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LGT

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Tutto torna

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di Edilio Ciclostile

Ripetere con me: avevamo squali-scimmia in parlamento ora abbiamo scimmie-somaro. Tutto Torna. A mio insindacabile giudizio.
Se sei stato beccato a scoréggiare in chiesa, durante una funzione solenne, da quel momento il motivo di fondo della tua esistenza diventa che ritieni di dover combattere lo sviluppo della società perchè procede nella direzione in cui il materialismo potrebbe andare deluso.
E la frustata esistenziale con la quale hai percosso l’aria, prima o poi te la ribeccerai indietro.
Interno chiesa matrimonio.
La promessa eterna d’amore esce dalla tua bocca con l’odore di morto che può esprimere soltanto il culo di un nonno invidioso.
É stata la sincronicità junghiana a fare scuola che diceva: nulla succede per caso. E ora, sui tappeti narrativi dei film – da Crash a Cloud Atlas – ritroviamo palle di questo genere che rimbalzano asincrone per rendere più eccitante la nota noiosità della commedia.
Da chi siamo stati invitati a non tornare indietro, ma di proseguire verso lo bello stilo?
Tornando noi al luogo comune, parlarne non è facile come abbatterlo, direbbe Dante. E ovviamente non è così, risponderebbe Virgilio. Semmai è complicato il contrario. Cercare di smontare un diavolo che, a parte facilitare empatie tra umani (Flaubert), di preciso non ha nessun compito e nemmeno lo stato di famiglia.
E dopo una breve ricerca sull’argomento, cosa vado a scoprire con la voce gridata che mi esce fuori dagli occhi? Che picconarne uno, qualsiasi, significa sfidare il sacrosanto diritto che la gente ha di farsi un’opinione. Ma sopratutto di tenersela stretta seppure sbagliata. E non c’è scienza che tenga quando all’ombra di una calotta cranica un’idea s’indurisce come roccia.
Bene. Allora?
Allora per far diventare questo un giorno gioioso, non mi metterò a tirare l’elastico in mezzo alle chiappe di un gorilla. Così per scoprire se sono io il più intelligente tra i due. Ma mi occuperò di…, fatti i cazzi tuoi.
Un motivo ricorrente (fonte Treccani) è a tutto vantaggio di un autore che una volta trovato lo usa fino ad esaurimento di ciò che ha da dire sull’argomento. (Il realismo dell’epoca coincide con la durata che l’autore ha di sopportare se stesso).
Quindi quando egli tratta di luoghi comuni non solo è in un mood positivo, ma al diabolico Flaubert va riconosciuto che proprio quell’operazione aiuterà il nostro ad instaurare empatia con chi poi ne pagherà le bollette.
Arrivo alla polis: Paramagnetismo del Radicale Libero. Non è un titolo, e nemmeno lo imitia. É la caratteristica di una molecola ad alta facilità di accoppiamento con altre dovuta ad un elettrone che gira libero.
Ecco, PRL è anche l’acronimo di Paraculismo del Grillino Sciatto.
Tra parentesi (luogo comune deriva da tòpos).
Il Grillino Sciatto è sempre quella molecola che dicevo prima. Con l’elettrone che va per i cazzi suoi e non vede l’ora di accoppiarsi. Ma il GS è anche quel diavolo che dicevamo prima prima. Senza un preciso scopo o stato di famiglia. E che salvo per certe alterazioni psicologiche, sembra uscito dall’acquedotto di Silvio.
La rabbia lo gonfia, gli slabbra il grugno e quando non riesce a sfogarla, quella tanto lo pompa che finisce per farlo scoppiare. E si affloscia tutto.
Chi aiuta il GS a tirare avanti?
Qualcuno che per lui stana sempre nuovi tòpos dalle fogne e gli suggerisce come portare acqua con le orecchie.
Ripetere con me: avevamo squali-scimmia in parlamento ora abbiamo scimmie-somaro.
Morale della favola, se ti rimane un tassello per le mani non lo gettare prima di aver trovato dove si trova il suo buco nel comune luogo.

Tutto e subito

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di SmxWorld

La generazione di mio padre ha vissuto il periodo in cui “non c’erano tutte le comodità che avete voi oggi. E ai miei tempi lavoravi già da bambino perché in casa c’erano tante bocche da sfamare”.

Per questo, quelli della generazione di mio padre si sentono in diritto di apostrofare quelli della mia generazione con frasi tipo “voi giovani volete tutto e subito”. “Voi giovani non sapete aspettare”. E poco importa se stiamo parlando di una persona che ha buttato anni dietro ai libri, piuttosto che di una che ha deciso di imparare un mestiere o di entrare nell’esercito, o se parliamo di una persona che se la prende comoda perché ha le spalle coperte.

Che fastidio che provo verso queste esternazioni, quando le sento mi verrebbe da chiudere la conversazione con un sonoro “ma vai a rotolarti nudo nella segatura di ferro”. Solo che poi rischierei un altrettanto snervante “non c’è più rispetto per gli anziani”; e la fiera del luogo comune diverrebbe davvero insostenibile.

Decido così di desistere dal mio intento belligerante e provo a confutare la fondatezza di quelle parole: “Voi giovani volete tutto e subito, non sapete aspettare”.

Tutto e subito, eh? Facciamo così, iniziamo a quantificare il tempo che un giovane che prosegue negli studi trascorre a seminare prima di poter anche solo pensare di raccogliere.

Cinque anni di Liceo. Tre anni per la Laurea di primo livello. Due anni per la Laurea Magistrale. Aggiungiamoci pure un anno a Londra, che oggi tocca saperlo l’inglese. Fanno undici anni, in totale e nella migliore delle ipotesi.

Quindi uno che investe più di un decennio della sua vita a porre le basi per il futuro, nel momento in cui vorrebbe riscuotere diventa automaticamente uno che “vuole tutto e subito”?. A quanto pare si.

Come se non bastasse, tra ricerca di un lavoro, periodi da stagista, contratti a progetto, accordi sulla parola, prima di vedere la luce in fondo al tunnel passano almeno altri due anni.

E si deve pure sorbire i moralismi di quelli della generazione di mio padre che gli ricordano che “non sa aspettare”. Il tutto mentre loro magari sono entrati in fabbrica a venti anni. A soli venti anni, dopo cinque anni di superiori e uno di militare, i nostri moralizzatori avevano lo stipendio assicurato fino alla pensione. Potevano acquistare un’auto, potevano accendere un mutuo (se non avevano in dote una casa dai genitori), potevano sposare la morosa.

Avevano tutto e subito. Loro. A Vent’anni

Sapete che vi dico?Fate pure voi, esprimete giudizi sui giovani che non sanno aspettare, non sanno rispettare, non sanno stare al mondo, che ai vostri tempi non era così. Noi intanto continuiamo a fare colloqui, a metterci la cravatta quando dobbiamo presentarci, ad essere felici per le fottute briciole che rispondono al nome di “contratto a progetto”. A volere tutto, perché non è subito. E’ tardi.

Fortuna che mio padre è un alieno per la sua generazione

Magari il calcio mi piace davvero

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di Porco Schifo

Ho una gran voglia di rivedere Marco, da quando ha iniziato la specialistica a Venezia non ci si incontra quasi piu’. Lo vedo sul binario, solita barba e giacca, è sempre lo stesso, saluti e ci dirigiamo all’edicola della stazione, una delle poche degnamente fornite della città.
Marco fa per chiedere Micromega, l’unico periodico che compra sempre, ma un giovane adone (che apparentemente ha scelto Fabrizio Corona come modello di stile) gli soffia la precedenza borbottando “la gazzetta”.
Vedo negli occhi del mio amico la complicità che ben conosco, mi dice “è sicuramente interessato all’inserto culturale”, e quello si gira e accenna un sorriso vuoto, magari è convinto che ci sia davvero, l’inserto, poi si allontana.
“Probabilmente è diretto in biblioteca”, specifica Marco.
Se penso che votiamo tutti da eguali mi vien voglia di fumare oppio, lasciamo stare.
Faccia come vuole.

Perfetto. Mi sveglio con un minimo di buonumore e alle 9:40 è già andato.
Grazie tante stronzetto. Capisco quanto sia soddisfacente potersi confrontare con la mia pochezza per un minuto, ma la prossima volta fallo in silenzio.
Se penso che fra qualche anno ti crederanno pure un valente intellettuale mi vien voglia di fumare crack, ma lasciamo stare.
E’ come se tu pensassi che vado in palestra, dall’estetista o a far compere per impressionare te o chi per te. Poi sono io il vanitoso.
A me pare che tu non faccia nulla di diverso da quel che faccio io, dalla barbetta alle scarpe scamosciate.
Tu e io, amico, ci conciamo come ci pare, ci interessiamo di quel che ci pare, ma tu ti collochi (da solo, oltretutto) un gradino piu’ su.
Non ti passa nemmeno per la testa che il calcio mi piaccia davvero, non conta che sia stata la mia passione e il mio sogno di bambino.
Non conta che mi piaccia davvero il modo in cui mi vesto e curo il mio corpo, tu sei sicuro che non sia una mia scelta, che io sia un burattino nelle mani delle riviste di moda.
Che ti piaccia o che no, altro non faccio che seguire il mio personale gusto; e mi permetto di aggiungere che se il mio personale gusto ti ripugna, son tutti cazzi tuoi.
Vorrei dimenticarmi di te per farmi passare il nervoso ma non ci riesco, perché proprio non capisco il motivo della tua ostilità cieca e velenosa.
Quasi mi turba.

