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mondo - page 4

Mangino brioches (scadute)!

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Più di dieci anni fa, alcuni lo ricorderanno, le geniali autorità della Corea del Nord chiesero ad alcuni Paesi europei, in particolare alla Germania, di inviare loro i capi di bestiame affetti dal morbo della mucca pazza: “meglio rischiare l”intossicazione che morire di fame”, pensavano i nordcoreani. O meglio, lo pensavano i loro carcerieri, alias le menzionate geniali autorità nordcoreane.

La Germania rifiutò; ricordo innumerevoli voci alzate contro la gestione fallimentare dell”economia comunista che costringeva i nordcoreani a scegliere tra carestia e possibile contagio “da mucca pazza”.

Bene: il 12 ottobre 2012, le geniali autorità Greche hanno autorizzato la vendita sottocosto di cibi scaduti, salvo il rispetto – ci informano i geniali media italiani – di “alcuni paletti chiari” (NIENTEMENO!): “i prodotti che hanno una data di scadenza che precisa giorno e mese, potranno rimanere sugli scaffali fino a un massimo di una settimana in più. Quello dove sono indicati solo mese e anno, 30 giorni oltre la scadenza. Dove invece è riportato solo l”anno oltre il quale è sconsigliata la consumazione, verranno garantiti tre mesi in più di vita commerciale“.

Ora, sicuramente altre geniali menti troveranno modo di esercitare il loro cinismo in susseguiosi distinguo, blaterando che le due vicende non hanno niente in comune.

Sarà per questo che non si alzano – contro le politiche economiche greche – le voci indignate che giustamente condannavano le geniali politiche nordcoreane.

Io invece penso che la testardaggine con cui le geniali autorità nordcoreane e le altrettanto geniali autorità greche (ed europee, trattandosi la Grecia di un paese commissariato) difendono le proprie fallimentari teorie e pratiche economiche, incuranti degli effetti che queste hanno sulle popolazioni dei propri Paesi, costringendole a scegliere tra fame e rischio di malattia, abbiano in comune la stessa feudale noncuranza del benessere dei propri cittadini (pardon, volevo dire “sudditi”!). Ma probabilmente accade perché non sono abbastanza geniale! Santè

Mariam (cinque)

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Sul set

Dato che avevo un po’ di tempo da sprecare, decisi di farmi un giro per il set. La grande quantità di ausili tecnologici, fari, ombrelli, console, fotoelettriche, generatori ed il gracchiare incessante dei walkie talkie, il continuo squillare di telefonini contrastava bruscamente con il contesto paleolitico in cui stavano realizzando il miracolo di una umana creazione elettrica. Quasi subito raggiunsi il luogo dove sarebbe stata girata la scena dell’annunciazione. Il regista, che con le gambe magre piazzate sul voluminoso ventre sferico faceva pensare ad un grande uccello intento a becchettare a detra e manca alle ricerca di un qalche verme, era ancora assieme al tipo azzimato che avevo sentito delirare nel camerino di Mariam. Insieme, esaminavano palmo a palmo la ricostruzione della casa della Vergine, in realtà un simulacro costituito da tre pareti due corte e una lunga. Il lato libero era era occupato dal binario di un dolly, sopra il quale, protetta da una cuffia di plastica grigia era montata una delle macchine da presa, con tanto di seggiolino per l’operatore. La “casa” di Maria era una specie di speco di fango secco, praticamente privo di mobili a parte un tavolaccio e una specie di caminetto dove, sopra un falso fuoco alimentato a gas, bolliva un pentolone. Il regista si muoveva in modo isterico all’interno della scena, apportando miniscole migliorie, sempre seguito dal supervisore, che ogni tanto lo chiamava a sé. Dopo aver parlato brevemente, il regista con gli occhi rivolti al suolo mentre l’altro gesticolava animatamanete, riprendevano il giro, toccando una fascina qui, un panno laggiù. Quando ebbero terminato il sopralluogo, si allontanarono disponendosi appena davanti al trabiccolo con la telecamera, probabilmente per farsi un’idea dell’insieme.

Ad intervalli regolari il regista volgeva lo sguardo vero il supervisore per ottenerne l’approvazione o per scorgere eventuali segni disappunto sul volto. Alla fine il supervisore, visibilmente soddisfatto, diede una pacca sulla spalla al regista, gli strinse la mano e si congedò. Quell’uomo mi interessava e mi divertiva: non dovetti attendere molto per capire che la mia era stata un’intuizione corretta. Sarebbe valsa la pena seguirlo, dopo la fine della scena.

In ogni caso, tutto era pronto. La notte aveva portato buio e un minimo di ristoro dal caldo. In quel riquadro artificioso attorno al quale tecnici, regista, aiuto-registi, segretarie di produzione vegliavano con il fiato sospeso, il tempo pareva tornato indietro di duemila e passa anni: le tenebre profonde squarciate dal rosso delle torce, il belato dei capretti, il frinire delle cicale e il vento che giocava con i rami di un cespuglio mezzo secco come unici rumori. La cinepresa era fissa sulla porta della casa, come se lo spettatore fosse al suo interno: Mariam entrò in campo carica come un somaro, portando una giara di acqua e un sacco di farina. La foggia dell’abito con cui avevano rivestito il suo magro corpo la rendeva goffa, mentre con il trucco le avevano bizzarramente contraffatto i bei lineamenti, facendo risaltare sì gli occhi, ma conferendole un’espressione misera e stanca.

Nel riconoscere Mariam sotto le spoglie di quella rappresentazione della Vergine, giovane timida ma risentita, un brivido mi percorse la spina dorsale. Potenza della suggestione, e forse anche di quei tamburi che la produzione aveva voluto suonassero dal vivo durante le riprese, al fine di indurci tutti in una infelice trance. Maria non fece a tempo a riprendersi dalla fatica quando una fortissima luce venne sparata su un angolo nascosto della sua casa, rivelando l’Annunciatore. Non si trattava, per così dire, di un colpo di scena: eppure Mariam fece un balzo di sorpresa talmente realistico che per poco non cadde all’indietro – il regista ebbe un sussulto di rabbia, che represse immediatamente nel pugno serrato di una mano, ma trovai la cosa estremamente efficace. In fondo, Maria (ma anche Mariam) erano state colpe in contropiede. Anzi, si poteva ben dire che il loro soprassalto fosse la cosa più autentica che avessi visto quella sera (che cosa fareste voi se, al ritorno da una giornata pesante di lavoro, trovaste un angelo sedutocasa sulla vostra poltrona preferita, intento a spiegarvi che, pur essendo il vostro imene ancora integro, siete comunque incinta e che questo non è tutto, dato che il pupo, in pratica, è … Dio – a parte svuotare nel lavandino le bottiglie dei superalcolici, intendo?). Purtroppo sul set non c’era l’Angelo, a quanto pare l’avrebbero “aggiunto” in post-produzione. Una voce fuori campo recitava la parte di Gabriele. “Donna, non temere, perché vengo a portarti una lieta notizia” “Ma…” “Ecco, tra nove mesi tu concepirai un figlio, pur non avendo un marito, e lo chiamerai Gesù. E’ lui il salvatore che stae attendendo da tempo.” “Ma tu stesso lo hai detto… io non ho marito” “Maria, questo è un miracolo portentoso, faresti meglio a non farti troppe domande, e ad accettare il destino portentoso che il Signore, nella sua bontà, ti ha riservato” “Ma tu chi sei, un angelo del Signore o forse un inviato del Maligno?” “Mi chiamano Gabriele, sono uno dei tre Arcangeli, donna”. A quel punto, come da copione, Maria cadde in ginocchio in mezzo alla polvere. Mariam era una grande attrice perché, non solo aveva sostenuto con grande serietà quella conversazione surreale, malamente adattata al linguaggio moderno, ma, superato il primo momento di vero smarrimento e di autentica paura, aveva assunto con i suoi occhi, la postura modesta enfatizzata dai capelli avvolti in un velo, le forme infagottate da un vestito informe, l’atteggiamento di un utensile privo di coscienza al servizio di un progetto folle ed incomprensibile, un pezzo di carne privo di pensiero, materia malleabile priva di coscienza e forte solo di una criminale passività. “Stop! Perfetto! Brava piccoletta, complimenti a tutti! Potete andarvene a letto, una volta smontato tutto l’amabaradan”.

Fine quinta parte

Mariam (uno)

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Intro

Gli ascolti eccezionali della serie televisiva “Casta sposa, madre del Signore”  fecero la fortuna di molte persone: il produttore Ponzio Maria Franco, per dire, oltre a rimpinguare il suo già cospicuo patrimonio, ottenne l”ambita nomina a Cameriere Speciale del Papa. Il denaro e l”appoggio sempre più evidente delle gerarchie ecclesiastiche consentirono alla sua associazione “Cristo in Armi” di fare il passo decisivo: da accolita di bigotti marinati nella retorica tradizionalista cattolica in vera e propria banda armata. La televisione di Stato, con i diritti sulla serie e sul merchandising riuscì ad acquistare, soffiandole sotto il naso al Consorzio Multimediale Islamico, le due reti private (“Sole” e “Troika”) che erano state escluse dal banchetto della raccolta pubblicitaria e condannate all’agonia finanziaria a causa del loro orientamento dichiaratamente laico. Un fondo di un critico autodefinitosi liberale sul Corriere definì la loro programmazione “non coerente con i valori tradizionali e condivisi del Paese”. La Lorenzetti S.r.l., poi, che fino ad allora campicchiava con giocattoli di seconda scelta fatti costruire dai bambini in Estremo Oriente, triplicò in sei mesi il suo fatturato quando, grazie ad un amico in Vaticano, si accaparrò la commessa in esclusiva per la produzione e di audiovisivi, giochi e accessori collegati alla serie televisiva: pupazzetti in plastica della Madonna in momenti diversi della sua vita (da bambina, con e senza il pancione), dell”Angelo nell”atto dell”Annunciazione, miniature della Casa di Nazareth, kit della Crocifissione completi di tutti gli accessori, T-shirt (nero, porpora o bianco), screensaver, finte corone di spine, suonerie per cellulari, cofanetti DVD, giochi per tutte le console… Mariam, la mia ragazza, e per riflesso io, ci trovavamo nell’epicentro di quella benefica pioggia di  denaro: ingenuamente, pensammo che in fondo un po” di fortuna ce la meritavamo, e che non ci sarebbero state conseguenze negative. Ci sbagliavamo, ovviamente.

Amore

Conobbi Mariam all”università: il corpo esile rivestito in un eskimo, la kefiah al collo, comparve nel cortile dell”università in un freddo mattino di novembre. Da una sound machine risuonava “Bigmouth Strikes Again”, mentre il viso senza trucco spiccava come un errore d”ortografia nel caos del quarto d”ora accademico. Mariam parlava con una sua amica, ogni tanto si voltava a guardarmi: era un modo per esprimere interesse o invece per protestare contro i miei sguardi la cui insistenza cominciava effettivamente a divenire imbarazzante, se non molesta? Quando, in aula, si sfilò il giaccone, apparve un pullover rosso su una maglietta di un bianco immacolato. Piccoli seni nervosi spuntavano dal busto esile, ossuto, sodo; il suo viso, armonioso a dispetto della lieve curva del naso non proprio piccolo e del mento deciso, il mio desiderio: era poco più di una scintilla, e già mi faceva fare pasticci con le mani e con le parole. Ciò che ci stava accadendo era chiaro, semplice, amavo la naturalezza con cui si stendeva davanti a noi, al pari di un”apodosi inevitabile. Desiderio: nessuna parola aveva tradito la sue esistenza, nessun pensiero lo aveva riconosciuto, nessun sogno lo aveva privato delle catene: eppure era lì, con noi, tra noi, come un ospite imbucato insospettabilmente simpatico. Il bus era affollato, presi posto e Mariam sedette sulle mie gambe – era così leggera. Ora, i nostri volti erano vicini come non mai, lei ascoltava le parole vagamente folli che gli ormoni suggerivano alle mie labbra: un bacio lieve al sapore di menta inaugurò felicemente la fase del contatto fisico.

