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Quando il demonio pubblica le sue ricette

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L’eccellente pezzo di Leonardo Bianchi su Rivista Studio ricostruisce la vicenda storica della Paladin Press, una piccola casa editrice americana nata negli anni Settanta, specializzata nella pubblicazione di libri infami. Nel catalogo Paladin, infatti, si trovavano manuali che trattano, tra le altre cose, di “sopravvivenza, cambio di identità, investigazione privata, spionaggio, (…), (…), violazione di serrature, sorveglianza e controsorveglianza, creazione e manipolazione di esplosivi, lotta col coltello, cecchinaggio, (…), (…) e tecniche di polizia”.

Benché alcuni dei libri della Paladin affrontino il tema della violenza con un pizzico di umorismo, il contenuto delle sue pubblicazioni resta in genere profondamente asociale, distruttivo e disturbante. E’ evidente che Peder Lund, uno dei fondatori ed attuale capo della Paladin (probabilmente anche in conseguenza delle sue esperienze personali), sia ossessionato dal tema della lotta in un modo che sembra presentare aspetti patologici. Ma questi sono problemi suoi.

Nel 1993 un criminale, per compiere un triplice omicidio particolarmente odioso, si è servito di alcuni dei “trucchi” contenuti in uno dei manuali della Paladin (quello del perfetto assassino, “Hitman” appunto, scritto da una casalinga divorziata sotto lo pseudonimo di Rex Feral). Poiché la pubblica accusa riconobbe formalmente che “Hitman” aveva fatto da guida all’assassino, i familiari delle vittime hanno trascinato in tribunale la Paladin. Nel 1997 un giudice federale archiviò il caso contro Paladin, in quanto a suo avviso gli scritti pubblicati dalla Paladin erano soggetti alla tutela prevista dal Primo Emendamento; la successiva riapertura del caso, scatenata due anni più tardi dal ribaltamento della prima sentenza da parte di una corte d’appello, si è conclusa con un patteggiamento da parte della compagnia di assicurazione della Paladin. La società, a dispetto della determinazione di Lund ad andare fino in fondo nel procedimento giudiziario, decisero in sostanza di togliersi il dente risarcendo i parenti delle vittime.

Il caso giudiziario ha sollevato il tema della eventuale responsabilità giuridica di chi, come Lund, attraverso le parole scritte su un libro da lui pubblicato (non scritto), ha indubitabilmente fornito il know-how ad un autentico assassino. Lund, dal mio punto di visa, ha una responsabilità morale nel crimine: al suo posto, avrei dei seri problemi a dormire la notte.

Però occorre essere chiari: spiegare come si uccide una persona, però, non è reato; perfino l’istigazione all’assassinio dovrebbe essere rilevante giuridicamente solo nel caso in cui si riesca a dimostrare che, in assenza di tale istigazione, esso non si sarebbe consumato (ed in ogni caso, la responsabilità penale è personale). Questo a prescindere dal fatto che personalmente trovi ripugnante il semplice concetto di omicidio ed aberrante uno scritto che tratti in modo scientifico, asettico, le tecniche di soppressione di un essere umano.

Come è scritto molto bene qui, non c’è grande differenza tra il fabbricante della AR-7 con cui sono stati uccisi i due Horn e la signora Sanders, e chi ha pubblicato il mefitico libello “Hitman”: entrambi hanno fornito uno strumento, non una volontà criminale. E’ curioso dover assistere alla progressiva erosione “a fin di bene” del Primo Emendamento (si veda, tra le altre cose, il Feinstein Amendment SP 419 del giugno 1997, che trasforma in reato la pubblicazione di informazioni sull’assemblaggio di esplosivi) mentre langue il dibattito sull’obsolescenza e l’obiettiva pericolosità del Secondo Emendamento. Insomma, è vietato leggere cose infami, ma rimane facile metterle in pratica.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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