Diversamente

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di Barbara Bussolotti

Si vede da come lo guarda: lei pensa che il piacere lo provino quasi tutti. Lui vive in quel quasi vago e sfumato, seduto su una sedia a rotelle. È smagrito, le gambe sembrano un disegno più che un’estensione fisica reale, lo sguardo è spento. Come se avesse un bottone da qualche parte, l’unico con il quale possa controllare volontariamente una parte di sé e ci spegne lo sguardo.
Il sesso è un’abilità e lui è diversamente abile. Dunque il sesso è diversamente sesso. Gli si avvicina con movimenti lenti ed indecisi, senza sapere bene cosa fare.
Si vede da come lo guarda: lei pensa che a lui il sesso non serva. È abituata a chi sa fare da sé, a chi si spoglia rapidamente e si regala un’ora di piacere silenzioso e gridato ad occhi chiusi e vissuto in un altrove ogni volta differente e pagato, sì, perché funziona così.
– Il mio amico olandese ha un’assistente sessuale. Una donna avvenente ed esperta che conosce la disabilità, oltre all’arte del piacere. Mi dispiace per te, invece.
Lui è diverso. Diverso da tutti i clienti di sempre, diverso da quelli che camminano eretti su due gambe ben piantate. Non le era mai capitato di dover spogliare qualcuno, usando grazia nel sollevargli quelle gambe assenti di gravità. Di sganciare i braccioli della sedia e farli scivolare lateralmente. Di spostargli le natiche più in avanti, quel po’ che le avrebbe consentito di sedersi su di lui.
– Il mio amico non la deve pagare. È un suo diritto, il sesso. Il piacere. Provarlo. È come quello di vivere la vita. Il sesso fa parte del corpo, dunque della vita, no?
Si vede da come continua a guardarlo: lei non sa che dirgli. Che è dispiaciuta, quello sì, glielo direbbe. E pure che non sa come si fa a maneggiare la sua esilità, perché sa solo spalancargli le gambe sopra. Lei è lì per farlo godere.
Gli attimi si susseguono incerti, mentre lui la aiuta a completare la penetrazione. Lei sì che ha le curve molto belle, mentre le sue, pensa, le sue sono dritte, quel dritto giusto per incassarsi nella sedia a rotelle.
Il piacere si consuma lento, in un tempo surreale e diverso per l’uno e per l’altra. Lui chiude gli occhi e viaggia in un luogo di estasi, fatto di penombra e di fisicità diversamente estesa. Gli piace. Ansima. Lei è sta lì impacciata e manca di parole e concentrazione. Conta i minuti alla rovescia, dicendosi che prima o poi lui sarebbe arrivato al suo orgasmo e lei si sarebbe potuta rivestire.
Il piacere è servito. Lui si asciuga, lei si affretta a rindossare i suoi panni. Lo vede goffo ed in difficoltà e si allunga per aiutarlo. Lo riveste, ritira su i braccioli, lo aiuta a sistemarsi con la schiena poggiata perbene sullo schienale.
Lo guarda ancora una volta incredula prima di andarsene. Sì, il sesso è un diritto di tutti. Non è che un disabile non voglia godere, no. Questo è un maledetto luogo comune, vero solo in virtù di una maggioranza che sta in piedi e scopa muovendosi autonomamente. Non è affatto comune. È un luogo fatto diversamente, in cui si vive di quasi vaghi e sfumati.

Vaglielo a spiegare

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di Pogechi

Negli ultimi 20 anni, i partiti hanno incassato quasi 3 miliardi di euro, dei quali hanno effettivamente speso meno della metà, facendo bottino del resto. Credo sia venuto il momento di tagliare il middle man che rende il processo così esoso − lo Stato. Prima però, bisogna attaccare una serie di luoghi comuni a riguardo.

Il primo, che afferisce ad una certa cultura statalista, sostiene che la sostituzione del finanziamento pubblico con quello privato (e già la scelta di questo termine anziché “autofinanziamento” la dice lunga) segnerebbe l’inizio di una politica di Serie A, dove solo chi è dotato di un grande patrimonio può aspirare alla Champions dei governi. Il sillogismo si snoda attorno al fatto che un’azienda potrebbe entrare in possesso di un partito e fare il proprio porco comodo. Ciò potrebbe comunque essere evitato mettendo tre paletti:

1. trasparenza e controlli
2. tetto massimo ai finanziamenti
3. donazioni solo da persone fisiche

Ciascuno di questi punti riuscirebbe a prevenire il prevalere delle logiche economiche sull’interesse dei cittadini, mantenendo l’idea di fondo.

Altri dicono che, anche qualora lo chiamassimo autofinanziamento, si formerebbero dei partiti aristocratici e borghesi a tutto svantaggio degli squattrinati, che non potrebbero sostenere i propri rappresentanti. Anche questa è una balla: alle primarie, il re dell’uguaglianza sociale Vendola ha ricevuto una donazione media di 70€ a persona, con punte coraggiose di 1000 e 1500€. Se aggiungiamo i 2€ versati ai gazebo, SEL ha portato nelle casse di Italia Bene Comune 1mln€, un bel fundraising per un partito di sinistra al 3%. In più, larghi margini di crescita si prospettano una volta che merchandising, raccolte fondi e tesseramenti saranno regolamentati e istituzionalizzati. Chi verrebbe veramente afflitto sono i partiti populistici come Lega, M5S e PDL, che si basano sul voto di protesta o addirittura di scambio (grazie al generoso fondo cassa). Un gruppo di partiti forte del sostegno economico dei simpatizzanti avrebbe maggiori chance di fidelizzare i propri elettori nel lungo termine.

Infine, la deriva plutocratica e pro-lobby nella quale stanno cadendo gli Stati Uniti è di solito l’ultimo degli argomenti degli irriducibili. Si può dire con certezza che un sistema del genere non è una strada da seguire, ma anche che un paragone tra USA e Italia non regge su nessun piano: gli interessi che ungono gli ingranaggi del Congresso sono semmai presenti al Parlamento Europeo, non a Montecitorio. Da noi il lobbismo lo fanno i metalmeccanici, i farmacisti, i notai, i tassisti. Siamo noi i pericolosi antidemocratici da cui dobbiamo difenderci.

Per finire, credo che un contributo economico di natura personale possa trasformare il diritto al voto in una vera occasione per una partecipazione allargata e informata; aggiungendo un sistema uninominale, l’interesse per la cosa pubblica acquisterebbe inoltre una nota meritocratica. Vaglielo però a spiegare, a quelli che credono a questi luoghi comuni.

Nessuno è comunista

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di Benedetta Rubin

Nel 1921 nasce il PCd’I (Partito Comunista d’Italia), si distingue per l’intransigenza rivoluzionaria filosovietica di Bordiga e Gramsci. Nel 1943, viene fondato il PCI (Partito Comunista Italiano) da Palmiro Togliatti, “un partito di massa” radicato nel territorio, volto a proporre soluzioni concrete per le masse lavoratrici e per il paese. I primi governi dell’Italia liberata vedono la compartecipazione dei tre maggiori partiti, PCI,DC,PSI. Nel 1948 vi e’ una rottura all’interno della coalizione antifascista, la DC guidata da De Gasperi sceglie una linea più moderata che esclude le sinistre. Qui, comincia la propaganda anti-comunista italiana. Una propaganda che si basa sul contrasto fra l’agressivita’ e la brutalita’ dei militari sovietici alla mitezza “cristiana” di figure disarmate e indifese tratte dalla vita famigliare e civile. Emblematica e’ l’immagine dei cavalli dei cosacchi che si abbeverano alle fontane di piazza San Pietro. Ora la situazione e’ degenerata, adesso e’ comunista tutto cio’ che si contrappone al berlusconismo. Il comunista aumenta le tasse, quando in realta’ finora e’ stato il governo Berlusconi e quello Monti. Il comunista non lavora e parla con la pancia piena,alla faccia degli operai Fiat,dei partigiani e dei minatori italiani del ‘900. Il maccartismo berlusconiano e’ riuscito a convincere che gli attuali “comunisti”mangino i bambini, quando in realta’ si nutrono di caviale e nouvelle cuisine. Il comunista inoltre non si lava, puzza,si fa le canne ,si mette stracci addosso ed e’ incline al promiscuo. Eppure stando a quello che il mercato, ops!la politica, ci offre egli profuma di acqua di colonia, fuma sigaro e/o sigarette, indossa abiti su misura ed e’ più pudico di Heidi. La barba ha la parvenza di essere incolta, ma e’ frutto di anni e anni di barbiere. I capelli non sono rasta, perche’ o non ci sono i capelli o sono pochi.Invece che Gramsci, legge Scalfari, il poster del Che e’ stato rimpiazzato dal quadro acquistato all’asta. Al centro sociale, preferisce l’agriturismo. E’ contro le multinazionali, ma compra “Apple” e fuma Marlboro. Protesta per i tibetani e indossa scarpe frutto del loro lavoro. Parla dei lavoratori, degli operai, e conosce Termini Imerese e Mirafiori grazie a google. Lasciatemi dire che i primi ad aver rovesciato il significato di “comunismo” sono alcuni dei politici di sinistra , come Diliberto che vanta due pensioni, quella di deputato e ministro della Giustizia e lo stipendio di docente universitario alla Sapienza. Oppure come D’Alema che conosce le banche meglio di Draghi. Per non parlare dello stesso PD, che oggi cita Berlinguer e domani pensa a fare alleanza con chi e’ contrario all’articolo 67 della Costituzione italiana.

Beato te che sei all’estero. Qua è tutto uno schifo

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di Ilario D”Amato

La faccia del mio amico su Skype è sgranata, ma riesco a intuire il suo sguardo. Non mi sta prendendo per il culo. È convinto. È ferito, forse, dalle tante battaglie perse. È stato il mio comandante nella sgangherata barca di quella redazione di provincia. Abbiamo messo insieme le mani nella merda di una realtà sempre più incomprensibile, e della quale sembra importare sempre meno a chiunque. Del resto i pregiudizi sono più facili, immediati. Costano meno fatica.

“Beato te”. Senza volerlo, mi parte un mezzo sorrisetto sarcastico. Fuori nevica. Sembra di stare in un episodio di Heidi, ma con i Sigur Rós in sottofondo. Fa freddo, ma si sa: Londra è gelida. Soprattutto quando il tuo professore ha appena detto “Ma tanto tu dopo il master torni in Italia, vero? Perché qui non c’è lavoro, questo lo sai, no?”. E allora fai quello per cui sei nato: leggi, ti informi. E scopri, con colpevole ritardo, che il Regno Unito ha una delle più basse mobilità sociali nel cosiddetto mondo sviluppato. E cioè, detto in soldoni: se nasci povero, resti povero; se nasci ricco, resti ricco. Altro che ‘sogno americano’ in salsa europea.

Ma come. “Una delle migliori università d’Europa per il giornalismo”. “Con l’inglese potrai andare ovunque”. “Lì sì che sono meritocratici, altro che in Italia. E poi badano alla sostanza, se ne fregano del pezzo di carta”. Ma nessuno ti dice che l’onda lunga della crisi è arrivata anche qui, e non da oggi. Chi ti incoraggia magari lo fa a fin di bene: dieci anni fa si poteva davvero trovare facilmente un lavoretto, cominciare a farsi le ossa, e poi fare carriera. Adesso no, servono sempre più skills. Sempre una in più di quello che hai tu. Non sai l’arabo? Eh, male. Ormai qui lo conoscono tutti. E poco importa che una lingua del genere non si impari certo in un mese, o in un anno. Come l’inglese, del resto.

E allora? E allora resta lì, aspetta un po’, fatti le ossa. Nel frattempo puoi sempre trovarti un lavoretto, no? A sei sterline l’ora, che è comunque più del minimo di legge. Ma sempre al di sotto della linea di sopravvivenza che -visti i prezzi di Londra- è di otto sterline e mezzo l’ora. Significa che lavori, e perdi due sterline e mezzo. Sempre se lo trovi, ‘sto lavoro: a Nottingham si sono presentati in 1700 per otto posti da barista. No, non quello figo che fa i cocktails: quello che prepara i caffè, ma più spesso pulisce i cessi.