Difficile mantenersi facendo lo scrittore, soprattutto se sei uno come me: una specie di cuoco megalomane cui manchi invariabilmente l’ingrediente principale delle sue favolose ricette – il talento. Vivevamo il calvario che la città riserva a chi osa manifestare inclinazioni “artistiche” pur non essendo affiliato ad una “conventicola” religiosa o politica. Languivamo entrambi, Mariam ed io, nel limbo degli studi post universitari, facendo del nostro meglio per mantenerci con traduzioni, ripetizioni e collaborazioni anonime a giornaletti underground che nessuno leggeva. Nonostante tutto, Mariam non aveva del tutto abbandonato il suo sogno di recitare; quando tutto cominciò, il suo ruolo più interessante era quello di assorbente interno femminile per un deplorevole spot televisivo. Nel filmato, la rappresentazione vivente dell’umile oggetto, ora indissolubilmente associato al volto e alla voce della mia ragazza, dapprima appariva imbarazzato e perfino impaurito dal suo compito nonché dalle responsabilità che esso comportava. Andava via via sciogliendosi, per dimostrare, dopo il sedicesimo secondo di filmato, un carattere aperto, perfino spregiudicato.

Quanto a me, grazie ad una raccomandazione, ero riuscito ad ottenere una collaborazione alla stesura della sceneggiatura di un film erotico in costume ambientato nell’Italia del Medioevo. Mal pagato e nei fatti “illegale” grazie alla legge Cavazzuti, il “lavoro” risultava inoltre parecchio umiliante: a prescindere dal valore artistico dell””opera” (un filmino pornografico), ero continuamente insolentito dal regista Chan Hu, un cinese che parlava un italiano sgrammaticato con forte cadenza toscana. Chan non mi risparmiava aspre critiche sul modo a suo dire sciatto con cui avevo caratterizzato la “sua” protagonista, la crudele regina Spermingorda, a suo dire ridotta dal mio trattamento in un personaggio “piatto, schematico, se non convenzionale, diobbono”.

Anche se il lavoro era una maledizione, c’era Mariam, c’era il nostro amore. Alla fine delle nostre stancanti giornate, era bello ritrovarsi a cena. Quando arrivavo a casa, verso le sette, l’odore del cibo speziato di Mariam aveva solitamente già invaso la tromba delle scale. Mi divertivo ad immaginare il colore dell”orgasmo che mi avrebbe mandato in tilt il cervello di lì a qualche ora (o minuto, se avevo fortuna). Quando rinvenivo, più tardi, la mia pelle sudata sulla pelle sudata di Mariam, cercavo con gli occhi la porta della nostra camera da letto: mi piaceva pensare che fosse una specie di trincea: nessuno (persona, cosa, pensiero, umiliazione) poteva pensare di varcarla senza farsi impallinare dai nostri cecchini. Illuso.

Fine Prima Parte

Cavoli amari

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Niente da fare, non voleva partire. Sertral, uscì dalla sua piccola auto arrugginita, sbattendo la portiera, prelevò l’ombrello dal bagagliaio e si avviò imprecando sottovoce verso la fermata dell’autobus. Attese per molti, troppi minuti, infradiciandosi: la pioggia aveva uno strano odore ferroso. Le pozzangere che si accumulavano sulla superficie irregolare del marciapiede avevano uno strano color ruggine. Quando il bus si fermò davanti a lui, in mezzo ad un’esplosione di rumori asmatici, si issò faticosamente a bordo. Trasudando disappunto dai suoi occhi antipatici, si fece strada attraverso la massa caldo-umida dei corpi, tentando di respirare con la bocca per evitarne gli effluvi (lana bagnata, sudore fresco e rancido, profumi mischiati, aliti puzzolenti).

Il titolo del giornale sulle gambe del ragazzo addormentato sul sedile davanti a cui sostava rigido e praticamente in apnea parlava delle cosiddette piogge rosse; due articoli affiancati ospitavano rispettivamente le opinioni di uno scienziato e di un religioso: entrambi erano convinti che quello strano fenomeno fosse il minimo che ci si potesse aspettare. Dio si era incazzato di brutto, scriveva il prete; l’uomo aveva usato violenza eccessiva sulla natura, sosteneva l’ateo luminare. Sertral scosse impercettibilmente le spalle. Si concentrò sulla pioggia percussiva di “Cold Red Light” di IAMX.

Ma è veramente rossa quest’acqua, o ci stiamo suggestionando tutti quanti?, dovette ammettere suo malgrado, seguendo le elaborate volute descritte da un rigagnolo inequivocabilmente rosa sulla superficie del finestrino. Il ruscelletto dribblò sinuoso una goccia tonda, virò a sinistra, attraversò una miscroscopica pozza irregolare sulla destra, assorbendola, ed insieme continuarono il loro viaggio gravitazionale verso l’asfalto. Quando il bus frenò, anche la goccia schivata cadde, disancorando l’attenzione assorta di Sertral, che a quel punto si accorse che una persona lo stava guardando da dentro un taxi. Era una bella ragazza dai lunghi capelli scuri: fu certo la sua eccitata fantasia, però, a suggerire la tempesta di deliziose piccole efelidi che gli sembrò di vedere sulla carnagione della giovane. La quale lo stava fissando con espressione indecifrabile: i suoi bei lineamenti vennero parzialmente oscurati dalla delicata forma della sua piccola mano, che, il dorso rivolto verso di lui, il pugno chiuso e l’indice teso verso il cielo rosso, lo stava mandando a fare in culo senza una ragione al mondo.

Il volto di mitologica bellezza di pochi secondi prima collassò nel ghigno sguaiato di una contadina del Midwest i cui occhi eiaculavano fiotti di quel disprezzo che solo la crassa ignoranza unita ad una menomante follia potevano produrre. Sertral dimenticò la pioggia rosa, l’articolo melodrammatico, e in un decimo di secondo, si accese di odio come la testa di un fiammifero: avrebbe voluto scendere dal’autobus, tirare giù dalla macchina quell’idiota, e squartarla in mezzo alla strada. Il suo odio era aggravato dal disprezzo di sé stesso causato dall’essersi sentito qualcuno per colpa di un’illusione / allucinazione di bellezza germogliata da una goccia di pioggia. Il taxi partì a gran velocità, lasciando indietro l’autobus. Non avrebbe squartato quella demente, dopo tutto.

Recuperò il dominio di sé, dicendosi che senza dubbio la donna doveva essere pazza o ubriaca. Qualche minuto dopo, scese e si avviò verso l’ufficio sotto un cielo di sangue. “Govern’tore, una copia di Cavoli Amari, sai, la rivista degli senzatetto?”. Il vecchio africano, che il bisunto trench anni Sessanta strizzato in vita dalla cinta faceva sembrare pefino più magro, gli porse una copia del periodico. “No, grazie”. Il nero sorrise mostrando i suoi pochi denti gialli. “Hai ragione, Govern’tore, ti servirebbe più tempo per leggerlo tutto”. “Eh?”. “Ma Govern’tore, non vedi il cielo, non vedi le pozze rosse per terra – gli spiriti sono arabiati con noi. Il mondo oggi va a finire”. “Lo terrò presente”. Sertral gratificò l’uomo con uno di quei sorrisetti sarcastici che gli venivano tanto bene e tirò dritto giocherallando nella tasca sinistra con la moneta con cui per un momento aveva quasi pensato di comprare una copia di Cavoli Amari per far contento l’uomo.

Quando passò il  badge di riconoscimento davanti alla piastra magnetica, il sistema si rifiutò di farlo entrare; scattò l’allarme. Lo raggiunse un vigilante che non aveva mai visto prima, forse un nuovo, che gli chiese di mostrargli il tesserino; aveva gli occhi di due colori diversi come Bowie, notò Sertral. “Secondo il sistema questa tessera è stata rubata” sentenziò la guardia, manco avesse letto un brano del Corano. Il vigilante, che si dimostrava indifferente all’insistenza con cui Sertral continuava a qualificarsi come dipendente della Karlorson, senza staccargli i suoi strani occhi di dosso, stava componendo un numero sul suo telefono, tenendo l’indice della mano destra sollevato come per dirgli di stare zitto per un momento. Sertral scandagliò visivamente la reception alla ricerca di qualcuno, un collega, un altro vigilante, insomma di qualcuno che lo conoscesse e garantisse per lui. Fu allora che si rammentò che forse tre anni prima aveva perso il maledetto tesserino, che adesso, chissà come, ricompariva mille giorni dopo nella giacca del suo completo ritirato la sera prima dalla tintoria. Trovò il suo tesserino nuovo, lo agitò nervosamente davanti al dispositivo, che finalmente gli consentì l’accesso alla sede della sua società.

Sertral chiamò l’ascensore. Sperò con ardore che arrivasse prima che lo raggiungessero i due tizi che si stavano avvicinando; non voleva condividere con loro spazio ed aria. Ma “loro” furono più svelti. Il maschio, piccolo, abbronzato, parlava sottovoce, la ragazza, giovane, irrilevante, ogni tanto prorompeva in una sciocca risatina. “… amico … Austria … caccia … gli piace sparare ai bambi … se no poi alla fine sono troppi… “. “Ah! Ma sei un mostro!” La ragazza si voltò di scatto verso il piccoletto con un’espressione di divertito sdegno mal allestita sul volto delavato di ogni forma di intelligenza. Un secondo dopo, dal nasino regolare cominciò a colare sangue di un bel colore brillante, macchiando il suo golfino giallo.

Come ogni mattina, Sertral entrò nella sua stanza, si tolse la giacca appendendola accuratamente alla stampella, ed accese il computer. Affacciandosi sul cortile, fece a tempo a vedere una massa di colleghi che correva in tutte le direzioni gridando frasi sconnesse preghiere bestemmie parole di amore e di odio. Sembravano formiche minacciate da uno scarpone. Poi, il sole venne oscurato dall’ombra del meteorite che pochi secondi dopo colpì il pianeta dove viveva Sertral, cancellandone la vita umana. La repentina fine sorprese Sertral mentre, la mano nella tasca, giocherellava con la monetina che per poco non aveva usato per comprare “Cavoli Amari.”

“Cavoli Amari”, nella forma in cui appare su Libernazione, costituisce è il risultato della rielaborazione di un racconto con il quale ho partecipato ad un concorso letterario indetto da ATAC qualche anno fa.

Fede

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Qualche giorno in piedi su un tram affolato, indulgevo nel passatempo di impicciarmi dei fatti altrui. Alla mia sinistra, pur compresso da ogni lato, rimaneva distinguibile un piccolo capannello di persone: un uomo sulla quarantina, al centro, circondato da tre o quattro donne, una delle quali un po’ più giovane delle altre. Un gruppo di bigotte attorno ad una specie di giovane predicatore. Si capiva dall’eloquio fluido e sperimentato di lui, dalla sua espressione febbricitante di verità assoluta, dallo sguardo attento e rispettoso (se non succube) delle donne, come pure dal loro abbigliamento triste. Quando mi sono sintonizzato e ho cominciato ad origliare la sua predica (diretta in modo speciale alla fedele più giovane), il tizio stava intrattenendo (in spagnolo) il suo piccolo gregge sulla “fede umana”. Immagino che l’idea fosse solo un passaggio intermedio per arrivare a parlare della fede in Dio. A quel punto non è riuscito ad arrivare, perché la metà sermone le donne sono scese: era la loro fermata. Le parole di quell’aspirante prete, però, mi hanno colpito: “Chi ci dice che l’autista del bus su cui viaggiamo non sia ubriaco? Nessuno. Magari viaggiamo per chilometri assieme a decine di altre persone su un veicolo condotto da una persona annebbiata dall’alcol. Dello stato di alterazione del guidatore possiamo venire a conoscenza solo quando succede un incidente, in seguito al quale all’autista viene somministrato un test alcolemico”. Vero. Vediamo: moltissime delle migliaia di azioni quotidiane della persona media sono basate sul presupposto di una fede folle quanto caparbia (non molto diversa, per intensità, a quella che faceva luccicare gli occhi scuri del prete).

Come possiamo escludere che: il parquet non sia fatto con il legno proveniente da Chernobyl; il nostro telefono non ci esploda in faccia mentre parliamo; la caldaia che scalda l’acqua della doccia non esploda; la porta a vetri della Rinascente non si stacchi dai suoi perni e ci colpisca; i freni della macchina cessino improvvisamente di funzionare; il pilota dell’aereo non decida di suicidarsi in modo eclatante insieme a tutti i passeggeri; il cibo del ristorante non sia velenoso o infetto; la cuffia con cui sentiamo la musica non ci assordi la prima volta che la inforchiamo; il film che guardiamo non ci trasmetta messaggi subliminali che ci impongono di uccidere; l’acqua del rubinetto non contenga troppo cianuro…

Si definiscono “fobici” quelle persone spinte alla paralisi da un tipo di paura da cui la maggioranza delle persone è immune (per natura o condizionamento): smembrando però il nostro quotidiano, ed osservandolo attraverso la lente della fede umana, mi viene il sospetto che i fobici sono quelli realistici, mentre noi “normali” siamo solo degli illusi che corrono ad occhi chiusi contromano di notte su una strada trafficata, sperando di non essere colpiti. E’ ovvio, il destino è casuale: gioia e dolore vengono distribuiti qua e là senza una logica: non a caso, nella mitologia la divinità della fortuna non solo è di sesso femminile (ovvero volubile, secondo l’antico luogo comune), ma è pure bendata. Ma lasciamo perdere il caso: per quello non c’è cura diversa dalla saggezza figlia della rassegnazione.

