un blog canaglia

Author

Nardi

Nardi has 37 articles published.

L’improvvisa illuminazione del PD su De Gennaro

in politica by

Allora, vediamo di capirci, caro Orfini, caro Saviano e cari indignati dei due anni dopo:

1. Le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non accertano nuovi fatti. Accertano che la normativa nazionale non violi, o non permetta ai singoli di violare impunemente, i diritti umani. Ne consegue che la sentenza di martedì non ci dice nulla, ma proprio nulla di nuovo su De Gennaro.

2. Tutto quello che c’era da sapere lo sapevate già nella primavera del 2013: eppure lo avete comunque nominato presidente di Finmeccanica, e confermato nel 2014.

Adesso sarebbe lecito domandarsi come mai questa improvvisa illuminazione su De Gennaro; come mai vi viene in mente solo ora che, forse, non era il caso di promuovere qualcuno che era coinvolto nella catena di comando in una vicenda che, sì, ci è appena valsa una bella sentenza di violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo ma non è che fino all’altroieri potesse  dirsi un grande esempio di civilista giuridica o di buon funzionamento della macchina pubblica?

No, perché, in mancanza di spiegazioni, si potrebbe quasi ipotizzare che De Gennaro lo stiate attaccando oggi, dopo averlo promosso ieri, non perché ve ne fotta nulla del G8, di Bolzaneto e della tortura. Ma solo perché vi serve la poltrona di Finmeccanica e la sentenza è un pretesto per chiedere delle dimissioni da un posto che De Gennaro forse non doveva comunque occupare.

Ma non da martedì, da mai.

La Costituzione meno letta del mondo

in politica by

Quando non si riesce a montare un mobile di Ikea, si dà molto spesso – ovviamente a torto – la colpa alle istruzioni. «Sono sbagliate» sbotta il neofita del bricolage. Proprio come il sedicente pignolo, ma che in realtà non ha capito molto, che addebita guasti alla Costituzione perché non funziona o comunque non sarebbe la “migliore del mondo”.

Il caso si pone a proposito del caso Calderoli-Kyenge. Il primo ha detto che l’ex ministro gli ricorda un orango e un giudice si è attivato per contestare, molto opportunamente, il reato di istigazione all’odio razziale.
Entra però in gioco la tanto vituperata Costituzione che, altrettanto opportunamente, al primo comma dell’articolo 68 prevede l’insindacabilità delle opinioni che i parlamentari esprimono nell’esercizio delle loro funzioni.
Dunque il Senato ha riunito la giunta per le autorizzazioni a procedere perché si valutasse se il procedimento nei confronti del senatore Calderoli dovesse aver seguito oppure no. E con sorpresa di molti la giunta ha deciso che no, il procedimento non s’aveva da fare, e tale indicazione ha trasmesso all’Assemblea.

Seppur coperto dal bullismo di Siani a Sanremo, quello di Calderoli ha comunque alimentato un dibattito. Animato e molto impreciso, d’accordo, ma comunque interessante. C’è chi ha espresso qualche opinione bislacca, ma in quanto tale legittima come ogni altra, e chi – come qui in flameboard – si è invece incartato facendo grossa confusione.

Tutto il mappazzone sul fumus persecutionis e sui principi in base ai quali la giunta ha emesso – a mio parere sbagliando – il suo parere è in sé corretto: nella misura che esiste e non è inventato. Peccato però che del guasto si voglia fare addebito all’incolpevole Costituzione che, oltre a sancire l’insindacabilità delle opinioni espresse dai parlamentari nell’esercizio delle loro funzioni, nulla aggiunge.
E’ la giunta che ha deciso, nell’ambito della sua ampissima discrezionalità istruttoria, che l’infelice uscita di Calderoli fosse un’opinione connessa al suo mandato e non la Costituzione. Di conseguenza, se non dovrà rispondere della bestialità che ha detto di fronte aun giudice è solo colpa dei parlamentari: la Costituzione non c’entra un fico secco.

Semmai si potrtebbero additare i regolamenti parlamentari e altre norme che nel tempo si sono succedute nel novellare la disciplina sulla materia. Ma anche per far questo – uffa! –
bisognerebbe prima studiare.

