Deep Waters

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Oggi sono stato costretto a fare un po’ di strada su un bus in periferia. Quella che inizialmente mi era sembrata un’immensa scocciatura, aggravata dal torrido autunno romano, si è rivelata un viaggio della mente piacevole ed istruttivo. Nel quartiere dove sono stato, tutto è strano, perfino il centro commerciale – dove ho consumato il panino più cattivo (e caro) dell’universo – ha un che di squallido e dimesso; eppure dovrebbe essere un tempio del consumo. Il taxi che mi ci ha portato ha costeggiato un vialetto nuovo e pulito dove, sedute sul marciapiede, sedevano due battone talmente male in arnese e di cattivo umore che nemmeno se la sentivano di adescare. Ma il bello è arrivato quando di è trattato di tornare. Avendo già regalato oltre 20 euro ad un protetto del sindaco Alemanno (9 chilometri di tragitto!) la combinazione bus-metro si è rivelata l’unica opzione ragionevole. Così ne prendo uno, azzecco il numero, ma non la direzione. Scendo dopo una fermata, salutando i tre indiani con cui avevo scambiato qualche sorriso amichevole alla fermata, e mi metto pazientemente ad attendere.

Forse è perché ogni tanto sono dislessico, sarà anche che i codici dei bus che passano per quella strada sono ricombinazioni diverse degli stessi numeri, ma mi stavo incasinando. Così ho deciso di farmi aiutare dagli autisti per capire se si trattasse o meno del mezzo giusto per arrivare alla fermata dalla metro. Un primo bus va lungo di trenta metri dalla fermata, così mi lancio in avanti per dare di nocca alla porta anteriore, quando mi si para davanti un tizio biondo su una sedia a rotelle che mi dice qualche cosa. Ovviamente non capisco (potrebbero soprannominarmi “mai al primo colpo”), ma instintivamente indietreggio. Il ragazzo sulla sedia, comprendo qualche secondo dopo, vuole che lo aiuti a salire sul bus. Quando si aprono le porte centrali, con incredibile agilità si arrampica all’interno servendosi dei due moncherini che ha al posto delle gambe, lasciandomi il compito di porgergli la carrozzella: forse mi guarda in faccia, perché mi avvisa di fare attenzione, ché è pesante. Non poi tanto, ma è chiaro che il reduce di una guerra balcanica tenda a sottovalutarmi, visto che chiaramente sono uno che non ha mai messo il naso fuori dal suo quartiere.

Non devo aspettare molto: il mio autobus arriva con lieve anticipo rispetto ai 3 minuti promessi dal sito dell’ATAC. Come salgo, chiedo ad un autista incazzatissimo (tutti gli italiani, qui, sembrano incazzati) se mi può indicare la fermata dove prendere la metro. Mi risponde che l’autobus ferma proprio davanti alla stazione: ma che risposta è? Vabbè, mi farò aiutare da qualcun altro. Lo faranno, infatti, due cortesissimi ragazzi mediorientali.

Il centro del veicolo è manu militari da una famiglia di creature dei boschi. Ci sono: un uomo enorme con un gilet senza maniche che lascia scoperto un rudimentale tatuaggio “Salvatore e Roberta”; poi, naturalmente, “Roberta” o il suo rimpiazzo; e una donna più anziana con i capelli grigi e sfibrati, certamente una strega delle favole; vicino a lei siede una bambina pulita e graziosa (specie se confrontata con i suoi parenti). Salvatore e Roberta hanno caricato sull’autobus due passeggini devastati e luridi, carichi all’inverosimile di frutta e verdura, sicché l’autobus ha questo aroma davvero molto bio. Sono troppo abituato alla mia vita facile e borghese, per cui ho fatto tutte le ipotesi assurde, tranne quella giusta, ovvero che si tratti di fruttivendoli: certo, puliti non sono, sul lato estetico sono dei veri freak, ma sono solo gente che lavora. A me sembrano strani solo perché vivo lontano da loro e le nostre strade si sono incrociate oggi per puro caso. Scendono ad un mercato rionale, dove piazzeranno le loro merci.

