un blog canaglia

Di nuovo tra voi (5)

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il mio racconto si era fermato qui.

Depilarmi non è stata una passeggiata, fortunatamente ho dovuto farlo solo in quell’occasione: non so proprio come fanno le donne. Ho dovuto usare tre-quattro rasoi, dal momento che continuavano ad intasarsi e/o a perdere il filo delle lame. Alla fine dell’operazione, mi faceva strano guardarmi quella immensa distesa di pelle bianca e certo non molto tonica che mi faceva da petto e ventre, completamente glabra. Quando abbiamo finito, le nostre quattro assistenti ci hanno sciacquato ben bene versandoci a turno acqua tiepida da alcune brocche predisposte per l’occasione, mentre noi stavamo accosciati dentro le nostre rispettive vasche. Ero assai preoccupato per la mia nudità, temevo che le “vestali” soppesassero il mio sesso come usualmente faccio io con i seni e le chiappe di ogni donna passabile tra i diciotto e i cinquant’anni. Improvvisamente ho capito che cosa significa quello che le donne provano, quando sono in un ascensore con tre damigiane di testosterone ambulanti – alcune sostengono di sentirsi “nude”, ed effettivamente lo sono, in un modo un po’ strano ed astratto, ma garantito che lo sono. Vabbè, comunque, la situazione è durata poco per fortuna, perché, non appena ci hanno fatto segno di alzarci in piedi, erano già pronte con due accappatoi candidi. Mi avvolsi frettolosamente in quello che mi era stato assegnato. Non era un vero accappatoio, quanto piuttosto una specie di tunica, di cotone molto pesante.

Una delle ragazze mi ha allungato una ciotola dentro alla quale si trovava un unguento dall’aroma dolce, avrei detto mirra, o qualcosa si simile: ho fatto come mi aveva suggerito a gesti, ovvero vi ho intinto le mani e mi sono passato la sostanza grassa sul capo completamente rasato. Ruslan aveva fatto lo stesso. Le ragazze (ne avevamo una al lato ognuno) ci hanno accompagnato in un vestibolo, davanti al quale si trovava il Gesù superfumato che mi era apparso durante quelle che fino ad allora mi erano sembrate semplicemente allucinazioni da esaurimento e da uso di droghe. “Gesù” era vestito come un Pope, solo che la sua tonaca e il suo buffo cappello erano di un rosso sgargiante, anziché del classico nero. Al collo portava un crocifisso blasfemo: il giovane uomo torturato a morte era qui raffigurato con un realismo inedito, almeno in alcune sue porzioni anatomiche. Le assi della sua croce erano del resto costituite da corpi femminili, intrecciati nelle maniere più assurde. “Gesù” aveva praticamente la faccia di Sébastien Tellier, e ci ha dato la mano. Anzi, a me per poco non l’ha stritolata. Il prete mi ha parlato con il suo accento californiano, dicendomi che era felice che potessimo fare esperienza di qualcosa di veramente unico: “Amico, stasera potrai vedere l’avanguardia della religione e del sesso. Lo so, lo so, tu sei sempre stato abituato a considerarli due argomenti distinti, addirittura antitetici, vero? Ma non ti hanno forse detto che saresti resuscitato nella carne? Eh?”. Il pope pop si era levato il capello, per asciugarsi la testa, che sul cocuzzolo mostrava una bella piazza luminosa tempestata di goccioline di sudore. “Pensavi che JC si riferisse alle bistecche? O forse a questa roba qui?” ha aggiunto, stringendomi in modo fortunatamente lieve, ma non per questo meno fastidioso, i coglioni nel suo pugno destro. Ho avuto di nuovo paura di essere evirato, e il fatto che la sua mano si fosse allontanata dalla sancta sanctorum non era sufficiente a rassicurarmi più di tanto. Non potevo sopportare quell’angoscia, così ho deciso di parlargli con chiarezza: “Non è che state per evirarci?”. Sebastien mi ha guardato come per rendersi conto se stessi scherzando o dicendo sul serio, e poi è scoppiato a ridere, così forte che avevo paura che gli venisse un colpo. Dopo qualche decina di secondi, nei quali la sua ilarità aveva fatto a tempo a propagarsi alle ragazze, il prete ha detto: “Ma caro, tu non hai capito niente. Quelli che hai in mente tu sono gli Skoptsy, una antica setta che aveva avuto una relativa diffusione da queste parti diversi anni fa… Ma, mio caro, noi siamo tutt’altro, apparteniamo tutti ad una setta dei Khlisti, ne hai mai sentito parlare?”, “No”, “Immaginavo, però credo che tu abbia sentito nominare un certo Rasputin… ecco lui era uno di noi. Comunque, ora iniziamo la nostra cerimonia, d’accordo, e… tranquillo, domani mattina potrete ripartire, tutti interi, beninteso, non ci prenderemo certo le vostre palle come souvenir!”. Così dicendo, il prete sempre ridendo forte, ha spalancato le ante di un portone pesante che si apriva su una grande sala.