Ma è molto più comodo semplificare e dire che è colpa della Costituzione, apostrofandola ironicamente come la “più bella del mondo”. Una critica che per molti motivi potrebbe essere anche condivisibile, ma che in questo caso definirei almeno poco affidabile, giacché se non si conosce la nostra di Costituzione, figuriamoci come si può esprimere un giudizio comparato.

Il coccodrillo come fa?

in politica by

Berlusconi teme la deriva autoritaria quando l’autoritario non è lui o, almeno, quando non è un suo amico. L’ex Cavaliere non ha torto nel denunciare lo squilibrio istituzionale che si va delineando, ma è certamente l’ultimo a poterne parlare: perché è complice di tutto quanto è avvenuto. E nulla sarebbe cambiato se il successore di Napolitano fosse stato eletto con una larga maggioranza, perché l’equilibrio di un sistema non può fare affidamento sul fatto che il Capo dello Stato non impazzisca improvvisamente.

Berlusconi ora si dice preoccupato dal quadro che risulta dalle riforme che dimezzano il numero di parlamentari e dalla legge elettorale che ne garantisce in larga parte la nomina. Tutto giusto, ma più ora denuncia il fatto e più manifesta la sua cattiva fede e la sua totale inaffidabilità. Il sistema che fin qui ha contribuito a impostare, tanto per fare un esempio, scongiura in modo assoluto che mai più l’elezione di un Presidente della Repubblica avrà bisogno della convergenza tra diverse forze politiche. Se per eleggere Mattarella il Pd ha avuto bisogno di qualche rinforzino, la prossima volta il partito egemone avrà – per definizione – i numeri per eleggere l’arbitro che preferisce senza alcun bisogno di condividere la scelta con altri. Per Berlusconi, che ora versa lacrime da coccodrillo, sarebbe stata in ogni caso – e a prescindere dai limiti anagrafici – l’ultima trattativa per il Colle. Se ne lamenta solo perché non sarà a lui a goderne.

Il parrucchicidio

in politica by

Tanto tempo fa un ardito volenteroso spiegò le vele ai mari aperti della politica. Percorse i cinquecento metri che separano via di Torre Argentina da via del Plebiscito e, come uno Schettino qualsiasi, si trovò incagliato a un’isola azzurra. Non gli andò poi così male: lì ebbe la sua sabbietta e gli grattarono il pancino. Grato, ricambiò con le fusa del caso.
Questo, almeno, si vedeva da lontano. Le cose però non stavano così e un autorevole esegeta spiegò che il volenteroso non era andato casualmente alla deriva: la rotta era precisa quanto il conseguente disegno politico, che si sarebbe concretizzato abbracciando Berlusconi fino alla sua morte per poi occuparne lo spazio politico. Eroi giovani e imbelli.
Sono passati anni e il volenteroso, nonostante gli sforzi di Neri Marcorè, è stato dimenticato. E uguale sorte è toccata all’autorevole esegeta. Poi, d’improvviso, Fitto. E la promessa di una terza vita, di una quarta Repubblica, di una quinta essenza. La fragranza del parrucchicidio.

E se mandiamo a casa le preferenze e i ladri restano?

in politica by

Alessandro ha scritto un bel pezzo sulla questione delle preferenze. Parrebbe un argomento polveroso, ma invece si tratta di una frontiera nuova su quel dibattito, perché si riporta dopo anni a livello locale.
Combatto da anni contro il porcellum e le liste bloccate e credo di aver prodotto ogni argomento di cui, sul tema, sono capace. Ora finalmente uno stimolo nuovo.
Nel merito continuo a restare scettico, perché immagino che eleggere i consiglieri comunali di una città con le preferenze o meno non produca eletti di rango diverso. E in particolare, non mi sento più garantito dal fatto che i consiglieri comunali li scelga il cerchio magico di un partito, piuttosto che i cittadini anche attraverso le drammatiche storture che le preferenze indubitabilmente producono.

Immagino, forse per pessimismo, che cambierebbero solo le coordinate della corruzione. In un caso il problema indica i cittadini che si lasciano corrompere, in un altro invece i cerchi magici dei partiti che si manifestano vocati all’ellisse della corruttela, divisi quindi tra i due fuochi dell’interesse collettivo e di quello particolare.