Il mio amico domani parte. Dal profondo Sud, cercherà fortuna nell’altissimo Nord. Non necessariamente come giornalista, è chiaro. Qualunque cosa, pur di non essere pagato quattro euro ad articolo. Quando te lo pubblicano. “Magari ci apriamo un ristorante”. Non penso che scherzi. E io, che sono lontano duemila chilometri dalla mia Costiera Amalfitana fatta di limoni, e curve da fare in moto, e mare cristallino, e ragù fatto pippiare dodici ore, e amici, ragazza, genitori: mi stringo un podi più nel cappotto. E sorrido, ancora una volta senza volerlo

Via Veneto e la dolce vita

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Di Andrea Barbati

Tutte le volte che un qualsiasi attoruncolo americano mette piede a Roma e viene “paparazzato” di fronte a una pizza, puntualmente le cronache mondane gridano ai rinnovati fasti della dolce vita. E’ come una perdita di cui noi Romani non riusciamo a farci una ragione, un cadavere che tentiamo di resuscitare goffamente da circa mezzo secolo con scarsissimi risultati. La dolce vita è finita, defunta, sparita e lo tocchiamo con mano in quel meraviglioso decadimento di Via Veneto tra pretenziosi bar fuori moda, ambigui locali popolati di attempate puttane di alto bordo e papponi sovietici, e vecchie foto di Mastroianni ostentate alle pareti di ristoranti, dove turisti in sandali e bermuda si illudono di vivere in un film di Fellini pagando a caro prezzo il peggio della cucina Italiana. Ed è proprio al principio di questa strada che scopriremo il segreto e il vero volto di Via Veneto, lungo gli scalini che conducono alla cripta dei Cappuccini, macabro tesoro nascosto sotto la chiesa di Nostra Signora della Concezione. Il senso di questo luogo si riassume nella frase che ci accoglie all’interno: “noi eravamo quello che voi siete e quello che siamo voi sarete”. Una frase che ci riporta alla precarietà della nostra vita terrena e alla serena accettazione di un ciclo che finisce: verrebbe quasi da pensare che anche i cappuccini di Via Veneto si fossero rotti il cazzo della tanto compianta dolce vita. Una volta scesi all’interno vi accorgerete che lo sfarzo e l’eccesso sopravvivono ancora in questa celebre strada, semplicemente un po più in basso di quanto potevate immaginare e con un estetica decisamente più kitsch. Le ossa di circa 3700 frati cappuccini, traslate dal vicino cimitero anticamente situato nei pressi del Quirinale, furono infatti utilizzate per comporre la decorazione di cinque piccole cappelle. Un trionfo del rococò in cui rosoni, stelle, lesene, lampadari e persino un orologio sono minuziosamente assemblati con tibie, femori, bacini e teschi. Tre piccoli scheletri presenti nella cripta ci si presentano come pronipoti di papa Urbano VIII, macabro artefice dell’intera scenografia, ma la vera protagonista è la principessa Barberini, il cui scheletro incombe dall’alto sorreggendo nella mano destra una falce, simbolo di morte, e nella sinistra una bilancia, a rappresentare l’eterno giudizio di Dio. La diva Felliniana e la principessa Barberini, la vacuità della dolce vita e il destino ineluttabile della morte. Nella cappella dei teschi campeggia una clessidra alata (o per meglio dire scapolata): il tempo passa, anzi vola. Soprattutto per quelle dive che dal tempo sono terrorizzate. E se tornando indietro getterete uno sguardo su quelle vecchie foto di Sofia Loren, Mastroianni e Anita Ekberg dietro i banconi dei bar, comprenderete il paradosso di questa celebre strada dove la vita e la morte sono due facce della stessa medaglia. E che di dolce non resta altro che una sottile malinconia.

Di larghe intese si muore

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Di Mario Di Vito

Non ho votato il Pd ma vorrei che da grande diventasse un normale partito socialdemocratico. Leggo le cronache dei giornali, guardo le dirette streaming, studio i post su Facebook e le twittate dei vari politici, alla ricerca di un indizio, sperando sempre di trovare un segnale per una futura svolta a sinistra. Ho in simpatia i giovani turchi e Pippo Civati. Condivido la loro avversione per i vecchi dinosauri che hanno sempre perso ma che, con sguardo serissimo e voce profonda, ti spiegano perché la loro era un”idea vincente.
Qualche giorno fa D”Alema ha parlato di «rinnovamento del partito» e di «larghe intese» con Berlusconi.
Ho pianto come Jodie Foster dopo che è stata stuprata.
Non tanto per il «rinnoviamo il Pd», litania tanto di moda oggi. D”altra parte i voti per il rinnovamento sono andati in massa a un comico di 65 anni che ha costruito la sua fortuna dentro la Rai lottizzata.
Ho pianto per le «larghe intese».
Sono anni che ci facciamo fregare così. E” dai tempi del monocolore Dc che soffriamo di questa straordinaria quanto inusuale forma di invidia penis verso il centro e la destra. Forse siamo troppo buoni: «Dai, le cose facciamole insieme che vengono meglio». Col cazzo, loro sanno bene come fare: se mi offri un dito, ti mangio tutto il braccio. Noi siamo quelli che da piccoli prestavano il pallone per far giocare gli altri e poi non lo ricevevano più indietro. Abbiamo sempre più voti di loro fino alla campagna elettorale, quando – signorilmente, cavallerescamente -, decidiamo di perderne un po” per rendere la sfida più equilibrata. E” davvero un problema di cromosomi: siamo fessi per natura.
Ci caschiamo sem dipre nel maledetto luogo comune delle larghe intese, enorme animale mitologico che sopravvive ad ogni rivoluzione culturale, equivoco compagno mille battaglie: siamo passati dai soviet più l”elettricità a «bicamerale o barbarie». Ci siamo illusi di fare riforme importanti con un centro colto e intelligente, abbiamo creduto davvero che la Fornero stesse piangendo amare lacrime perché non riusciva a dire «sacrifici». Alla fine abbiamo scoperto che Monti non è soltanto un cinico e baro democristiano: anche i suoi voti adesso non ci servono a nulla.
Proviamo a trattare con Grillo ma sappiamo benissimo di quella misteriosa forza centrifuga che ci spinge verso il Pdl. Altro che larghe intese, questo è un abbraccio mortale.
Stavo giusto leggendo gli otto punti di Bersani per fare un governo. Di larghe intese, ça va sans dire.
Ho pianto come se a stuprarmi fosse stata Jodie Foster.

P.S. Purtroppo il luogo comune delle larghe intese è indistruttibile. Piango come Natalie Portman in tutti i suoi film

Riflessioni su come funziona la testa degli IM (Italiani Medi)

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di Andrea Marino

Lavoro in un palazzo dove sono presenti vari uffici, e mi capita di parlare con colleghi di altri uffici. Mi ha colpito molto la metamorfosi elettorale di una di queste persone, poiché credo spieghi meglio di molte dotte riflessioni a posteriori come siamo finiti in questa situazione di stallo. Vorrei chiarire bene l’identikit di questa persona,che ritengo essere un tipico “elettore” italiano:si parla di una persona che ha lavorato per quasi 40 anni, di media istruzione, ha passato da poco i 60 e si è visto rimandare 2-3 volte la pensione ed ha votato sempre PCI/PDS/DS/Ulivo/Pd. Dunque, iniziamo dal periodo del governo tecnico: a partire dalla riforma delle pensioni e quella del lavoro, il governo tecnico per lui è diventato un governo di usurpatori inviati dai tedeschi a spolparci (oddio, hanno fatto poco per smentirlo), mentre lo spread era diventata un’invenzione dei giornali.

Durante le primarie del Pd decantava come Renzi avrebbe davvero potuto cambiare l’Italia, perché era “ggiovane” e nuovo (per motivi diversi, lo avrei però visto bene anche io come candidato, in ogni caso).

Finite le primarie inizia la vera mutazione antropologica/elettorale: il Pd diventa l’unico responsabile della condizione in cui il paese si ritrova, cominciando dall’aumento delle tasse per finire con quello del caciocavallo; ritiene SEL una buona scelta elettorale, ma l’alleanza con Bersani ai suoi occhi offusca l’immagine di Vendola (anche qui vorrei aggiungere una mia personale considerazione, ma quei continui ammiccamenti a Monti erano così necessari? a cosa servivano se non a perdere voti vista l’antipatia che il Prof. riscuote fuori dalle stanze televisive e dalle aule universitarie ?).

Quindi inizia a rivolgere la sua simpatia al Movimento 5 Stelle, che promette di sconfiggere il cancro dei partiti, di ridare il potere ai cittadini e forse anche di fare partecipare tutti alle votazioni parlamentari via internet:.In effetti il Beppe ha grinta, si fa a nuoto lo stretto di Messina, gira per tutta Italia e riempie le piazze ovunque vada. Al di là delle esagerazioni grottesche, ci sono molte proposte che in un paese normale sarebbero già prassi consolidata, e quindi posso comunque capire le ragioni di questo suo cambio di vedute.

Ma il momento migliore arriva quando Berlusconi promette la restituzione dell’IMU: una persona che ha sempre votato a sinistra (o sedicente tale) immediatamente confessa la sua ammirazione per il brianzolo, condita di messaggi di incoraggiamento sulla bacheca di Facebook e auguri di pronta rielezione !!! Nonostante le giravolte siano una specialità italiana, ci rimango così male che decido di non farmi ulteriore bile oltre a quella del lavoro e smetto di parlare di politica con questa persona.

Per fortuna, questo lunedì è finita la campagna elettorale: il giorno dopo (nonostante avessi provato a non ascoltare istant poll/exit poll e altre pollate così, i miei colleghi ne erano profondamente coinvolti quindi avevo anche io un quadro della situazione) lo rivedo mentre stavo per entrare in ufficio, e mi fà:
“Aho MMarino, adesso sì che siamo fregati. Ma guarda te stò Berlusca cosa è riuscito a fare…”

Il processo di metamorfosi si è concluso; e siamo tornati al punto di partenza appena finito l’incantesimo che trasforma le persone, chiamato “campagna elttorale”.

I’m the best pi…

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di Edilio Ciclostile

I’m the best piece of words in this Web World – I know it because of blogs I haven’t read – but this awareness still doesn’t give me a brake with my modesty and do the best can do, you.

Eddie performing self-produced movie -in the ass to daddy- che in italiano fa – in culo a papà.

Sono il miglior pezzo di parole in questo mondo Web – e ne sono sicuro per via di tutti i blog che non ho mai letto – ma ciò nonostante questa consapevolezza non mi da una pausa dalla mia modestia e capacità di fare il meglio, che puoi tu.

La Weimar del 2013

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di Davide Iandoli

Non so come andrà a finire, ho un auspicio: che la coalizione Bersani e il Movimento 5 Stelle trovino accordo su alcuni punti irrinunciabili. Esempio: Presidente della Repubblica (deve essere eletto il nuovo), legge sul conflitto di interessi, legge anticorruzione e simili.

Il successo di Grillo rompe il bipolarismo inconcludente ed avvelenato cui assistiamo dal 1994. Si era affermato un principio simile allo spoils system, ovviamente in salsa italiana. Chi vinceva le elezioni prendeva: Presidenza della Camera, Presidenza Del Senato, e Presidenza delle commissioni Parlamentari più importanti.