Dietro al miracoloso successo di ogni giorno che comincia e finisce senza gravi danni c’è il lavoro, l’impegno, e la diligenza di migliaia di persone che, tentando di schivare gli errori e di dare senso al proprio agire in una società organizzata, ci hanno consentito di sopravvivere. E noi, se abbiamo ben agito, abbiamo fatto a loro lo stesso dono. Senza dimenticare il peso della nostra granitica fede negli altri, che ci spinge a considerare talmente bassa la probabilità di una defaillance per noi fatale, da farcela apparire quasi pari a zero. La fede (in Dio, negli uomini, non fa differenza) è in effetti una malattia congenita da cui è difficile guarire per sempre.

Caro Obama ti scrivo

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Caro Barack,

spero non ti dispiaccia se ti do del tu, ma conoscendoti non ti dispiacerà . Del resto sono decisamente il tipo di persona con cui andresti a fare il brunch al sabato downtown, o a teatro, o a vedere una mostra di arte contemporanea. Come Michelle, anche io sono appassionata di farmers’ market, di cucina sana e faccio tanto sport. Come lei, quando vedo qualcuno mordere un hamburger di McDonald’s avrei l’istinto di strapparglielo dai denti e infilargli al suo posto un broccolo bollito. E come voi due, anche io ho studiato in univerista’ rinomate, dove non si trova un becero creazionista a pagarlo oro. Sono pure stata in vacanza a Cape Cod una volta: rimpiangevo l’Adriatico, ma sai, li’ era tutto molto chic. In comune abbiamo anche il fatto di aver fatto un bel po’ di anni di attivismo politico per strada, quello da buoni, non certo quello di certi cowboy cattivi che avete voi negli Stati Uniti. Certo, tu vinci a mani basse, avendo usato la tua laurea in legge a Harvard per difendere le associazioni per i diritti umani e avendo pure fatto porta a porta a South Side Chicago per convincere la gente a registrarsi per votare.
Tutto questo lungo preambolo per dirti che ti ho visto in questi giorni in tv e ho qualche appunto da farti. Sei stato da Oprah, da David Letterman e pure da Barbara Walters a The View (sai io sono un’intellettuale liberal e queste cose le seguo assieme al Saturday Night Live, al Daily Show, ai Simpson e all’assidua lettura di Onion). Guardando te e Michelle, in ognuna di queste trasmissioni, ho sentito un vago senso di disagio. Barack, tu sei troppo figo e si vede che lo sai. La stessa cosa vale per Michelle, pure lei e’ troppo figa. Il modo in cui parlate della vita alla Casa Bianca e’ di una naturalezza irritante. Avete sempre la battuta pronta stile Woody Allen (del resto siete pappa e ciccia con gli ebrei liberal americani, cosa che giova sempre al senso dell’umorismo). Si vede che siete innamorati, vi tenete la mano e avete due figlie splendide che vanno bene a scuola e pure il vostro cane e’ decisamente piu’ intelligente della media. Liquidate certe fandonie dei Repubblicani con un irresistibile sorriso ironico (hai presente quando dicevano che tu non eri nato negli Stati Uniti? Ora sul tuo sito si possono comprare le tazze con il tuo certificato di nascita stampato sopra: impagabile). Ecco, Barack, io volevo solo dirti di andarci piano. Non tutti hanno studiato a Harvard o alla Columbia, hanno vinto il premio Nobel per la pace sulla fiducia e hanno il vostro senso dell’umorismo. So che e’ difficile non essere compiaciuti di se stessi quando si e’ voi (io mi gonfierei come un tacchino scampato al giorno del Ringraziamento se avessi un CV come il tuo, davvero), ma ti prego, tu e Michelle cercate di non far irritare troppo i vari Joe Six Pack che ti hanno votato 4 anni fa. Se da qui a novembre faceste lo sforzo di parlare meno del vostro orto bio, delle partitelle a basket che fai con i tuoi collaboratori tra una riunione e l’altra sul retro della Casa Bianca o di come sia divertente viaggiare sull’Air Force One, forse ridurremmo il rischio di beccarci l’allegra coppia Romney-Ryan al comando. Anche perche’, non e’ che di roba piu’ seria di cui discutere non ce ne sia. Quando hai tempo (spero tra 4 anni) se vuoi andiamo a berci una birra (con ostriche).

All the best,

Anna

Sillogismo e valori non negoziabili

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La premessa maggiore, da Massimo Introvigne per l’agenzia di stampa Zenit: “Il 22 settembre 2012 Benedetto XVI ha ricevuto a Castel Gandolfo il comitato esecutivo dell’Internazionale democratico-cristiana, pronunciando un importante discorso sull’impegno politico dei cattolici ispirato dalla dottrina sociale della Chiesa […] il primo criterio di discernimento politico concerne «gli interessi più vitali e delicati della persona, lì dove hanno luogo le scelte fondamentali inerenti il senso della vita e la ricerca della felicità». Questa formula rimanda a quelli che il Papa ha chiamato in altre occasioni principi non negoziabili, nozione tecnica che si riferisce a tre soli valori – la vita, la famiglia e la libertà di educazione – e che non può essere stravolta da chi, in nome magari delle alleanze politiche, inventa nuovi principi non negoziabili o magari considera non negoziabile anzitutto un ministero o un assessorato. Benedetto XVI non si stanca di continuare a enunciare i tre principi non negoziabili, non già per dichiarare gli altri principi e valori irrilevanti, ma per ribadire che questi tre criteri, quando si compiono scelte politiche, devono venire prima e prevalere su tutti gli altri. «Il rispetto della vita in tutte le sue fasi, dal concepimento fino al suo esito naturale – con conseguente rifiuto dell’aborto procurato, dell’eutanasia e di ogni pratica eugenetica – è un impegno che si intreccia infatti con quello del rispetto del matrimonio, come unione indissolubile tra un uomo e una donna e come fondamento a sua volta della comunità di vita familiare […] Il primato dei tre principi non negoziabili significa che un cattolico, nello scegliere i suoi rappresentanti politici e anche le sue e loro alleanze, non potrà mettere al primo posto le ricette per risolvere i problemi del lavoro e dell’economia ma dovrà sempre considerare i tre principi come criterio discriminante. Non posso scegliere chi propone l’eutanasia o il matrimonio omosessuale, anche se sono convinto in buona fede che le sue ricette per la crisi dell’economia e del lavoro siano migliori di altre”.

La premessa minore: le recenti vicende della giunta regionale del Lazio, sulle quali non mi dilungo, e l’appoggio garantito dalla Chiesa alla Polverini durante la campagna elettorale proprio in nome di quei valori non negoziabili.

Il risultato: Papa, non hai capito un cazzo.

Intervista a Paolo Pretocchio

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Incontriamo l’Ing. Paolo Pretocchio*, fondatore e socio di maggioranza della Coppoladitalia Inc., la più importante azienda al mondo nella rieducazione e riabilitazione dall’amnesia catatonica del non riuscire a ricordare ed azionare i movimenti psicofisici del sedersi. Pretocchio indossa una maglietta nera che riporta stampata la frase di Henry Miller «I ciechi conducono i ciechi. Questo è il sistema democratico». Passeggiando per le vie del centro di Alba Adriatica, l’ingegnere ricorda le interminabili partite a pallone di fronte al negozio di abbigliamento nautico L’onda e di quando montava la bancarella del padre che aveva un negozio di cappelli. “D’estate, oltre al negozio, ci spostavamo sul lungomare dove avevamo una bancarella che doveva essere montata tutti i giorni. Non scorderò mai quanto diventava incandescente il metallo dell’intelaiatura. Tutto ciò che ho realizzato dopo è nato in quei pomeriggi solitari di tanti anni fa.”

Dott.Pretocchio, la Coppoladitalia inc è ormai leader indiscussa nel proprio settore. Lei che gira il mondo ed è un imprenditore globale, ci dice cosa sta succedendo in Europa?

Il punto di partenza deve essere uno: gli Stati Uniti d’Europa non esisteranno mai per un semplice ed elementare motivo e cioè l’impossibilità dello smantellamento di tutte le basi militari americane dislocate nel continente. Non si parla mai di questo, ma è così. Nei fatti siamo una zona geografica colonizzata militarmente. Tutto il resto è un mezzo pasticcio. Esiste un impianto accozzagliato che per semplicità potremmo definire ‘neoliberale’ o ‘neoliberista’che quindi pone come priorità pareggio di bilancio e lotta contro l’ inflazione monetaria. Questo blocca e stressa in modo rilevante alcuni singoli Stati appestati dal proprio debito pubblico. L’ Euro doveva rendere l’ Europa un soggetto competitivo nella globalizzazione, ma non credo ci stia riuscendo in questa fase di saturazione geografica del mondo intero. A questo punto l’ unica cosa che può dare un vantaggio competitivo è la svalutazione della forza lavoro, con tutte le conseguenze annesse e connesse. Sicuramente ha fatto comodo alla Germania in quanto la moneta unica è posizionata ad un livello inferiore a quello del marco, ma superiore a quello delle monete degli Stati più deboli. Ciò ha favorito le esportazioni tedesche che si sono ritrovate più competitive rispetto a quelle di altri Stati con una moneta troppo forte rispetto alle loro economie.

Come valuta la situazione politica italiana prossima alla fine dell’esperienza del governo tecnico di Mario Monti e con le elezioni alle porte?

Una valutazione più precisa potrebbe essere fatta solo dopo aver capito con quale legge elettorale si andrà a votare. Il centrodestra è travolto da scandali vari con un leader anziano, saturo e stanco, privo di una qualunque minima strategia riaggregante le varie forze che dovrebbe rappresentare. Il centrosinistra striscia asfissiato dalla balcanizzazione delle primarie, ma prenderà più voti degli altri. Poi ci sono questi grillini che raccoglieranno il 10/15%. Non vincerà nessuno, ci sarà un Monti bis con i vari leader politici al governo e Grillo all’opposizione. Il governo Monti ha stressato le famiglie italiane con l’aumento delle tasse, non ha tagliato la spesa pubblica né gli sprechi tumorali che ne appestano le finanze, non ha fatto né liberalizzazioni ne politiche di incentivi produttivi ed occupazionali. Ha fatto tutto questo perché il nostro debito per la maggior parte ce l’hanno le banche francesi e tedesche e questi rivogliono i soldi prima di un eventuale nostro fallimento. L’hanno messo là unicamente per questo motivo. Di tutto il resto non gliene importa una ceppa.

Non pensa che anche in Italia ci possa essere un boom delle formazioni comuniste o neofasciste e di estrema destra come in altre parti d’Europa?

Assolutamente no. La sinistra comunista si è autoflagellata da sola attraverso posizioni tatticamente allucinanti. E’ chiaro che se invece di difendere il pensionato comunista che ti vota difendi l’extracomunitario che gli ruba la pensione, il pensionato non è scemo e non ti voterà più. Per le formazioni neofasciste, diciamo che rappresentano per lo più fenomeni folkloristici e nostalgici, di micro assistenza sociale e monitoraggio territoriale. La degenerazione fascista in Italia la si trova dappertutto tranne che in questi movimenti qui. La trovi se vai a fare la fila alle poste, se fai un esame all’università, nei luoghi di lavoro, tra gli antifascisti e quelli che si dicono nè fascisti nè antifascisti, o la notte dentro le discoteche, o nelle melensità castranti dei testi dei cantanti che vanno per la maggiore.

E quindi? Si spieghi meglio.

Quando parliamo oggi di fascismo dobbiamo attenerci ad una valutazione psicologica più che politica. Faccio un esempio: prendi un politico che ha fatto uno scandalo o ha governato male ed ha fatto leggi che hanno peggiorato la vita delle persone. Prendi un suo elettore che di conseguenza lo critica e lo insulta. Prendi che il politico si ricandida e viene rieletto da chi lo criticava ed insultava. Chi è il vero mostro da abbattere? Il politico o l’elettore? E’ chiaro che quest’ultimo sia un soggetto ‘malato’, con delle contraddizioni evidenti, frustrato ed impotente o perlomeno impedito da qualcosa che ha dentro di sé. E’ un individuo sopraffatto da modelli educativi e culturali che impediscono la soddisfazione del proprio essere e delle proprie pulsioni. E’ la peste emozionale di reichiana memoria, che produce soggettività corazzate, bloccate, cristallizzate nelle loro emozioni, intrise di una sessualità misera e pornografica, cariche di aggressività e violenza repressa da deviare sui più deboli. E’il fascismo psicologico, di individui menomati nel loro essere dalla repressione pulsionale con la conseguenza che il compito di tale rimozione pulsionale può essere svolto solo con l’aiuto del rapporto affettivo irrazionale con l’autorità.

