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Gli aspiranti chef hanno rotto il cazzo

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Siete a casa di Camilla, si festeggia la conclusione del suo dottorato in antropologia e ha organizzato una bella rimpatriata coi vecchi amici. Ci sono tutti: c’è Mario, che è arrivato con un tasso alcolemico degno di un matrimonio siberiano; c’è Mimmo con la sua nuova compagna, una bambola gonfiabile dai lineamenti vagamente asiatici e un poco sovrappeso; c’è Carla, che è rientrata da poco dal Vietnam, dove è stata un anno a lavorare nelle risaie per “sperimentare la condizione delle contadine nel sud-est asiatico”. C’è pure il nuovo fidanzato di Camilla, un certo Francesco, investment manager col pallino dell’alta cucina, nonché ex concorrente dell’edizione 2014 di Magisterchef.

È un’uggiosa serata di fine aprile a San Giovanni in Persiceto, fuori piove e nella sala da pranzo un lungo tavolo in legno massello è apparecchiato in modo così elegante che manco a un matrimonio pugliese. Siccome non passate una serata tutti insieme da una vita, ognuno sente il bisogno di aggiornare gli altri su ciò che gli è capitato negli ultimi due anni. Mimmo racconta di aver frequentato un seminario di una settimana sugli alieni rettiliani nell’estate del 2015; Mario elenca i nomi delle 142 escort bielorusse con cui si è intrattenuto durante un lungo viaggio in Est Europa (per l’esattezza declama una lista che conserva gelosamente nel portafogli); Carla offre un resoconto dettagliato delle interminabili giornate sotto il sole cocente del Vietnam e della vita spartana nella fattoria: niente internet, niente acqua calda, nessuno che parlasse mezza parola di inglese. Mario sembra decisamente incuriosito. “Molto interessante, Carla. Ah, ti volevo chiedere”, dice ad alta voce interrompendola nel mezzo dell’appassionato monologo, “ma le vietnamesi li fanno i pompini? E se sì, ingoiano? Non saranno mica vegetariane, vero?”. L’intera tavolata ha un sussulto d’imbarazzo, tranne Mimmo, che si alza in piedi col bicchiere in mano e urla “Yeah! Mario is back! Yeah!”.

Soltanto l’arrivo dell’antipasto riesce a ristabilire un po’ di quiete. Francesco, l’investment manager col pallino dell’alta cucina, arriva tutto sorridente brandendo un vassoio. “Involtini di spigola su crema di rape!” esclama poggiandolo con ostentata soddisfazione al centro della tavola. Mimmo ti lancia immediatamente un’occhiata come a dire “oh oh oh comincia male l’amico Fritz”. Mario trova a fatica lo smartphone nella tasca della giacca e biascicando comincia a fingere una telefonata: “Pronto, parlo col laboratorio di chimica? Non è che per caso avete un microscopio da prestarmi? Sì, mi servirebbe immediatamente. Mi lasci spiegare: dovrei mangiare degli involtini di spigola su crema di rape ma sono così minuscoli che a occhio nudo proprio non riesco a veder…”. Purtroppo la scenetta di Mario è interrotta da una potentissima gomitata nel costato assestatagli da Carla. L’aspirante chef, già ripartito in direzione della cucina, non ha modo di assistere. Anche Mimmo si è perso la scena perché impegnato in un’accesa discussione con la sua fidanzata gonfiabile, a cui nel frattempo ha dato il nome di “Wanda”.

In qualche modo l’antipasto viene ingurgitato da tutti e Francesco passa all’attacco coi primi. “Risotto ai frutti di bosco con gamberi, ostriche selvatiche e foglie di basilico fresco!” esclama di nuovo piazzandoti di fronte la tua porzione. La osservi attentamente. Il piatto ha un diametro di circa un metro, ma il riso, elegantemente disposto a forma di prisma, è talmente poco che riesci persino a contare i chicchi: sono 47. Mimmo ti lancia un’altra occhiata, che questa volta dice “Malcolm, dài, è giunto il momento”. A un certo punto il Vissani della Bassa Padana dice qualcosa che fa vacillare il tuo desiderio di punizione: “La carbonara con la pancetta è un crimine contro l’umanità. La carbonara si fa col guanciale”. Sei d’accordo, molto d’accordo, ma non sarà questo a evitargli il meritato castigo, pensi. Mentre lui comincia a descrivere compiaciuto la sua meravigliosa esperienza televisiva a Magisterchef (è stato eliminato alla prima puntata, ma evita accuratamente di dirlo), senti che è davvero arrivato il momento di punire l’assoluta mancanza di rispetto per quelle porzioncine ridicole, anzi per tutte le porzioncine ridicole del mondo. Pensi che le loro riduzioni, quelle culinarie, quelle tanto care agli aspiranti chef, siano metafore di riduzioni più ampie e importanti, riduzioni di piacere, di gioia, di sincerità, di sano proletariato gastronomico. “Viva il proletariato gastronomico!” ripeti tra te e te, valutando il da farsi.

Un secondo più tardi ti ritrovi in piedi a urlarlo a pieni polmoni: “Viva il proletariato gastronomico!”. Tu, Malcolm Y, Ernesto Guevara della cucina italiana, afferri un lembo della bianchissima tovaglia e tiri con forza, con la forza della ragione e dell’esasperazione. Tiri. Va tutto in frantumi: piatti, bicchieri, bottiglie di vino vivamente consigliate da Gambero Grosso. Poi sbotti: “Gli aspiranti chef hanno rotto il cazzo. Sì, gli aspiranti chef hanno proprio rotto il cazzo”. Allora ti metti a elencare.

