Egemonie – parte 1

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La più grande vittoria di un’ideologia avviene quando la maggior parte di coloro i quali vi aderiscono possono negarne l’egemonia, e gli spettatori possono non sentirla. Un episodio recente ha stimolato una interessante conversazione tra me e un amico. Abbiamo deciso, su mia proposta, di sperimentare l’idea di sottoporvi questo dialogo ed eventualmente i successivi, su un tema che come già saprete mi sta molto a cuore.

Luca – Ho letto della controversia sull’abilitazione di Bartolini e Campi, e sono curioso di conoscere il tuo parere. Ho la forte tentazione di considerarla un esempio in quei discorsi in cui parlo di un atteggiamento da “cupola” di un certo giro di autoproclamati intellettuali. Ma ovviamente non sono competente nel loro campo e non mi è facile valutare il merito della vicenda. Cosa ne pensi?

Tommaso – Per correttezza, preciso di essere in buoni rapporti, professionali e personali, con Alessandro Campi, circostanza che m’impone di non commentare le valutazioni della Commissione. In termini generali, tendo a essere diffidente verso chi liquida come «ideologico» un approccio diverso dal proprio, soprattutto in un settore come la storiografia, dove il giudizio che diamo del passato è spesso condizionato dal nostro giudizio sul presente. Si prenda, ad esempio, proprio un recente volume di Angelo D’Orsi, “L’Italia delle idee: il pensiero politico in un secolo e mezzo di storia”. Quel libro, pubblicato nell’aprile 2011, fornisce un’interpretazione del dopoguerra stracolma di giudizi di valore, molto netti e inevitabilmente controversi: le elezioni del 1948 sancirono la vittoria di una «nuova Santa Alleanza» conservatrice contrapposta all’«altra Italia, quella dell’antifascismo e poi della Resistenza» (p. 286); la via italiana al socialismo tracciata da Togliatti «non era così distinta e distante, nei suoi elementi tecnici, dalla socialdemocrazia» (p. 310); Craxi fu «espressione di un aggressivo progetto di lotta di classe, dall’alto», coerente col «disegno sociale» d’istituzioni come la Mont Pelerin Society, il Gruppo Bilderberg e la Commissione Trilaterale (pp. 337-338), e tanti altri. Il libro, per giunta, si chiudeva con un invito alla mobilitazione dell’élite colta e “consapevole” contro il governo Berlusconi, accostato al fascismo, nel nome del «mandato imperativo che sembra giungere dalle piazze urbane e quelle virtuali» (p. 361). Il che rende quel testo, ai miei occhi, un esempio di storiografia militante, genere che personalmente non amo ma che rispetto. Il vero discrimine passa, io credo, fra storici che utilizzano le fonti in modo metodologicamente rigoroso e intellettualmente onesto e storici che non lo fanno.

Luca – E nel caso della letterata?

Tommaso – Di quel caso non so nulla. Beninteso, occuparsi di autori di destra non comporta automaticamente essere di destra, né essere di destra preclude la possibilità di scrivere qualcosa di sensato e profondo su autori di destra. È vero però che trattare certe tematiche può arrecare svantaggi. Se, ad esempio, un ricercatore sceglie di occuparsi di autori che non rientrano nella politica editoriale delle principali case editrici dovrà rivolgersi a editori “minori”, e lo stesso vale per le riviste. Questo ha ricadute in sede concorsuale, giacché è previsto il ricorso a parametri bibliometrici nello stabilire l’idoneità di un candidato. In questo caso, però, fatte le debite eccezioni, ritengo che gli editori operino in base a considerazioni di mercato, non per reale volontà di censura.

Luca – L’osservazione che fai mi pare inquadri il problema in una prospettiva interessante. Ho la convinzione di fondo che il problema nasca quando una minoranza consistente ottiene egemonia e poi applica una metodologia (derivata dall’ideologia di fondo) intrinsecamente totalitaria. Mi spiego con un esempio: in economia politica la linea prevalente è tale per cui la diversità ideologica non rappresenta discrimine. Ci sono tanti dibattiti, ma gli economisti cercano per quanto possibile di non affrontare il rapporto tra premesse e conclusioni in modo distorto dall’ideologia. Ciò non avviene sempre, ma è comunque una pratica malvista. In questa cornice, esiste la possibilità di un linguaggio comune e di un’interlocuzione fruttuosa anche tra un economista “di sinistra” e uno “di destra”. Questo deriva, a mio parere, da una forte influenza della cultura anglosassone sulla disciplina e da una impostazione metodologica che per molti è una versione pragmatica del positivismo. Laddove questa egemonia “soft” non si è realizzata, si sono imposte egemonie di gruppi che hanno una metodologia intrinsecamente totalitaria e incompatibile con la società aperta. E questo vale in vari ambiti della ricerca, della cultura, della storiografia, etc.

Tommaso – Non mi è chiaro di che «metodologia intrinsecamente totalitaria» tu stia parlando.

Luca – Tagliando con l’accetta: giudicare un ragionamento dall’utilizzabilità politica delle conclusioni.