Ha fatto scalpore la sua uscita contro l’uso calcistico della magistratura.

Ho solo fatto una costatazione il giorno dopo che il pm di Genova ha chiesto l’archiviazione, nell’inchiesta sul calcio scommesse, per Criscito che era stato escluso dagli europei di quest’estate. Il presidente della Federcalcio aveva dichiarato che l’esclusione fu decisa per “una questione di serenità del calciatore’’ e che “non era collegata ad una logica di presunzione di colpevolezza”. Io mi sono limitato a dire durante una trasmissione televisiva:“quindi, caro presidente, era stata collegata ad una logica di presunzione di innocenza che avrebbe ostacolato la serenità del giocatore?’’

Lei è pazzo?

No, credo di no.

Soundtrack1:’ Orestes’, A perfect circle
Soundtrack2: ‘Tutti al mare’,Virginiana miller

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia dislocato estivamente in una spiaggia dell’Europa meridionale.

Sovranita’ monetaria e altre stronzate

in economia/mondo by

Pare che Berlusconi ritorni. E pare che voglia venderci una nuova idea: fuori dall’euro. Mi pare il caso di dire, innanzitutto:

(i) pensare che uscire dall’euro equivalga a non esserci mai entrati e’ un po’ come dire che tra rimanere al piano terra e salire al decimo piano per poi buttarsi ci sono le stesse probabilita’ di rimanere illesi;

da cui segue, tra l’altro, (ii): uscire dall’euro ora significa, caro lettore, che probabilmente molti di noi non potrebbero permettersi il riscaldamento il prossimo inverno;

In molti casi questo basta. C’e’ di piu’, ovviamente. Berlusconi cerca di convincerci che, anche considerando i costi, uscire dall’euro porti all’Italia dei benefici di lungo periodo. Questa idea e’, se possibile, piu’ sbagliata ancora dell’ignorare le conseguenze immediate di un’uscita dalla moneta unica.

Tutti questi ragionamenti sembrano dare per scontato che l’euro sia un progetto mal concepito, disegnato in fretta e mancante di un pezzo. Idea, anche questa, fondamentalmente sbagliata, o quantomeno male indirizzata : se manca un pezzo, non e’ il pezzo citato dagli opinionisti nel dibattito politico corrente, ossia l’unione fiscale. Anzi, l’assenza di una unione fiscale e’ una virtu’ del disegno attuale dell’euro.

Risulta tutto piu’ chiaro leggendo questa splendida intervista a John Cochrane e Harald Uhlig. Per i pigri, Cochrane e Uhlig ribadiscono tre punti di partenza:

A) la moneta e’ debito a breve degli Stati, e quindi l’inflazione e’ svalutazione della moneta, non aumento dei prezzi;

B) l’inflazione deriva dalle aspettative di inflazione;

C) l’inflazione attesa deriva dal percorso atteso del bilancio pubblico;

La conclusione di queste premesse, parafrasando Friedman e semplificando all’estremo, puo’ essere: “l’inflazione e’ sempre e comunque un epifenomeno monetario”. Ossia, un fenomeno fiscale.
L’inflazione, e sopratutto le aspettative di inflazione, sono decisive perche’ gli investitori che comprano debito pubblico chiedono rendimenti reali, cioe’ al netto dell’inflazione, e non nominali, quindi chiedono rendimenti piu’ alti tanto piu’ alta e’ l’inflazione attesa.

Ora, lo statuto della BCE impone un solo obiettivo, che e’ la stabilita’ dei prezzi. Ereditando la credibilita’ della BundesBank, questo ha permesso di tenere basse le aspettative di inflazione. Insieme ad altri fattori (il fatto di accettare indistintamente tutti i titoli di debito pubblico per operazioni pronti contro termine presso la BCE), il risultato e’ stato l’annullamento degli spread per ANNI.

Il corridoio nella figura (tra l’introduzione dell’euro e l’inizio della crisi) era il famoso “tempo in cui abbiamo risparmiato 1400 miliardi di interessi sul debito andati in spesa corrente” di cui parla sempre Oscar Giannino. Cosa ha tenuto bassi gli spread? Questo dipende da due tipi di rischi, sostanzialmente: quello che il titolo non venga ripagato, e quello che perda valore. In anni in cui il rischio dovuto al non pagamento del debito (default di vario genere) era considerato nullo, l’unico rischio percepito dagli investitori era quello di mosse “a sorpresa” delle banche centrali nazionali che, cercando di alleggerire il vincolo fiscale stampando moneta*, facessero perdere valore ai loro titoli in portafoglio.
Perche’ questo era percepito come nullo? Per due ragioni, di cui una e’ in parte conseguenza dell’altra:

(i) perche’ una banca centrale europea non ha – in teoria – nessun incentivo ad alleggerire il vincolo fiscale di un singolo paese membro, quindi e’ perfettamente credibile nel promettere un’inflazione intorno all’obiettivo;

(ii) perche’, in virtu’ di (i), i paesi membri dovrebbero percepire l’assenza di alternative a una politica fiscale rigorosa, e quindi adottare seriamente, a loro beneficio, le regole di Maastricht, essendo a loro precluso il salvagente monetario;

Che succederebbe in un’unione fiscale? Che non oggi, ma possibilmente domani si potrebbero verificare le condizioni di una perdita della credibilita’ della Banca Centrale Europea mancando il punto (i): una cosa estremamente piu’ grave e irrimediabile dei danni che il comportamento dei paesi dell’europa mediterranea degli ultimi anni sta gia’ causando attraverso il fallimento del punto (ii) dovuto a elite politiche estremamente miopi e furfanti. Come Berlusconi, per tornare al punto di partenza.

Piccola nota sulla credibilita’, per tirare le somme. La credibilita’ di una banca centrale dipende in prima istanza dalla credibilita’ dell’istituzione in quanto tale, ossia dal suo comportamento negli anni e dalla sua indipendenza sostanziale dal potere politico. Cioe’ non basta che la banca centrale non sia controllata dal Tesoro: occorre anche che nella storia abbia dimostrato di saper rimanere indipendente dalle pressioni dei governi che pro tempore avanzano richieste di politiche monetarie espansive, cioe’ inflazionistiche, per drogare l’economia.
Ma questo non basta. Se la politica fiscale del paese di quella banca centrale e’ irresponsabile, e’ legittimo aspettarsi che, prima o poi, le pressioni politiche sulla banca centrale per ottenere un aiuto monetario di fronte al rischio di una crisi debitoria abbiano la meglio. Si vede, insomma, che l’efficacia e la credibilita’ della Banca Centrale nel tenere bassa l’inflazione, e quindi anche i tassi d’interesse sul debito pubblico, dipendono da due cose (indipendenza e continenza fiscale) che in ultima analisi sono sotto il pieno controllo dei governi.

Per questo motivo la BCE, che e’ una istituzione giovane, si avvicina al disastro ogni volta che Draghi da’ l’impressione di muoversi “per salvare l’Italia”. Se la credibilita’ anti-inflazionistica della BCE e’ compromessa una volta, questa e’ comromessa per sempre. E sono cazzi amari per tutti, per anni.

Rimane un punto. E l’Inghilterra che ha tassi bassi perche’ “ha mantenuto la sovranita’ monetaria”? Viene spesso tirata in ballo, in effetti. L’Inghilterra, dove scorre latte e miele perche’ la Bank of England puo’ stampare moneta e comprarsi il debito. Beh, vi do’ due notizie:

(i) In Inghilterra non scorre latte e miele, ma il sangue dovuto a tagli di spesa pubblica che qui sarebbero considerati macelleria sociale all’ennesima potenza. Il debito pubblico inglese e’ esploso con la crisi, ma lo sforzo per il rientro del deficit e’ immenso e credibile;

(ii) I tassi inglesi sono bassi proprio perche’ la percezione diffusa e’ che l’intervento straordinario della Bank of England sia tale, e che finita la crisi tutto torni alla normalita’: conseguenza di un capitale di credibilita’ accumulato nei secoli, che forse nessuna altra banca centrale al mondo possiede;

Data la credibilita’ estrema ancora posseduta dalla Bank of England, rimanere fuori dall’euro e’ ancora una scelta razionale per l’Inghilterra. D’altra parte questa maggiore credibilita’ implica minore inflazione attesa, e quindi minore inflazione. Sono cose che si vedono nella vita di tutti i giorni: quanto e’ diventata insostenibilmente cara Londra per chi ragiona in euro, ad esempio, e’ una cosa evidente. E questo da’ una misura della maggiore utilita’ di definire l’inflazione come perdita del valore della moneta che si ha in tasca, invece che come aumento dell’indice dei prezzi, secondo il punto A).

La scelta non adottare l’euro e’ quindi razionale per l’Inghilterra ma non lo e’, ne’ lo sarebbe stata in retrospettiva, per altri paesi: dall’Italia, ai paesi dell’est europa che hanno comprensibilmente deciso di attendere la fine della tempesta, ma entreranno con grande felicita’ nella moneta unica se tutto dovesse tornare alla normalita’. Perche’ i vantaggi, come detto, ci sono.

C’e’ un pilastro che manca, dicevo, e si e’ capito che non penso sia quello dell’unione fiscale. E’ quello dell’unione bancaria. Irlanda e Spagna stanno ancora patendo la mancanza di un meccanismo di salvataggio delle banche su base comunitaria. Ad oggi quello che succede e’ che le banche sono diventate too big to fail, e quando ci vanno vicine si trascinano gli stati sovrani, in una spirale che porta le banche a diventare zombie perche’ piene di titoli di stato dei paesi che le hanno salvate, e cosi’ via. Senza contare il fatto che le procedure di salvataggio a livello comunitario potrebbero evitare scandali dovuti all’eccessiva vicinanza dei banchieri al potere politico, l’assenza di una unione bancaria e’ oggi il principale limite macro dell’euro. Meglio concentrarsi su quello, invece di inseguire le stupidate populiste di Berlusconi, o le Tobin Tax d’accatto di altri demagoghi.

 

 

* = lo so che e’ una eresia e le cose non vanno esattamente cosi’. Sto cercando di farla semplice.

P.S. ho scritto questo post anche per chiarire le idee a me stesso su tutto il complesso di fenomeni di cui parlo. Mi e’ stato d’aiuto parlarne con qualche amico, ma forse c’e’ ancora qualche imprecisione. Spero sia comprensibile, comunque.

La Chiesa contro l'iPhone

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La notizia è vera anche se sembra uscire da una battuta di Spinoza. Avvenire, il giornale della Conferenza Episcopale Italiana, ritiene l”iPhone 5 un “superprodotto su cui riflettere persino con urgenza“.

In primo luogo perché i melafonini “riaccendono la fiducia nella magia: come la bacchetta magica (un tipico dispositivo touch, estensione del braccio umano) era in grado di produrre immediatemente apparizioni, trasformazioni, eliminazioni, così lo smartphone, protesi ubiqua e sempre attiva, sempre più leggera e maneggevole e quasi trasparente, ci consente di “azzerare l”intervallo tra desiderio e realizzazione“.

E poi perché la diffusione dell”iPhone può portare ad una forma di “razzismo tecnologico” verso chi non lo possiede.

Sarebbe troppo semplice chiedere di fare il conto di vescovi, cardinali e prelati vari ed eventuali con in tasca un iPhone. Ancora più semplice domandare se l”eccesso di tecnologia riguarda anche la Radio Vaticana, Radio Maria e le centinaia di emittenti cattoliche sparse sul globo terraqueo.

Viene invece da chiedersi se non si sia arrivati un po” troppo in ritardo: l”iPhone come “bacchetta magica“! Parbleu! E il telecomando dove lo mettiamo? E il grammofono? Con quella musica che esce da un corno senza nessuno che suoni in stanza? E le macchine e i treni, che si muovono anche senza cavalli che li tirano! Tutte diavolerie escogitate – o meglio, evocate – da perfidi massoni, o addirittura negromanti, senza dubbio!