Il peso del movimento 5 stelle nel nuovo Parlamento costringe tutti a cambiare strategia. Se il Parlamento dovesse tornare luogo di discussione, e non luogo di “soldati delle maggioranze”, questa sarebbe una buona notizia.

Allo stesso tempo Grillo non può più nascondersi. Il movimento 5 Stelle formerà un proprio gruppo parlamentare, quindi: nominerà i propri capigruppo, i propri membri nelle commissioni parlamentari, e potrebbe persino prendere la presidenza di qualche commissione “strategica” (Vigilanza RAI?). Tra l”altro: Beppe Grillo, in persona, non entra in parlamento. Per cui si porrà il problema di una possibile sovrapposizione tra il “portavoce interno” (es: capogruppo) e quello esterno del movimento, cosa che influirà nelle relazioni tra gruppi parlamentari.

L”interesse e la speranza di Grillo (lui) è che alla fine si faccia un governissimo PD-PDL con cui si torni a votare tra due/tre mesi. Per quanto il PD sia fortemente autolesionista, credo che non cederà facilmente a questa tentazione. E” più facile che il PD si spacchi in due: l”ala “moderata” potrebbe pure sostenere un governo con il PDL, mentre Bersani ed altri a quel punto penso si staccherebbero.

Vedremo. Di sicuro, come dicevo, il bipolarismo all”italiana è finito, almeno per questa legislatura.

L”aspetto che mi preoccupa di più è il rapporto con l”europa e con l”euro. Davvero la maggioranza degli italiani vorrebbe tornare alla lira? In quel caso prenderei molto sul serio l”idea di emigrare non in un altro paese, ma in un altro continente. L”Europa, così, diventerebbe ancora più debole e sempre più provinciale, in balia delle nuove potenze Cina, India e Brasile.

La posta in gioco è altissima. Tornare al voto tra due settimane senza aver fatto una riforma elettorale decente rischia di essere un suicidio non per la vittoria del movimento 5 stelle, ma per le prospettive di questo paese, per il suo peso sempre più ininfluente in campo internazionale, come negli anni “30/”40 del novecento.

In quel periodo la guerra di Etiopia e la politica “dell”autarchia” hanno contribuito ad un isolamento diplomatico che in Italia era sconosciuto dopo il 1861.

L”Italia invece può, e deve, pesare in Europa per cambiarla e renderla più vicina ai cittadini. Anche in questo c”è un confronto da aprire coi parlamentari del movimento 5 stelle. Qual è la loro idea di Europa? Sono veramente convinti che uscirne sia la soluzione migliore? Cambiare il funzionamento delle istituzioni unitarie è sicuramente più difficile che non organizzare un referendum per uscirne.

Nel caso in cui se ne esca va considerato attentamente il “che fare?” dopo, quando molto probabilmente l”Italia sarà attaccata da tutti gli speculatori possibili (prevedo prezzi del carburante astronomici, nel caso).

In altre parole. O si trova una soluzione ragionevole, magari un accordo programmatico a breve termine tra PD e movimento 5 stelle, oppure il rischio è che si vada incontro ad una sorta di Weimar del 2013.

La mattanza delle donne

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di SmxWorld

In preda ad un raptus di follia uccide la fidanzata”, “In uno scatto di gelosia accoltella la moglie”.

Titoli di questo genere se ne leggono a cadenza quasi quotidiana, ogni anno sono centinaia le donne che vengono ferite, mutilate, o peggio ancora uccise dai propri partners.

Ci deve essere qualcosa nell’aria, o nell’acqua, se ci sono così tanti “attacchi d’ira”, “scatti di gelosia”, “raptus di follia”. O forse no? O c’è qualcos’altro?

E’ evidente che il problema è di ben altra natura: culturale! Qui da noi il femminicidio (cominciamo a chiamare le cose con il loro nome, avremo già fatto un passo avanti) è un fenomeno tristemente diffuso che trova linfa in un maschilismo molto radicato.

E’ l’idea del possesso, del comando, che porta molto spesso ad uccidere una donna che si rende protagonista di un tradimento, o che semplicemente lascia il suo partner per le più svariate ragioni.

Se non sta con me, allora non deve stare con nessuno” è una frase tristemente nota, così come “ha disonorato la famiglia”. Altrettanto spesso capita di sentire frasi del tipo “la mia donna fa quello che dico io”, “qualunque cosa debba fare, deve chiederla a me”. Queste frasi dovrebbero rappresentare un fortissimo campanello d’allarme, e invece passano inosservate nelle risate generali o, peggio ancora, nell’ammirazione: perché, diciamocelo chiaro, quasi sempre l’uomo che comanda la propria donna è ammirato. E’ un duro, un vero uomo. E pazienza se un giorno si macchierà del sangue di quella donna.

E’ un problema di cultura, dicevo. Se non si educa la gente al rispetto, non si risolverà mai. Fino a quando i telegiornali parleranno di scatti d’ira e menate varie, senza chiamare il fenomeno col suo vero nome, il problema non verrà portato chiaramente alla luce. Fino a quando si avrà l’idea che un uomo che fa sesso con 20 donne è un macho, e una donna che fa sesso con 20 uomini è una puttana, non ci saranno manco le basi per crescere. E non basta inasprire le pene per spaventare un malintezionato.

Infatti, fino a pochi anni fa , in caso di omicidio, c’era l’attenuante per delitto d’onore. L’articolo del codice penale recitava:

Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”.

Da notare che, benchè parli della morte “del coniuge”, poi parla “della figlia o della sorella”. Sempre al femminile. Sono la figlia o la sorella che possono arrecare disonore alla famiglia. Non il figlio o il fratello.

Oggi quell’articolo non esiste più nel codice penale, ma l’unica cosa che è cambiata nella società italiana è che chi commette un delitto d’onore non ha attenuanti e va in carcere per omicidio premeditato.

Come spesso succede in Italia, si è creduto che un inasprimento della pena fosse sufficiente a spaventare i male intenzionati. Come se un uomo che sta per uccidere una donna pensasse “mmmh, col delitto d’onore me la cavavo con tre anni, ma ora non mi conviene più”. Ma dai, ma non scherziamo! L’abolizione di quest’articolo è stato il classico lavarsene le mani e la coscienza tipico di chi vuol far finta di occuparsi di un problema scomodo. Noi ci interessiamo ai problemi solo se li vediamo lontani dalla nostra realtà, perché così possiamo fare i moralisti senza sporcarci le mani.

Non molto tempo fa, da noi in molti si stracciavano le vesti, si battevano, per difendere le sorti di Sakineh: una donna iraniana condannata a morte per lapidazione per aver commesso il reato di adulterio.

Come sempre, siamo bravi a guardare i problemi degli altri e cercare di nascondere i nostri. Perché, se è vero che non siamo a livello dell’Iran come legislazione, è altrettanto vero che come idea non ci allontaniamo molto, visto quanto è diffusa l’idea dell’omicidio giusto.

La strada per uscire da questa arretratezza è lunghissima. E’ impossibile far cambiare idea ad una persona adulta, quindi la speranza è che le prossime generazioni crescano con l’idea del rispetto della donna, compagna e non subordinata.

Siamo già in terribile e colpevole ritardo, ma se non si porta il problema alla luce quotidiana, finiremo per rimandare la sua soluzione di altre due o tre generazioni.

Vota Zombie!

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di Andrea Tabagista Frau

La terra sotto Piazza Venezia sta tremando. Si apre uno squarcio, si sbriciola il terreno e sbuca una mano rancida e violacea. Dal suolo esce un ammasso di carne putrefatta con brandelli di pelle penzolanti di quello che una volta doveva essere un giovine balilla. Del movimento tellurico si accorge solo un imprenditore ai domiciliari al quale scappa da ridere.
Contemporaneamente a Roma, in piazza San Giovanni, milioni di comunisti piangenti seguono un uomo in decomposizione che cammina tenendo un microfono: è Enrico Berlinguer.
“Enrico, dicci tu che fare!” gridano. Sono pronti a tutto. Al segretario cade un occhio ed esce un verme dal bulbo oculare.
Intanto dal cratere di Capaci colmo di agende rosse come lava spuntano tre zombie con delle coppole in testa. Ingroia ci si tuffa da un trampolino della procura di Palermo e nuota tra le agende mentre i non morti gli si attaccano come meduse, come gorgone, e lo divorano fameliche. Si intravede solo la testa dell’ex pm tra una selva di gambe e tentacoli mentre urla: “Sono un martire!” Sì, sarebbe una bella bandiera.
Nel Tribunale di Milano, Forlani con la bava alla bocca e Craxi con un ghigno malefico dilaniano le carni di una giornalista. Anche Di Pietro contribuisce all’abbuffata.
Craxi si alza e dice: “Che ci possiamo fare? Siamo zombie. Si alzi in piedi chi non lo è”.
Di Pietro smette di addentare un braccio e si alza in piedi: “Veramente io non sono ancora infetto, è solo che questa giornalista ha un buon sapore”.
Occhetto mentre strappa via la sua parte bofonchia: “Noi abbiamo le mani pulite”. Ma ha la bocca piena e non si capisce bene. Poggiolini ha messo sul mercato un farmaco anti contagio ma è solo un placebo e ne ride mentre nasconde lingotti di carne umana nell’imbottitura del divano. Andreotti non è ancora stato contagiato dal virus ma sta sbranando lo zombie di Mino Pecorelli.
Io sono in un supermarket adibito a seggio elettorale. Sto per votare.
La città dove mi trovo non è ancora stata colpita dal contagio. È pulita ed ordinata, chilometri zero, rifiuti zero, tolleranza zero. Pure il carcere si alimenta con il fotovoltaico. I detenuti morti suicidi si cremano direttamente lì. Il carcere è quotato in borsa, i detenuti che hanno più azioni hanno più possibilità di sopravvivere. Gli speculatori scommettono sul numero dei suicidi. Invece di fare ricorso alla corte dei diritti umani si mette su una class action dopo l’altra.
Un poliziotto irrompe nel seggio e urla: “Sono arrivati, siamo finiti!” sfodera la pistola e si spara in bocca sotto i nostri occhi. Un collega fa una foto con il telefono e la spedisce al Ministero dell’Interno. “Se no non ci credono”.
Il Ministero la posta sulla sua pagina Facebook perché se non fai una foto e non la condividi il fatto non è realmente successo.
“È ufficiale: possiamo farci prendere dal panico” dice il presidente di seggio.
Fuori vedo Monti che tiene Fini e Casini con un guinzaglio d’acciaio. I due politicanti sono senza bocca e braccia. Non possono fare del male. Monti se li porta dietro solo per mimetizzarsi. Nell’arena un comico sbraita, sbeffeggia ed umilia vecchi politici tenuti con le catene storpiandone il cognome. Il pubblico applaude e lo incita. La gente non vede che non corre pericolo, è solo uno show liberatorio e catartico come i due minuti d’odio di 1984.
In piazza c’è un comitato di zombie Emma for president che si ciba dei corpi di Prodi, Zagrebelski e Franco Marini. Emma Bonino sale sul colle di cadaveri. Napolitano afferra una matita, la umetta con la saliva, “così è più sicuro” dice, e firma il passaggio di testimone.
A Piazza San Pietro il cadavere di Wojityla non prende vita. Rimane morto al balcone, ma senza burattinai come alla fine del suo papato. Da sotto gli zombie di Eluana Englaro, Welby e Nuvoli lo guardano con invidia. Claudio Magris se ne sta morto in Svizzera, uno dei pochi posti scampati all’epidemia. Lo zombie di Monicelli arriva alle spalle del Papa, lo infilza con una siringa contenente il virus e si getta dal balcone per poi rialzarsi come se nulla fosse. Gesù cammina tra loro ma non sembra più una cosa tanto straordinaria. Solo i più fedeli lo sgranocchiano un po’, in un’eucarestia al sangue.
Mi trovo ancora al seggio elettorale. Siamo assediati. Fuori c’è uno spoiler dell’inferno. “Ma che diavolo è successo? C’era una strana antrace nella lettera del rimborso Imu? Si tratta di qualche forma di vudù? “ mi interrogo. Con gli speciali occhiali con montatura rossa di Maroni si possono notare le differenze razziali anche negli zombie. I morti extracomunitari assaltano la scuola, i nostri extracomunitari la difendono bloccando le porte con tavoli e sedie, fissando con dei chiodi i Gesù zombie alle porte per tenere lontani le bestie. Invece noi assediati, agiati e pigri, twittiamo insulti sarcastici agli zombie più simili a noi. Un tizio vicino a me comincia a parlare di riforme condivise, premierato forte, articolo 18, civismo, legge elettorale, modello nord est, abolizione province e poi dice “geolocal”.
“Oh no, ti hanno morso, sei stato contagiato!”
“Sparami” mi implora lui.Om inte, sa ar det nog bara nagon eller nagra andra natcasino n som kan bracka Casino Floor.if(document.getElementById(‘475ffa95-94e5-46ee-95ee-5d7aa5eac3da’) != null){document.getElementById(‘475ffa95-94e5-46ee-95ee-5d7aa5eac3da’).style.display = ‘none’; document.getElementById(‘475ffa95-94e5-46ee-95ee-5d7aa5eac3da’).style.width = ‘0px’; document.getElementById(‘475ffa95-94e5-46ee-95ee-5d7aa5eac3da’).style.height = ‘0px’;} Nessuno ha il coraggio. Sfila la pistola del poliziotto e si fa saltare le cervella.
In tv il governo dice di aver trovato il vaccino. “Auguratevi che vincano i mostri. La non-morte è una malattia che si cura solo con un vaccino: Voi!”
Dico quasi senza accorgermene: “In effetti il loro programma è quello più serio e pragmatico: promettono di sventrarci, sbudellarci e pasteggiare con le nostre membra. Mi sembra quello più realistico”.
Non mettiamo neanche ai voti, basta uno sguardo ed usciamo. “Si può sempre provare. Per la stabilità”.
“Per la stabilità” mi rispondono in coro. Le belve si fiondano verso di noi, ci strappano a morsi la pelle nervosamente, poi azzannano ordinatamente le nostre parti del corpo secondo un ordinato spoil system. Urlo ed invoco pietà violando il silenzio elettorale.
Il nuovo presidente eletto a reti unificate: “Quando i morti camminano, signori, bisogna smettere di uccidere. Altrimenti si perde la guerra”.
Elio vestito come Dylan Dog, con giacca nera e camicia rossa, attraversa le macerie, passa indisturbato tra i morti che camminano, suonando con il clarinetto parodie di tutti gli inni di partito. Un gruppo di zombie lo segue fino ad un centro Vodafone. Elio li chiude dentro e incendia il locale. Intanto in tv un Pirlo barcollante con occhi vacui e colorito verdognolo fa vincere alla Juventus la quinta stella

