un blog canaglia

Follia! Follia?

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Se sono finito in questo inferno lo devo solo a me stesso, idiota che non sono altro. Sedici anni, la ragazzina che mi tradisce con il Russo. Così il Russo si becca uno spintone, cade batte la testa va in coma. E ci rimane per tre mesi.

Quel giorno, il cielo era grigio e il vento tra le foglie faceva un rumore da diventare scemi. Arrivò l’ambulanza, e dalla finestra dell’ufficio del preside, dove i poliziotti mi avevano confinato, ebbi una fugace visione del volto di Alex in barella, la pelle del viso bianca come il gesso, le cannule ficcate nelle narici: la statua di un santo dentro una cappella. Poi, gli sportelli dell’ambulanza si chiusero con un tonfo sordo.

Gli assistenti sociali e la loro comprensione unta; il volto di mio padre, che mi considerava dubbioso, smarrito, addolorato, ma soprattutto incapace di celare la delusione profonda, nel neon del tinello. Era di granito, ispirava ed emanava calore ed affetto solo marginalmente superiori alla materia morta. Il senso di colpa mi ammazzava, Alex non avrebbe più parlato come prima (altro che rapper!), e forse sarebbe rimasto zoppo per tutta la vita. Per colpa mia. Come avevo potuto fare una cosa simile? La follia era la fuga, l’alibi perfetto. Così cominciai a dare di matto: urlavo, rompevo le cose. La faccia di mio padre cambiò ancora una volta, non in meglio. La freddezza era cessata: aveva ripreso a segnalare emozioni, impazienza, rabbia ed infine un odio che a malapena riusciva a tenere sotto traccia. Psichiatri, assistenti sociali, fino a che i miei sforzi furono coronati: ricovero in una struttura per persone con problemi psichiatrici. Ovvero manicomio. Ne godevo, come uno sull’ottovolante prima di affrontare una discesa a 150 chilometri all’ora.

Varcai la soglia del manicomio in una splendida mattina di giugno: la struttura era bella, “guardi nemmeno sembra … ecco, una clinica psichiatrica”, si lasciò scappare l’autista del comune che accompagnò a Villa Herbert mio padre e me. La sofferenza di mio padre, che ormai era indissolubilmente saldata e fusa nell’odio, era motivo di orgoglio per me. Mi resi conto di quello che avevo fatto solo quando lo vidi allontanarsi per il gaio vialetto alberato con le sue panchine occupate da gente in pigiama che scrutava il nulla: era un uomo curvo, spolpato da dentro, che camminava verso l’uscita strascicando i piedi con una cartella verdolina sotto braccio. Fu quando papà (papà!) varcò il cancello arancione della clinica che capii quello che avevo fatto. Anche se allora non arrivai a percepirne l’irrevocabilità.

Schizzai fuori dalla mia camera come un criceto che ha avuto la fortuna di trovare la porticina della gabbia aperta e mi misi a correre a perdifiato per il corridoio, urtando qualche zombie che vi si aggirava, privo di senso e volontà. Quattro robuste braccia pelose, due delle quali fittamente tatuate, arrestarono la mia corsa. E’ arrivato il momento di presentarvi Omar e Vasili, i due infermeri tuttofare, i “nostri angeli custodi” come li chiama Olga, il medico della struttura. Omar, che non parlava bene la nostra lingua, cercò di spiegarmi che quello non era un albergo, e che di uscire non se parlava proprio: forse tra qualche mese, a patto che mi fossi comportato bene, e avessi preso le mie medicine, magari si poteva anche fare, se Olga ed il Direttore fossero stati d’accordo.

A proposito, cominciarono a riempirmi di medicinali (fino a 12 al giorno), che, se non mi fossi sottratto alla terapia, nel giro di qualche settimana mi avrebbero privato di qualsiasi residua voglia di vivere. Qualche giorno dopo il mio ricovero, subii la mia prima “valutazione”. Olga mi ricevette in quello che definiva pomposamente “lo studio”, una stanza squallida, disordinata, sporca e polverosa come la donna che sedeva davanti a me; a separarci, una scrivania disseminata di giornali vecchi, appunti casuali, alcuni dei quali vecchissimi, evidenziatori, briciole, macchie circolari di caffè, capelli. Il pezzo forte di Olga era il suo sorriso iniettato di sangue, che faceva pendant con le pupille dilatate e le guance rubizze: non ho mai avuto dubbi sul fatto che bevesse e attingesse senza scrupoli alla vasta farmacopea destinata alle terapie per i degenti. Mi disse che la tentata fuga nella quale mi ero prodotto la rafforzava nell’idea che si era fatta di me, ovvero che fossi affetto da un “disturbo antisociale della personalità”; quasi senza staccarmi gli occhi storditi di dosso, strappò un foglietto dal suo ricettario e buttò giù tre o quattro nomi di medicinali che mi avrebbero “aiutato”.

In futuro sarei stato di solito terrorizzato da Olga, ma in quel momento ero solo incazzato perché mi era sembrato che la sua bocca bella e rovinata avesse preso una piega sardonica: la insultai dandole della “maledetta sadica” che traeva godimento dalla sofferenza di gente deprivata dei suoi diritti fondamentali. “Bene, qui abbiamo anche tratti paranoidi”, concluse, contenendo a stento la sua soddisfazione. Taqui, ed imparai la lezione: la mia intemperanza e la mia incapacità strategica avevano notevolmente aggravato una situazione già disperata. Sarebbe successo ancora, purtroppo.

Passai molto tempo ad escogitare tecniche elaborate per sottrarmi all’assunzione di farmaci, spesso con successo. Di solito gettavo tutte le medicine, tenendo solo i tranquillanti: li commerciavo con altri pazienti, scambiandoli con sigarette e dolci, e tenendone per me alcuni, in modo da garantirmi tre o quattro ore di sonno a notte. Con Olga, tentai un altro approccio: feci il contrito, le leccai il culo dicendo che la terapia stava funzionando e che cominciavo a non temerla più: in fondo, ammisi falsamente, si stava occupando di me ed in effetti ora io mi sentivo meglio.

Quando Olga si disse delusa dalle mi presunte “tendenze asociali”, le feci notare che, per quanto cercassero di rincoglionirmi a forza di medicine, io mi reputavo una persona sana di mente; e che quindi fare amicizia con i miei due vicini di stanza, l’esibizionista e pedofilo Otto e l’assassino della sua fidanzata Marcus non era  propriamente in cima alla lista delle mie ambizioni.

Ad ogni colloquio, anche oggi, ad anni dal mio ricovero, Olga riscontra qualche altro sintomo e prescrive nuovi farmaci. Sono entrato qui come simulatore, oggi però voglio appropriarmi del privilegio di essere meravigliosamente pazzo: per questo tra qualche minuto, quando entrerò nella stanza di Olga, le taglierò la gola con questa lama che ho ricavato da una lattina di coca.

Ispirato da “Il demente intelligente – Errori ed abusi della psichiatria” di Gunther Wallraff da “Notizie dal migliore dei mondi”, dello stesso autore

e da un caso esposto su un TED Talk, di cui non riesco al momento a ritrovare altri particolari (more to follow)

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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