Il primo problema, secondo me, è nel valutare quanto un sistema – quale che sia – possa fornire ai cittadini una rappresentanza politica diversa da quella che meritano. Un dato che non è chiaramente antropologico ma determinato in larga parte dalla perfida cospirazione ordita da disagio sociale e degrado culturale. Ma quale che sia la matrice, resta chiaro che un monello colpirebbe il passero tanto con la fionda che con la cerbottana, almeno fin quando qualcuno non riesca a fargli capire che proprio non si fa.
Altrettanto chiaro, però, è che bisogna cambiare prima il sistema e poi le persone, come dice Alessandro, perché dando un mitra ai monelli non si farebbe in tempo a cambiarne l’indole prima che gli uccellini siano tutti morti. E dunque, se l’uninominale può fornire un meccanismo di controllo sull’eletto più efficace, allora bisogna provarci. Se è così.

E forse provarci a livello locale potrebbe avere un senso tutto diverso. In ambito cittadino, del resto, il punto non mi spaventa come invece accade a proposito della legge elettorale nazionale. Questo perché, qualunque sistema si confezioni, è difficile che si determini quello scollamento allarmante tra rappresentati e rappresentanti che ha prodotto il porcellum, o quella inconoscibilità politica che – attraverso la nomina – ha ridotto l’elezione su base regionale del Senato a un mero tecnicismo.
Anche l’insidia sul divieto del vincolo di mandato è un problema che, comprensibilmente, a livello locale non si pone. E quindi, nonostante le resistenze concettuali che mi frenano, direi che è una cosa cui non opporrei riserve impedienti. Un eletto e novantamila persone che lo controllano, dice Alessandro. Ottimo, se i novantamila davvero lo facessero. Ma lo farebbero? Considerando che molto probabilmente tra quei novantamila si nascondono molti di quanti oggi “vendono” il loro voto attraverso la preferenza, mi resta qualche dubbio.

Landini, non ci provare

in politica by

Non è chiaro se e quanto Landini si renda conto del danno che arreca ai lavoratori che rappresenta. Deve comunque trattarsi, se  ne ha contezza, di un danno inversamente proporzionale al vantaggio che immagina di ricavarne. In particolare, Landini ha chiaro che interpretare l’adesione a uno sciopero come l’equivalente perdita del consenso di un Governo non ha senso? Certo, in qualche misura è anche vero, ma a un sindacalista non dovrebbe minimamente importare.

Quella folla che si raccoglie andrebbe letta come la legittima contestazione a un provvedimento, anche a un’intera politica, ma nessuno autorizza Landini o altri a estrarne un sondaggio sulle intenzioni di voto degli italiani. Ma lui invece invita Renzi a guardare gli scioperanti raccolti e a comprendere di non avere il consenso della maggioranza degli italiani. E qual è lo scopo di un’affermazione del genere? Non è chiaro. Mentre è chiarissimo l’effetto che produce: far cadere le braccia a chi, come il sottoscritto, difende la legittimità delle manifestazioni pacifiche e la necessità di prestarvi ascolto.

Non creda infatti Landini che se qui non si risparmiano strali per chi formula l’abominio del divieto di sciopero per i dipendenti pubblici, altrettanto non si risparmiano cazziatoni a chi fa confusione tra tutela dei lavoratori e pressione sul consenso. Non creda che le sue dichiarazioni avventate siano l’antidoto alla minaccia reazionaria della precettazione. E non creda, insomma, che come ci guardiamo da Renzi non ci guardiamo da lui.

Il bricolage dei noncredandy

in società by

Correva il quinto anno del signore nel ventunesimo secolo, e Romano Prodi (precisamente il 9 marzo), annunciando che si sarebbe recato a votare al referendum sulla legge 40, ebbe a definirsi “cattolico adulto”. Come reggesse il concetto non si è mai capito, ma è pacifico che si possa intendere come una “pecorella smarrita” qualora la medesima posizione sia assunta da un punkabbestia e non da un blasonato professore e politico di corso. Un po’ come avviene anche in quella barzelletta in cui l’omosessuale con il cabinato in rada è un gay, mentre quello con il pedalò sulla secca è semplicemente un ricchione.
Quella del cattolico adulto non è comunque l’unica declinazione singolare che si è data al rapporto tra i singoli e la relativa adesione a una fede o a una cultura religiosa. Un altro simpatico ritrovato della retorica è l'”ateo devoto”. L’idea in origine era di Leo Strauss, una simpatica canaglia heideggeriana che in Italia è stata tradotta un po’ da Giuliano Ferrara e un po’ (per la parte più divertente) dalla buonanima di Manlio Sgalambro.
Qui però non si aderisce ad alcuna professione di reticenza, ed anche dell’ateo devoto distribuiamo giudizio impunemente, e senza peripatetici paywall: insomma, è un’altra cazzata.

