un blog canaglia

Due tipi gentilezza

in società by

Ho questa idea che mi rigira dentro da venerdì: vorrei dire qualcosa sulla gentilezza, e su come tenda ad essere una forma più o meno elegante di ipocrisia e/o di manipolazione. Sono gentile con te perché voglio sfilarti le mutandine, sono gentile con te perché mio padre mi ha detto che devo farlo, sono gentile con te perché sei potente e mi occorre il tuo favore (temo la tua ripicca), sono gentile con te perché così è più semplice. Più mi ci arrovellavo sopra, più rimanevo prigioniero di un loop negativo, che mi riportava regolarmente ad un’interpretazione squallida ed opportunistica della “gentilezza”: moneta di scambio, captatio benevolentiae, lubrificante sociale. Perfino l’unica regola morale certa e alla quale aderisco con trasporto (almeno nelle intenzioni), ovvero la cosiddetta “regola aurea” (fai agli altri quello che vorresti che fosse fatto a te, o la sua variante in negativo), mi sembra viziata da un pragmatismo utilitaristico.

Non mi faceva piacere, anche perché a distruggere si fa in fretta, ma a me piace terminare una riflessione (sia pure all’interno della mia testa) con un segno positivo: tanto più che mi è venuto in mente un episodio di oltre dieci anni fa. Ero andato a Parigi e, una volta sbarcato, ho deciso di raggiungere il centro con la RER, anziché con il taxi. Non so se non avevo portato con me abbastanza soldi, o se ne avevo ma per qualche ragione non ero riuscito a cambiarli, sta di fatto che non ero in condizione di pagare il biglietto del treno. Inoltre, pur avendo viaggiato per un po’ di mesi abbastanza spesso da quelle parti, stavolta ero solo e non ero sicuro di quale fosse la mia linea. Avete presente Totò e Peppino a Milano nel celebre sketch? A parte il colbacco, ero più o meno in quelle condizioni.

Ho chiesto aiuto ad una signora, un tipo mascolino sui quarant’anni abbondanti, che è si è comportata come un angelo: “vado anche io laggiù”, mi ha detto. Mi ha accompagnato, fornendomi anche di biglietto (ne aveva uno in più nel portafoglio). Potete immaginare il mio imbarazzo quando le ho detto che non ero in grado di pagarglielo (in quel momento, e dunque mai più, visto che, in mancanza di social network, le possibilità di restare in contatto erano molto scarse). Abbiamo fatto il viaggio seduti vicini, scambiandoci di tanto in tanto frammenti di una stentatissima conversazione – il mio francese patetico e il suo inglese approssimativo. Ecco, quello della signora francese è stato un atto di gentilezza, puro e disinteressato. Sapeva che ci stava rimettendo dei soldi (ad occhio, quel biglietto doveva costare sui 15 euro), ma ha voluto lo stesso dare una mano ad un straniero che evidentemente deve aver visto in difficoltà. Niente a che vedere con gli altri esempi di “gentilezza” strumentale che ho abbozzato sopra.

Dunque “gentilezza” è una parola che indica almeno due cose, al punto che ultimamente quando mi imbatto per motivi professionali in un soggetto particolarmente “gentile”, d’istinto mi guardo alle spalle. E pensare che questa parola deriva dal latino “gens” ed allude al fatto che tra persone dello stesso clan i rapporti dovrebbero essere informati ad una “cura benevola, genuina“. Quindi essere gentili significa trattare degli sconosciuti come persone cui siamo stretti da un legame di sangue o familiare. Se è vero che, come si dice qui, le “gentes” romane non esistono più da molti secoli, è pur vero che l’autentica gentilezza dovrebbe essere appunto essere basata sul fatto che per noi ogni uomo o donna sono, per definizione, membri della nostra “gens”. Per la sconosciuta dalla RER, sono stato uno dei “suoi”  – e infatti, ad oltre un decennio, me la ricordo ancora con simpatia.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

2 Comments

  1. La gentilezza pura, senza secondi fini, è una delle forme di amore che fa dell’uomo un vero essere umano.
    Non siamo tutti tristi uomini lupo.

  2. Non è che è anche una questione culturale? Secondo me in Italia siamo più abituati – per ragioni storiche, politiche, e così via – a ritenere come gentilezza di default quella “pelosa”. Mentre altrove invece, in Paesi con culture diverse, magari il primo senso dato alla parola gentilezza – o il primo che viene in mente – è quello più altruista.

    In fondo anche la signora gentile era francese, e non italiana… 🙂

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Latest from società

Al posto di Fabo

Già si sentono i rumori di fondo dell’esercito di fondamentalisti che si
Go to Top