Sul fondo del bus ci sono altri personaggi interessanti: una ragazza enorme, con un bel viso e fantastici occhi celesti. Molto truccata, indossa una maglia larga su fuseau neri. Davanti a lei siedono un ragazzino nerdissimo e una mora graziosa. Il nerd è magro in modo impressionante: il suo pomo d’adamo sporge in modo evidente dal collo filiforme, al punto che sembra un personaggio dei cartoni animati dopo che ha divorato una preda troppo grande senza masticarla. E’ molto pallido, qualche sparuto pelo gli sporca il mento ed indossa un cappello da baseball con una visiera verticale esagerata e ultrarigida. Adoro questo terzetto: me li immagino emarginati dalla massa dei bestiali compagni di classe (la “cicciona”, il “soggetto”, e la terza ragazza, che sicuro avrà qualche cosa di non evidente per cui l’hanno messa al bando, che so, magari è lesbica). E loro fanno comunella, si aiutano, si difendono, il loro piccolo esercito di tre uomini, dall’interno del recinto in cui li hanno confinati mettono a punto un piano che li libererà dai loro oppressori. Fanno sesso tutti assieme (il più weird del mondo, se non altro per il fatto che sarebbe un connubio di estremi); dopo, una merenda, mentre su internet cercano informazioni su come avvelenare il loro torturatore numero uno. Arriva anche la loro fermata. La cicciottella vorrebbe scendere dalla porta dietro, ma l’autista è tutto d’un pezzo, dato che c’è nessuno da far salire, non apre; così la ragazza corre verso la porta centrale sballottando un mucchio di carne in modo incontrollato.

Alla fermata successiva è il turno di tre ragazzine adorabili: credo stiano andando ad una festa a tema, o qualcosa di simile, dato che sono tutte e tre vestite di nero, truccate, con i capelli raccolti e un cerchietto attorno alla fronte. Sono di una tenerezza che scioglie: si sentono, ovviamente, soggette, per cui si appollaiano, tutte e tre, sul sedile subito alla destra della cabina di guida, e da lì le vedo e le sento confabulare, ridacchiare. Una di loro ha un volto antico, pare staccato direttamente dalla foto sbiadita di una giovane “scapigliata” dell’era del charleston: forse dipende da quello strano cerchietto e dal rossetto troppo rosso che le tinge le labbra. Sono semplici, tenere, graziose proprio per la loro goffaggine e le loro forme imperfette: tre uccellini indifesi. Magari invece hanno una pistola nella borsa, forse hanno già fatto fuori qualcuno per poi scioglierlo nell’acido. Ma teniamo conto anche io sono un papà, discretamente incazzoso, ma alla bisogna disgustosamente melenso – non ci posso fare niente…

Ad indicarmi la fermata sono due ragazzi arabi molto well-off, visi puliti, abiti di marca e una Nikon da svariati centoni tra le mani, forse in visita a parenti: troppo danarosi (e sorridenti) per appartenere a quel quartiere. Scendo alla stazione della metropolitana, dove mi dà il benvenuto una furiosa folata di vento. Sulla banchina un capannello di ragazzini si stringe attorno ad una coppietta in “cosplay”: lei in kimono celeste e lui con un parruccone di capelli grigi. Entro al fresco dello scompartimento, dove trovo posto vicino ad una bellissima coppia di ragazzi, lui è alto, muscoloso, con la faccia un po’ schiacciata, lei ha la pelle ambrata, peccato si sia stirata i capelli, e che in generale dimostri di essere un po’ troppo nella parte della superfica esotica.

Termina così la mia piccola escursione mentale in acque alte: solo poche miglia fuori dalla mia tana, per vedere quanta bellezza e stranezza possano regalare anche gli angoli più polverosi e nascosti.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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