Ma meglio di ogni altra cosa è il monito – non il “monitor”, quella è un”altra aberrazione moderna – contro il possibile “razzismo tecnologico”. Ce ne ricorderemo quando si discuterà di proposte di legge contro l”omofobia, del “monitor” della Chiesa sul razzismo tecnologico. Santè

La vendetta di Edgardo, stagnaro digitale

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La mia faccia non la conosci, e non la conoscerai mai, ma io sono un piccolo dio. Sto scrivendo queste righe da una postazione traballante in un internet café di San Andres, vicino a Manila. E’ stato il mio amico Alberto a parlarmi del lavoro alla MyDesk: basta masticare un po’ di inglese e saper usare (un minimo) il computer. Di che si tratta? Veramente semplice: non devo far altro che collegarmi su internet, impostare le mie credenziali in un certo sito, e guardare migliaia di fotografie e di video. Quali? Ma quelli che alcuni di voi caricano sui loro profili sul social network. Ci sei?, si tratta di immagini… un po’ particolari. Sì, hai capito bene, proprio quelle che qualche altro utente su Facecook ha ritenuto “offensive”.

“Offensivo”. Concetto generico, discutibile, lo so, ma, alla MyDesk hanno le idee abbastanza chiare. A me sembrano patetici, questi americani: dal loro punto di vista puoi pubblicare fotografie di escrementi umani, ma non immagini di una donna che allatta il suo bambino. I crani spaccati sono ok, e anche le immagini con un sacco di sangue, ma attenzione alle immagini ritoccate con il photoshop. Facecook è ormai in grado di riconoscere le persone dalla loro faccia, basta “taggarle” qualche volta. Ma anche il software più sofisticato non riesce a ragionare sul contesto, che so, per capire se una certa battuta razzista che compare sul commento di un’immagine sia sarcastica o meno. Qui entriamo in gioco noi, la pattuglia di stagnari che puliscono la vostra merda digitale. Per poco più di tre euro l’ora, ci mettiamo davanti ad uno schermo a vedere tutte le porcherie che producete e delle quali andate oltretutto talmente fieri da volerne rendere partecipi i vostri “amici”. In questi tre mesi di lavoro, ho avuto la prova di quanto sia disgustosa la natura umana. Non a caso, la notte faccio fatica a dormire. Mentre me ne sto sdraiato nella mia cuccia maleodorante, con gli occhi sbarrati, maledico il destino che mi ha fatto nascere in questa putrida bidonville: mi fanno compagnia i terabyte di immagini e di suoni che pazientemente ho dovuto farmi passare davanti agli occhi per portare a casa poco per ottenere in cambio tre monetine dall’uomo bianco. Un carnevale degli orrori digitali: la soldatessa che tortura i prigionieri, il Corano gettato in una sentina, apologie dei peggiori dittatori, parole come pietre contro ebrei, omosessuali, cristiani, musulmani, uomini che infieriscono su animali, bulli che fanno saltare i denti a sfigati, un ritardato mentale abbandonato sopra una tettoia senza parapetto, mentre i compagni di classe si scompisciano dietro la finestra da cui lo hanno fatto uscire, una coppia che adesca i bambini, un uomo che desidera che un altro uomo lo mangi vivo (letteralmente), un condannato a morte per impiccagione prima e dopo la “punizione”. Più di una volta ho dovuto alzarmi di corsa dalla mia postazione improvvisata in questo caffé e correre fuori a vomitare.

Va anche detto che, per collocare le immeagini “in una prospettiva che solo il contesto può dare”, l’applicativo della MyDesk consente libertà impensabili per voi comuni mortali. Per cominciare, è un passepartout per tutti i profili di Facecook. Ho libero accesso a tutte le informazioni conservate nel vostro account, senza bisogno di alcuna password. Ahi ahi ahi, la sicurezza dei dati non è granché, cari i miei cervelloni della Silicon Valley, se un qualsiasi pezzente filippino riesce a sapere qual è il disco preferito del direttore generale della Goldman Sucks. E’ vero che noi siamo i vostri spazzini, e a nessuno interessa quello che uno zero può sapere o non sapere. Ed è qui che vi sbagliate, appunto. Dopo mesi di risparmio, ho comprato questo hard disk esterno (rubato), nel quale ora sto salvando un mucchio di informazioni interessanti. Qualcuno in occidente si è lamentato perché nessuno si è preoccupato di controllare la nostra fedina penale: tra noi, in effetti, ci potrebbero ben essere dei terroristi. Io non lo ero, fino a ieri. Ma da oggi, proprio come un “bravo” terrorista, sparerò nel mucchio: farò tanto male a qualche famiglia solo per nutrire di carne fresca il totem della mia rabbia ammantata di idee politiche morte. Sfascerò coppie apparentemente perfette, sputtanerò presidi pedofili, farò passare un guaio a sbirri e soldati sadici. Non perché ami la giustizia, no, solo per odio. E c’è caso che qualche idiota finisca per considerarmi un eroe, e che possa finalmente scappare via da questo letamaio.

Weimar

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Riciclo una mia vecchia nota, per stare sul tema del giorno. Sui grillini c’e’, effettivamente, poco altro da dire, quindi riciclarmi va sempre bene. Notate che tutto cio’ accade prima del boom elettorale del M5S.

Ieri sera (nota: era il 21 Aprile) nel pubblico “L’ultima parola” erano presenti numerosi amministratori locali eletti con il Movimento 5 Stelle. Gente che acquisirà sempre più visibilità e consenso, dato che i politici “ufficiali” non sono meglio di loro.

Un discreto numero di questi erano seduti dietro di me. Io, pur essendo un po’ malaticcio – e forse per questo più irritabile – inizio a chieder loro come sia possibile che nel programma di un movimento che rischia di entrare in Parlamento ci sia il ripudio del debito pubblico.La discussione si fa divertente, perché appare evidente che i nostri eroi non sono assolutamente coscienti degli effetti di una cosa del genere: anzi, sparlano di separare il debito “detenuto dagli italiani” da quello “detenuto dalle banche”. Ambulanze su ambulanze.

A un certo punto mi salta la mosca dal naso e gli faccio notare due-tre cose, che non sembrano cogliere. Quindi dico, letteralmente: “Weimar, avete presente Weimar?”, e mi giro. Mi viene riportato che i tizi hanno iniziato a dibattere su chi fosse questo Weimar. La conclusione cui pare siano giunti è che Weimar sia un intellettuale critico del M5S, e quindi un membro del Sistema da boicottare. La ragazza che a quel punto è scoppiata a ridere e ha fatto loro notare che forse non era una persona si è sentita dare della berlusconiana o della bocconiana, o magari entrambe le cose.

Siamo in queste mani, gente.

Il cardinale e il patriota

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La notizia della morte del Card. Martini mi porta a virare bruscamente da ciò che avevo in animo di scrivere in merito alla reazione del Card. Bagnasco di fronte alla bocciatura della legge 40 da parte della Corte di Strasburgo.

Io Martini non lo conoscevo, nè di persona nè attraverso i molti libri che ha scritto. Le notizie su di lui le apprendevo dai giornali, la qual cosa è pessima se si vuole comprendere le posizioni intellettuali di uno studioso della sua caratura. Nell’agire politico all’interno della Chiesa il porporato già mi appariva più chiaro, essendo evidente il suo ruolo di “papa nero” e punto di riferimento dei cosiddetti cattolici progressisti. Per questo motivo, prima di aver raggiunto l’attuale minimo livello di pacificazione personale con la modernità, l’ho combattuto duramente e di questo me ne dispiaccio, dovendolo dunque annoverare tra le persone di cui in gioventù ho criticato l’agire politico ma che oggi considero elevate e lungimiranti. La lista è lunga, e Bettino Craxi è tra i primi.

Comunque, e al di là di ciò, con Martini muore senz’altro il simbolo di un certo modo di essere Chiesa il cui crisma caratterizzante non credo sia stato il “dialogo” come titolano oggi i giornali, quanto il sincero desiderio di trovare una composizione possibile con la modernità. Una composizione spesso dolorosa perchè foriera di cedimenti sul piano della morale tradizionale e del magistero, ma percepita al contempo come necessaria per un’istituzione desiderosa di rilanciare sè stessa nella mischia del vivere civile. In ciò la logica includente, comprensiva per necessità, era il tratto di una Chiesa quale quella auspicata da Martini che accettava di combattere alla pari con i cattivi profeti senza fare uso di anatemi, di dogmi, di perenni tradizioni obblogatoriamente insuperabili. Ripeto: una necessità dolorosissima, anche per i cattolici sostenitori dell’opportuno progresso umano, perchè inevitabilmente foriera di alte perdite, sia nel numero dei fedeli sia nelle porzioni di dottrina da sacrificare inevitabilmente pur di tenere aperto questo canale di comunicazione con il mondo.

Le vicende, come si può vedere, sono andate diversamente e la Chiesa ha preferito prendere ad oggi un’altra strada. L’emorragia di fedeli, i seminari vuoti, la società che ha preso a laicizzarsi troppo velocemente per essere metabolizzata con i lenti ritmi di una struttura bimillenaria ha prodotto un irrigidimento dottrinario tanto forte perchè frutto di una istintiva paura di un futuro percepito nei termini di un totale abbandono del messaggio di Cristo da parte dell’Occidente. Non è la prima volta che nella storia la Chiesa si sente sotto attacco e reagisce alzando muri, partendo dal Concilio di Trento fino ai Pontificati di Pio IX e di Pio X. In entrambe le circostanze, ma soprattutto con i due “Pii”, i successori non hanno potuto che constatare la resa assolutamente fallimentare del progetto, visto la sproporzione dei mezzi e delle truppe nella battaglia tra Tradizione e Modernità, ambedue con la maiuscola.

A voler valutare umanamente la cosa, e non sarebbe peraltro molto corretto almeno per me visto il valore chiaramente metapolitico della lotta, la Chiesa quale depositaria dei suoi 2000 anni di insegnamente sembra avere già perso, e il “non praevalebunt” pare uno scherzo di chi lo ha pronunciato, peraltro di pessimo gusto visto il numero delle vite in gioco.

E tuttavia, rientrando nell’argomento della legge 40, pur non avendo il carisma della profezia, mi sento di dire che il modo di essere Chiesa tra spesse mura difensive, incarnato oggi dal Card. Bagnasco, non può durare. E’ lui stesso a dircelo facendo puerile uso di un’argomentazione che forse sarebbe stata bene sulla bocca di un militante sedicenne di una sezione dell’MSI di Almirante: “Hanno scavalcato la magistratura italiana”. Oh, quale scandalo! Oh, ignominia! Un tribunale internazionale ha scavalcato le patrie magistrature! Il Nostro naturalmente non vuole ricordare che le sentenze di questo tribunale ci riguardano perchè un parlamento eletto dai cittadini ne ha accettato la giurisdizione, peraltro con molte cautele visto che la legge resta ancora in piedi dovendo il legislatore nazionale intervenire per modificarla nei sensi auspicati dalla sentenza. E’ inutile dire che se il contenuto del pronunciamento fosse stato in una prospettiva di conservazione della legge, non avremmo contato i peana, i te deum di ringraziamento per una magistratura europea ovviamente saggia e piena di umanità, consapevole del valore della vita umana in tutte le sue fasi dal concepimento alla nascita. Al riguardo non ricordo a memoria le parole che il Nostro pronunciò per commentare la sentenza della Corte di Giustizia Europea che negava la qualifica di diritto umano per il diritto d’aborto negato in Irlanda, ma più o meno il tenore era questo.

E’ chiaro che se questi sono i poderosi argomenti persuasivi usati dalla gerarchia per mantenere il primato morale e politico della Chiesa, si andrà avanti un po’ giusto in Italia dove il ceto politico è quel che è. In altre parti già è posta la dolorosa alternativa che Martini, con lungimiranza, tentava di porre qui da noi: o la Chiesa fa pace con la modernità e rinuncia ad un certo modo di essere impositivo, gestendo con intelligenza e umanità il nuovo ruolo che la modernità vincente ha disegnato per lei, o sarò fatta entrare in questo nuovo ruolo a calci nel culo con numero infinito di dolori, delusioni e sofferenze per tutti.

Per cui, amici libertari, quando sentite le parole di Bagnasco non dovete innervosirvi, ma anzi ridere, ridere di gioia. La sconfitta del Nostro alberga nella stessa difesa, ridotta ad un flebile belato. Che lo vogliano i no, i vari Bagnasco dovranno rendere omaggio alle ceneri di Carlo Maria Martini poichè è la Chiesa così come auspicata da quest’ultimo la Chiesa del futuro.

Di mio, al momento vorrei non dover più vedere un Cardinale che pretende di imporre a tutti il modo di iniziare e finire una vita. Se proprio vuole lo faccia con me: non sta forse scritto che il fratello deve correggere l’altro fratello? Lasci fuori da quest’opera di correzione, di grazia, chi non vuol far parte della famiglia.

