un blog canaglia

Bagnoschiuma

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Niente di peggio che cominciare con il bagnoschiuma sbagliato la mattina. Mi direte, eh capirai. Ma se i poeti hanno il diritto di incontrare il male di vivere in una foglia accartocciata o in un torrente mezzo secco, perché io non posso trovarlo nel mio dannato sapone? In fondo, non ho ambizioni esagerate, sono un po’ sciocco e tendo al pop.

Ma atteniamoci ai fatti: la settimana scorsa l’ho finito, e poiché la mia prepotente mascolinità mi impedisce di usare le essenze delicatamente floreali in uso a casa mia, mi sono risolto all’incauto acquisto. Come potete immaginare, nel reparto “igiene personale” del supermercato sotto casa c’è non dico uno scaffale, ma un’autentica muraglia di possibilità imbottigliate in plastica: infatti “mi sento tanto smarrito nel supermercato”.

Ancora non riesco a capire come sia accaduto, ma ho snobbato tutti quei rassicuranti flaconi marchiati Johnson & Johnson, Nivea e Neutro Roberts, che è un po’ il trench-coat dei saponi per il corpo: tutti bottiglioni di plastica chiara, roba senza grilli per la testa, riempiti fino all’orlo di prodotto economico sperimentato, altero ma buono e rassicurante come la governante di un film per ragazzi dei tempi in cui (pare) non passassero il tempo a sniffare colla e progettare stupri. Ho voluto proprio lui: sarà perché il prezzo al litro  scritto piccino picciò sulla targhetta dello scaffale, accanto a quello dell’unità di prodotto) surclassava (al ribasso) quello di tutti gli altri, sarà perché il colore e la forma della confezione (una incredibile specie di vela / goccia stilizzata in nero lucido), hanno risvegliato il dark / punk / metalhead che vive dentro di me… ma l’ho prelevato con slancio dal suo ripostiglio fuori mano e l’ho fatto mio.

L’infatuazione è durata poco, ovvero fino al momento in cui non me sono servito. Appoggiato sull’orlo della vasca, circondato da paperelle di gomma, un mini-innaffiatoio fucsia e altri singolari ammennicoli, il povero bagnoschiuma nero non era più maschio e risoluto come mi era parso sotto il neon del negozio: solo fuori posto, oltre che singolarmente brutto, ovviamente, ma in quel modo patetico-poetico in cui possono arrivare ad esserlo solo i prodotti falliti.

Il bello è arrivato quando ho versato un po’ del contenuto del flacone nella mano per cominciare ad insaponarmi, ormai deluso, benché del tutto impreparato all’incredibile sorpresa che mi attendeva. Fedele al suo credo nichilista, il bagnoschiuma Badedas “energizzante” – dice – si presentava nella forma di un liquido viscido e verdognolo, che mi ha ricordato immediatamente una macchia di petrolio nel mare. La, diciamo, profumazione meriterebbe un trattato, che dovrebbe essere assegnato ad un chimico di grande esperienza: io non credo di essere all’altezza. Immaginate un aroma che vorrebbe essere fresco e frizzante, ma che in realtà è solo aspro al punto di risultare fastidioso (un po’ come l’acqua di colonia del mio amministratore di condominio, che talora impregna infelicemente il nostro minuscolo ascensore). Quando l’ho provato sulla pelle, istintivamente mi è venuta in mente la frase di una tipa che amava farsi dominare sessualmente: “lo faccio per assicurarmi che, grazie al dolore, sono ancora viva”.

Rinvigorente? Forse alla fine sì, dai. Perché, quando ti trovi con quella roba addosso che sfriccica di mentolo o sa il cazzo di che altro, non vedi l’ora di risciacquartela di dosso, e quindi, invece che impiegare quattro-cinque minuti per la doccia mattutina, fai meglio di Vin Diesel Nicolas Cage: fuori (dalla vasca) in cinquanta sessanta secondi.