Il tema non è pero ammorbato solo da atei devoti e cattolici adulti. Ci sono infatti anche i “non credenti trendy”. Sono quelli, apprendo qui su LiberNazione, che appunto non “credono”  e però non disdegnano di comporre il presepio a Natale preoccupandosi di collocare il Nazareno (ancora prepattizio) tra il bue, l’asinello e quella bimba ormai giovinotta su cui Giuseppe non aveva intenzione. Dei vezzi di costoro potremmo pure fregarcene, come in effetti ce ne freghiamo di quelli dei cattolici adulti che votano ai referendum dei senza Dio e prendono l’ostia, o come ignoriamo quelli degli atei devoti che baciano la pantofola di un capo di Stato vestito di bianco.

Il problema è che gli stessi non credenti trendy (di qui in poi detti “noncredandy“) spiegano che il Natale è ormai una tradizione che trascende il suo senso religioso (ok, lo dicono in italiano più stentato, ma è questo).  E fin qui va anche  bene, perché ognuno prende il calendario e ci fa quel che vuole (c’è chi lo tiene in bagno, per dire!). Purtroppo però aggiungono che ritengono in qualche modo fuori luogo se quello stesso presepio che loro confezionano a casa se lo ritrovano anche all’università. Il problema è, non già quello annoso della presenza di simboli religiosi nei luoghi pubblici, ma nel rischio grave che i noncredandy denunciano: ovvero che il Natale da tradizione possa finire per trasformarsi addirittura (pensate!) in un rito religioso.

Argomenti deboli, d’accordo, ma che pure rappresentano un kamasutra concettuale davvero ardito. Il presepio, gli alberelli, gli addobbi e tutto il resto vanno bene perché ce lo chiede la moda europea, ma all’università non si sculetta e quindi si va vestiti da sfigati: tradizioni (presepi compresi), palmari, cravatte e vibratori vanno lasciati a casa. Motivo? Eh, se avessi avuto il bene di capirlo, signori, ve lo avrei detto. Non fosse altro che per far dispetto alla reticenza tanto cara a Sgalambro e a Strauss (sempre Leo, non quello dei jeans, né quello del valzer).

I noncredandy del resto non spiegano anche un sacco di altre cose. Con Babbo Natale come la mettiamo? Presto detto: non è un simbolo religioso ed è di moda, quindi è ammesso, anche nella variante penzolante dalle ringhiere. Ma con la Befana? Quella vecchia stronza (tranquilli, si può dire, non è vostra nonna!) non è un simbolo religioso, eppure l’Epifania è una festa importante per i cristiani. Non so se è chiaro, ma i pastori del presepe dal 26 dicembre in poi (cinepanettone a parte) non sanno cosa fare. E così fino al 6 gennaio, giorno in cui arrivano tre tizi con altrettanti doni inutili. Solo che la befana con la sua bella scopa (!) tra le gambe è trendy e può esporre la sua mercanzia alla buvette di qualsiasi facoltà, mentre Gaspare, Melchiorre e Baldassarre non lo sono, e quindi non possono entrare all’università. Ora, perché avviene questo? Una risposta potrebbe essere nel fatto che vestivano malissimo e che i cammelli puzzano, e ai noncredandy è normale che non piaccia. Oppure dipende dallo spinoff, mai andato oltre il pilota, di Matteo (non Renzi, né Salvini e figurasi Orfini) secondo il quale i tre li aveva mandati Erode per scovare il marmocchio?

