un blog canaglia

Caro

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Io non lo so, se quando un cantautore diventa importante continua a scrivere le sue canzoni ispirandosi alle vicende della propria vita, come quando si dilettava con la chitarra in mano e sognava di diventare famoso: ma a occhio e croce credo proprio di sì.
Non so neppure, e siamo a due, se “leggere” la musica e i testi attraverso gli occhi di chi le ha scritti, tenendo fede a una sorta di “interpretazione autentica”, sia un’operazione sensata: oppure se le creazioni artistiche, specie quelle di carattere popolare come le canzoni, una volta diffuse abbiano significato soltanto in relazione a chi ne fruisce, iniziando come si dice a “vivere di vita propria”, in modo diverso per ciascuno di quelli che le ascoltano.
Tuttavia, comincia a farmi un certo effetto riflettere sulla circostanza che molte delle canzoni che ci accompagnano da anni, e che in qualche modo abbiamo “immaginato” visivamente dando un volto ai loro protagonisti e una forma al loro contesto, probabilmente siano state scritte pensando a volti e contesti diversi.
Prendete “Cara” di Lucio Dalla, per esempio, una delle più struggenti canzoni d’amore del dopoguerra.
Ebbene, quasi sicuramente non si tratta di una canzone scritta per una donna, come perfino il titolo suggerirebbe, ma per un uomo. Sono quelli di un uomo, i capelli che non si riescono a contare, è un uomo la farfalla che si alza per volare ed è la mano di un uomo quella che Dalla vorrebbe prendere per poi cascare nel suo letto.
Sono quasi certamente uomini quello che scrive lettere a Charles Trenet, l’amore della vita di Freddie Mercury, la persona a cui Elton John regala una canzone perché non ha altro da dargli, quello che Ron promette di sollevare ogni volta che cadrà, il tizio a cui Tiziano Ferro scatta foto su foto, quello che ovunque andrà si ritroverà accanto Umberto Bindi, la persona di cui George Michael vuole il sesso; potrebbero essere uomini il più bello dei REM e quello con cui Morrissey vorrebbe schiantarsi in macchina.
Potrei continuare all’infinito, citando tonnellate di pezzi più o meno noti, ma credo che il principio sia chiaro.
Ecco, io sono convinto che quasi nessuno di noi, ascoltando queste ed altre canzoni, le abbia mai “visualizzate” nel contesto in cui sono state concepite: complice una censura spesso “implicita”, che ha imposto a chi le scriveva di declinarle sistematicamente (nei titoli, nei nomi, perfino nei pronomi) in una dimensione “etero”, ma trovando terreno fertile nella nostra mente, che non si è mai sognata di concepire un cambiamento di prospettiva neppure dopo aver avuto notizia dell’omosessualità dei loro autori.
Io negli ultimi tempi sto cercando di farla, questa “conversione”: mi capita sempre più spesso di ascoltare pezzi che avevo letteralmente consumato e di “visualizzarli” daccapo alla luce di quello che so, cercando di cancellare le vecchie immagini e sostituirle con immagini nuove.
Non tanto, badate, per scoprire “differenze”: ché anzi l’emozione, l’amore, il dolore, la nostalgia sono esattamente le stesse, e questo è un fatto che dalla “rilettura”, se fosse necessario, emerge con chiarezza cristallina; quanto per restituire un minimo di verità a qualcosa di autentico, che negli anni è stato sepolto dalla finzione, dall’ipocrisia, dalla censura.
Facendone rivivere la libertà originaria, per quel poco che conta e ammesso che abbia senso, almeno nella mia testa.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

9 Comments

  1. Come non citare Gelato al cioccolato che solo successivamente si è saputo che fu scritta da Cristiano Malglioglio dopo una vacanza in Tunisia (!!!) e che lo confessò solo dopo anni allo stesso Pupo 🙂