Tommaso – È possibile, forse anche probabile, che questa mentalità sopravviva, soprattutto in chi per decenni ha teorizzato la contiguità fra intellettuali e partiti. Oggi, tuttavia, ho l’impressione che rapporti personali, legami familiari, contatti “giusti” e appartenenze a gruppi chiusi contino molto di più dell’ideologia. In certe vicende concorsuali, se vogliamo scomodare Popper, atteggiamenti incompatibili con la società aperta temo abbiano più a che fare col tribalismo che col marxismo.

 Luca – Concordo, assolutamente.  Mi pare però che il marxismo (e i suoi derivati) creando una separazione tra il “loro” e il “noi” ed essendo fondamentalmente orientato a un fine di trasformazione della società, dia un’aura di presentabilità a una certa mentalità tribale che altre ideologie non consentono. E non parlo solo del liberalismo anglosassone deprecato, non a caso, da quasi tutte le teste d’uovo dell’accademia umanistica italiana, ma anche di certa cultura cattolica.

Tommaso – Potrei aggiungere che, in un universo relativamente ristretto come quello accademico, basato su logiche più o meno trasparenti di raccomandazione e cooptazione, anche una comune appartenenza politica può tornare utile nel testare il grado di “fedeltà” di un allievo. Ma non mi spingerei oltre, anche perché non ho sperimentato in prima persona condizionamenti del genere. In generale, credo esista anche un banale problema di rapporti di forza. Va dato atto alla sinistra italiana di avere curato il proprio rapporto con gli intellettuali assai più e meglio di altre aree politiche, e gli individui, com’è noto, non sono insensibili agli incentivi.

Luca – Precisamente. Ma se tutto ciò è tanto ovvio per noi due, perché c’è la fuori gente, anche più sveglia di me e te, che non lo vede pur non essendone coinvolta? Voglio dire, siamo alla riproposizione dello sbigottimento di Aron rispetto agli “intelligenti che sostengono idee stupide” o c’e’ di più?

Tommaso Suppongo, semplificando al massimo, che una parte del pubblico ami vedere confermata la propria visione del mondo, qualunque essa sia. Ragion per cui, rovesciando la massima cara a Norberto Bobbio, a chi studia sempre più si chiede di raccogliere (e consolidare) certezze, non di seminare dubbi. Prendiamo la figura di Enrico Berlinguer: a trent’anni dalla morte prevalgono la dimensione celebrativa, prossima alla venerazione, e il ricordo nostalgico, non l’approfondimento critico. Nemmeno la biografia scrupolosa ed equilibrata dedicatagli anni fa da Silvio Pons, direttore dell’Istituto Gramsci, che ne ha evidenziato errori e limiti partendo da fonti d’archivio, ne ha scalfito l’aura quasi sacrale. Può darsi che gli storici non siano granché abili nel divulgare i propri lavori. Ma la memoria collettiva, specie se adeguatamente coltivata a fini di legittimazione e, talora, di (auto)conservazione, può rappresentare un ostacolo molto serio.

 

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E su questo, rivolgendo un affettuoso pensiero ai cultori del “Berlinguer brava persona”, per oggi chiudiamo qui. Alla prossima.

*Tommaso Milani e’ attualmente dottorando in International History alla London School of Economics and Political Science.

(TACO'S LETTERS) Conosciuto anche come “Mazzò”, è un famoso polemista pop italiano. Ospite abituale in numerosi show televisivi, figura di rilievo nella polemica pop italiana dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70, è conosciuto per l’estensione vocale (tre ottave) dei suoi insulti, come per l’agilità dialettica nell’enumerarli. Ritiratosi dalle scene live nel 1978, continua a rilasciare post di grande successo.

2 Comments

  1. stranamente, un articolo condivisibile e pure interessante. Però su un punto non concordo. Non credo che l’assenza di una, chiamiamola, ‘cultura di destra’ sia assimilabile solo all’egemonia culturale di sinistra, abilmente (su questo invece concordo) manovrata dal PCI o dai suoi eredi. Per dirla in francese, gli intellettuali di destra hanno passato gli ultimi 20 anni a leccare il culo a Berlusconi oppure alla Chiesa Cattolica. Così potevano scrivere sulle riviste di famiglia oppure avere un bel posto in RAI. E non parliamo dei liberali, tutti alla corte del peggior monopolista della storia italiana, il tutto per un piatto di lenticchie fumanti.

    E che li differenzia da quelli di sinistra? Che almeno a sinistra il pensiero unico, in Italia quantomento, non è mai esistito. Tra partiti, correnti, scuole, movimenti, c’era più di un’opzione per tenere il culo al caldo, quindi si poteva essere meno intellettualmente mignotte.

    Montanelli è fortunatamente crepato prima di Ruby Rubacuori, Matteo Salvini e Beppe Grillo. Altrimenti, dopo aver visto come ancora poteva peggiorare il ‘pensiero’ liberale e di destra rispetto ai primi anni del berlusconismo, avrebbe fatto un bel salto alla Monicelli.

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