un blog canaglia

Diluizione

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La metro è strapiena e davanti a me, di spalle, c’è questo tizio bassino, tutto sudato, con un cappotto scuro che gli arriva quasi fino ai piedi. Chatta sul suo smartphone; io mi sto annoiando e  mi trovo nelle posizione ideale per leggere quello che compare sullo schermo “Tutto confermato?”. Bip. “Sì”. “Trattamento completo?”. Bip. “Come sempre”. “Soldi?”. Bip. “Come sempre”. “Pericoloso. Bonus?”. Bip. “Vedremo: la tipa è Esther Torcia, via delle Ginestre 68”. A Piramide il tizio, spingendo e sbuffando, svicola attraverso le porte automatiche un secondo prima che si chiudano.

Leggo un paio di mail, e poi gioco a Candy Crush, finché non arrivo in ufficio, dove passo due ore a mettere a mettere in ordine la scrivania e a fare telefonate personali. Il mio vicino di scrivania ha capelli rosso-rame, di qui il suo soprannome, “Torcia”. Mi loggo su Facebook e digito “Esher Torcia”. E’ una bella ragazza magra ed alta: sulla foto del profilo appare in bikini, con un gran cappello da mare sulla testa ed un sorriso indecifrabile. I colleghi mi vogliono al caffè. CTRL-ALT-CANC. Nelle ore successive, durante una riunione mortale, fingo di leggere e-mail d lavoro, anche se in realtà guardo foto di culi su Twitter. Al ristorante esagero un po’, e poi mi faccio uno spino con il lavapiatti, che è anche il mio fornitore di roba.

Torno in ufficio in questo caldo irreale, mi pare di sudare il grasso dell’abbacchio e l’alcol della birra Sulle strisce pedonali un idiota su un SUV sgomma e mi suona anche se tocca a me. E’ solo Giuseppe, il mio ex compagno di classe che si diverte a farmi prendere un colpo. Mi offre un passaggio e così mi arrampico nell’abitacolo, dove mi accoglie “Monster” di Kanye West a volume altissimo e l’olezzo volgare del dopobarba del mio amico. Dice che mi porta in ufficio, ma poi:  “Senti, devo andare a prendere un’amica all’aeroporto, perché non mi accompagni? La prendiamo, la portiamo da Marco, mangiamo un boccone tutti insieme, e ti prometto che alle undici sei a casa”.

Anche se farfuglio qualche scusa incoerente, non mi va per niente di lavorare, ed in ogni caso  Giuseppe sta già sfrecciando a 130 sulla tangenziale. Il mio cellulare si è scaricato e nelle due ore e mezzo che passo a farmi marinare dalle cazzate di Giuseppe, non c’è modo di ricaricarlo. Sono ormai le cinque del pomeriggio quando finalmente dalle porte scorrevoli fa la sua comparsa la tipa che siamo aspettando: deve aver una ventina d’anni, è magra e pallida, il volto serio e duro come quello di una statua di marmo. Deve essere dell’Est. Giuseppe le corre incontro ansimando, sposta il carrello portabagagli e la seppellisce nelle pieghe della sua carne umida mentre l’esile corpo di Frozen (sembra quella del cartone animato, per via dei capelli bianchi a striature violette e fucsia, e per quella sua aria altera), asseconda la veemenza del mio amico piegandosi come una parentesi. Giuseppe me la presenta e lei mi bacia sulle guance come fossimo vecchi amici, senza proferire verbo. In macchina sentiamo Bjork mentre Frozen si addormenta quasi subito sul divano posteriore. “Senti, dovrei mettere il telefono sotto carica…”. Giuseppe mi passa il suo smartphone: “Chiama tua moglie e dille che torni a casa dopo cena”.