Le porzioni di Pollicino presentate artisticamente su piatti estesi quanto l’intero Molise; la retorica bourgeois-bohémien dell’alta cucina, quello snobismo malamente mascherato nei confronti della cucina “povera” (cosa dite? Non siete snob? Ma se non siete snob, che cazzo di bisogno avete di modificare ricette perfette e semplici e uniche come la pasta e ceci?); le “cene” a casa vostra in cui esibite ai malcapitati ospiti tutte le nuove fantastiche tecniche apprese durante l’ultimo corso tenuto dallo chef stellato Franco Fracco; il fatto che al ritorno li costringete a fermarsi al primo McDrive e divorare in sei secondi netti un cheeseburger unto e bisunto; lo stupore quando qualcuno vi dice che no, non ce l’ha l’Arom2000, un apparecchio che costa 18mila euro e serve per DISTILLARE GLI AROMI; le vostre reazioni del cazzo tipo “scusa, ma allora come cucini”?; il desiderio (represso dalla nostra buona educazione) di rispondervi “con pentole e fornelli, coglione”; gli innumerevoli programmi televisivi per aspiranti chef; i programmi televisivi per BAMBINI aspiranti chef; gli chef stellati che sono trattati come se fossero grandi intellettuali.

Potresti continuare fino alla prossima edizione di Magisterchef ma ti manca il respiro. Ti guardi intorno: Camilla giace disperata sulla sedia con le mani a coprire la faccia, Francesco invece è in piedi di fronte a te, veste un grembiule nero e tiene un piatto di risotto tra le mani: una lacrima scende lentamente lungo la sua guancia destra. Mario si avvicina visibilmente eccitato e ti sussurra nell’orecchio “il piatto, Malcolm, il piatto…”. Sì, pensi, è così che deve finire. Strappi il piatto dalle mani dell’aspirante chef, che non ha energie fisiche né psicologiche per reagire, e glielo rovesci in testa, come nel più classico e scontato dei film comici. “Gli aspiranti chef hanno rotto il cazzo” ripeti tra te e te. Poi ti dirigi lentamente in cucina, prendi una forchetta e assaggi un po’ di risotto. Non è male.

Il nazismo di Heidegger è un sottogenere del fantasy

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“Tornare a parlare di Heidegger nazista può sembrare un esercizio noioso”, esordisce l’ennesimo pezzo sulla fine questione filosofica del presunto nazismo di Heidegger: ormai un sottogenere letterario che attinge al fantastico, una chiacchiera filosofica di quel genere che proprio Heidegger relegava a passatempo contro la noia (ah, l’inconsapevole ironia). E’ una questione che, lasciata in mano ai commentatori, tende a finire nell’elencazione di altri personaggi emeriti che avrebbero preso abbagli politici in una sorta di riabilitazione collettiva o, peggio, nell’assolutorio isolamento del pensiero filosofico rispetto al pensiero politico.

Proveremo invece a ricondurre tale questione nei termini di una minima correttezza fattuale, in primo luogo per quando riguarda il rettorato di Friburgo: Heidegger diviene effettivamente rettore, eletto all’unanimità nella primavera del 1933, dietro la richiesta e con il sostegno del precedente rettore, il socialdemocratico Von Möllendorf, costretto alle dimissioni dalla NSDAP. E’ a questo punto che prendere la tessera nazionalsocialista diviene quantomeno necessario per evitare un’eccessiva esposizione contro il partito; nonostante questo, quando appena un anno dopo darà le dimissioni (siamo nell’aprile del 1934), l’organo del partito di Friburgo saluterà il nuovo rettore che lo sostituisce come “il primo rettore nazionalsocialista” di Friburgo. E’ giusto ricordare che dopo la caduta di Hitler gli occupanti alleati revocarono ad Heidegger il permesso di insegnare, ma si tende curiosamente a dimenticare  che molti, fra cui Arendt e Jaspers, considerarono questo provvedimento ingiusto e ingiustificato.

Per quanto riguarda gli appunti di Heidegger di recente pubblicazione che hanno buttato paglia sul fuoco del fortunato filone, occorre precisare che – al contrario di quanto affermato nel post precedente – i cosiddetti Quaderni Neri sono stati pubblicati ben prima di quanto fosse stato previsto dal piano editoriale dell’opera omnia, fissato dallo stesso Heidegger nel 1976. Rimane oscuro, seguendo il ragionamento dei novelli censori, il motivo per cui il filosofo che davvero avesse voluto nascondere il propri convincimenti antisemiti, invece di “rallentare” la loro pubblicazione rendendola postuma, non abbia semplicemente stracciato le 12 pagine su mille che si occupano di mondo ebraico. Questo avrebbe potuto farlo sicuramente dopo la caduta del nazismo. Ma prima perché mai un antisemita convinto che ha la fortunata sorte di vivere in un regime ufficialmente antisemita, avrebbe dovuto tenere nascosti i propri sentimenti affidandoli a quadernetti tipo Moleskine di cui nessuno conosceva l’esistenza, invece di scrivere articoli come faceva per esempio Rosenberg? Sarebbe molto più semplice, oltre che veritiero, ammettere che i Moleskine furono nascosti perché contenevano frasi come “il nazismo è un principio barbarico” e altre in cui si parla di Hitler come di un pericoloso delinquente; in cui si scrive peraltro: “nota per asini fatti e finiti: l’antisemitismo è un principio esecrabile e insensato”.