Ci saranno stati una trentina tra uomini e donne, strigliati e pettinati nelle loro tuniche bianche. Erano disposti in un ampio cerchio e si guardavano tra loro con occhi poco spirituali, direi. Molti di loro avevano in mano uno strumento musicale: tamburi, viole, violini, tamburelli, trombe e altri strumenti a fiato. Il Cristo, così ho poi scoperto che si chiamava il prete, aveva raggiunto il centro del cerchio. Ruslan ed io ci eravamo sistemati nello spazio vuoto che ci era stato lasciato da alcuni nostri cortesi ospiti. Il Cristo era stato raggiunto dalla Vergine Maria Madreterra, che indossava una ricca palandrana viola: si erano presi per mano, mentre il Cristo salmodiava in russo. Silenzio. Salmodia. Silenzio. Ci tenevamo tutti per mano: ci siamo uniformati almeno all’inizio, alla condotta degli altri, che tenevano il capo chino, come intenti alla preghiera o alla meditazione. Poi sono state accese le pipe di hashish, da cui tutti hanno attinto liberamente.

E poi è stata la volta della musica: una musica infernale, che andava aumentando di velocità e di intensità in modo proporzionale alla quantità di droga e di vino che veniva via via consumata. Hanno cominciato a spogliarsi e ad accoppiarsi, più o meno a caso, in coppie, in tre, di quattro… Uno spettacolo fantastico. Avete presente un film pornografico? Quella è roba per frati trappisti, rispetto a quello cui io e Ruslan abbiamo visto quella notte. E noi due? Possiamo dire che qualcosa è successo, anche se non sono poi tanto sicuro di cosa, o forse lo so, ma non ne voglio parlare, o meglio no, noi, io ho solo guardato, abbiamo fumato e bevuto, sì, abbiamo anche dato una mano, sì, se c’era qualcuno da frustare, niente di cruento, eh, qualche colpettino, niente di più, ma insomma, noi siamo stati più che altro testimoni.

E poi ci siamo addormentati per terra: quando ci siamo svegliati, c’era ancora qualcuno che trombava, anche se non con la stessa lena, con lo stesso entusiasmo della sera precedente. La Madreterra, che era nuda, e devo dire non troppo presentabile dopo tutti gli smanacciamenti, è passata tra i fedeli con una grande ciotola piena di uva sultanina, e ne ha data a tutti (non solo di uvetta, per la verità). Così si è concluso il nostro rito.

Eravamo ancora frastornati quando due delle vestali ci hanno accompagnati con una vecchia Lada Niva arancione ad una stazioncina persa tra i campi di grano a circa 350 chilometri dal nostro fantastico villaggio di mistici scopacchioni. La biondina paffutella, che ho scoperto chiamarsi Adviga o qualcosa di simile,  sedeva accanto a me sul divano di dietro in puro sky color merda, e così, senza ragione, ad un certo punto del viaggio ha appoggiato la testa sulla mia spalla, sorridendo. Una piccola cosa, rispetto a tutto quello che ci è successo in Russia, ma sull’aereo, quel piccolo ricordo pieno di affetto si sovrapponeva a tutto il resto, alla violenza, alla paura di morire, al freddo, al delirio mistico, all’orgia e al vino e alla droga.

E poi: Roma, assieme a Ruslan, ovviamente, che per qualche settimana – così dice – dormirà sul divano del salotto di casa mia – per la gioia di mia moglie.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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