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Cavoli amari

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Niente da fare, non voleva partire. Sertral, uscì dalla sua piccola auto arrugginita, sbattendo la portiera, prelevò l’ombrello dal bagagliaio e si avviò imprecando sottovoce verso la fermata dell’autobus. Attese per molti, troppi minuti, infradiciandosi: la pioggia aveva uno strano odore ferroso. Le pozzangere che si accumulavano sulla superficie irregolare del marciapiede avevano uno strano color ruggine. Quando il bus si fermò davanti a lui, in mezzo ad un’esplosione di rumori asmatici, si issò faticosamente a bordo. Trasudando disappunto dai suoi occhi antipatici, si fece strada attraverso la massa caldo-umida dei corpi, tentando di respirare con la bocca per evitarne gli effluvi (lana bagnata, sudore fresco e rancido, profumi mischiati, aliti puzzolenti).

Il titolo del giornale sulle gambe del ragazzo addormentato sul sedile davanti a cui sostava rigido e praticamente in apnea parlava delle cosiddette piogge rosse; due articoli affiancati ospitavano rispettivamente le opinioni di uno scienziato e di un religioso: entrambi erano convinti che quello strano fenomeno fosse il minimo che ci si potesse aspettare. Dio si era incazzato di brutto, scriveva il prete; l’uomo aveva usato violenza eccessiva sulla natura, sosteneva l’ateo luminare. Sertral scosse impercettibilmente le spalle. Si concentrò sulla pioggia percussiva di “Cold Red Light” di IAMX.

Ma è veramente rossa quest’acqua, o ci stiamo suggestionando tutti quanti?, dovette ammettere suo malgrado, seguendo le elaborate volute descritte da un rigagnolo inequivocabilmente rosa sulla superficie del finestrino. Il ruscelletto dribblò sinuoso una goccia tonda, virò a sinistra, attraversò una miscroscopica pozza irregolare sulla destra, assorbendola, ed insieme continuarono il loro viaggio gravitazionale verso l’asfalto. Quando il bus frenò, anche la goccia schivata cadde, disancorando l’attenzione assorta di Sertral, che a quel punto si accorse che una persona lo stava guardando da dentro un taxi. Era una bella ragazza dai lunghi capelli scuri: fu certo la sua eccitata fantasia, però, a suggerire la tempesta di deliziose piccole efelidi che gli sembrò di vedere sulla carnagione della giovane. La quale lo stava fissando con espressione indecifrabile: i suoi bei lineamenti vennero parzialmente oscurati dalla delicata forma della sua piccola mano, che, il dorso rivolto verso di lui, il pugno chiuso e l’indice teso verso il cielo rosso, lo stava mandando a fare in culo senza una ragione al mondo.

Il volto di mitologica bellezza di pochi secondi prima collassò nel ghigno sguaiato di una contadina del Midwest i cui occhi eiaculavano fiotti di quel disprezzo che solo la crassa ignoranza unita ad una menomante follia potevano produrre. Sertral dimenticò la pioggia rosa, l’articolo melodrammatico, e in un decimo di secondo, si accese di odio come la testa di un fiammifero: avrebbe voluto scendere dal’autobus, tirare giù dalla macchina quell’idiota, e squartarla in mezzo alla strada. Il suo odio era aggravato dal disprezzo di sé stesso causato dall’essersi sentito qualcuno per colpa di un’illusione / allucinazione di bellezza germogliata da una goccia di pioggia. Il taxi partì a gran velocità, lasciando indietro l’autobus. Non avrebbe squartato quella demente, dopo tutto.

Recuperò il dominio di sé, dicendosi che senza dubbio la donna doveva essere pazza o ubriaca. Qualche minuto dopo, scese e si avviò verso l’ufficio sotto un cielo di sangue. “Govern’tore, una copia di Cavoli Amari, sai, la rivista degli senzatetto?”. Il vecchio africano, che il bisunto trench anni Sessanta strizzato in vita dalla cinta faceva sembrare pefino più magro, gli porse una copia del periodico. “No, grazie”. Il nero sorrise mostrando i suoi pochi denti gialli. “Hai ragione, Govern’tore, ti servirebbe più tempo per leggerlo tutto”. “Eh?”. “Ma Govern’tore, non vedi il cielo, non vedi le pozze rosse per terra – gli spiriti sono arabiati con noi. Il mondo oggi va a finire”. “Lo terrò presente”. Sertral gratificò l’uomo con uno di quei sorrisetti sarcastici che gli venivano tanto bene e tirò dritto giocherallando nella tasca sinistra con la moneta con cui per un momento aveva quasi pensato di comprare una copia di Cavoli Amari per far contento l’uomo.

Quando passò il  badge di riconoscimento davanti alla piastra magnetica, il sistema si rifiutò di farlo entrare; scattò l’allarme. Lo raggiunse un vigilante che non aveva mai visto prima, forse un nuovo, che gli chiese di mostrargli il tesserino; aveva gli occhi di due colori diversi come Bowie, notò Sertral. “Secondo il sistema questa tessera è stata rubata” sentenziò la guardia, manco avesse letto un brano del Corano. Il vigilante, che si dimostrava indifferente all’insistenza con cui Sertral continuava a qualificarsi come dipendente della Karlorson, senza staccargli i suoi strani occhi di dosso, stava componendo un numero sul suo telefono, tenendo l’indice della mano destra sollevato come per dirgli di stare zitto per un momento. Sertral scandagliò visivamente la reception alla ricerca di qualcuno, un collega, un altro vigilante, insomma di qualcuno che lo conoscesse e garantisse per lui. Fu allora che si rammentò che forse tre anni prima aveva perso il maledetto tesserino, che adesso, chissà come, ricompariva mille giorni dopo nella giacca del suo completo ritirato la sera prima dalla tintoria. Trovò il suo tesserino nuovo, lo agitò nervosamente davanti al dispositivo, che finalmente gli consentì l’accesso alla sede della sua società.

Sertral chiamò l’ascensore. Sperò con ardore che arrivasse prima che lo raggiungessero i due tizi che si stavano avvicinando; non voleva condividere con loro spazio ed aria. Ma “loro” furono più svelti. Il maschio, piccolo, abbronzato, parlava sottovoce, la ragazza, giovane, irrilevante, ogni tanto prorompeva in una sciocca risatina. “… amico … Austria … caccia … gli piace sparare ai bambi … se no poi alla fine sono troppi… “. “Ah! Ma sei un mostro!” La ragazza si voltò di scatto verso il piccoletto con un’espressione di divertito sdegno mal allestita sul volto delavato di ogni forma di intelligenza. Un secondo dopo, dal nasino regolare cominciò a colare sangue di un bel colore brillante, macchiando il suo golfino giallo.

Come ogni mattina, Sertral entrò nella sua stanza, si tolse la giacca appendendola accuratamente alla stampella, ed accese il computer. Affacciandosi sul cortile, fece a tempo a vedere una massa di colleghi che correva in tutte le direzioni gridando frasi sconnesse preghiere bestemmie parole di amore e di odio. Sembravano formiche minacciate da uno scarpone. Poi, il sole venne oscurato dall’ombra del meteorite che pochi secondi dopo colpì il pianeta dove viveva Sertral, cancellandone la vita umana. La repentina fine sorprese Sertral mentre, la mano nella tasca, giocherellava con la monetina che per poco non aveva usato per comprare “Cavoli Amari.”

“Cavoli Amari”, nella forma in cui appare su Libernazione, costituisce è il risultato della rielaborazione di un racconto con il quale ho partecipato ad un concorso letterario indetto da ATAC qualche anno fa.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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