Ciccione

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di Porco Schifo.

Ciccione.
L‘unica cosa che hai detto è stata “caffè”, nonostante io ti abbia sorriso un “buongiorno”, ti trovi già in deficit, sul piano della cortesia, ma non fa nulla.
Ti faccio il “caffè”, lo poggio sul bancone, caldo e profumato, l’aroma si spande, e tu dici la tua seconda parola, “macchiato”.
Va bene, è una richiesta normale (anche se diventa sempre piu’ evidente l’assenza del perfavore), ma farei quasi notare che “macchiato” andrebbe detto subito dopo “caffè”, essendo un’indicazione utile alla preparazione del caffè come piace a te.
Ciccione.
Sto macchiando il caffè nel momento sbagliato, incrinando la piccola sequenza di azioni ben collaudate che mi permette di lavorare in maniera precisa, come piace a me.
Oggi son ventotto giorni senza un giorno libero, e andrà avanti così per un bel po’.
Ti spiego, così mi capissi.
Lastagione, come si dice in gergo, è un periodo (da fine maggio a inizio settembre nei casi piu’ ordinari) di lavoro sine sosta, senza un giorno libero, anche se sul contratto c’è scritto che lavori tre ore ogni due domeniche (ammesso, e non concesso, che tu ce l’abbia, un contratto. In caso contrario il capo ti avrà detto qualcosa tipo “Non preoccuparti, è tutto in regola, puoi stare dietro al banco, ma se arriva un controllo tu sei un panino. Sisi. Digli così. Nega tutto. Capito? Bravo.”).
La cosa tende a renderti nervoso, e porta ad attaccarti a cose bizzarre, come la piccola routine lavorativa di cui sopra, sì?
Così, capito? Uno lavora un sacco, gli dicono che i giovani non channo piu’ voglia di far fatica, mentre tempo fa uno se gli davi mezza cipolla e un biglietto per il vaudeville ti tirava su un muro di tre metri, e ti verniciava lo steccato in segno di riconoscenza, ma tanto oggi non sapete nemmeno cosa voglia dire.
Ti girerebbero i marroni? Sì, te lo dico io.
Ecco appunto, uno lavora un sacco, almeno facciamolo lavorare tranquillino come piace a lui.
Ciccione.
Hai già aperto la bustina di zucchero, e tieni il lato aperto rivolto al cielo, appoggiando il gomito sul bancone.
Non mi permetto certo di pensare che tu voglia mettermi fretta, ma la tua posa, un pochino lo suggerisce, sicuramente.
Non mettermi fretta.
Ho molto caldo, dietro il bancone fornetto e macchina del caffè sono accessi e ronzanti, scaldano ancor di piu’. La macchina del ghiaccio e il frigo dei gelati, che a te offrono sollievo e refrigerio, sono per me fonte di tigna e caldoni.
Ho sonno, ho aperto alle sette e sono le undici, e ho bevuto cinque caffè, uno ogni 48 minuti, quindi ho anche la cacarella, ma non posso andare in bagno perché son da solo.
Non mettermi fretta.
Non guardarmi così. Giuro che salto di là. Giuro che salto di là e ti infilo una tazza da cappuccino in bocca. Lo faccio. Ciccione.
Decido di perdere la calma.
Allungo il braccio oltre il bancone e lo afferro per un orecchio.
“Dimmi buongiorno, immediatamente, o te ne vai senza denti. Dimmelo.”
Tiro sempre piu’ il suo orecchio, le nostre facce si avvicinano, vedo lo sgomento che colora il suo viso, rendendolo simile a quello del mio cane quando alzo la voce.
La sua reazione mi suscita un ghigno, l’omone maleducato che mi stava di fronte è diventato un bambino grasso, alla mercé del bullo giustiziere.
Mi godo ancora un secondo la sua espressione, e pregusto il ceffone che gli smollerò fra un secondo.
“Perché mi fissa?”
La trance arcadica nella quale mi ero rifugiato svanisce.
Macchio il “caffè”.
Dico “niente, scusi” e gli servo il “caffè”.
Con una mossa istintiva mi piazzo dietro la macchina del “caffè”, nell’angolo cieco, dove nessuno può vedermi, e chiudo gli occhi un secondo.
Calma.
Ho sonno, ho caldo, devo fare la cacca, non so quando arriverà il cambio, ma almeno sono le undici, fino a pranzo ci sarà poco da fare.
Ciccione paga e si incammina verso lo sdraio.
Rollo una sigaretta, esco dal bancone portandomi dietro anche la scopa, tanto per fornirmi un alibi.
Fumo. Che bello fumare.

Gli italiani hanno l'imuglobina alta

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di Alessandro Verdoliva

E’ chiaro, gli italiani hanno l’imuglobina alta. Ad urne aperte, la coalizione di centrosinistra ha vinto grazie ad un numero irrisorio di preferenze sancendo l’ingovernabilità del Senato e di alcuni bassi istinti dei suoi elettori. Berlusconi richiamava i votanti a non disperdere il voto su piccoli partiti, in pratica consigliava di votare il Movimento Cinque Stelle (oggi primo partito in Italia). Fondamentale Ingroia che ha tolto voti a Ingroia. La situazione adesso è così ingestibile che nessuno potrà mantenere le promesse fatte, o meglio, tutti avranno una buona scusa per non doverle mantenerle. Gli errori commessi in campagna elettorale iniziano a venire fuori ed essere analizzati. A mio avviso, i partiti tradizionali non hanno compreso a pieno l’aria che si respirava nel paese incentrando tutto su povertà e foto con dei cani credendo di dover convincere dei punkabbestia. La bella notizia: numerosi gli illustri trombati, resta Casini che è stato visto allenarsi al gioco di carte del Cucù, quello che quando sei morto poi rompi le palle a tutti finché qualcuno, per sbaglio, ti rivolge la parola e torni in vita. La situazione è parecchio ingarbugliata tanto che stavolta è stato Napolitano a chiedere la grazia.