Ma niente di tutto questo. Alla fine il problema lo si risolverà sempre – almeno fino a prova contraria – con una sana dose di discriminazione: è vero, quindi, che la Befana trova le sue origini nel sud della penisola italiana, ma nessuno sa meglio dei Magi (che poi secondo lo stesso Matteo erano astronomi e non monarchi) che si è sempre meridionali di qualcuno. Cosa fare allora? Negare, negare sempre, anche di fornte all’evidenza. Le sentinelle noncredandy vi scoprono nell’aula magna a posizionare il pastore con la pecora sulle spalle? Non perdete il controllo, sfoderate un bel sorriso e giustificatevi: «No, ma che hai capito?  E’ un vezzo, un hobby. Come spiegarti…? Ecco: è bricolage».

Cene eleganti 3.0

in politica by

La minoranza Pd sta utilizzando la fantomatica presenza di Buzzi alla cena di finanziamento del partito per attaccare Renzi. Come si usa nel caso degli #epicfail, potremmo commentare con un laconico “lo stai facendo nel modo sbagliato”. Potremmo, ma non abbiamo nulla di meglio da fare, quindi spiegheremo anche il perché la sinistra a vocazione minoritaria sta dando un’ulteriore dimostrazione della propria inadeguatezza al ruolo di opposizione interna.

il problema principale
non è infatti rappresentato da una presenza in qualche modo imbarazzante, come pare sia considerata quella di Buzzi, a una cena elettorale. Più “divertente” è invece rilevare come l’ospite ingombrante pare non risulti nella lista dei paganti. Sul punto sono state formulate diverse ipotesi: i mille euro di Buzzi mancano perché era un ospite di riguardo? Perché si è imbucato per scroccare l’allegra compagnia? Sono state versati da altri ma per suo conto? Oppure la sua quota è stata assorbita da quella di un finanziatore particolarmente prodigo che ha pagato per un intero tavolo se non per più?

La disattesa trasparenza sull’evento
, che in molti lamentano, non consente di approfondire. E quindi si procede nel campo delle ipotesi. E tra le varie quella del finanziatore di gruppo è certamente la più inquietante. Questo perché quella forma di finanziamento del partito, promossa non a integrazione ma in sostituzione di una tradizionale campagna di tesseramento, finirebbe così per avere oltre ai suoi peculiari difetti (la mancanza di partecipazione popolare), anche i peggiori che si attribuiscono, e non a torto, alla vecchia alternativa. Perché se nell’era di Bersani, per dire dell’ultimo leader del vecchio conio democratico, il partito era governato dai signori delle tessere che le acquistavano a interi pacchetti, ora si potrebbe affermare che il partito è finito nelle mani dei signori delle cene, che a pacchetti questa volta acquistano interi tavoli e relativi coperti.

E’ un aspetto importante, e che sfugge alla minoranza Pd perché il fenomeno – ancorché perpetuato in altre forme – risulta geneticamente familiare. Al punto che ora che potrebbero adoperare l’argomento contro l’avversario, neanche gli viene in mente. Non certo per coerenza, perché affatto l’hanno dimostrata in più occasioni, ma per assoluta e manifesta incapacità. Le cene eleganti 2.0, in definitiva, non possono essere considerate una stortura renziana, ma solo la riformulazione degenere di una pratica immutata al di là dei riti e delle giravolte della comunicazione. Ed è davvero insopportabile sentire i veri responsabili dell’ascesa di Renzi urlare come verginelle violate dal vassallo.

Leggi anche CENE ELEGANTI 2.0

Occupy one more time

in #okkupazione by

A Capriccioli viene constestata l’idea che le occupazioni nelle scuole possano essere utili come palestre di vita o buona politica. Viene fatto qui, in flameboard, con argomenti di una debolezza disarmante, ma avviene anche altrove attraverso contenuti altrettanto inconsistenti.

Tutto però, come sempre, va contestualizzato. Sono i tempi in cui Renzi avverte Travaglio (sic!) che gli risponderà in modo “arteriosclerotico” e nessuno avrà da rilevare l’indelicatezza del Premier. Che a questo punto, per rafforzare la sua retorica, la prossima volta ricorrerà all’esempio del “mongoloide”, tanto lui con quella bocca può dire quello che vuole, perché bada alla sostanza. Laddove invece urge mettere all’indice l’esempio deteriore degli studenti fannulloni che disertano le lezioni.