Eppure, mentre soffrivo in silenzio dandoci dentro di docciatore, ho raggiunto un piccolo satori: me l’ha acceso il grottesco nome della casa che produce il sapone, Badedas. Chiudendo gli occhi e riportando ad una dimensione astratta l’impossibile accozzaglia di lettere (che mi evoca un paio di scarpe da ginnastica dentro una vasca da bagno piena), ho rivisto un altro flacone con lo stesso marchio, anche esso molto osé, ma in modo assai più Seventies. Era quello appoggiato sul bordo della vasca della casa dei miei genitori, di un giallo-verdino decorato da zigrinature orizzontali e coronato da un fantastico tappo a forma sferica. Se ricordo bene, anche il Badedas storico, aroma all’ippocastano, aveva un colore impossibile, verde fluorescente; quanto all’odore, non ricordo nulla, dal momento che per motivi di tipo storico-economico (possibilità di scelta ridotte all’osso), culturali (una famiglia sobria) e psicologiche (spirito critico inesistente) ero assai incline ad accettare di buon grado ogni cosa che mi venisse messa davanti. Devo dire che in questo sono migliorato, anche se non come avrei voluto.

Indelebile, invece è il ricordo dello spot pubblicitario. Una roba fricchettona al massimo, con questa tizia assurda che faceva il bagno in un torrente (?) e che, una volta uscita dall’acqua, accappatoio e tutto, invece che una pattuglia della Forestale, incontrava un magnifico cavallo bianco. Una voce fuori campo, intanto, chiosava: “Strane cose accadono dopo un bagno schiuma eccetera eccetera”. E a giudicare da quello che mi attende normalmente in ufficio dopo la doccia (e dopo tre quarti d’ora di mezzi pubblici romani), si può ben dire che i crucchi della Badedas, ieri come oggi, sono di parola.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

3 Comments

  1. Se la citazione voleva essere del film “Fuori in 60 secondi”, l’attore protagonista non è Vin Diesel ma Nicolas Cage. 🙂

  2. IL Badedas penetrò in modo capillare in Italia agli inizi degli anni ’60.
    Da noi per la doccia si usava ancora e solamente la sfuggevole saponetta, che almeno un vantaggio lo aveva: durante il tempo che si passava sotto la doccia ti scivolava di mano almeno 5 volte e dovevi chinarti a raccattarla. Un buon esercizio fisico per mantenere la flessibilità delle membra, anche se non all’altezza del consiglio di certi medici sportivi di gettare ogni giorno per terra un mazzo di carte e di raccoglierle a una a una. La viscida saponetta aveva anche uno svantaggio messo in evidenza dalle storielle piccanti che si raccontavano sul pericolo di chinarsi a raccoglierla nelle docce comuni di scuole e impianti sportivi, ma devo dire che io questi effetti non li ho mai visti, forse perché andavo al liceo Giulio Cesare frequentato da ragazzi di buona famiglia che certe cose non le facevano.
    Comunque sia l’arrivo del Badedas fu salutato dai maschi italiani come la meraviglia in terra.
    Finalmente un gel!. Anche la confezione era inconfondibile. E il sentore poi? Un po’ rude, al limite del repellente, ma bastava abituarsi per poter poi andare in mezzo alla gente sicuri di sé, con la consapevolezza che questo forte e inconfondibile aroma avrebbe nascosto ogni altra spiacevole emanazione della nostra pelle.
    Aggiungetevi la consapevolezza iniziale di appartenere ad una élite, dato che il prodotto fu dapprima appannaggio delle sole classi borghesi, tanto che se in ascensore si incontrava qualche altro “maschio” avvolto dello stesso inconfondibile profumo ci si scambiavano occhiate di complicità non dissimili da quelle che si scambiano i turisti con la guida rossa del Touring Club in mano quando nei .musei o negli scavi si imbattono in altre famigliole con la stessa guida, come a dire “noi sì che ce ne intendiamo”. Fu un vero schianto e amore a prima vista. Rispetto alle saponette poi si trattava di un vero e proprio taglio con il passato, Nessuna di queste infatti possedeva la “mascolinita’” (vera o presunta) offerta dal prodotto tedesco anche quando contrapponevano alle essenze femminili malva, ciclamino, rosa, ecc sentori come pino, muschio, sandalo ecc. Con gli anni la magia si affievolì e il prodotto subì la concorrenza di altri marchi e dovette così anche abbassare notevolmente il prezzo.
    Peraltro il suo ricorso desta in me una certa nostalgia. Nostalgia dei miei 24 anni, sicuramente. Tanti ne avevo allora agli inizi di quelli che furono poi chiamati I FAVOLOSI ANNI .’60!
    Grazie a Mario Braconi per aver stuzzicato uno dei miei ricordi di gioventù.

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