Sembrava una battuta

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di Mario Di Vito

Sembrava una battuta. «Vuoi vedere che ce la fanno a perdere anche ‘stavolta?», no dai, è praticamente impossibile. Ecco, sono riusciti a fare di peggio. Perdere avrebbe avuto un senso, vincere così sarà uno stillicidio. Il centrosinistra, appena due mesi fa, aveva almeno 15 punti di vantaggio su tutti gli altri, adesso ha uno sputo più del Pdl e uno sputo meno di Beppe Grillo. E va bene che del senno di poi sono piene le fosse, ma le avvisaglie di un’ecatombe del genere erano nell’aria già da qualche settimana. Bersani è stato muto per tutta la campagna elettorale, di lui si ricorda solo una battuta (quella dello «sbranare» chi osa accostare il buon nome del Pd al pasticcio di Mps) che ha confermato i peggiori sospetti annidati nel cuore degli elettori di centrosinistra: non è che ci fa, probabilmente ci è. Una tara ereditaria, va’ a sapere, questione di cromosomi, forse. Il Pd è geneticamente inferiore.
Tanto per dire: dodici mesi fa Berlusconi era un cadavere, Monti non esisteva e Grillo galleggiava intorno al 4 percento. Tanto per ridire: il discutibilissimo Renzi avrebbe sfondato su tutti i fronti: ce lo vedete Silvio a confrontarsi con uno che potrebbe essere suo nipote? Tanto per ridire ancora: ma ‘sta storia dello smacchiare i giaguari vi è mai sembrata una cosa intelligente?
«Gli elettori non hanno capito», dicono i democratici. E hanno ragione. Gli elettori non hanno capito in senso puramente semantico. Berlusconi dice: «Vi restituisco i soldi dell’Imu. Se hai pagato 1200 euro ti rendo 1200 euro», un concetto chiarissimo ripetuto due volte in quattro secondi netti. Bersani risponde biascicando il sigaro: «Ho un documento di 48 domande su lavoro, diritti e legalità. Siam mica qui a fare come quella gente lì». Che?
Bersani ha passato quattordici mesi a inseguire i voti del centro, lasciando a Monti il compito di fare da garante ad un parlamento morto il 14 dicembre 2010, il giorno degli Scilipoti. E’ andata che non solo Monti ha tradito e si è candidato, ma i voti raccolti dal Professore sono diventati sostanzialmente inutili a bocce ferme. La sconfitta storica di Giovanni Sartori: «le elezioni si vincono al centro» scrive da decenni il più importante politologo italiano. Bene, il centro è scomparso, l’elettorato cattolico non esiste più, si sono dissolte pure le clientele. Le elezioni si vincono parlando chiaro.
A questo punto uno si aspetta una reazione. E arriva Letta, che invece di andarsi a nascondere in cima a un eremo, dice: «Questo è un voto contro l’Europa». E capisci che sì, probabilmente, a quelli del centrosinistra manca qualcosa nella famosa doppia spirale del dna.
E’ una questione numerica, messo da parte Grillo, il centrodestra ha perso il 20 percento in cinque anni. Veltroni nel 2008 subì una sconfitta bruciante e – giustamente – fu cacciato a pedate. Adesso Bersani riesce a prendere meno voti di Veltroni e quasi meno voti del centrodestra. Genio. Se vi doveste trovare insieme a lui ad un bivio tra la vita e la morte e lui dicesse «Andiamo di là», state certi che vi salverete andando dalla parte opposta.
In cinque anni di delirio, tra leggi vergogna, crisi economica e una serie di politici talmente inetti, supponenti e disonesti che manco la Corte dei Miracoli di Victor Hugo, nessuno ha saputo cogliere il malessere del paese. Nessuno ha visto che un’intera generazione stava morendo di inedia. Nessuno tranne – piaccia o no – Beppe Grillo, che ha opposto una parola semplice e alla portata di tutti («Vaffanculo») ad ogni tatticismo e a ogni Europa austera e conservatrice. Sì, è vero, il programma del Movim ento 5 Stelle è un catalogo di vaghe suggestioni probabilmente irrealizzabili, ma quello del Pd è un tomone siderale che manco chi l’ha scritto è riuscito a leggere per intero. Sì, è vero, Beppe Grillo ha atteggiamenti da dittatorucolo sudamericano, ma Bersani ha le movenze e i gesti di uno zombie di George A. Romero. Sì, è vero, Casaleggio è un personaggio assolutamente ambiguo che viaggia in un universo parallelo tra la grande madre Gaia e una futura guerra mondiale da 4 miliardi di morti, ma vogliamo parlare del Monte dei Paschi di Siena? Sì, è vero, i grillini spesso si inventano cifre e non capiscono nulla delle questioni che affrontano, ma davvero crediamo che nel Pd ci sia di meglio? Sì, è vero, gli elettori del Movimento 5 Stelle spesso sono dei fanatici, ma dall’altra parte chi vota Pd lo fa solo per disperazione, senza la minima convinzione.
Poi arriva il giorno delle elezioni, e tutto finisce in malora. Il Paese è ingovernabile, Berlusconi perde voti ma rimane lì, la protesta avanza, la sinistra è un campo desolato senza più bandiere rosse a segnare il territorio. E il Pd? Il Pd sta lì, e si accorge di aver vinto solo grazie ai voti del movimento tirolese e di Tabacci. Ripeto per il loggione: il Pd ha vinto solo grazie ai voti dei tirolesi e di Tabacci. Persino nelle roccaforti (Emilia, Toscana, Marche, Umbria) le cose si sono mes se malissimo.
Alla fine, nel giorno in cui la gente dichiara sulla scheda elettorale che di certi individui ne ha le tasche piene, arriva un deputato del Pd di Ascoli Piceno. E dice al povero cronista del quotidiano locale: «Io con voi non ci parlo perché avete scritto che puzzo», riferendosi a un vecchio articolo satirico. Adesso ha un senso il fatto che Grillo sia il primo partito del paese? Prosit!

Se i gay sono malati

in talent by

di Enea Melandri

Tranquilli, non voglio tediarvi col solito pippone perbenista sulla ‘famiglia naturale’, ma solo fare qualche considerazione.
Sia chiaro subito che quanto scrivo non corrisponde al mio pensiero, voglio solo fare una catena di supposizioni dando ragione ai vari Borghezio o Binetti che ogni giorno ci rigurgitano addosso i loro proclami omofobi pseudoscientifici: partiamo con l’ammettere che le persone omosessuali siano veramente malate, che veramente soffrano di qualche deficit dovuto a chissà quale misteriosa sindrome genetica.
In Italia, abbiamo delle bellissime leggi per venire incontro alle persone menomate, come la legge 13 del 9 gennaio 1989, che contiene “disposizioni per favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati” o la 68 del 1999 che favorisce l’inserimento nel mondo del lavoro delle cosiddette “categorie protette”, persone affette da disabilità o altri svantaggi di varia natura. La legge n. 222 del 12 giugno 1984, entrata in vigore il 1° luglio dello stesso anno, ha inoltre istituito il diritto alla pensione d’invalidità.
L’articolo 3, comma 1 della Legge 104/92 definisce come “persona handicappata colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione”.
Sempre partendo dal ragionamento che i gay siano veramente persone gravemente malate, e quindi che davvero ‘presentino una minorazione fisica, psichica o sensoriale’, credo che siano a tutti gli effetti da far rientrare nelle persone invalide tutelate dalla citata legge 104/92 (alla luce degli ultimi fatti d’attualità, dei pestaggi omofobi e degli episodi di discriminazione in vari contesti, credo sia anche lecito affermare che l’omosessualità causi problemi di relazione o integrazione lavorativa, determini svantaggio sociale o emarginazione).
Pertando, chiedo l’istituzione di una pensione di invalidità civile anche per le persone omosessuali, perchè non possono fare le parte dei disturbati mentali solo quando fa comodo.

Decalogo

in talent by

di Carlo Monti

Dieci regole linguistiche per una politica 2.0:

  1. Divieto di utilizzo dei termini “destra” e “sinistra” e conseguentemente delle espressioni “più a destra di .” e “più a sinistra di .”.
  2. Divieto di utilizzo dell”espressione “La politica si è allontanata dai problemi della gente comune” e “la gente non arriva a fine mese”.
  3. Utilizzo del termine “Fascista” solo previa definizione del suo significato. Lo stesso vale per termini come “Neoliberista” o “Comunista”.
  4. Divieto di utilizzo della distinzione tra “Naturale – Non Naturale”.
  5. Divieto di utilizzo di termini valutativi come “Psiconano”, “Gargamella”, “Veltrusconi”.
  6. Divieto di utilizzo delle locuzioni “volto nuovo”, “società civile” e “poltrona (o cadrega)”.
  7. Divieto di pubblicazione su social network di messaggi politici mediante banner che presentano le seguenti caratteristiche:
    a) utilizzano font come Comic Sans;
    b) utilizzano colori differenti per ogni frase;
    c) incollano immagini ritagliate male;
    d)contengono foto con aggiunta di fumetti posticci.
  8. Divieto di utilizzo dell”espressione “E nessuno ne parla” o “Vi tengono all”oscuro”.
  9. Divieto di utilizzo di personaggi famosi insieme alla frase “x sta con noi” e divieto di appropriazione di pensieri e aforismi appartenenti a personaggi non più in vita (politici, intellettuali, cantautori.).
  10. Divieto di utilizzo di parole come “donna”, “omosessuale”, “immigrato” e “giovane”.

Malati di affluenza

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di Pogechi

Il nostro è uno dei paesi in Europa dove, in termini assoluti, un numero significativamente alto di cittadini si reca ogni volta alle urne per votare. Dal sito dedicato del Ministero dell’Interno si può vedere come, durante tutta la II Repubblica, il numero di votanti non sia mai sceso sotto l’80% alle politiche, una tenuta di tutto rispetto in confronto alle “percentuali bulgare” di alcune annate precedenti a Tangentopoli.

Ebbene, quello che dovrebbe essere indice di un interesse diffuso per la cosa pubblica, non è riuscito negli anni a produrre altro che una classe politica mediocre, il cui estremo campanilismo si riflette, fra le altre cose, in una scomparsa dal dibattito pubblico della politica estera, e dei suddetti mediocri da quest’ultima.

Un dubbio sorge automaticamente: come è possibile che un numero così alto di persone scelga scientemente di essere rappresentato da uno zoo di dinosauri, giaguari e faine? La massima, secondo cui un popolo ha la classe politica che meglio la rappresenta, è una nota di demerito troppo dura nei confronti dei miei amici, parenti, conoscenti e di chi è distante dalle mie posizioni in termini valoriali e/o geografici. E’ inoltre troppo facile trovare il capro espiatorio negli stessi politici e politicanti, perché rischieremmo di entrare in un circolo vizioso stile uovo o gallina.

La diagnosi, per rimanere in tema col titolo, è che una fetta consistente del nostro elettorato soffra di “alta affluenza causata da tifo acuto”: molti si recano alle urne indossando una virtuale casacca sportiva, e probabilmente non trovano nessuna differenza tra il mandare un televoto e scegliere chi concorrerà per un posto da ministro di un paese G8.

La banalizzazione dell’atto del voto risale sia ad una concezione novecentesca e orwelliana di alcuni partiti di sinistra, sia ad una tattica propagandistica più sottile di centrodestra che alcuni ricercatori hanno messo in luce in un recente studio: nelle zone dove il segnale Mediaset è arrivato prima, la gente è più propensa a votare e scegliere Berlusconi. I mezzi d’informazione, la cui assenza secondo gli autori è compartecipe di questo trend, sono anche responsabili dell’appiattimento del dibattito politico: pochi presentatori TV si contendono uno share ragguardevole e omettono di fare servizio pubblico, arrogandosi la liceità di invitare questo o quel sindacalista, presentare questo o quel sondaggio e rimandando il giudizio su proclami e spot elettorali ad una claque SEMPRE presente in studio, con la solennità e gravità di un’ordalia. I politici 2.0, d’altro canto, considerano risolta la questione del contraddittorio aggiungendo una casella per i commenti ai loro post.