In tempi come questi, di conseguenza, è ovvio attendersi che ci sia gente che non considera l’occupazione di una scuola come una esperienza costruttiva. E non perché questa lo sia in sé, ma perché non è in grado di capire come qualsiasi esperienza anche vagamente politica lo sia.
Giovani che si riuniscono e si interrogano su un problema e poi deliberano di adottare una forma di protesta discutibile? Roba inutile, questa è la reazione di chi commenta ammettendo di non aver mai visto da vicino nulla di simile. Come inutile è l’esperienza della preferenza, inutile è l’esperienza della partecipazione politica se non in forma di fila a un gazebo, e inutile è tutto quanto non conviene o disturba il manovratore. Oppure ancora, come è inutile – nel caso dell’occupazione di una scuola – tutto quanto non fa chic.

I nostri giovani, facciamocene una ragione, si dovranno muovere sulle uova, essere snob quanto basta, e studiare sui loro manuali di diritto pubblico che lo sciopero dei dipendenti pubblici è vietato. A scuola andranno per essere formati e non per essere informati. La palestra politica? Ben venga, ma il campo d’applicazione sia la corsa alla leadership tra le ragazze pom pom. Pagelle in ordine e poche chiacchiere. Lo pretende il futuro; ce lo chiede l’Europa.

Coccodrillo a cinque stelle

in Micropost by

Con gli scatoloni, di prima mattina. Il coccodrillo di Antonio Di Pietro che lascia la sede dell’Idv dev’essere corto quanto è lungo il suo cursus honorum. E’impresso nell’evidenza che lo abbiamo rottamato – ed era difficile ma non imprevedibile – con qualcosa che è peggiore di lui. Un tempo le rane volevano un re, oggi si accontenterebbero di un’opposizione.

Dynasty

in politica by

Paese che vai, pudore politico che trovi. Esattamente come per i costumi, difatti, ogni latitudine vanta le maschere e i pulcinella che merita. E strano sarebbe, se non fosse così. A cavallo dei tempora e surfando sui mores, il discorso regredisce alla sintesi sulla moralità e i codici etici. Roba brutta brutta.

Esempi facili si possono estrarre da paralleli di ogni tipo. E tra questi uno molto efficace insiste sulle differenze tra i costumi politici italiani e quelli statunitensi. Ci sono infatti comportamenti che purtroppo distinguono la vita pubblica del nostro Paese e che gli americani non riuscirebbero mai a comprendere. Infatti non lo fanno e ci sfottono.
E’ chiaro, il fenomeno non riguarda solo gli americani, ma anche altri: un simbolo utile a rappresentare il fenomeno lo si trova in “Aprile” il film di Moretti nel quale il regista si fa intervistare da un giornalista francese. Stimolato sul conflitto di interessi Moretti ammette il fatto, e il giornalista commenta: “Ma è molto singolare, molto pittoresco”.
L’esempio magari è un po’ forzato, perché il conflitto di interessi di Berlusconi non era pittoresco solo per i francesi, ma anche per molti italiani: ma il pudore politico evidentemente conosce ranghi che prescindono le latitudini geografiche.

Tornando però ai nostri amici americani, anche loro vivono come normali atteggiamenti che noi italioti probabilmente non accetteremmo. Le dinastie politiche, per esempio, sono una cosa che in una certa forma ci sono per il momento ancora sconosciute.
Negli States non è motivo di scandalo (al punto di inficiare il consenso) il fatto che un presidente nomini ministro un fratello di nome Bob, né che questo poi si ricandidi – morto il primo – alla presidenza. Ma lasciamo stare i Kennedy, perché è evidente che gli omicidi hanno giocato il loro ruolo sul fenomeno.
Ma con i Clinton come la mettiamo? In Italia che avremmo detto della moglie di un presidente che prova a succedergli nel medesimo ruolo?
E della famiglia Bush, che pare – dopo George e George W. – ci voglia addirittura provare per la terza volta, che vogliamo dire?

L’affare si presta a considerazioni di vario genere, anche costituzionale, perché è chiaro che le famiglie cercano di perpetuarsi nel potere per aggirare il limite del secondo mandato. E’ questo – similitudine tra le differenze – è invece molto italiano. Se però si trascura questo aspetto, la domanda è spontanea e irrinunciabile: ma è possibile che la selezione dei leader del mondo libero, nel corso degli ultimi decenni, sia stata caratterizzata così decisamente da due sole famiglie? La politica americana è davvero così povera?

