un blog canaglia

Come due pistole

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Mi piacerebbe sapere, potendo, quanti casi di “femminicidio” siano solo l’episodio culminante di una serie di violenze che durano da anni; e quante di quelle violenze siano state perdonate, riperdonate, riperdonate ancora e poi perdonate di nuovo fino ad arrivare, inevitabilmente, all’epilogo dell’escalation.
Bisognerebbe parlare anche di questo, quando si ragiona sulla violenza nei confronti delle donne: e del modo in cui la supposta esigenza di “tenere unita la famiglia ad ogni costo”, tuttora diffusa nella nostra società malgrado la “normalizzazione” delle separazioni e dei divorzi, finisca per incidere in un modo o nell’altro sul problema.
Io ho il sospetto che sia questo, più ancora del “maschilismo” in sé e per sé, il più drammatico degli “aspetti culturali” che rendono complicata la questione: il punto è che non se ne può parlare, o se ne può parlare poco, perché appena uno prova ad accennarlo spunta una massa inferocita che l’accusa (sic) di colpevolizzare le donne per le violenze che subiscono; con ciò impedendo, di fatto, che questo aspetto del meccanismo venga svelato quanto sarebbe opportuno.
Invece il problema esiste, ed è un problema la cui ampiezza è molto più rilevante di quello che sembra.
Voglio dire: le pressioni che inducono una donna a “perdonare” quello che non dovrebbe “perdonare”, a “dimenticare” quello che non dovrebbe “dimenticare” possono essere tante, e possono essere opprimenti al punto da costringerla, letteralmente, a comportarsi non solo come non dovrebbe, ma perfino come non vorrebbe.
Pressioni di ordine economico, naturalmente, ma anche -e, forse, soprattutto- “culturale”. Pressioni che derivano da un sentire comune distorto e deformato che non vede la “famiglia” come un luogo di amore da verificare e mettere in discussione ogni giorno, ma come un totem intangibile al quale è doveroso, in nome di un non meglio identificato “bene superiore”, sacrificare tutto. Persino, in ultima analisi, la vita.
Sono due belle parole, “famiglia” e “perdono”. Ma in alcuni casi, temo, possono combinarsi in modo micidiale, trasformandosi in una vera e propria trappola dalla quale può essere difficile, se non impossibile, liberarsi.
Sono due belle parole, famiglia e perdono.
Però smettiamola, se possibile, di usarle come due pistole.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

11 Comments

  1. condivido quello che scrivi ma non è forse “maschilismo” “tenere unita la famiglia ad ogni costo”? una visione come questa della famiglia è alla base del maschilismo.

  2. Sono perfettamente d’accordo, su tutto. La famiglia è costituita da tutti i suoi membri, la sua felicità non esiste se ogni membro non l’ha raggiunta e non riesce a mantenerla. Perdonare, favorendo il persistere di situazioni dannose a carico dell’uno o dell’altro membro, va assolutamente contro il concetto di famiglia.

  3. Più che d’accordo. Senza dimenticare che il discorso “la famiglia va difesa a oltranza” fa parte in misura maggiore o minore di tutto il mondo cattolico. Mi hanno appena citato corsi di preparazione al matrimonio in cui si chiarisce che “Il matrimonio non va rotto nemmeno di fronte a grandi sofferenze, che vanno offerte a Dio e così sia”

  4. Sono abbastanza d’accordo ma penso che, alla fine, molto dipenda anche dalla deleteria illusione, tipicamente femminile, di poter “cambiare” il proprio partner

  5. Grazie, hai ben espresso quello che penso anch’io, che dico ogni volta che posso ad amiche che subiscono situazioni di piccola violenza spicciola e quotidiana, così banale da essere inconsapevole al partner ed anche a loro stesse. Troppi uomini, nel loro profondo, si sentono ‘in diritto di’; ma troppe donne quel ‘diritto’, di fatto, lo riconoscono.

  6. non sono d’accordo. Salvo casi patologici, è rarissimo che una donna si sposi con un violento possessivo stiralacamiciaotammazzo. La degenerazione avviene quando ci si accorge che l’unione non funziona, ma credo che più che maschilismo si entri nel loop, perfettamente umano, di voler giustificare la propria scelta sbagliata. Ammettere un errore è difficilissimo.
    Conosco coppie, anche solo di fidanzati, magari atei e mangiapreti, che cercano di tenere unito qualcosa che non c’è già da tempo. Per orgoglio, per non ammettere nemmeno con sè stessi che sì, ho fatto un cazzata.
    Poi ci sono elementi, quasi sempre con il cromosoma Y, che reagiscono alla frustrazione e all’insoddisfazione con un’escalation di violenza, che poi culmina sui giornali come ben sappiamo.
    Ma credo che stavolta la religione cattolica, o la sua visione della famiglia, c’entri davvero poco: se sapessimo difendere quanto facciamo di bello ogni giorno con metà della forza con cui difendiamo i nostri errori, avremmo già colonizzato la galassia.

    • evidentemente, tu non hai amiche che si sentono dire regolarmente, dai loro preti, di portare pazienza e di sopportare ‘per amore della famiglia’. Non sarà tutta la Chiesa Cattolica, per carità, ma in quante omelie hai sentito parlare di ‘rispetto’ per le donne, quante volte hai sentito condannare la violenza contro le mogli e le compagne? Quante volte hanno affermato il diritto di non sopportare?

      • e quindi? Sono gli stessi preti che scassano le palle a uomini e donne per la castità prematrimoniale, io di coppie arrivate vergini al matrimonio ne conosco una sola (almeno, così dichiarano gli interessati).
        Se il richiamo al perdono viene ascoltato, e quello a rimanere casti no, è perchè siamo semplicemente più portati ad accettarlo. Se un consiglio fa leva su un tuo sentimento anche inconscio, le probabilità di seguirlo aumentano esponenzialmente.

  7. Giusto per capire: ‘sto pistolotto sull’oppressione da parte della famiglia e morale comune è a causa di quella tipa che vuole tornare da quella testadicazzo come lei che l’ha mandata in ospedale? Non ascoltando famiglia e amici che da sempre cercano di dissuaderla dal frequentarlo?

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