Sulla questione della tecnica, il nostro precedente autore la interpreta da ignote pagine hedeggeriane come “il male” contrapposto alla purezza della tradizione. Nelle conferenze di Brema Heidegger dice piuttosto che la tecnica è l’essere stesso: voleva forse dire che “il male” è “il bene”? Oppure non ha mai pensato che “la tecnica” fosse “il male”?

E infine, il nostro autore si spinge a condensare la filosofia di Heidegger in un invito a un “nuovo umanesimo” che coinciderebbe con il nazionalsocialismo: a una simile scorciatoia non si può che rispondere rimandando alla lettura degli oltre cento libri a disposizione degli studiosi, impresa faticosa ma che porterà a convergere sulla mancanza di qualsiasi appoggio testuale a supporto.

Per quanto riguarda le prossime puntate della vicenda – “le chicche più gustose” come le definisce il nostro – la sorpresa è ormai rovinata ai lettori ingolositi: in una delle lettere al fratello si apprende di un Heidegger effettivamente entusiasta che invita alla lettura del Mein Kampf definendo Hitler “un genio”. Si tratta di un errore grossolano che, non appena compreso, è stato rimediato dal filosofo nei limiti del possibile: rimettere la tessera sarebbe stato letto come un atto patente di ostilità verso il partito e gli sarebbe potuto costare troppo caro. Per contro, vietò fermamente al figlio di iscriversi alla Gioventù hitleriana.

Come ho preso la decisione di fare un figlio

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– Voglio fare un figlio.
– Ma guarda, io starei già bene così.
– Voglio fare un figlio.
– Come dicevo, sei anni insieme e mai un problema, perché inserire questa complicazione?
– Voglio fare un figlio.
(finge indifferenza, saluta qualcuno alle spalle di lei)
– Voglio fare un figlio.
– Uh, guarda che bello storno si è appena posato sul terazzo!
– Voglio fare un figlio.
– Ti prego di ammirarne il piumaggio, è raro vederne uno in città.
– Voglio fare un figlio.
– Chissà cosa lo ha portato qui? Quale sarà la sua storia personale? Hai mai pensato che gli animali hanno anche loro una storia personale?
– Voglio fare un figlio.
– Le uova dello storno, pensa, sono di un delicato color turchese.
– Voglio fare un figlio.
– È da non credersi, dico, perché comunque gli escono dal culo, uno non si immagina le cose pazzesche che escono dal culo degli uccelli.
– Voglio fare un figlio.
– Io voglio della pizza.
– Voglio fare un figlio.
– Voglio sempre della pizza, a qualsiasi ora del giorno.
– Voglio fare un figlio.
– A te andrebbe della pizza?
– Voglio fare un figlio.
– Facciamo quel cinese in centro storico allora?
– Voglio fare un figlio.
– Voglio un nuovo frigorifero.
– Voglio fare un figlio.
– Voglio un piccolo mulino domestico.
– Voglio fare un figlio.
– Li fanno in germania, tutti di legno, consumano pochissimo e puoi macinarti i cereali dentro casa.
– Voglio fare un figlio.
– Dentro casa, ti rendi conto? È una rivoluzione, è l’apice dell’autarchia.
– Voglio fare un figlio.
– Hai notato che ogni ventimila chilometri ci si brucia il fanale destro? Sempre il destro, boh.
– Voglio fare un figlio.
– Comunque ora ho imparato a sostituirlo da solo, perché ogni volta quindici euro all’elettrauto è un furto.
– Voglio fare un figlio.
– Così spendo solo i sei euro della lampadina.
– Voglio fare un figlio.
– È anche vero che ogni volta mi affetto l’indice per via del meccanismo di blocco della lampadina.
– Voglio fare un figlio.
– Senti ma tu cosa ne pensi di Gesù?
– Voglio fare un figlio.
– Dico, al di là della religione, proprio come personaggio storico, cosa ne pensi?
– Voglio fare un figlio.
– Avrà avuto i baffi?
– Voglio fare un figlio.
– Di sicuro, ispidi baffi a manubrio.
– Voglio fare un figlio.
– E chissà se aveva la forfora.
– Voglio fare un figlio.
– Perché vedi, è come per gli uccelli, non pensiamo mai alle storie personali.
– Voglio fare un figlio.
– Ha detto questo, ha detto quell’altro, va bene, ma ha mai sofferto di testicolo retrattile?
– Voglio fare un figlio.
– Perché vedi, costruiscono un’intera narrazione attorno alla vicenda dei cambiamonete nel tempio, sulla cosa del ricco e del cammello che devono passare dalla cruna dell’ago, il cammelo che ce la fa e il ricco invece no.
– Voglio fare un figlio.
– Ma magari quel giorno era girato male perché un testicolo gli si era bloccato nell’inguine.
– Voglio fare un figlio.
– Sono pazzesche le scelte sbagliate che puoi fare quando hai un testicolo bloccato nell’inguine.
– Voglio fare un figlio.
– Magari la parabola del cammello e della cruna dell’ago sarebbe stata completamente diversa, tipo che il cammello passava per la cruna dell’ago perché è scemo, mentre il ricco, che invece è furbo, girava ATTORNO alla cruna dell’ago. BUM! Ti immagini?
– Voglio fare un figlio.
– E dimmi, hai mai letto Pastorale americana?
– Voglio fare un figlio.
– Da cima a fondo intendo, perché io mi blocco sempre a metà, libro bellissimo e poi mi blocco a metà.
– Voglio fare un figlio.
– Mi è successa la stessa cosa con Infinite Jest, per due volte di seguito, non immagini lo scorno, il senso di sconfitta.
– Voglio fare un figlio.
– Il vuoto proprio, il baratro esistenziale. Quando non riesco a finire un libro mi ritrovo a fissare una massa scura che galleggia nell’aria proprio davanti ai miei occhi.
– Voglio fare un figlio.
– Quella massa scura è il male assoluto, contiene ogni empietà e l’effettiva possibilità di compierla.
– Voglio fare un figlio.
– Ed è proprio come se mi sussurrasse “accoglimi dentro di te, rifiuta ogni cosa che sai, che cos’è in fondo un uomo?
– Voglio fare un figlio.
– E continua “sei il patetico schiavo di un’etica che ha un valore esclusivamente temporale, guarda la ghiaia, era qui prima di te, sarà qui dopo di te, che differenza può fare? Vai, uccidi, fai a brandelli i tuoi fratelli, poi questo pianeta, poi l’universo, poi dio
– Voglio fare un figlio.
– E io sono lì lì per accettare questa cosa, uscire di casa e iniziare ad ammazzare gente in nome della ghiaia, poi mi ricordo che ho semplicemente interrotto la lettura di un libro.
– Voglio fare un figlio.
– E non mi sembra una colpa così grave.
– Voglio fare un figlio.
– Ogni volta che faccio un tatuaggio poi nei sei mesi successivi sono convinto di aver preso l’aids.
– Voglio fare un figlio.
– Una volta una dermatologa mi ha guardato schifata e ha detto “Ma non hai paura di prendere l’aids?
– Voglio fare un figlio.
– E io le ho risposto “No, ma figuriamoci, guardi che i tatuatori hanno standard igienici altissimi, ma per chi mi ha preso?
– Voglio fare un figlio.
– In realtà, solo due ore prima, avevo ritirato il risultato del prelievo di sangue gratuito e anonimo per vedere se ero sieropositivo.
– Voglio fare un figlio.
– Hai preso lo squacquerone?
– Voglio fare un figlio.
– Ti prego non dirmi che hai preso lo stracchino…
– Voglio fare un figlio.
– No che non sono la stessa cosa, lo squacquerone si stende molto meglio e ha quella nota acida appena accennata che è come dio che ti parla.
– NON voglio fare un figlio.
– No, ehi ehi ehi, non usare la psicologia inversa con me.
– NON voglio fare un figlio.
– Questo è un colpo basso, mi rifiuto di giocare a queste regole.
– NON voglio fare un figlio.
– Sono molto serio, è sleale.
– NON voglio fare un figlio.
– Sei una persona sleale, non posso credere che tu mi stia facendo questo.
– NON voglio fare un figlio.
– Voglio fare un figlio
– Ottimo.

