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Geografia della paura

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Una decina di giorni fa, a Bergamo una giovane donna incinta è stata stuprata in pieno centro città, ovvero in quella porzione di spazio urbano che è generalmente considerata piu’ sicura (la stampa ha dato grande risalto al fatto che la donna fosse incinta ma, come diceva giustamente qualcuno, forse non dovrebbe esserci il bisogno di ulteriori elementi per restare colpiti dalla brutalità e per condannarla). Ebbene, commentando l’evento in un intervista pubblicata oggi dall’Eco di Bergamo, il procuratore capo Francesco Dettori ha dichiarato:

Lo dico con tutto il rammarico, ma sarebbe bene che le donne di sera non uscissero da sole.

Non me la sento di infierire con un’aspra critica sulle parole di Dettori: la loro infelicità mi pare evidente. Piuttosto, queste mi offrono lo spunto per dire quanto il rapporto tra spazio urbano e genere sia questione delicata e un poco trascurata sia dalle amministrazioni pubbliche che dalle scienze sociali. Le prime interpretano troppo spesso la faccenda in senso poliziesco, come se fosse cosa da affrontare soltanto in termini di controllo e di sicurezza (e non di informazione e di prevenzione, per cosi’ dire, “culturale”); le seconde dimenticano frequentemente di considerare la dimensione spaziale come condizione imprescindibile di ogni forma di interazione sociale, lasciando campo aperto alla ricerca urbana di matrice femminista, che si è appropriata del tema e ha teorizzato la “geografia della paura” (con un approccio eccessivamente, ma forse inevitabilmente, politico; e quindi talvolta, a mio avviso, poco credibile).

In sostanza, dicono le femministe, nello spazio urbano sono evidenti quei rapporti di potere che caratterizzano la società: vi sono spazi pubblici che sono di fatto preclusi alle donne per ragioni di sicurezza (parchi, strade poco frequentate, sottopassaggi etc) e che invece sono accessibili agli uomini. Vi è quindi anche un tempo della paura, che è quello delle ore notturne, dacché con la scarsa illuminazione – e questo vale universalmente – il rischio di incorrere in atti di violenza aumenta.

In questa prospettiva – e forse solo in questa – le femministe hanno ragione: la geografia della paura è una faccenda fondamentale perché inerisce alla sfera della libertà di movimento, oltre che dell’espressione di sé. E dunque ad essere penalizzati sono i soggetti che piu’ corrono il pericolo di subire atti di violenza, cosa che riguarda, con ogni evidenza, non solo le donne. Per questo, sarebbe ora che le amministrazioni pubbliche (tanto indignate per le parole di Dettori) facessero qualcosa di serio e superassero le logiche securitarie – forse efficaci elettoralmente ma inadatte praticamente. Perché la geografia della paura non diventi paura dei luoghi generalizzata e quindi diffidenza sociale. E trovo che questa sia una questione democratica in senso ampio e non solo di sicurezza di genere.

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