  2. Riflessione interessante, ma:
    1) Love of My Life fu scritta da Freddy Mercury per Mary Austin, con cui ebbe una lunga relazione e cui rimase legato fino alla fine, arrivando a intestarle gran parte dell’eredità. Quindi… meglio non convertirla.
    2) Sono abbastanza convinto che il “beautiful” in “At My Most Beautiful” si riferisca a Michael Stipe stesso e non alla persona cui la canzone è dedicata, un po’ come nelle espressioni “at my best”, “at my worst” ecc. Da notare anche che Stipe è bisessuale (lui preferisce definirsi “queer”, e ha avuto relazioni con donne), per cui anche in questo caso una “conversione” potrebbe essere inappropriata.

    • Prendo atto di Mercury (non lo sapevo); sulla bisessualità di Stipe siamo d’accordo, ed infatti per lui e Morrissey ho scritto “potrebbero essere uomini”. Per tutti: si tratta semplicemente di esempi, la sostanza non cambia. 🙂

  3. A me era venuta la stessa riflessione riascoltando, dopo anni, “Mambo”. È una canzone che conosco da quando ero bambino, in cui avevo sempre avvertito una nota stridente nella descrizione di questa “diva del muto” col “cuore a imbuto” che se ne va “sbattendo la porta, avevo in mezzo la mano”, etc. Oggi ci ripenso e mi pare di averlo davanti agli occhi, la “regina del mambo”.

  4. Penso che alle canzoni debba essere lasciata la libertà di “vivere di vita propria” e di assumere i colori, i toni, le sfumature di chi le ascolta.

    Così mi sembra che debba essere per tutte le opere d’arte, anche quelle meno ‘popolari’.
    L'”Infinito” di Leopardi vive in ognuno di noi nei modi più diversi e rinasce, ogni volta, attraverso le emozioni e le sensazioni che suscita.

    E’ libero, libero anche dall’attimo e dall’impulso contingente che l’ha creato.
    L’opera d’arte, quando è davvero arte, è libera, non ha confini né di tempo né di spazio.

  5. Aldo Busi:

    “Conta di più la vita o l´opera? L´opera, se la vita ne è la superflua coerenza. Se la vita non è coerente con l´opera che produce, il dibattito resta aperto, ma non per me: non conta né l´una né l´altra, entrambe contano solo per l´occasione sprecata di farne tutt´uno. Quindi, via, giù nell´imbuto dell´oblio delle cose che ne nascondono troppe altre per non appartenere più alla fogna dell’arrivare con meno problemi al ventisette del proprio mese che al ruscello di acqua davvero sorgiva e ristoratrice in tutte le sue preziose molecole per l’umanità assetata.
    Anch’io, come Joseph Hansen, penso che “un Dostoevskij che non accenna alla sua epilessia o alla sua dipendenza dal gioco” non sarebbe arrivato lontano e che è superflua ogni opera di chi, invece di raccontare innanzitutto di quanto gli è più prossimo e sa perché accade in lui, fa un balzello in avanti per rimuovere l’indicibile e fastidioso ostacolo della sua umanità per quel che è e si cimenta con i grandi orizzonti esistenziali tanto più gratificanti, che poi risultano essere striminziti tra i piccoli paraocchi di un lirismo demagogico o di una sociologia d’accatto, grazie ai quali arriverà alla santificazione del popolo bue, così attento a glorificarsi attraverso i suoi campioni del sentimentalismo universale.

    E´ uno scarto psichico inevitabile, una sensazione di imbarazzo, un sapore di fregatura sistematica: un omosessuale non pubblicamente dichiarato che quindi se ne strafotta della morale sessuale cattolica, che mai nulla ha espresso contro l’omofobia di matrice clericale che impesta il suo Paese, che mai una volta ha preso posizione aperta per i diritti calpestati dei cittadini suoi simili di sventura politica e civile e razziale, un tipo così che, per esempio, scrive e canta il suo amore per una donna viene prima (per mediocrità di carattere, ipocrisia deliberata, amore del quieto vivere a discapito di chi lotta per i suoi stessi diritti da lui per primo negati) della bellezza o bruttezza della sua dedica impropriamente musicata.