Hillary and roman Olimpiads

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Dear Hillary Clinton,

How stai? Congratulazions for vincing the nomination. You puoi become the first donna che fa the Presidente, anzi the Presidentess, ‘tacci yours, sei brav!

Pur noi make elections these days, Hillary. In two weeks we have the ballottag in many cities and soprattutt a Milan e Rome.

But Milan is not important, this time, because we are candiding the stessa person. And infatti, non tutti know that Sala and Parisi are la stessa person but con sdoppiament of personalità che si crede di esser two different persona, Sala and Parisi appunt.

But Rome is much più important because we are candiding two persone very different: Virginia Rays and Roberto Little-Jackets, which is come sceglier between a martellata in the dents and un kick in the coglions. And poi because a Rome we are discussing super important things.

And infatt, Hillary, you must know that a Rome we are concentrand on the priorities. No, not the fact che Rome is commissariat or che in the streets ci son buche grand come the Como Lake, that when rains you can swim. No, Hillary, nemmen that Rome has a public transport che manco a Baghdad dopo i bombardaments.

Hillary, these are minor things: at Rome we discuss the Olimpiads, invece! Roberto Little-Jacket wants le Olimpiads and dice che le Olimpiads will create più posti di lavoro di tutta la Cassa del Mezzogiorn. Lui and Matthew Renzi pure dicono che se i Five-Stars win le Olimpiads non si make. Virginia Rays dice che she wants the Olimpiads but pure che she non wants them. Louis Di Maio says that we want le Olimpiads only if Five-Stars win the elections: but certament!

Insomm, we only talk about the Olimpiads qui: this is the priority. And allor dear Hillary: we are very delusi that in your first discors after nomination you have not said anything su this important matter. But what we frega of America, and the war and Wall Street se first you non parl di Olimpiads? Verament, Hillary you don’t know le priorities. You ci devi dire what to do with Olimpiads. You want them? You don’t want them? You want a referendum?

Tell us, Hillary. Sennò how we know that you are able to be Presidentess?
Thank you!

Gomorra – Filosofi Camorristi

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gomorra

Manco quella

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sdoganare

Quando c’era lui, ovvero una raccolta completa delle barzellette di Silvio

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La verità è che, sotto sotto, ci manca. Terribilmente. E quindi per affievolire questa nostalgia canaglia, ecco una carrellata di momenti meravigliosi che ha donato al dibattito pubblico come solo lui sapeva fare.

 

La metabarzelletta: quella su Berlusconi

Quella di Carletto e la Contessina

Quella su Rosy Bindi, con bestemmione

Quella su Hitler

Quella sugli ebrei

Quella dell’agricoltore e la mela

Quella sui carabinieri e i comunisti

Quella del Commendator Bestetti che va al night, e la moglie

Quella del grande amatore

Quella del cinese che vuole la cittadinanza

L’altra metabarzelletta: Silvio in paradiso e la sua capacità manageriale

Quella su Nicolino, in napoletano

Quella sui carabinieri e il pinguino

Quella sui vampiri

La terza metabarzelletta: quella di Berlusconi e il contadino

Andare in vacanza il giorno del referendum

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Il 17 aprile c’è IL REFERENDUM SULLE TRIVELLE.