Delusione

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Franz, non sono contento di te, davvero: tutto quel tempo su Facebook a guardare le foto della tua ex. L’app che ti garantisce un sonno efficace mi ha fatto sapere che ti sei addormentato alle 2:35. Stamattina, come del resto immaginavo, non eri di umore particolarmente gioviale, così mentre bolliva l’acqua del caffé mi sono preoccupata di farti vedere sullo schermo di casa solo notizie divertenti e foto di belle montagne innevate prese in posti remoti. Ho fatto in modo che la pubblicità alla fermata dell’autobus ti mostrasse solo cose che in passato ti sono piaciute: a quanto sembra, quel tablet non lo vuoi comprare più, peccato, era in offerta proprio in un negozio dietro casa tua, ah sì, certo, anche in un centro commerciale a sei minuti e trentatré secondi dal portone dell’ufficio, alla tua solita andatura. Te l’ho detto che oggi Sabrina ha visitato il tuo profilo su Facebook? Pare che tu abbia fatto colpo, specie grazie a quella foto in cui sorridi affabile in costume da bagno. Sabrina, sì, la controller del sesto piano, quella con i capelli rossi e quel bel tatuaggio sulla natica sinistra. Come faccio a saperlo? Che sciocco, sei, Franz: credi di essere l’unico a postare foto su Facebook: guarda, fammi controllare, i colleghi hanno un database di 60 miliardi di immagini che gente come te e lei non vi stancate mai di caricare. Uhm, Sabrina, fareste una bella coppia: tra l’altro, i suoi esami genetici mi dicono che il suo DNA è di buona qualità, è di idee conservatrici come te, e, Franz, lascia che ti dica che la sua dichiarazione dei redditi non è niente male… Beh, per la verità, quando era all’università ha interrotto una gravidanza, e in un video di una videocamera di sorveglianza piazzata in un corridoio ho visto che scambiava un campione di urine con quello di una sua compagna di dormitorio… insomma, sospetto che ci sia stato qualche – magari piccolo e transitorio – problema di droga. Non fare il bacchettone, adesso, dai. Ieri sera ti sei fatto almeno tre bar; ah bene, finalmente mi hai dato retta, ti sei fatto vedere al Pier 31, Scenetap dice che è pieno di fica bianca, come piace a te (di pollastrelle carine ne ho contate 14). Con tutto quello che ti sei bevuto (Scenetap mi dice: tre birre e uno scotch) non avresti dovuto metterti in macchina: e, se proprio non potevi farne a meno, avresti potuto per lo meno evitare di farti la tangenziale a 106,6 migia l’ora: se lo so io, ora lo saprà anche la polizia. O meglio lo saprebbe, se, come al solito non ti avessi parato il culo modificando il colore della foto della tua macchina e alterando il numero di targa. Franz, sei proprio amorfo, tutto il fine settimana buttato su un divano a fumare quella roba e bere whisky. Potresti uscire e comprare qualche cosa: se non un tablet, un magnifico orologio con la bussola (così almeno farei meno fatica a starti dietro tutto il santo giorno), o una felpa hip-hop. Niente, sei una noia, non riesco a venderti niente di interessante. Adesso passo il codice segreto del tuo home banking a quel farabutto razzista che si scopa la tua ex ragazza (come l’ho scoperto? ho fatto una semplice scansione delle tue onde cerebrali – e tu che pensavi si trattasse di un videogioco…), così si potrà godere il tuo gruzzolo quando tu ti sarai levato dalle scatole. Questo semaforo è l’ideale, stai arrivando a 82 chilometri orari, mi basta sostituire il verde con il rosso per qualche secondo: fatto.

 

Spaghetti e mandolino. Metodo Rodotà

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Quella che segue è la traduzione di un articolo che ho occasionalmente raccolto dal sito di un quotidiano americano. Parla di un partito a caso (si sa: in Italia i partiti sono molti, che importano le differenze), ma è comunque rivelatorio perché spiega molto del costume degli italiani, per come sono visti dagli americani.

“Dov’è che un autentico interprete del conservatorismo della provincia italiana può, insieme, parlare della famiglia e aprire un congresso con decine di belle ragazze ad accogliere i militanti? Dove altro che a Rimini, sulla Riviera romagnola già resa famosa dai film di Fellini. E’ la terra di liscio e piadina (in italiano nel testo, ndr.), si giustifica un pochino uno dei tanti politici famosi che vengono da quella regione. Una regione grande e diversificata. Dove conta più la provenienza familiare che la diversità delle idee.
E’ il fenomeno del familismo amorale, consacrato dal sociologo Michael Banfield nel suo The moral basis of a backward society, testo ancora attuale per capire l’Italia di oggi. Uno potrebbe pensare a pizza, spaghetti e mandolino, volendo banalizzare. Una enorme Cape Cod dago. Ma se si studia la lista degli interventi al congresso di x, il paragone ne risulta ingigantito.

Siede accanto a me la giornalista M. Pensavo che per venire qui, sapete come sono considerate le donne in Italia, le sia toccato andare a letto col capo. Quando mi si presenta capisco dal cognome che, probabilmente, l’aiuto della sua famiglia è tutto quel che le è servito per fare carriera.

Parla il politico y, aprendo le vocali nel modo tipicamente ridicolo che gli italiani hanno quando parlano. Segue il politico z: i suoi modi di fare, per non parlare della sua giacca, lo qualificano immediatamente come un mafioso. Vedo passare k: lo scandalo di corruzione che lo ha travolto sembra averlo lasciato indenne, probabilmente a causa della naturale tendenza degli italiani, come si dice qui, a finire tutto in tarallucci e vino.

Prendo un caffé al bar: qui, almeno, sembrano riservarmi una cortesia e un’onestà tutta americana. Altro che questi zozzoni di italiani.” 

No, sto scherzando. Questo articolo, ovviamente, non può esistere davvero.

In realtà esiste. Solo che è scritto da Maria Laura Rodotà, ed è, al contrario, un articolo italiano su una convention di partito americana. Un articolo splendido, come opera di disinformazione e rafforzamento di luoghi comuni: le parole per descrivere i personaggi vanno da “insultante” (Linbaugh), a “supercattivi” (i fratelli Koch), a “Crudelia Demon ultraconservatrice” (Ann Coultrer), per poi lasciarsi andare verso frasi come “la terra di Gods and guns, si giustifica Mick Huckabee”.

Per chiudere il quadro, vi ricordo che il Corriere della Sera prende finanziamenti pubblici. Quel viaggio in Florida a Maria Laura Rodotà lo state pagando voi.

I’m not a prostitute

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Okay, la barra a destra dei quotidiani online italiani è il nuovo retro dell’edicola, quello in cui si esponevano le riviste un po’ sporcaccione, ma non sottovalutiamo: ci si trova di tutto, dal momento che alla strategia del nudo ricorre ormai chiunque voglia promuovere qualunque cosa, perchè un paio di tette fanno notizia a prescindere dalla forma, dal colore e dal movente.

E così questa estate tra le Sare Tommasi, le wags europee e i fondoschiena olimpici, non è passato praticamente giorno senza che le ragazze di Femen potessero tenersi la maglietta addosso, il che per altro sarebbe un peccato (dai dati pervenuti, sembrerebbe trattarsi del primo movimento politico che seleziona gli attivisti con gli stessi criteri di Enzo Mirigliani).

Perchè se di ingiustizia nel mondo ce n’è a bizzeffe, la panacea è drastica: scoprirsi le tette. Eccole dunque a Kiev, in una raffica di tette di fuori contro l’aumento della prostituzione causato dai tifosi degli Europei di calcio: 1 2 3 4 5. Subito dopo, correre a imbruttire il patriarca della chiesa russa: 6. Instancabili, eccole scoprirsi le tette a Londra contro la partecipazione alle Olimpiadi degli stati che applicano la Sharia: 7. E non c’è tempo neanche per una pausa a ferragosto, perchè tocca salvare le sorelle Pussy Riot con l’arma ben nota alle signorine da calendario e alle rockstar senza doti canore: tette fuori più immagine sacra 8.

Ora, per allontanare il giubilo dei lettori di Famiglia Cristiana, urge puntualizzare che qui nessuno è turbato dal nudo, men che meno dall’accostamento del nudo a croci o icone religiose: qui nessuno è turbato da quasi nulla, non fosse che l’uso markettaro del corpo finisce per alimentare la prurigine che circonda i nostri attributi sessuali primari e secondari, con la spiacevole conseguenza che poi, se uno vuol fare il bagno nudo per un privato piacere che non vi sto a raccontare quant’è un piacere, senza alcun secondo fine insomma, senza voler vendere un giornale nè una campagna politica , ecco, individui dalla morbosità continuamente sollecitata si sentono indebitamente disturbati. Ma questo è un altro discorso.

Tornando a Femen, più seriamente, il metodo del ribaltamento dell’uso del nudo femminile dal commerciale al politico in senso femminista è un esperimento interessante, anche se non originalissimo: la donna si spoglierebbe in quanto soggetto per sottrarsi al maschio in quanto oggetto. E pazienza se poi i click sui giornali provengono dallo stesso pubblico che clicca sul solito topless di Kate Moss a Saint Tropez. Dico davvero, pazienza: se la nudità muove i fili della comunicazione globale, non avrete da me nessun motivo di ordine morale per non usarla.

Va detto inoltre che leggere la questione femminile dell’Europa dell’Est con le lenti italiane è cosa difficile. Tutto quello che so l’ho appreso dai racconti delle donne che si sono avvicendate come badanti dei miei vecchi o per le pulizie di casa. Alla luce di questi racconti sono portato a pensare che la questione sia femminile quanto maschile, cioè legata alla condizione economica che accomuna i paesi post-comunisti. Molte di loro mi hanno inoltre riferito di violenze subìte da parte dei loro uomini perchè alcolisti. Anche questa mi sembra una preoccupante questione femminile E maschile.

Al di là di queste mie ingenue aspirazioni alla risoluzione intergenere delle violazioni di diritti umani e a un approccio meno situazionista e più politico ai problemi del lato B dell’Europa, l’istanza di Femen che proprio non mi convince è quella contro la legalizzazione della prostituzione e favorevole all’introduzione della responsabilità penale per chi usufruisce dei servizi proposti dall’industria del sesso. E’ al grido di Ukraine is not a brothel and I’m not a prostitute che le ragazze di Femen si sono raccolte, dal 2008 in poi, intorno alla giovanissima fondatrice Anna Hutsol, oggi ventottenne. Come se ci fosse qualcosa di male, ad essere una prostituta. Come se i bordelli fossere un male in sè.

Io non so se il femminismo nostrano sia poi riuscito a sciogliere il nodo del moralismo, mi è capitato di imbattermi in un dibattito alla Casa Internazionale delle Donne in cui qualcuno indicava la prostituzione come il gradino più basso delle condizioni femminili, ma magari si è trattato di un accidente e l’opinione non era largamente condivisa. So che su questi temi il confronto è difficilissimo tra donne diversamente femministe, praticamente impossibile tra femministe alla Femen e uomini.

Ma forse non è inutile proporre ancora una volta la semplice equazione che il diritto e la possibilità di scegliere di non prostituirsi si conquista insieme – non in opposizione – alla libertà di poterlo fare legalmente, senza coercizioni, come si sceglie di fare – che so – la commessa o l’insegnante o l’avvocato.

Che il turismo sessuale è largamente dovuto al proibizionismo degli stati occidentali, e che a una maggiore criminalizzazione in Europa corrisponderebbe un incremento dello sfruttamento sessuale in altri paesi.

Che distinguere tra prostituzione volontaria e schiavitù è necessario per poter, da un lato, contrastare efficacemente la schiavitù e, dall’altro, regolare quello che schiavitù non è.

Ignoro se il nuovo trend femminista preveda un dibattito su scala transnazionale e intergenere, se preveda un dibattito tout-court o se sia inesorabilmente avviato sulla strada dell’happening e del merchandising: è già on line il sito Femenshop per chi non potendo andare tette in fuori si accontenti di supportarle acquistando una maglietta o una tazza da esporre accanto a quella di Starbucs. Noi siamo sgamati, sappiamo che il marketing è uno degli strumenti della politica e che la necessità di autofinanziarsi sviluppa il senso degli affari.

Il claim del sito, tuttavia fa sperare molto male. We came, we stripped, we conquered : ragazze, è tutto al passato, quando è ancora tutto da fare.