    Non vedi l’omaggio alla donna, vedi la ridicola falsità e la necessità estetica per conto terzi che vi soggiace. Ho sempre pensato che Lucio Dalla fosse un checchesco buontempone, un chierichetto furbastro – le sue interviste sono un vero florilegio di banalità in ossequio alla morale comune e all’autorità costituita, alla maniera di Celentano, che a me non piace nemmeno quando canta – e non basta la morte per cancellare la magagna del gay represso cattolico (represso alla luce del sole, il che non ne inibisce certamente il godimento tra le tenebre della vita privata, anzi, le implementa, come ben si sa) che si permette tutte le scorciatoie di comodo (l’arte, il fine superiore e balle varie) pur di non prendere la strada maestra più sensata della basilare affermazione di sé, anche se più accidentata.

    Ho sempre pensato, senza mai lasciargli il tempo di aprire bocca per cantare, che un artista che si fa un problema di un tale nonnulla sessuale e che così sessisticamente ruminando offende tutti coloro che, con grande sprezzo del rischio e grossi patimenti personali, hanno ribaltato lo pseudoproblema addosso a chi gli imponeva di farsene uno, sia un povero cristo scansafatiche indegno di altra attenzione.

    I ben documentati rapporti di Dalla con Craxi e l´Opus Dei, nonché con l’angelo custode che dichiarò di avere visto al suo fianco, me lo rendono poi addirittura indigesto, per amore della pila sapeva individuare bene dove andare a fare il baciapile, non erano certo le protezioni in alto loco a mancargli, era trasgressivo dove esserlo è di moda e alla portata di qualunque reazionario di mondo, anche se gli sono debitore di molte risate allorché fece un programma televisivo con Sabrina Ferilli in cui si sforzava di dare a vedere che la desiderava – invano, per sua fortuna, e non certo perché fosse di una struggente laidezza fisica.

    Non so se le canzoni di Dalla sono belle o brutte, come ne sento l´attacco alla radio, spengo. In questo senso, è in buona compagnia, tutti di autorinnegati di successo. Ve la lascio tutta, o prefiche e sorcini degli scomparsi ad arte già in vita. Io, da parte mia, continuerò a pensare che i veri eroi di Bologna sono i famigliari delle vittime della Uno Bianca e della strage della stazione ferroviaria rimasta impunita, eroi silenziosi sempre più dimenticati, quasi rimossi, attorno a loro io non smetterò un istante di stringermi in un cordoglio senza fine, e purtroppo senza pace.

    • Che dire Marco, grazie per questa citazione che mette una luce sinistra sul significato nascosto del post.
      Permettimi però di sganciarmi dal tuo ragionamento con un estratto della pagina di wikipedia sul rapporto tra Ciriaco De Mita, Lucio Dalla e appunto il Silmarillion, ecco qua:

      Proprio perché Tolkien lavorò al Silmarillion per tutta la vita, è impossibile definire una data di composizione di quest’opera. I suoi inizi possono essere fatti risalire al 1917, quando Tolkien era un ufficiale britannico combattente in Francia, nelle trincee della Somme, durante la Prima guerra mondiale. Colpito dalla “febbre delle trincee” fu ricoverato in ospedale e ritornò in patria. Anche per contrasto con questa esperienza dolorosa, il suo mondo immaginario, precedentemente solo abbozzato in pochi versi poetici e nomi di fantasia, prese una forma precisa dando luogo al primo nucleo dei Racconti perduti, che sarebbero poi confluiti nell’ideazione di una grande opera sulla storia di Arda e dei suoi abitanti: Il Silmarillion.