No, la mia non è un’approssimazione, il referendum si chiama proprio “IL REFERENDUM SULLE TRIVELLE” e sulla scheda che troverete ai seggi ci sarà proprio scritto “ IL REFERENDUM SULLE TRIVELLE: VOTA SÌ OPPURE VOTA NO, ALTRIMENTI LASCIA IN BIANCO BASTA CHE TU NON FACCIA DISEGNI DI PENI ” tutto in caps-lock e italic per mettere pressione e poco sotto proprio il disegno di un pene che viene messo lì un po’ per toglierti la voglia e un po’ per farti capire com’è fatto il disegno di un pene che tu non devi assolutamente disegnare.

A quel punto voi dovrete scrivere SÌ oppure NO e motivare la ragione della vostra scelta, due righe al massimo, in stampatello, dopodiché va messa la data, la firma, un’ impronta della superficie inferiore del glande per gli uomini, un tampone con tracce di dna per le donne, la richiesta formale di un utero in affitto per i transgender.
Procedura singolare, non trovate? E questa è la prima ragione per cui non andrò a votare.

La seconda ragione per cui non andrò a votare è che questi PROFESSORONI del referendum potevano scegliere un giorno qualunque della settimana e, guarda tu il caso, hanno scelto la domenica. Non so voi ma io la domenica ho cose più interessanti che fare la fila per tre o quattro ore fuori da una scuola elementare, esposto alle imponderabili variazioni meterologiche tipiche del mese di aprile – che, ricordiamolo, viene subito dopo marzo pazzerello, cosa che non lascia presagire niente di buono – pagare il solito dazio di 15 euro per ottenere una scheda stropicciata (che poi non hanno mai il resto e quindi ti partono subito 20 euro DICASI QUARANTAMILALIRE), essere condotto in un loculo murario, venire temporaneamente murato vivo, scrivere sto cazzo di tema, aspettare che tiri il cemento, aspettare l’operaio col cappellino di carta da giornale a barchetta che abbatte il muricciolo appena eretto adoperando un cucchiaio da dessert, essere tratto in salvo da un san bernardo e subito chiuso per errore in una bodybag – maledetti questi che si fanno influenzare dalle serie TV americane che noi andavamo benissimo coi lenzuoli com’è sempre stato – trasferito in una camera mortuaria, pianto per errore dai genitori di Giulio Regeni “eh ma guarda come l’hanno ridotto, sembra un’altra persona” RI-TRATTO IN SALVO DA UN SAN BERNARDO E RI-MESSO IN FILA DAVANTI ALLA SCUOLA, OH, MA CHE CAZZO È? UNO SCHERZO? MA POI VERAMENTE VI LAMENTATE DELL’ASTENSIONISMO?

Dicevo, ho di meglio da fare.
Per esempio mi è appena arrivato un dremel, sapete cos’è un dremel? È un piccolo elettroutensile rotativo utilissimo per graziosi lavori di bricolage, rifiniture, intaglio, incisioni, rettifiche e così via, una libidine che potete procurarvi qui. Vi servono ulteriori informazioni? Basta chiedere.

Vero è che non tutti sono appassionati di bricolage, in questo caso ho compiuto una piccola ricerca su mini-vacanze e voli aerei alla portata di tutti per occupare il week-end del 17 aprile piuttosto che votare questo inutile e noiosissimo IL REFERENDUM SULLE TRIVELLE.

Prima di tutto il nostro amato paese, in aprile le temperature sono miti, un breve soggiorno nella capitale costa pochi euro e la colazione è inclusa! Esterofili? Ecco un economico volo più hotel a Londra. Volete fare un salto nella ridente riviera romagnola? Aprile è il mese perfetto, infatti arrivano i viados freschi freschi ancora in ghiaccio nei container dal Brasile e non sono sfiancati come al termine della stagione estiva: sfinteri belli elastici e anguste colonne di Morgagni oltre a legnose erezioni naturali, una pensioncina fronte mare viene via a due soldi.

Sul serio amici, chi cazzo ve lo fa fare? La vita è breve e le trivelle sono in mare – e noi viviamo sulla terraferma ma questo ovviamente non ve lo dicono – che se ne preoccupino i sommozzatori, che facciano votare i palombari, che minchia ce ne importa a noi? Avete un brevetto da sub? No. Andate al lavoro in pedalò? No. Siete per caso degli snorky? No. Ma di cosa stiamo parlando allora?

Suvvia, un po’ di buonsenso.

immagine stilizzata di un pene tipo quella che trovrete sulla scheda de IL REFERENDUM DELLE TRIVELLE per farvi capire cosa non dovete assolutamente disegnare

Generatore Automatico di alternative al Family Day

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Come tutti sappiamo oggi si svolge (di nuovo) il Family Day, una grande manifestazione in “difesa” della “famiglia” “tradizionale” (da cui il “Family”, che in inglese vuol dire “famiglia”, nel nome della manifestazione).

Tuttavia, in quest’epoca sempre più priva di valori, riteniamo necessario difendere altre importanti istituzioni dal logorio della vita moderna: se anche voi ritenete che le tradizioni siano in pericolo, fate refresh per ottenere nuove manifestazioni in difesa dei bei tempi andati.