Dopo aver eseguito l’ordine, gli chiedo di poter dare un’occhiata a Facebook, perché devo controllare una cosa. “Guarda, io non ce l’ho Facebook, mi piace farmi i cazzi miei. Comunque, da Marco, mentre carichi il telefono, potrai controllare Facebook da un computer o da uno dei suoi tablet.” Marco, l’ex regista underground napoletano, recentemente sulla cresta dell’onda dopo aver diretto una serie televisiva RAI sulle sante martirizzate per aver salvaguardato il loro imene. Non riesco a riconciliare il Marco Thorsen che ballava sulla pista senza mutande e con una maschera da maiale (Roma, circa luglio 1985) e il Marco Thorsen dimagrito, ripulito, barbuto, in completo nero e camicia bianca alla Reservoir Dogs che bacia l’anello di un visibilmente eccitato cardinal Mingardi alla sera di gala per la presentazione della serie “Morire caste”. Quando ci apre la porta, Thorsen, che è già piuttosto fumato, mi si rivolge con quell’amicizia untuosa che le persone pubbliche ostentano nei confronti dei giornalisti della testata più temuta di Roma, quella per cui scrivo le mie zozzerie. Non a caso è controllata dai fratelli Bobba, signori dei cinema e dei canali televisivi dei film d’autore. Mi bacia e con quella sua sfumatura campana delicata e carezzevole, dopo avermi guardato negli occhi per un tempo che a me pare interminabile, fa: “Come ti sei fatto chiatto, quaglio’!”.

Frozen va a farsi una doccia e a sistemarsi nella sua stanza, mentre Giuseppe ed io ci facciamo una canna sul divano. Ad un certo punto ci sembra di sentire Thorsen dare di matto con i suoi domestici in cucina, facendo riferimento all’inferiorità culturale e razziale dell’intero popolo filippino, incapace, a suo dire, di cuocere il roast beef in modo accettabile ai nouveau riches caucasici. Quando, circa tre quarti d’ora dopo, Thorsen ritorna tra noi, ha la patta dei calzoni sbottonata e continua a guardare alternativamente da una parte all’altra della stanza come se il suo spazio fosse occupato da pattuglie agguerrite di insetti visibili solo a lui. Non che faccia gran differenza, visto che io saran venti minuti che mi sono bloccato sulla grande tela astratta appesa alla parete davanti al divano dove sono spaparanzato, “Sta roba mi ricorda le foto di una… come si dice, rettoscopia?”, me ne esco, senza rivolgermi a nessuno in particolare.

Arrivano degli amici di Thorsen: una coppia di gay lindi in pantaloni skinny e occhialoni neri, una strappona con le tette al vento e senza mutande, e un tizio panciuto e rasato, barba gigante e  tatuaggi Yakuza. Il Bang & Olufsen di Thorsen diffonde canzoni pop islandesi, pezzi degli Arctic Monkeys, dei Franz Ferdinand, Eurythmics e Blur. Giuseppe parla fitto con il barbuto, mentre i due gay discutono animatamente assieme a Thorsen di un certo architetto finlandese, la tettona pippa coca direttamente dal tavolino di cristallo. Faccio per chiedere al padrone di casa dove posso caricare il telefonino e se per caso posso usare uno dei suoi tablet, ma è troppo preso nella discussione . Allora mi alzo e imbocco il corridoio, che mi appare lunghissimo e pieno di porte quasi tutte chiuse; tutte salvo l’ultima a destra, da cui esce una lama di luce. Mi affaccio e vedo Frozen nell’atto di salire in piedi sul basso tavolino sistemato proprio davanti alla finestra. Quando busso lievemente sulla porta aperta, trasale, e scende. Il suo corpo da ragazzo nuota dentro ad una maglietta dei Joy Division che sarebbe grande anche a me. Mi chiede se ho da fumare.

Ci facciamo in silenzio mentre dal diffusore collegato al suo cellulare sentiamo Bauhaus,  Siouxsie and the Banshees, Cure ed Echo and the Bunnymen. Finalmente collego il caricabatterie al  telefono e le chiedo se posso usare il suo iPad nero pieno di adesivi ecologisti e di oscuri gruppi politici anarcoidi. Mi loggo su Facebook con il mio account e apro il profilo di Esther Torcia. Direct message. Lo cancello e riscrivo tipo diciotto volte, perché effettivamente è una cosa proprio strana e paurosa quella che le sto per scrivere, finché: “Ciao, non mi conosci, ma credo di aver saputo per puro caso una cosa che ti riguarda… Non posso spiegarti ora come sono venuto a conoscenza di questa informazione, ma ho ragione di credere che delle persone ti stiano cercando e credo ti vogliano fare del male”. Risponde dopo qualche secondo: “Ma chi sei? Che cazzo vuoi? Sei pazzo? Ti faccio bannare immediatamente, stronzo”. “Ti prego, so che è pazzesco, ma senti questa storia…” e digito un breve riassunto di quello che mi è sembrato di capire che le stia per succedere. Mentre sto per inviare, sul display mi appare un traliccio grigio stilizzato su fondo bianco: “Ops! Ci dispiace, ma la tua connessione ha un problema”. Merda, non solo non ho spedito, ma ho perso tutto!