 

Pensiero illegale

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La libertà di opinione  vale solo per le opinioni giuste o anche per quelle sbagliate? No, perché, a difendere la libertà di opinione dei monaci buddisti in Tibet, dei dissidenti cubani incarcerati o delle donne afgane oppresse sono buoni tutti. Quando invece le opinioni sono un po’ più scomode, decisamente non condivisibili o poco socialmente armoniose, allora casca l’asino. La tendenza è molto in voga nel Regno Unito, dove ultimamente si leggono di notizie del tipo: ragazzo di 17 anni stato arrestato a Londra per aver usato toni minacciosi via Twitter con il tuffatore britannico Tom Daley ”oggi hai deluso tuo padre. Immagino che tu sappia di cosa sto parlando”. C’è dietro questi casi un fastidioso equivoco tra il concetto di reato e quello di peccato, per dirla all’italiana (nel Regno Unito sospetto che la nozione di peccato sia stata fatta fuori da Enrico VIII assieme alle teste di qualcuna delle sue ex mogli). L’equivoco consiste nel ritenere che qualsiasi opinione razzista, omofobica, antisemita, misogina o in generale intollerante verso chicchessia debba essere illegale. E non sto parlando di incitazioni alla violenza, alla discriminazione o a qualsiasi atto pratico contro chiunque né di diffamazione. Parlo di opinioni in base a cui l’universo mondo può giudicare l’autore e decidere di non averci nulla a che fare, non invitarlo a parlare nelle sue università, non votarlo se si candida, non dargli spazio sui suoi giornali, non averlo come amico su Facebook o come follower su Twitter, non condividere con lui la tavola, non assumerlo come insegnante, ecc, ecc, ecc. Ma va oltre la mia comprensione come una società matura e democratica possa mostrare una debolezza tale da dover mandare davanti a un giudice qualcuno per le sue idee, per quanto sbagliate siano. Il fatto di averle espresse dovrebbe essere una punizione più che sufficiente.

Luca Mazzone

Anna Missiaia

 

Le note della rispettabilità

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Yevgeny Nikitin è un cantante lirico apprezzato con un background inedito: in passato ha infatti militato in una band di heavy-metal, nella quale cantava e suonava la batteria. Il corpo di Nitikin, come si conviene ad un adepto del metallo, è pieno di tatuaggi, tra i quali ce ne è uno, sulla parte sinistra del petto, che richiama una svastica. Tanto è bastato per far scoppiare una grana al festival di Bayreuth in Germania.

Giusto per precisione, in un mondo compiutamente “de-nazistificato”, un festival come quello di Bayreuth non esisterebbe nemmeno. Si tratta infatti di una rassegna di musica lirica nata nel 1876 esclusivamente per celebrare i lavori di Richard Wagner, che non fece mai mistero del suo antisemitismo e la cui opera ha costituito una forma di ispirazione per Adolph Hitler ed altre belle persone. Nel 1930, alla morte di Siegfried Wagner, ad occuparsi della macchina autocelebrativa della famiglia del celebre musicista fu Winifred, moglie (inglese) del figlio del compositore e fervente nazista (era addirittura in corrispondenza con il Führer in persona!).

Eppure, Nikitin è stato sottoposto ad una tale pressione mediatica che il 22 luglio ha “deciso” di ritirare la propria partecipazione (avrebbe dovuto prestare il suo basso-baritono nell’opera “L’Olandese Volante”). Ma come è scoppiato il caso? In un programma andato in onda il 20 luglio, il cui obiettivo era quello di realizzare un ritratto dell’artista tra heavy-metal e lirica, era incluso uno spezzone di video in cui Nikitin era ripreso a torso nudo alla batteria nell’atto di cantare. Sul lato destro del suo petto, in effetti è visibile un grosso tatuaggio che sembra rappresentare una svastica parzialmente ricoperta da decorazioni verdi e rosse: diciamo che sembra una svastica davanti alla quale sia stato posizionato un agrifoglio di quelli che si vedono a Natale…

Dopo l’apparizione del presunto (ma assai probabile) segno nazista, gli organizzatori del Festival, che, memore del brodo di coltura mefitico che lo ha generato, oggi tenta di rifarsi una vita con improbabili prove di eccellenza democratica, hanno dato di matto. Quando un giornale ha chiesto a Nitikin una conferenza stampa per giustificare i suoi tattoo, lo hanno convocato: poche ore dopo, il cantante trentottenne ha annunciato il suo ritiro. A quel punto, ha cominciato a sparare sui media una serie di dichiarazioni, una più ridicola dell’altra, tra cui:

“La foto rappresenta il tatuaggio in una fase in cui non era ancora stato completato” [per la cronaca, fosse o meno una svastica quella vista nel documentario, è certo che oggi quel segno è stato coperto, come si può vedere qui]

“Non immaginavo il livello di irritazione e di oltraggio che questi segni avrebbero procurato”

“Assolutamente, non ho e non ho mai avuto alcuna affinità o collegamento con alcun movimento neonazista o fascista”, salvo poi ammettere:

“E’ stato un grave errore, e vorrei non averlo commesso”…

Non mi sembra vi siano dubbi sulle simpatie politiche di Yevgeny Nikitin, almeno in una fase della sua vita. Sulla svastica non mi esprimo, ma la presenza, sull’altro lato del petto, di un tatuaggio che rappresenta la runa Algiz (o runa della vita), fa pensare: a quanto capisco era stata molto popolare presso i nazisti, ed è ancora molto trendy tra suprematisti bianchi ed altra feccia negli USA.

Mi fa comunque rabbrividire anche la scelta degli organizzatori di costringere Nikitin a ritirarsi: per parecchie ragioni. Innanzitutto, un tatuaggio è una scelta fatta sulla propria pelle (è il caso di dirlo!), e quindi strettamente personale e non censurabile: pur ritenendo disgustosa l’idea di avere un simile infame simbolo di morte e di oppressione scritto per sempre sulla carne, non credo che questo tipo di valutazioni riguardi gli organizzatori di un festival di musica lirica.

Stesso ragionamento vale, ovviamente, per le presunte idee politiche di Nikitin: per quanto ripugnanti, sono un problema suo. In fondo, non è stato ancora inventata una cura per la stupidità. Tanto meno per quella giovanile.

Il tutto senza contare che, nei fatti, Nikitin ha dimostrato di aver modificato il simbolo oggetto di contestazione: potrebbe anche averlo fatto per opportunismo, ma vogliamo almeno concedergli il beneficio del dubbio?

Infine, l’arte dovrebbe essere qualcosa di diverso dalla politica: non possiamo permettere alla nostra valutazione valoriale di amputare le gambe alla creazione artistica. Céline fu un collaborazionista ed un detestabile antisemita, per esempio, ma credo tutti siamo d’accordo sul fatto che bruciare nella pubblica piazza “Viaggio al termine della notte” e “Morte a credito” costituirebbe una condotta simile a quella del proverbiale marito che si taglia le palle per far dispetto alla moglie.

In effetti, la dimostrazione che l’arte è pura è dato dal fatto a Bayreuth si danno appuntamento un sacco di persone per bene -certo non si tratta di un raduno degli ex della Gestapo (non solo, per lo meno…). Eppure, proprio gli organizzatori del festival,oggi, vorrebbero chiedere ai cantanti di esibire solide credenziali democratiche prima di poter lanciare un do di petto… Che assurda ipocrisia!

Senza considerare che, sempre nell’ambito della musica classica, c’è un personaggio come Herbert Von Karajan, celebratissimo direttore d’orchestra, fortemente sospettato di aver aderito al partito nazista in Austria nel 1933. Lo stesso Arturo Toscanini, che passò quindici anni negli USA in volontario esilio, noto per le sue clamorose disobbedienze civili anti-fasciste e anti-monarchiche, aderì inizialmente al partito fascista. La lista sarebbe lunga. Ma a pagare dovrà essere, a quanto pare, solo un metallaro russo.

 

 

 

No volevo la VINJETA

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Dire che Trieste è una città di confine è un po’ come dire che non ci sono più le mezze stagioni, che D’Alema è intelligente e che i gay sono i migliori amici delle donne. Trieste però è più di confine di tante altre città di confine in quanto il confine le gira intorno stile Berlino Ovest. A meno di non voler finire in mare, l’unica strada percorribile che non porta in Slovenia è quella verso Venezia. Prego notare immagine qui in basso.

Quando ho lasciato la mia terra natia, nel 2005, c’erano ancora le frontiere e se per caso si sbagliava strada tornando dalle scampagnate in Carso, era facile accorgersi di stare sconfinando dal poliziotto che chiedeva i documenti. Oggi non è più così. Nel 2007 la Slovenia è entrata nell’area Schengen. Questo ha permesso meravigliosi passi avanti nella fratellanza tra i due popoli europei. La testimonianza di fratellanza che più sta a cuore ai triestini è quella quella di recarsi al primo distributore oltre confine a rifornirsi di benzina, che di là costa tra il 20 e il 30% in meno. Un altro esempio della fine della Guerra Fredda è che se uno si distrae, può facilmente ritrovarsi su un’autostrada slovena senza rendersene conto. La medesima fratellanza non ha impedito invece ai nostri vicini di cambiare il sistema di pagamento dell’autostrada, introducendo un contrassegno detto vinjeta, senza il quale si rischia una multa di almeno 300 euro (ah, sì, la fratellanza tra i popoli ha anche portato la Slovenia nell’euro, così la multa si può pagare senza nemmeno dover passare al cambiavalute, cosa comoda visto che agli stranieri può venir richiesto di pagare una multa in loco pena il sequestro del mezzo). Anch’io amo sentirmi fraternalmente legata alla (benzina della) Slovienia e quando sono a casa mi avventuro per le strade del Carso, in genere con la spia della riserva ben accesa. Siccome per me vale il motto nemo automoblista in patria, specialmente dopo anni di esilio, mi perdo di continuo. Un paio di volte mi sono ritrovata davanti a cartelli con scritto “Slovenia, 250 metri, obbligo di vinjeta”. Un’altra volta sono finita in un autoporto pur di sfuggire allo sconfinamento. Di scampagnate al di là del confine non se ne parla nemmeno, visto il rischio di finire come i celeberrimi Sardoni Barcolani Vivi. Pagare 95 euro annuali di vinjeta non sarebbe da triestini. Non rimane che consolarsi con il pieno scontato e una volta tornati indenni dal confine puntare dritti verso la Madre Patria.

Pussy Riots

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Sarà che è estate e la gente ha più tempo per protestare, ma vedere Madonna che si straccia le già scarse vesti, Amnesty che pare non pensi più ad altro, la diplomazia di mezzo mondo inorridita e scandalizzata in deliziosa sintonia con le immani mobilitazioni di popolo di questi giorni, il tutto in difesa delle tre ragazze recentemente condannate dalla giustizia russa, fa senz’altro riflettere.

Vediamo se ho capito bene: le tre giovani, esponenti del collettivo “Pussy Riots”, si sono messe a cantare in una chiesa con ritornelli tipo questo: “Shit, shit, the Lord’s shit”. Sempre secondo Wikipedia, da cui prendo le notizie dell’accaduto perchè ho seguito poco la vicenda, nel mentre della canora esibizione le fanciulle hanno preso a male parole il patriarca di Mosca accusandolo di appoggiare Putin alle elezioni.

Bene. Come sarebbe avvenuto in qualuque Paese occidentale, le ragazze sono state allontanate dalla chiesa e, successivamente, processate. La legislazione russa, da Paese asiatico qual’è, non va per il sottile e la condanna per “teppismo motivato da odio religioso” è pesante: 2 anni.

Ora, scusate, ma io non capisco cosa c’è di scandaloso in quella condanna. L’intensità della medesima è certo sovradimensionata rispetto alla gravità del fatto, ma cosa dovevano fare le autorità russe, un applauso forse, a queste ragazze che salgono su un altare bestemmiando e facendo LORO quello che sugli altari non va mai fatto, cioè politica?!?

Mi si dice: “E’ un gesto dall’alto significato morale contro un capo di Stato autoritario ed illiberale”.

Ma ne siamo davvero sicuri? No, perchè Putin sarà senz’altro un capo di Stato autoritario, ma fino a prova contraria è stato votato con libere elezioni. Sospetti di brogli? Può darsi, ma ciò non toglie che il Nostro goda di un solido consenso che, poichè fondato sulla volontà popolare, è democratico che ci piaccia o no. Come lo era quello di Berlusconi, che ci piaccia o no.