Piccolo manuale di small talk

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Ciao.
Un annetto fa io e il collega Omar “JJ Spalletti” Kalašhnikov scrivevamo a tre mani e un ginocchio due graziosi manualetti di convivenza urbana per sociopatici (1, 2) succesivamente editi da Marsilio Editore e infine usciti in edicola col noto mensile di indagine scientifica Tushy (conosciuto in Italia col nome di Riza Psicosomatica).
Succede però che, malgrado tutta la tecnica e l’impegno, arriva il momento in cui la società devi affrontarla per forza, specialmente attraverso quelle micro-conversazioni che i britannici chiamano “small talk“.
Anche se gli smartphone hanno il merito di levarci dall’imbarazzo in innumerevoli situazioni di compagnia forzata non sono, me tapino, ancora in grado di creare un vero e proprio campo magnetico di solitudine sociale, nè alcuno tra i meccanismi di autodifesa tanto comuni in natura: la nube d’inchiostro della seppia, la scarica elettrica del serpente marino, la capacità di planare via dai problemi della volpe volante australiana, gli aculei dell’istrice, lo sconvolgente gozzo di Iginio Massari.
È dunque per questa ragione che mi appresto a scrivere questo umile manuale di small talk facendone dono a chiunque volesse usufruirne.
Di seguito alcuni soggetti semplici, addirittura banali, per levarvi dalle pesche.

L’aborto
Forse di primo acchito non vi sembra un tema semplice, avete torto, basta usare il giusto tatto e mettersi nei panni di chi vi sta di fronte: cosa vorrebbe sentirsi dire sull’aborto?
Ecco quattro rapidi modi di iniziare una conversazione sull’aborto.

  1. Ora noi parleremo dell’aborto.
  2. Anche tu qui col bambino? Dimmi, come sarebbe stata la tua vita se lo avessi abortito?
  3. Allora, per il buffet io ho portato una cheescake alle fragoline di bosco, alcune bottiglie di Chinotto Lurisia e un’insalatona di patate con piselli, maionese, feti e cardamomo. Ma no amici miei, stavo solo scherzando, lo sanno tutti che feti e cardamomo non legano.
  4. Bella giornata, eh? Clima perfetto per un aborto!

Introdotto l’argomento il grosso è fatto, ora potete iniziare con la conversazione vera e propria:
1) Qual è il massimo numero di aborti a cui si è mai sottoposta una donna? Non si sa di preciso, però è doverso citare la signorina Wilma Tamara Killercat di Midwest City, Oklahoma, che andò sotto i ferri quarantuno volte e tutte quante prima dei sedici anni.
2) Qual è il massimo numero di aborti a cui si è mai sottoposto un uomo? ZERO (hahahahahaha)
3) Che sapore hanno i feti? Simile alla rana pescatrice ma più nodosi.
4) Cosa succede dopo l’aborto se i “genitori” ci ripensano? Eh, bisogna ricominciare la procedura da capo, è probabile che compaia un aumento dei sensi di colpa che potrebbe manifestarsi sotto forma di secchezza vaginale (lei) e disfunzioni erettili (lui).
5) Dove finiscono i feti abortiti? Dipende, per legge dovrebbero essere smaltiti dalla clinica – e nella maggior parte dei casi trasformati in burrocacao – ma se allungate una bustarella all’infermiera le possibilità sono pressoché infinite: potreste consegnarlo al vostro tassidermista di fiducia, pressarlo e incorniciarlo, appesantirlo con dei piombini da pesca e adoperarlo come elegante ferma-carte, cucirlo sopra un guanto e usarlo come marionetta per spaventare fratellini e sorelline, tatuargli sulla minuscola schiena TOO LATE ADINOLFI e lanciarlo a una manfestazione delle sentinelle in piedi.
E così via.

Disabili
Grandissimo topic.
Vero è che la gente si risente molto se il soggetto non viene affrontato con la doverosa delicatezza, quindi vi invito a far tesoro dei quattro incipit qui sotto, sono frutto di una dura selezione e sono stati provati e riprovati per ottenere la massima efficacia.

  1. Ho un amico spastico che ti somiglia tantissimo
  2. Ieri ho aiutato una ragazza disabile ad appoggiare la spesa nel baule dell’auto e lei per gratitudine mi ha fatto un pompino, dopo per il rimorso l’ho dovuta uccidere. No dai scherzo, BY THE WAY hai mai dovuto disfarti di un cadavere?
  3. Ma tu ci pensi mai ai disabili? No, dico, come saranno diventati così? È un processo tipo quello del bruco che diventa farfalla?
  4. Giochiamo a chi ha più disabili in famiglia? Comincio io, papà sordo in vita (+2 punti) nonna alzheimer morta (+1 punto) nonno demenza senile morto (+1 punto). No amico mio, essere bassi non vale, no, non è una disabilità, ti dico che non vale, insisto, giungiamo ad un compromesso: è una disabilità ma vale solo mezzo punto.

Siete dentro, via alle danze.
Utilissime le storie di vita vissuta, come la seguente.
Mentre ristrutturavo casa ero solito recarmi presso un’isola ecologica per il conferimento dei rifiuti, ivi un ragazzo affetto da sindrome di Down assisteva i cittadini, la sua assistenza consisteva soprattutto nel prenderli malamente per il culo, tipo:

lui: io aiuto le persone che portano l’immondizia
io: ah, molto gentile, mi dai una mano con questi sacchi?
lui: col cazzo, sono mongolo.

Poi il bastardo rideva, non avete idea di quante volte gliel’ho visto fare.
Aveva anche altre uscite sagaci, tipo:

io: hai visto come ho separato bene tutto quanto? Cemento da una parte, ferro dall’altra.
lui: bravo, purtroppo ho finito le medaglie.