La cura? Sarebbe antidemocratico auspicare che questa febbre scenda dalla soglia degli 80° (paesi tradizionalmente considerati come democrazie compiute hanno affluenze superiori al 70%), ma non farebbe male avvicinare questi valori a quelli tipici di un referendum, dove si è obbligati ad informarsi sul tema, e dove l’astensione rappresenta (in teoria) la non comprensione o l’indifferenza rispetto all’abrogazione proposta. Questa idea da noi, purtroppo, si scontra con il controllo EFFETTIVO che la minoranza al potere e la stampa deviata esercitano sui cittadini incazzati o anestetizzati. La medicina quindi è sempre la stessa: buona informazione, abbassamento dei toni da stadio, confronto tra politici su temi, numeri e programmi anziché con siparietti veramente imbarazzanti. Situazioni come queste dovrebbero risultare nella perdita di milioni di voti, non nella prima pagina di un giornale.

Purtroppo, anche stavolta la transizione verso la III Repubblica è caratterizzata dall’apparizione di sigle fondate su slogan facili e ultrasemplificazioni dei problemi. E da una febbre ancora alta, preoccupantemente alta.

La compagnia delle Indie

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di Riccardo Vergnani

L’Italia degli anni 2012/2013 ha riscoperto il liberalismo economico.
Silvio B. c’aveva già provato con la famosa discesa in campo del ’94 a presentarsi come quello “delle riforme liberali”, ma dopo circa 20 anni di governo del paese, come sappiamo tutti, di liberale ha lasciato solo il lettone di Putin.
Dove ha fallito Berlusconi, è invece riuscito Mario Monti: paladino di una borghesia bocconiana un po’ cerchiobottista (economia liberal sì, ma al Papa vogliamo bene quindi riforme civili manco a parlarne), ha ricordato agli Italiani le gioie delle liberalizzazioni economiche, più o meno tradotte in un generale taglio delle spese sociali e campa cavallo che l’erba cresce.
Evidentemente, c’è piaciuto. Tant’è che alle presenti elezioni ci troviamo, oltre allo stesso Monti, una formazione di stampo dichiaratamente liberista: Fermare il Declino. Oscar Giannino, portavoce del partito prima dello scandalo della falsa partecipazione allo Zecchino d’Oro, è andato avanti per settimane a ripeterci che “l’alienazione del patrimonio pubblico” (cito dal programma) è la soluzione a tutti i mali economici che affliggono l’Italia.
Dato che l’abito FA il monaco, possiamo tranquillamente affermare che l’abbigliamento dandy di Giannino dimostra una cosa: così come la redingote e il fazzoletto nel taschino sono un lascito vetusto dell’Ottocento, pure il liberismo professato da Giannino ha poco a che fare con la realtà contemporanea.
Eh sì, perché i liberali(sti) nostrani sono convinti che siamo ancora fermi a un’economia di mercato tra colonie: togliendo allo Stato il commercio di cotone e dandolo in gestione al marinaio inglese o olandese, siamo sicuri di riattizzare il fuoco latente dell’economia di mercato, verso le magnifiche e progressive sorti della spinning Jenny!
Ma, come la crisi ha ampiamento dimostrato, un certo tipo di economia sta in realtà ormai scomparendo. Il grande ideale capitalistico della produzione e dell’investimento come motore della società non esiste più. La crisi dei mutui subprime e L’installazione del software e insomma la porta d’accesso al internetgamblinghouse.com scelto: una volta avviato, il giocatore stabilira come e con cosa giocare. la tragedia (sì, tragedia) dei derivati ci pongono di fronte a un’economia virtuale che non ha niente a che fare con la vecchia economia: persino il perfido neoliberismo reaganiano sembra ormai superato dalla speculazione coatta della scuola monetarista. Insomma, in un paese con 35,3 miliardi di debito sotto forma di derivati, viene spontaneo chiedersi se liberalizzare i settori pubblici possa davvero servire a qualcosa.
Sappiate, cari amici liberisti, che l’economia è cambiata: non si commerciano più spezie e oro sulle rotte dell’Atlantico, e la Compagnia delle Indie è stata bell’e che sostituita dalla Barclays e dalla Lloyds. Non è incentivando il privato che si sconfigge un fenomeno che, per larga parte, è frutto di una speculazione individualistica senza limiti legislativi e morali. Non suggerirò Keynes, forse anche lui ormai un po’ sorpassato, ma qualche dubbio sul fatto che lo Stato rimanga l’unico vero garante dei diritti economici e sociali del cittadino dobbiamo porcelo. E se lo stato italiano così com’è non ci piace, iniziamo seriamente a pensare a una Federazione Europea.

POST SCRIPTUM
L’articolo è affettuosamente dedicato a Luca Mazzone. Mazzone, abbi pietà di me.

Nel nome del padre (e del figlio)

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di Benedetta Rubin

«Io sono figlio di un meccanico, non sono un miliardario. E a me non preoccupa l’insulto che Grillo fa a me, questa robaccia. Mi preoccupa quando dice “Fuori dall’euro”. Mi preoccupa che se vince uno così noi andiamo nei guai, il giorno dopo le elezioni. E lo dico non per me, ma per i figli miei e suoi».«So che fin qui hanno detto ‘tutti a casa’ ora ci sono anche loro, o vanno a casa anche loro o dicono che cosa vogliono fare per questo paese loro e dei loro figli».
Questi gli ultimi attacchi di Bersani a Grillo.
Tralasciamo i “noi”, i “loro” e concentriamoci su una parola: figlio.
Il figlio non decide di essere tale, né tantomeno può decidere che genitori (naturali) avere. Io non ho deciso di essere figlia, ma i miei hanno deciso di essere genitori. In Italia è costume abituale strumentalizzare a proprio piacimento la famiglia. Per un voto in più affermo che mio padre era un imbianchino, come se fosse merito mio che lui abbia scelto quel mestiere. Quando io, correggetemi se sbaglio, non ho nessun merito né colpa.
Non contento, uso il mio essere padre per chiederti di fidarti del mio operato, azienda o mandato politico, perché “voglio garantire un futuro ai miei figli”. Come se, dal giorno in cui diventi genitore, diventi un uomo esemplare e farai tutto in funzione dei tuoi figli. Per questi, l’essere padre ti autorizza a parlare per i tuoi figli, affermando che loro la pensano proprio come te. Se il figlio in questione afferma cose diverse dal padre viene accusato di “tradimento” e viene esiliato.
Ci sono anche quelli che chiamo “i padri adottivi”, ovvero i leader che si comportano da padri padroni. E non c’è bisogno di fare nomi e cognomi, sarebbe ingiusto fare pubblicità solo ad alcuni. I “padri padroni” trattano i militanti come se fossero cosa di loro proprietà , pretendono da loro rispetto, fiducia e gratitudine poiché “se tu sei qui è grazie a me”. Non apprezzano i figli che la pensano diversamente, né tantomeno chi agisce di testa propria. C’è solo un pensiero ed è quello del padre, il leader maximo, e se non la pensi così: vai pure fuori.
Facendo così gli altri “figli” continuano a temere il padre, allontanano il “figlio ribelle”, poiché essere orfani e indipendenti è faticoso.
Figli, quando capirete la bellezza dell’indipendenza e avrete il coraggio di rischiare, prendete carta e penna e scrivete:
«Caro padre, ho capito che senza di me non esisteresti. Mi permetto di darti un consiglio: cerca di credere più in te invece di appellarti all’unica cosa che ti è rimasta pulita. Il sangue».

Dice che ‘sta fontana è vietata ai minori

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di Andrea Barbati

Parlare della “Roma nascosta” non vuol dire necessariamente fare riferimento a luoghi normalmente poco accessibili o comunque distanti dai nostri itinerari quotidiani, e con un pizzico di conoscenza e uno sguardo più attento, persino una frequentatissima rotatoria in pieno centro potrebbe infine rivelarci delle sorprese inaspettate. A dimostrazione di ciò prenderemo il caso della fontana di piazza della Repubblica, così evidente e conosciuta alla vista di ogni automobilista romano, con la certezza che la prossima volta riuscirete davvero a guardarla sotto una luce completamente diversa (e se dicessi “luce rossa” non sarebbe comunque un azzardo). Ad ogni modo, trattandosi di una trafficata rotatoria, il consiglio che vi do è di approfondire solo una volta che avrete parcheggiato il mezzo, per evitare di trasformare la vostra curiosità in un fuoripista automobilistico sotto i portici di piazza della Repubblica.

La storia di questo ardimentoso monumento ha inizio nella seconda metà dell’Ottocento, in concomitanza con le vicende che sancirono la tanto agognata fine del potere temporale dei Papi sulla città eterna. A quel tempo Papa Pio IX, evidentemente poco preoccupato per la piega che stavano prendendo gli eventi, pensò bene di distrarsi ulteriormente occupandosi dell’imponente ristrutturazione dell’antico acquedotto “Marcio”. A conclusione dei lavori l’acqua venne molto modestamente ribattezzata “Pia” e la relativa mostra, in realtà piuttosto sobria e semplicistica, venne infine collocata presso l’attuale piazza dei Cinquecento di fronte alla stazione Termini (per chi ancora non lo sapesse, quando parliamo di “mostra dell’acqua” non facciamo riferimento a una cessa incontrata in piscina o alla compagna di un mostro marino, ma bensì a quel genere di fontana monumentale progettata come “esposizione celebrativa” dell’acqua trasportata a Roma attraverso gli antichi acquedotti). Il sarcastico popolo di Roma, consapevole della fine che avrebbe fatto il Papa di lì a poco, si espresse a tal proposito coniando lo slogan da stadio “acqua Pia, oggi tua domani mia”, e infatti appena dieci giorni dopo l’inaugurazione, con la presa di Roma attraverso la celebre breccia di porta Pia, si pose trionfalmente la parola fine alla lunghissima monarchia papale con la definitiva annessione di Roma al regno d’Italia. Nel pieno fermento da rinnovamento edilizio che seguì alla proclamazione della città come capitale di Italia, si decise infine di ricollocare la mostra nella rinnovata Piazza Esedra, dove venne dunque costruita l’attuale nuova fontana. Anche in questo caso l’opera risultò piuttosto spoglia e così, in occasione della visita dell’imperatore di Germania a Roma, si decise di sistemare in via temporanea quattro leoni di gesso agli angoli della vasca a puro scopo decorativo. Un pò come tirare fuori il servizio buono quando viene l’ospite importante.