Scendendo poi nel merito dell’azione politica, ricordo in primo luogo a me stesso cose era diventata la Russia quando Yeltsin lasciò il timone all’allora giovane ex ufficiale del KGB: una totale anarchia fatta di oligarchi armati che con pochi rubli avevano rilevato fortune da favola svaligiando il patrimonio di imprese e fabbriche dell’URSS cresciuto nei decenni con il sudore dei lavoratori russi. Putin non è stato leggero, senz’altro, ma bisogna riconoscere che ha riaffermato un minino di autorità statale sul territorio, ha riacquistato aziende strategiche, ha reso nuovamente la Russia protagonista della scena politica internazionale e, soprattutto, ha reso nuovamente il Paese in grado di sfamare i suoi abitanti dopo l’ecatombe delle liberalizzazioni che tanto erano piaciute a noi occidentali “democratici”.

Mi dispiace ma, ferma restando l’eccessiva durezza della pena, non riesco a vedere nel gesto di quelle ragazze niente più che un atto di cattivo gusto, assolutamente privo di quella dignità politica che mezzo mondo gli ha attribuito. Sarebbe bastato dire le stesse cose senza bestemmiare, non da un altare ma da un palco di un comizio, magari argomentandole come si usa tra liberali. Un eventuale arresto, in quel caso, avrebbe senz’altro meritato lo sdegno di tutte le coscienze libere, la mia per prima.

Ma forse una cose del genere le Pussy Riots non lo sanno fare, e in finale neanche gli interessa. Il risultato è conseguito, lo sdegno è ottenuto, la pubblicità è sicura.

Mi piace pensare, però, che a Malatesta e agli altri miei amici libertari una protesta così non sarebbe piaciuta. Soprattutto in politica, la forma deve essere sostanza, sempre.

E’ guerra.

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Una breve comunicazione, sarò rapido: il signor Diritto Internazionale sta morendo, e ve lo volevo notificare. Si dice che sia una questione di giorni ormai, e tutto sarà finito.

Sapevo che da anni non si sentiva bene, e che anzi in questi ultimi due lustri le sue condizioni erano diventate assai gravi, ma vederlo così fa veramente impressione.

La causa del futuro decesso? Israele, sembra. Vi invito a leggere dal sito Corriere.it quanto riferisce un blogger israeliano sui preparativi del prossimo attacco contro l’Iran che la premiata “unica democrazia del medio oriente” sta mettendo in piedi.

Usare la parola attacco in questi casi è riduttivo, poichè quando si neutralizza il sistema comunicativo di una Nazione, si lanciano dai sottomarini decine di missili balistici con testate non convenzionali e si completa l’opera con siluri da crociera lanciati da “veivoli dotati di una tecnologia sconosciuta al grande pubblico e anche al nostro alleato americano”, ebbene tutto ciò è guerra.

La qual cosa, beninteso, mi starebbe pure bene. Basta che si tratti di una guerra seria, di quelle vere, pienamente riconosciute dal diritto e quindi disciplinate nei loro momenti fondamentali: dichiarazione di guerra consegnata alla rappresentanza diplomatica del Paese avverso, motivazione delle operazioni militari per esigenze di legittima difesa, garanzie per i prigionieri e tante altre belle cose che più di un secolo di convenzioni internazionali sembravano non dico aver garantito, ma quanto meno aver reso meno facilmente violabili perchè sì, si sa che le zozzerie in guerra si fanno e si sono sempre fatte, ma almeno si cerchi di nasconderle, di salvare la faccia.

Invece no. Israele, il cui possesso di testate atomiche al di fuori delle apposite convenzioni internazionali è pacificamente accertato, con totale sprezzo di qualunque normativa organizza quanto di cui sopra in olimpica serenità, tutt’al più con qualche segno di fastidio da parte quell’alleato tanto asservito da essere ritenuto indegno di condividere i segreti degli aerei invisibili. Il tutto, beninteso, senza che le apposite commissioni degli organismi internazionali siano mai riuscite a trovare prove inequivocabili del tentativo iraniano di fabbricare la bomba atomica. E parlo di prove, non chiacchiere, cioè di quei riscontri oggettivi che in un processo conducono un imputato alla condanna, e alla relativa punizione.

Che dire? Nulla. Già prevedo le accuse di antisemitismo piovere da ogni dove a tutela della Vittima Eterna in perenne pericolo di sopravvivenza, quindi taccio e mi limito a stirare il vestito grigio per il prossimo funerale del signor Diritto Internazionale. Che vi debbo dire, a me era simpatico. Anche perchè era uno dei pochi arbitri ancora in grado di imporre agli Stati un minimo di correttezza nei litigi.

Ma pazienza.

Una cosa, però, mi sento di dirla: anche se l’Iran vi è antipatico, una preghierina per l’anima del signor Diritto Internazionale non negategliela. Dopo tutto, era tanto una brava persona…

Gli inglesi e Maria

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Ho sempre visto negli inglesi un popolo molto intelligente. Non animato da evangelica bontà, senz’altro, ma comunque molto intelligente. E ciò per tre motivi.

In primis, perchè è nelle terre di Albione che si producono il whisky Lagavulin, l’Harris Tweed, e le miscele di tabacco da pipa ad alto contenuto di Latakia. Forse il lettore non condividerà, ma posso assicurare che senza questi tre prodotti la vita mi apparirebbe un po’ più triste.

In secondo luogo perchè gli inglesi hanno saputo costruire un impero alla maniera romana e cioè, tolti gli inevitabili atti di crudeltà propri di ogni conquista, preservando i locali ceti dirigenti rispettandone, in linea di massima, usi e costumi.

Infine, perchè hanno saputo sviluppare l’arte dell’uscita elegante dalle situazioni politicamente difficili.

Soprattutto quest’ultima li ha resi a mio avviso davvero un grande popolo. A differenza infatti dei cugini tedeschi, impolitici per definizione, e dei figliastri americani, troppo esuberanti, gli inglesi hanno smontato il loro impero un attimo prima dell’inevitabile crollo riuscendo, con pochi spargimenti di sangue e molti vantaggi, a mantenere le ex colonie legate culturalmente ed economicamente alla madrepatria. Un capolavoro di diplomazia, capacità di ponderazione, ed eleganza davvero straordinario che solo nella gestione della crisi irlandese non ha funzionato: troppo vicina, l’Irlanda, e troppo odiati i suoi abitanti ostinatamente cattolici.

Spiace dunque vedere l’Occidente, inteso come Stati Uniti ed Europa, dimenarsi forsennatamente nell’incapacità di trovare una “exit strategy” per passare con dignità il testimone di cultura dominante, stante l’evidente crisi strutturale che ne scuote le fondamenta.

Invece di progettare una politica lungimirante che consenta di mantenere un qualche rilievo in un contesto globale dove non si sa ancora chi sarà il nuovo padrone (Cina? Paesi islamici? Russia?) l’élite americana si ostina ad esportare le proprie contraddizioni all’estero, in Siria, in Iraq o magari in Iran, quasi nello psicotico convincimento che fare i muscoli li renderà, ancora per un po’, i padroni, quelli la cui moneta è ovunque accettata, quelli il cui stile di vita è “lo stile di vita”, quelli fichi da cui c’è da imparare.

La Germania, poi, non ne parliamo: duri come sassi, incapaci di comprendere l’opportunità delle cose e i tempi della loro realizzazione, unitamente alla necessaria flessibilità suggerita da una comunanza di destini inevitabile, che loro lo vogliano o no.

Stendo un velo pietoso sull’Italia e sulla categoria del “permanente 8 settembre” quale paradigma costante dell’agire politico italiota.

In generale, e spero di sbagliarmi, non mi pare ci sia ENA francese o SSPA italiana in grado di formare coscienze lungimiranti. E anche il sistema oxoniense langue…

Che fare dunque? Senz’altro lottare per le nostre libertà individuali, rivendicando la spazio vitale di ogni singolo nel disporre di sè stesso come ritiene opportuno fare. Lotta sempre giusta, questa, in qualunque contesto.

E tuttavia, non dimentichiamo l’opportunità di selezionare un ceto dirigente con le palle. Che sì, l’anarchia è bella e sdraiati sul prato con una margherita in bocca si sta bene, ma come occidentali siamo gli eredi di una posizione dalla quale abbiamo il dovere di smarcarci con abilità.

Altrimenti, oltre ad una fine implosiva e violenta, rischiamo anche il grottesco di quei bontemponi del Centro Culturale Lepanto che organizzano per il mese di agosto una catena di rosari contro la legalizzazione della coltivazione domestica di cannabis per uso personale.

E anche questo la dice davvero lunga sui tempi in cui viviamo, laddove gli statisti certamente brancolano nel buio, ma dove anche non pochi uomini di Chiesa hanno difficoltà a leggere la realtà, a ripensare la propria missione e a focalizzare gli aspetti importanti del viver sociale da provare a governare.

Speriamo bene.

Il circo

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Giuro che è l”ultimo pezzo che faccio sul tema, almeno per un po”. Non mi piace scrivere su un solo argomento, eppoi sembra che uno sia mosso da manie persecutorie. E tuttavia, ne converrete, i preti ce la mettono davvero tutta a fare stronzate.

Apprendo da La Repubblica, citata a sua volta da Dagospia, la notizia delle tensioni tra Santa Sede e Bulgaria per la nomina dell”ambasciatore di quest”ultima presso il soglio di Pietro. Il candidato, tale Kiril Marichkov, non sarebbe piaciuto in Vaticano a causa del romanzo “Clandestination”, da lui scritto, nel quale ad un certo punto si parla di un rapporto mercenario omosessuale tra un immigrato bulgaro ed un uomo incontrato occasionalmente a Valle Giulia.

Chiaramente la reazione della Santa Sede è la conseguenza di un fenomeno di proiezione, non ci vuole Freud per capirlo, ma su questo voglio tacere per carità di Patria, anzi di Chiesa.

E tuttavia, non riesco a non essere contento per il giovane Kiril. Sì perchè il Nostro non è una di quelle salme che normalmente mandiamo noi italiani per ricoprire tale prestigioso incarico, ma è al contrario un aitante trentanovenne, un bell”uomo a giudicare dalle foto sulla rete, che oltre a scrivere romanzi e a studiare geopolitica fa l”avvocato, parla cinque lingue, è sposato con un”italiana e ha due figli piccoli. Ed è pure nipote di un celebre cantante rock bulgaro, che non a caso si chiama proprio come lui.

Troppo! Troppe colpe davvero per un ambiente, quale quello della diplomazia pontificia, dove l”entusiasmo e i colori della vita sembrano non essere mai entrati, dove la delazione e la calunnia sono pane quotidiano, e dove i monsignori anziani consigliano ai giovani sacerdoti appena assunti di andare al cesso sempre mantenendo un”aria indaffarata e una cartellina sotto braccio così da non alimentare le voci, conseguenza della generale e dilagante invidia, che si stia perdendo tempo andando a spasso (true story!)

Forse Kiril Marichkov non lo sa, ma gli è andata bene. Può ancora continuare ad essere un uomo.

Un angelo in attesa

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Prima di oggi non avevo mai rubato. Jules mi aveva detto che il suo giocattolo era una “figata pazzesca”, ma si è sempre rifiutato di farmelo provare: “Roba militare, segreto di stato”. Mi è dispiaciuto doverlo strangolare, ma è stata tutta colpa sua. Se solo me lo avesse prestato per un pomeriggio… Ma no, un uomo tutto d’uno pezzo, il nostro Jules, un vero soldato. Magari avrà anche una medaglia, adesso. “Ho fatto male a parlartene, lo vedi” – diceva – E anche: “Sei pericoloso, non sono cose per te”. Ad un certo punto, era arrivato a rimangiarsi la sua confessione etilica: “Figurati se mi metto a rubare una cosa dell’esercito!”.

Ma mentiva. Infatti a casa sua ne ho trovato uno. Dopo avergli tirato il collo, sono corso nella rimessa, e l’ho trovato nel bagagliaio della sua macchina . Ero terrorizzato, ma anche eccitatissimo, di lì a poco mi sarei trasformato in un magnifico angelo. Quando l’ho sollevato dal baule della macchina di Jules, con le mani tremanti, ho realizzato che pesava molto più di quello che pensassi. Una scarica d’ansia mi ha percorso la schiena come una scossa elettrica: e se non lo avessi saputo usare? E se, alla fine, l’angelo non fosse stato all’altezza della sua missione?

Ora sono qui, nel piccolo parco davanti alla piscina. La droga mi ha reso lucido, anche se il cuore va per conto suo. Erin sarà qui non più tardi delle 12:00. Anche oggi si farà accompagnare da quel farabutto senza nome, che presto non avrà neanche più una faccia. Ogni tanto appoggio le due pistole automatiche per terra per asciugarmi le mani dal sudore; poi le riprendo. Dietro il pannello elettronico a generazione di pattern frattali sono proprio come un angelo. Un essere superiore, senza sesso, terribile, invisibile agli uomini. Sceso dal cielo a compiere il destino di due di loro.

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