Un grandissimo figlio di puttana.
Proseguite con ficcanti analisi sociali, ad esempio: avere il cazzo piccolo può essere considerata una disabilità? Le donne – che notoriamente non hanno il cazzo – sono allora tutte disabili?
Sapete perché non vedete mai disabili cinesi? Perché tipo ha che fare con l’immigrazione…container…funerali…astici…reticolo endoplasmaticogalassia nana ellittica del cane maggiore…A ME COMUNQUE NON LA SI FA!

Pedofilia
Lo so, lo so, vi state chiedendo in quale situazione questo potrebbe mai essere oggetto di small talk.
Fidatevi di me, come per l’aborto basta usare uno degli incipit qui sotto, sono incipit garantiti, se non dovessero funzionare voi tornate qui e ve li sostituiamo con degli incipit nuovi.

  1. Pedofilia! Incredibile come dietro un nome così promettente si nasconda una pratica per certi versi discutibile.
  2. Anche tu qui con i bambini? I miei? No guarda, io sono un pedofilo in ricognizione…SCHERZONE HAHAHAHAHA…no invece sono serio…CI SEI CASCATO DI NUOVO…del resto cosa ci posso fare quelle piccole natiche sode mi fanno uscire di senno…TAAAAAAC, EH MA SEI PROPRIO UN BOCCAOLONE DAI!
  3. Io i pedofili li ammazzerei tutti presenti esclusi.
  4. Indovinello: cosa ci fa un pedofilo col cazzo di fuori dentro il cortile di un asilo? Allora? Non lo sai? È UN PEDOFILO COL CAZZO DI FUORI NEL CORTILE DI UN ASILO HAI BISOGNO DELL’AIUTO DA CASA?

Entrati nelle grazie dei vostri interlocutori è arrivato il momento della discussione, ad esempio:
1) Giacere coi bambini non è prima di tutto scomodo da un punto di vista ergonomico? I migliori pedofili dicono di che si, è scomodo ma ne vale comunque la pena.
2) Farsi fare una sega da un bambino di otto anni può davvero essere considerata pedofilia? Siamo sicuri? E se prima lo hai bendato? Ah ma allora vuoi il proibizionismo vuoi. E come ti permetti di giudicarmi? Non ci ha insegnato niente Gesù con la storia sullo scagliare la prima pietra?
3) Cosa succede alla canzone Felicità di Al Bano se le parole “la felicità” vengono sostituite con “scopare bambin”?
Niente di particolare, rimane comunque un brano molto orecchiabile.
4) Immaginate per un attimo di essere pedofili, quale bambino di vostra conoscenza molestereste per primo?
5) Una recente indagine del prestigioso college di Auanaganas, New Mexico, ha dimostrato che se è vero che alcuni genitori sono spaventati dai pedofili è altrettanto vero che moltissimi genitori sono atterriti dalla possibilità che un pedofilo possa considerare il loro figlio poco attraente. Del resto a voi farebbe piacere che un pedofilo considerasse vostra figlia “bruttina”?
E avanti così, senza paura.

Un Giubileo per Joseph

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jos

Pasolini 40

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Pasolini

Richiamo al futuro

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Marty

L’Apocalisse Ludica di Fine Millennio

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L’estate è finita, ma l’ossessione per i giocattoli della nostra infanzia no (I precedenti capitoli qui).

31. I PLAYMOBIL

Consci che i Lego interessavano più i maschi che le femmine, gli ingegneri della Gig si inventarono i Playmobil, pupazzetti che avevano la stessa espressione da cretini degli omini Lego, ma erano più grandi (probabilmente il macabro risultato di aver fuso due omini lego uno sopra l’altro). A differenza dei loro cugini non erano gialli, e la famiglia Playmobil non aveva mattoncini da incastrare, ma una serie infinita di diabolici accessori (persi sotto il divano) e personaggi retorici che avrebbero fatto invidia ai mestieri che ha intrapreso Barbie in tutta la sua vita. Quando venivano via i capelli ad un Playmobil (persi per sempre in una dimensione parallela), esso (maschio o femmina che fosse) veniva tristemente a somigliare all’arbitro Collina, e allora diventava automaticamente “il disadattato”,  “un malato terminale” o addirittura “il naziskin”.

L'ARMATA MALEDETTA
L’ARMATA MALEDETTA

32. LE MACCHININE

Differenti dalle Micro Machines per la grandezza più umana (cosa che però non impediva al bambino di perderle sotto i mobili), le macchinine erano ambitissime dai maschi che allestivano l’autosalone che inevitabilmente finiva in “disastro autostradale con dispersi e feriti ovunque” (ma comunque dopo sopraggiungevano He Man o Big Jim e mettevano tutti in salvo). Ciò che attirava maggiormente delle macchinine era senza dubbio la loro peculiarità di correre metri e metri su tavoli e pavimenti, ma soprattutto i colori sgargianti e improponibili con i quali erano pitturate. Voglio dire: a chi poteva venire in mente di comprarsi una Lamborghini argentata con strisce rosa e blu? O magari una panda giallo fosforescente? Naturalmente, in dotazione con le macchinine c’erano anche ecomostri tipo il garage, componibile e su più piani, lasciato in salotto per una questione di spazio e che inevitabilmente finiva per diventare una trappola mortale in casa quando uno si alzava di notte per andare in bagno.