      Tolkien lavorò al testo dedicandogli tempo e impegno in modo alterno. Nel 1937, dopo il successo di Lo hobbit, lo propose al proprio editore per la pubblicazione. La risposta fu una netta stroncatura, seppure motivata: Il Silmarillion era considerato dall’editore un semplice “contenitore” di materiale fantastico da cui attingere per scrivere altri libri simili a Lo hobbit, inoltre impubblicabile per uno stile troppo distante da quest’ultimo. Tolkien fu molto addolorato dal rifiuto, seppur consapevole che Il Silmarillion era lontano dalle aspettative dei suoi lettori. Accanto alle altre opere, periodicamente rivedeva e integrava Il Silmarillion. La stessa History of Middle-earth è stata in parte spunto iniziale per quest’opera, ma soprattutto un’espansione dei molti temi in essa presenti.

      Tolkien considerava quest’opera la più importante tra le sue creazioni, continuò così per tutta la vita a lavorare sui racconti in esso contenuti, affinando e rimaneggiando le proprie idee e il testo stesso; tuttavia non completò mai Il Silmarillion.

      La pubblicazione
      Solo quattro anni dopo la morte dell’autore, nel 1977, Il Silmarillion fu pubblicato grazie al figlio Christopher. Egli aveva lavorato al testo raccogliendo molte bozze del padre, revisionandole ed unendole per farne un’opera ben amalgamata ed unitaria. Si avvalse dell’aiuto dello scrittore fantasy Guy Gavriel Kay su alcune parti più tarde del Quenta Silmarillion che erano in uno stato primitivo di bozza. Christopher Tolkien ha cercato di rispettare al massimo l’opera del padre, ma è indubbio che leggendo Il Silmarillion si debba tenere conto del suo intervento che, in molti casi, è stato notevole, dato lo stato abbozzato di molti testi. Il dibattito è stato vivace tra gli ammiratori del professore di Oxford, sulla correttezza di una rielaborazione e pubblicazione postuma, ma si sa che Tolkien stesso voleva ad ogni costo che l’opera venisse pubblicata. Dopo l’uscita del Silmarillion, Christopher Tolkien scoprì molto altro materiale scritto dal padre su Arda: bozze, versioni grezze e racconti in parte terminati. Dopo alcuni anni dalla pubblicazione del Silmarillion uscirono le Histories of Middle-earth, 12 volumi in cui era raccolta la maggior parte degli scritti dell’autore. Molte delle differenze tra Il Silmarillion rielaborato da Christopher e le Histories non sarebbero esistite se – afferma Christopher Tolkien – fosse venuto prima a conoscenza dell’esistenza di questi scritti.

  6. Sì, ma stiamo parlando appunto di Tolkien, certo non Goethe o Tolstoj, ma neanche Dalla.
    Io davvero non riesco a capire perché in Italia si tributi un tale onore a un autore di canzoni dai testi pessimi. Ogni volta che sento le sue canzoni, carine, non devo ascoltare le parole se non sotto forma di suono, e comunque sempre canzoni rimangono.
    Si tributano quindi enormi onori e riconoscimenti e città mobilitate per cantautori, e in seconda istanza al massimo per qualche poeta alla Merini che come ti giri c’è un suo verso, mediocre. Chissà quando ci rimane secco Celentano, ho già i brividi di orrore.
    Perché?
    Ci vedo dietro una qualche opera di rimozione attraverso il sentimento, ovvero la forma di linguaggio più inoffensiva. Per parafrasare, l’italia è oggi un paese di cantautori, navigatori web e santi come al solito cui votarsi, e già questo discorso mi urta perché io stesso sto dando a mia volta troppa importanza a un cantautore. Non lo faccio neanche per De André, o Gaber, figuriamoci Dalla. Al massimo, cantante per cantante, lo farei per Mina, lei sì davvero gran donna che ha pagato per esserlo, oltre che divina.

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