelli di un bellissimo colore, sembravano cavi di rame. Mi hanno guardato i piedi e hanno cominciato a scoprire i denti, poi la loro attenzione si è spostata sul mio viso: è stato allora che hanno smesso di mostrare i denti, e hanno preso a fissarmi: erano diventati tanto tanto seri. Hanno continuato a guardarmi con rispetto mentre li incrociavo e passavo oltre.

A quel punto, dopo una marcia di centosessantasei minuti, avevo una gran fame, oltretutto, la cosa che mi aveva fatto la femmina prima mi aveva tolto forza dalle gambe. Un buon odore di cibo attirò la mia attenzione: ho cominciato a seguirlo per capire da dove venisse. Nello spazio all’aperto fuori da una di quelle case basse era stato costruito un forno mattoni rossi. Vi ardeva dentro un bel fuoco  sul quale erano sistemati dei vegetali di forma allungata costellati di chicchi gialli: l’odore era delizioso, anche se non era puro, percepivo una nota di grasso animale. Ero talmente distratto dall’appetito che non mi resi conto del grosso umano vestito in maniera assurda che, denti in mostra, mi stava guardando dietro alle tavole di legno. Era alto, anziano ma ancora robusto, e portava strani vestiti che lasciavano scoperte la metà inferiore delle gambe e delle braccia: la la testa, invece, era coperta da un grande cappello bianco.

L’umano mi fece un segno cordiale cantando qualche cosa di incomprensibile: si avvicinò al recinto, aprì una porticina e mi fece cenno di raggiungerlo. I piedi nel verde morbido: che sensazione meravigliosa, quasi l’avevo dimenticata. L’umano mi strinse l’interno del gomito con una presa vigorosa e mentre mi spingeva per il prato continuò incessantemente a far vibrare le corde vocali. Vicino alla casa, sotto una tettoia, c’erano decine di altri umani, tutti molto belli: si sentiva una musica piena di suoni bassi e di percussioni, mentre maschi e femmine bevevano da bicchieri a cono sorsate di liquidi di colore acceso. Un po’ più in là per terra era stata scavata e riempita d’acqua una fossa a forma di parallelepipedo. Una femmina stava uscendo dall’acqua: era quasi nuda, e dopo aver strizzato i suoi lunghi capelli, si distese su uno dei giacigli disposti attorno alla pozza.

Il vecchio chiamò vicino a sé due altri umani, una femmina non giovane con addosso un pessimo odore di combustione e fiori, ed un altro di cui non fui in grado di determinare immediatamente il sesso. Il vecchio mi prese le guance tra indice e medio, spostandomi delicatamente la faccia a destra e sinistra, emettendo suoni che sembravano esprimere soddisfazione. La donna prese una tavoletta luminosa e me la agitò davanti diverse volte. L’altro umano mi guardava con occhi freddi toccando continuamente un altro dispositivo.

Il vecchio, che pareva contento di me, chiamò un umano dalla pelle scura vestito di bianco e gli disse qualche cosa con un tono che non mi piacque, non era delicato. L’umano bianco e nero tornò poco dopo portando tra le mani un grande disco di ceramica bianco decorato da disegni azzurri pieno di cibo: lo presi dalle sue mani e mi sedetti su una sedia di stoffa proprio davanti alla pozza. Il cibo era grasso e l’odore sospetto: infatti, in gran parte si trattava di carne: trattenni a fatica un conato di vomito. Fortunatamente, oltre a quella roba disgustosa, c’era una di quelle cose vegetali gialle che avevo visto rosolare nel fuoco poco prima: la divorai avidamente, incurante dei pezzettini di fibra che continuavano ad incastrarmisi tra i denti. Feci un rutto sonoro, che sembrò interrompere per qualche secondo il canto di tutti quegli umani, che poi però riprese normalmente. Mi alzai a cercare ancora un po’ di quella fantastica roba da mangiare.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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