Ottima la scelta dei colori
Ottima la scelta dei colori

33. LE MACCHINE/MOTO GAUCHO

Gli ingegneri della Gaucho (sospettiamo in combutta con quelli della Gig), nota marca di infernali giocattoli anni ’80-’90, si inventarono, per far familiarizzare il giovine virgulto con i mezzi di trasporto, una serie di moto e jeep elettriche, che funzionavano (quasi) come quelle vere e che davano senso di onnipotenza soprattutto ai padri e agli zii che le spaccavano a forza di fare i cretini gareggiando fra di loro. Risultato: i veicoli succhiasangue costavano dei prezzi osceni, così il bambino doveva aspettare di avere 15 anni per chiedere insistentemente il motorino, “Perché non mi avete mai comprato la moto elettrica!!”

"No, non la puoi guidare, cazzo, mio padre si è indebitato per comprarmela"
“No, non la puoi guidare, cazzo; mio padre si è indebitato per comprarmela”

34. LA NOUVELLE CUISINE E FIGLI

La Nouvelle Cuisine era il sogno di ogni bambina! Significava avere un posto dove usare le pentoline, quindi i due marchingegni erano in evidente accordo finanziario. In poche parole, chi aveva la Nouvelle Cuisine bisognava per forza di cose di pentoline con le quali escogitare pappette di terra e calcinacci (le pentoline incluse nella cucina giocattolo constavano solo di pochi piatti e qualche padella con appiccicato l’adesivo delle uova); chi invece aveva miliardi di pentoline, appena vedeva la pubblicità della Nouvelle Cuisine (bambine con cappelli da cuoco, musiche africane) correva a stressare il genitore.
Esistevano inoltre anche altri piani di gioco a tema, come il tavolo per lavorare il legno (rigorosamente in plastica, con le travi già segate) o il banco di scuola. Quest’ultimo era particolarmente perverso, visto che i bambini dai sei ai dieci anni preferirebbero il martirio piuttosto che passare otto ore sui banchi, ma appena gli regali una cosa del genere subito corrono a fingere di essere a scuola a fare le operazioni alla lavagna, con grande perplessità dei genitori che si chiedono dove avranno sbagliato.

Back in the kitchen
Back in the kitchen
"Che bello studiare!" "Malimortaccitua"
“Che bello studiare!”
“Malimortaccitua”

35. BEBI MIA

Bebi Mia è senza dubbio uno dei giocattoli più ambigui della storia, a partire dal nome scritto con una grammatica zoppicante. Si trattava di una bambola chiaramente posseduta, che aveva la facoltà di ripetere (anche all’infinito) circa dieci frasi diverse tra cui “mamma ho fame” “mamma giochiamo” “mamma ti voglio bene” (da omicidio) e si spegneva (se si riusciva a capire come) al suono di “ho sonno…BUONANOTTE!!!” pronunciato a voce altissima. La didascalia recitava “La prima bambola che ti fa sentire davvero mamma”; certo, ma il tipo di genitore che quella roba ti faceva sentire non era di certo il candidato ideale a “mom of the year”, visto che dopo tre o quattro minuti avevamo tutti l’impulso di piantarla sotto un cuscino per non sentire mai più quella vocina querula.

Io stessa ho vissuto attimi di vero terrore durante una notte in cui il malefico balocco non voleva spegnersi, e continuava a ripetere “mamma mamma mamma”. Mia madre (quella vera) minimizzava, ma sapevo che in cuor suo anche lei era convinta di vivere in un film horror, in cui l’inquietante giocattolo si sarebbe ribellato e ci avrebbe fatti tutti a pezzi.

Tutti quei puntini sospensivi.
Tutti quei puntini sospensivi.

 

JJ

Premiare Cannavacciuolo: 20 idee regalo

in humor by

Forse non tutti sanno che il 12 settembre, alla Festa della Rete a Rimini (noi eravamo candidati e invece ha vinto Beppegrillo.it, voglio dire), il premio “miglior chef dell’anno” è andato ad Antonino Cannavacciuolo, ormai noto volto televisivo ma tra i più celebrati cuochi italiani con il suo Villa Crespi, due stelle Michelin sul Lago d’Orta. Ebbene, gli organizzatori della FdR hanno pensato bene che nel cucinino del povero Canna mancasse nientepopodimenoche una centrifuga, di cui lo hanno prontamente omaggiato.

Visto com’è andata, allora, ci permettiamo di dare qualche suggerimento per i prossimi cadeaux, qualora vi dovesse capitare di premiare Cannavacciuolo.

 

  1. Un pratico denocciolatore per olive
  2. Un grattaformaggio elettrico, con annessa base per ricarica
  3. Le forbici a più lame per tritare il prezzemolo
  4. Una confezione di Olio Carli
  5. Un ricco cesto natalizio
  6. Una fornitura semestrale di surgelati Bofrost
  7. Uno Smartbox “viaggio tra i sapori d’Italia”
  8. Uno Smartbox “cena a Villa Crespi”
  9. Un biglietto per l’EXPO
  10. Una giacca da cuoco
  11. Un grembiule da cuoco con disegnato il David di Michelangelo e il suo marmoreo pene
  12. L’iscrizione a Masterchef
  13. Un libro di ricette di Benedetta Parodi
  14. Un libro di ricette di Cracco
  15. Un libro di ricette di Antonino Cannavacciuolo
  16. Una foto autografa di Antonino Cannavacciuolo
  17. Le videoricette di Antonino Cannavacciuolo
  18. Uno Smartbox “10 lezioni di cucina con Antonino Cannavacciuolo”
  19. La collana DeAgostini “Antonino Cannavacciuolo incontra Antonino Cannavacciuolo”
  20. Un set di pentole, un coprimaterasso anallergico e una mountain bike con il cambio Shimano

 

centrifuga
Meanwhile, at Cannavacciuolo’s Villa Crespi

 

 

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