Appena alzo gli occhi dal tablet, che vorrei scagliare contro il muro, vedo il corpo scheletrico di Frozen, che adesso indossa veramente poca roba;  mi si avvicina, prende il tablet e lo poggia delicatamente su una sedia; poi mi si siede in braccio. Ho quasi cinquanta anni, una famiglia, sono timido, questa ragazza che mi giace in grembo potrebbe largamente essere eccetera eccetera; ed inoltre, sono un po’ di ore che non mi lavo, se non puzzo, poco ci manca, per non dire che sono fanche un po’ fatto. Questa situazione mi imbarazza da morire; rimango paralizzato qualche minuto sulla poltrona con la tipa in braccio, con alcune intenzioni alternative in testa, tipo deporla sul letto così come è, oppure simulare buon senso e costringerla a rivestirsi subito sostenendo con giusto sdegno che non si fa questo ad un ciccione cinquantenne, ma. La verità è che godermi la fettina di tramonto che si intravede da questa poltrona, mentre il profumo dell’umidità dell’estate romana invade la stanza e questa fatina delle favole mi siede in braccio non mi dispiace affatto. E’ questa la ragione principale della mia inerzia, credo. Frozen sta russando. Alzarsi dalla poltrona con la ragazza in braccio senza svegliarla non è facile, e con i chili e con il fumo e l’alcol che ho in corpo rischio di rimetterci le penne, ma in qualche modo riesco a metterla a letto;  la copro alla meglio con la sua tee shirt e con l’accappatoio e, chiusa delicatamente la porta, imbocco il corridoio di casa Thorsen, dove mi raggiungono rumori di colluttazione, urla e bestemmie in napoletano dei Bassi. In salotto mi attende una scena formidabile: Giuseppe avvinghiato a Thorsen in una presa da catch. I due ragazzi e il barbuto cercano di staccarlo dal padrone di casa, mentre la tipa senza mutande urla in preda ad una crisi isterica.

Un po’ di tempo dopo, un’ora? due? boh, un agente di polizia chiaramente seccato di aver interrotto il sonno, i due ex amici riferiscono la rispettiva versione dei fatti. A quanto pare si sono menati per qualche ragione che ha a che vedere con la pazza sanculotta. Me ne vado. Inspiro l’aria umida del mattino e mi fiondo dentro un bar dietro Santa Maria Maggiore: un caffè doppio e due cornetti, e poi decido di andare direttamente in ufficio. Al bagno mi do una sistemata come posso, mi cambio la camicia e mi passo il deodorante sotto le ascelle. Sono come nuovo. Sul telefono dell’ufficio ci sono  sette chiamate non risposte, tutte dal numero di casa mia. “Cazzo! Avevo promesso a Marta che sarei tornato a casa per le undici di ieri sera!”. Compongo il numero, preparandomi al peggio. Mia moglie si limita a dire di ricordarmi di portarmi il cellulare la prossima volta. Così mi ricordo che è rimasto nella stanza di Frozen, a casa di Thorsen. Avvio il pc. Provo ad accedere al mio profilo Facebook, ma un pop-up mi avverte che è stato bloccato sulla base della segnalazione di un utente.

In quel momento un’agenzia che attira la mia attenzione: “Roma. Sgomento al quartiere africano. Questa notte, attorno alle 3.00, E.T., studentessa ventitreenne fuori sede, si è gettata dal quinto piano della palazzina in cui viveva da sola. La giovane è morta sull’ambulanza che la stava trasportando in Ospedale. Benché il caso faccia pensare ad un suicidio, gli inquirenti non escludono al momento nessuna altra possibilità”.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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