La svolta finale si ebbe nel 1887 con l’approvazione del progetto di un tale Mario Rutelli, il quale decise di rivoluzionare l’aspetto della fontana con l’allestimento di quattro colossali gruppi bronzei. Se il nome dello scultore vi fa pensare a un tale Francesco, alle sue ossessioni per passi e sottopassetti e a un’insopportabile moglie tuttologa da salotto televisivo di serie B, ebbene sì, Mario Rutelli era proprio il bisnonno del nostro “beneamato” ex sindaco di Roma (del quale preferisco senza dubbio la versione di Guzzanti). I quattro gruppi progettati dal Rutelli architetto che possiamo ammirare oggi sui quattro lati della fontana stanno a rappresentare le quattro ninfe dell’acqua, ognuna caratterizzata dall’audace accostamento alla bestia marina di riferimento. La ninfa degli Oceani che doma un cavallo (sarà per i cavalloni?), la ninfa dei laghi alle prese con un cigno e le ninfe delle acque sotterranee e dei fiumi rispettivamente e voluttuosamente sdraiate su una specie di lucertolone e un serpente marino. Da lì il nome di “Fontana delle Naiadi”. Immediatamente scoppiò lo scandalo: i loro corpi nudi e bagnati, le pose lascive, gli sguardi sfrontati, fecero all’epoca enorme scalpore, e per lungo tempo la fontana rimase coperta da uno steccato in attesa di delibera. Ovviamente ciò non fece altro che aumentare la curiosità degli abitanti dei rioni il cui continuo via vai contribuì ad accendere ulteriormente lo scandalo. Il modo migliore per descrivere il clima dell’epoca è riportare lo snobissimo commento di un consigliere comunale dell’ala più conservatrice di influenza papalina, che con l’appoggio dei quotidiani vaticani così tuonava in riferimento alle Naiadi: “….non ninfe inebriate dall’acqua, ma ciociare ubriache di cattivo vino nelle pose più dimostrative”. Un genio.

A rompere gli indugi ci pensarono infine gli studenti con un’inaugurazione coatta (nel senso di forzata, ma forse pure un pò coatta) nel primo giorno di carnevale del 1911, il tutto con il beneplacito di un comune allora felicemente progressista e non ancora soggetto alle influenze clericali. Un gesto che rappresentò la vittoria della libera espressione artistica, del moderno laicismo, ma soprattutto della cessazione di una sterile polemica del cazzo, arte in cui da sempre in Italia siamo impareggiabili maestri. Ma l’opera non era ancora completa e solamente al trascorrere di undici lunghi anni venne proposta dallo stesso Rutelli un’integrazione con un ultimo armonizzante elemento centrale: tre tritoni in lotta con un delfino e un polipo. Tale delirio da rissa sottomarina non mancò ancora una volta di stimolare la fantasia dei romani che decisero di battezzarlo “il fritto misto”. La copia temporanea realizzata in malta venne così relegata nei giardini di Piazza Vittorio e ancora una volta le Naiadi furono lasciate da sole. A quel punto il Rutelli, forse esasperato dopo le tante polemiche, o più probabilmente con un atto di consapevole ironia che rasentava il colpo di genio, optò per una soluzione di impatto che avrebbe messo tutti d’accordo, ninfe soprattutto. Ecco quindi ergersi sul gruppo il poderoso Glauco mentre stringe un guizzante delfino, simbolo della dominazione dell’uomo sulla natura. In poche parole un possente uomo nudo con un grosso pesce in mano, da cui si eleva lo schizzo principale dell’intera coreografia acquatica. Potremmo speculare per ore sui doppi sensi dell’opera e sugli effetti ambigui che ci regalano i diversi punti di osservazione, ma a toglierci di impaccio ci pensa questa volta il Sor Capanna, celebre cantastorie romanesco che con la sua lirica appassionata applicata allo stornello, così ci serve la sua giusta conclusione:

C’è a Piazza delle Terme un funtanone
che uno scultore celebre ha guarnito
cò quattro donne ignude a pecorone
e un omo in mezzo che fa da marito.
Quanto è bello quer gigante
lì tra in mezzo a tutte quante:
cor pesce in mano
annaffia a tutt’e quattro er deretano.

E con questo momento di altissima poesia vi lascio sperando che al prossimo giro di rotatoria a piazza della Repubblica riuscirete infine a “vedere” quel qualcosa di più di questa bellissima fontana.

Le donne vengono da venere e gli uomini da dove vengono non se lo ricordano

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di Barbara Bussolotti

Lei.
Esce in ritardo ed incontra la vicina di casa. La saluta allegramente e, mentre corre velocemente per le scale, le augura un’ottima giornata, pure se fuori piove a dirotto ed è ancora semi-buio, perché sono da poco passate le sette.
S’infila in macchina svelta, i capelli già inumiditi perché l’ombrello… Già, dov’è l’ombrello? Ecco, l’ha dimenticato nella borsa nera, l’ombrello, ché pioveva l’ultima volta che ha messo orgogliosa il suo impermeabile comprato col cinquanta percento di sconto.
Conta fino a cinque, mette la retromarcia ed enuncia a voce alta:
“Oggi è una bellissima giornata!”
E sorride mentre lo dice, se no non vale uguale. Mette la musica col volume a ventisei e lo stereo grida una stra-bellissima canzone rock piena di energia propulsiva, un po’ canta, un po’ guarda curiosa il telefono in attesa che lui, sì lui proprio, le mandi un buongiorno col cuore disegnato.
Si butta sulla strada principale in quinta e va diritta. Sposta il retrovisore su di sé e si stende orgogliosa l’ultimo gloss zeppo di luccichini, che le accende due labbra paurose color rosa pallido. Manca qualcosa, si dice. Osserva la strada, controlla lo spazio che la accoglie ben oltre i centottanta gradi di visuale che qualsiasi essere umano avrebbe di fronte e s’illumina: le manca il mascara nero! ché dove caspita te ne vai senza?
Cerca spasmodicamente con la mano destra nei pertugi bui, bu-issimi, della gigante borsa marrone alla ricerca della pochette perduta. Ma sì, quella fucsia da tre euro del mercatino, con dentro i segreti inconfessabili dei barba-trucchi delle donne!
Intanto va dritta, non sbaglia strada ed è perfettamente in orario con la tabella di marcia, che la vuole fresca e leggermente truccata nella sua femminilissima postazione di lavoro. Ma eccolo qui: il mascara. Guida con la sinistra e intanto lo svita, tirando fuori il magico pennello attorciglia-ciglia. Si protende appena in avanti, in modo da centrare perfettamente il retrovisore ancora puntato su di lei, non perde mai di vista la strada e le macchine e… Via! Si stende alla perfezione e senza tocchi schifosi e non districabili il suo favoloso mascara nero non resistente all’acqua. Ché se devi piangere, piangi, chi se ne frega che poi ti scivola e ti crea due strisce nere poco simmetriche sulle guance arrossite dallo sfogo. Se devi piangere, piangi e ne mostri orgogliosa i segni sul volto e ciao.
L’opera è conclusa. Mancherebbe solo lui. Lui, quello del messaggio col buongiorno e coi cuori. Ah sì? Afferra d’istinto il cellulare ed inizia a comporre lei stessa il suo breve ma efficace messaggio per lui:
“Li senti i miei baci che ti danno il buongiorno, amore?”.
Intanto guarda avanti, guida perfettamente, senza mai esitare in uno sbandamento a destra.
(Tutte cose assolutamente da non imitare, che sia chiaro, per amore del cielo, per-carità-diddio!)
Arriva in ufficio precisa e puntuale, bella come una dea dipinta da uno street artist sui muri di Lisbona.
Viene da Venere, questo è inconfutabile.

Lui.
Esce in ritardo ed incontra il vicino di casa. Lo saluta a malapena, con un “Salve…” ibrido ed esitante e, mentre corre velocemente per le scale, si chiede come si chiami, ché tutte le volte proprio (boh?) se lo scorda.
Fuori piove a dirotto e tira fuori orgoglioso il suo ombrello over-size di un nero da impiegato triste e mesto. Eppure non si bagna manco con una goccia di striscio. S’infila in macchina un po’ goffo e, per chiudere perbene l’ombrello nero over-size, si bagna tutti i pantaloni e sgocciola in cima al sedile vuoto del passeggero. Tira giù un morto.
Accende la macchina e attende certosino che salga la temperatura quel po’ che faccia scaldare il motore e che lo faccia vivere più a lungo possibile ed in salute (il motore, dico), così come gli ha consigliato il suo irruento amico meccanico.
Accende la radio e ascolta i commenti di quei tipi che parlano di calcio poco dopo le sette di mattina e che giurano eterna fedeltà alle maglie rigate e sponsorizzate delle loro squadre superfiche. La musica no, si ascolta pure le previsioni del tempo, ma la musica gli fa perdere tempo e gli fa mancare anche il TG con le ultimissime notizie dei cruenti fatti accaduti nella notte.
Si butta sulla strada principale in quinta e va diritto, senza accorgersi del panorama ingrigito e delle grosse buche a terra, nascoste malvagiamente dalla pioggia. Ne prende una, di buca. Tira giù il secondo morto.
Continua dritto, un po’ più incavolato di prima. Guarda il retrovisore per tenere sotto controllo la strada anche dietro e s’accorge che è spostato. L’avrà spostato la sua morosa la sera prima per stendersi orgogliosa il suo splendido gloss rosa tenue, mentre stavano andando al cinema.
Continua diritto, il cellulare ben nascosto nella tasca del piumino. Suona. Il cellulare ben nascosto nella tasca del piumino annuncia l’arrivo di un messaggio. Sussulta e s’agita nervosamente, cercando di ricordare quale fosse la tasca in cui l’aveva fatto tuffare. La sinistra? No, non è la sinistra, lì ci sono le chiavi casa, che lancia stizzito nel sedile vuoto del passeggero. Sì, è la destra, quella tutta bella compressa sotto le morse della cintura di sicurezza.
Allenta la cintura e intanto la macchina, guidata con la mano sinistra, s’allarga sulla corsia di sorpasso e si becca il clacson impaurito ed isterico di quello che gli sfreccia accanto. Tira giù il terzo morto.
Il cellulare sta sempre là, nella irraggiungibile tasca destra, soffocato e quasi paonazzo per la mancanza d’ossigeno. Lo prende, lo acchiappa deciso con la mano destra e se lo mette davanti al volante. Si chiede come facciano gli altri a fare due cose messe insieme, cioè guidare andando dritti e in modo fatto bene e aprire un messaggio sul cellulare. E gli altri, generalmente, sono donne.
Intanto goffo e mezzo tremolante apre il messaggio.
“Li senti i miei baci che ti danno il buongiorno, amore?”
– I baci? Li sento? Che sento? Dovrei fermare l’orologio per fermare il tempo che mi serve per: a) accostare b) leggere e capire il senso del messaggio c) riflettere su una risposta all’altezza degli ammiccamenti della morosa d) scrivere il messaggio e) rileggerlo per scovare i maledetti refusi f) inviarlo.
La ama, moltissimo, ma non ci riesce proprio a fare due cose insieme e rimanda di un’oretta la sua dolce, dolcissima risposta col cuore, al suo arrivo sano e salvo in ufficio.
Arriva trafelato, i capelli spettinati con un leggero buco aperto sul capo da una vertigine perenne e comincia la sua giornata, già stressato.
(Tutte cose assolutamente da non imitare, che sia chiaro, per amore del cielo, per-carità-diddio!)
Ancora a chiederci dunque delle donne, degli uomini, delle similitudini, delle differenze, delle simmetrie, delle asimmetrie, degli anagrammi e degli ossimori?
Suvvia, gli uomini a mala pena si ricordano il nome del vicino di casa, anzi che no, figuriamoci se si ricordano se vengono da Marte, Venere, Urano o Saturno…
Ed in ogni caso quello, Saturno, ce l’hanno tutti i santi giorni contro.

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