D’accordo, anche da noi si è parlato di qualcosa del genere, ventilando l’ipotesi della candidatura di Marina Berlusconi. E infatti abbiamo reagito male, ma non tutti. Questo infatti non contraddice il difetto: semmai conferma che se c’è qualcosa di cattivo da imparare, in Italia siamo sempre pronti. God bless us.

Quirinale? Zitti e Muti

in politica by

Non è vero che è del tutto ininfluente chi va al Quirinale:  il supermandato di Napolitano sta lì a dimostrarlo in modo abbastanza chiaro. Ed è avendo ben presente questo che spunta il nome del direttore d’orchestra Riccardo Muti. A proporlo sarebbe stato Renzi, che avrebbe anche già incassato l’ok di Berlusconi e Salvini. Un pettegolezzo? Non sembra: a raccontarlo ai giornalisti è stato – secondo quanto riporta l’Huffington Post – proprio il figlio del maestro, che poi, interrogato in prima persona sul punto, non ha voluto smentire.

La strategia è perfetta, non c’è nulla da dire: un bel profilo da senatore a vita, rispettato in Italia e ancor più noto all’estero. E soprattutto politicamente innocuo. Del resto è difficile immaginare che un personaggino come Renzi possa lasciare che al Quirinale arrivi una personalità politicamente ingombrante: con Muti al Quirinale, il rottamatore rimarrebbe l’unico direttore d’orchestra. E a Berlusconi può bastare che non ci arrivi qualcuno che, se non disposto a concedergli la grazia, almeno non gliel’abbia giurata.
La prima carica dello Stato, ma caricata a salve. Un presidenzialismo a costituzione invariata con un Parlamento di nominati. E’ semplicemente perfetto: un’oligarchia dolce, una dittatura democratica, una supercazzola inebriante.

Il piano Marshall

in politica by

Quello di Grillo è il tipico caso in cui scoccia aver avuto ragione. Scoccia perché il tizio sta facendo brutte cose, e ancor più brutte appaiono perché ha avuto l’occasione di fare tutt’altro. Ma come il coraggio (di cui Grillo non difetta), non ci si può dare neanche altre virtù, e al “megafono” del M5S molte gliene mancano.

Quasi dieci anni fa mi capitò (all’epoca non c’era ancora da vergognarsene) di lasciare qualche commento sul suo blog. Commenti ovviamente critici e che mi fecero precipitare immediatamente nel girone dei bannati. Raccontai l’esperienza sul mio blog e su un paio di giornali (ricordate quei cosi di carta?), ma ne ricavai solo severi strali da parte dei tanti che pur di spalleggiare qualcuno che parlasse male di Berlusconi era disposto a negare qualsiasi nefandezza condotta ad altre latitudini.
Un fenomeno che del resto descrive la cifra della sinistra italiana, che poi da Grillo si è fatta rovinare nelle fondamenta, giacché – si è visto – a Renzi e bastato solo spingere. Una rovina alla quale evidentemente non corrisponde chissà quale grave perdita.

Il potere, la fama e il successo, diceva Massimo Troisi, sono una cassa amplificatrice che fa ascoltare meglio chi eri prima di diventare potente o famoso. “Se eri imbecille, diventi imbecillissimo; se eri umano, diventi umanissimo”. Ed ecco, Grillo di successo – in forma di potere e fama – ne ha avuto molto, e prima di averne era uno che bannava la gente dal suo blog perché lasciavano critiche nei commenti, come un Luttazzi qualsiasi.
Ora – passato attraverso l’amplificatore – è così come lo vedete: espelle gli iscritti pentastellati, non risponde alle domande, e nomina colonnelli fingendo processi democratici. Che poi il risultato dell’amplificazione lo abbia indotto a scegliere per se stesso la definizione del megafono è solo una beffa del caso. Ed il caso sa essere un’adorabile canaglia.

Per ora c’è poco da fare, dobbiamo aspettare che le casse dalle quali Grillo esplode la sua cialtroneria si sfascino da sole (e sono sulla buona strada).
Intanto noi possiamo mettere a frutto la lezione di Troisi e difenderci dai prossimi imbonitori che si faranno avanti sulla scena pubblica. Valutandoli, immaginiamo di proiettarne la natura a valle di una potente amplificazione valvolare, così scopriremo come sarebbero da potenti e famosi. Potrebbe essere una buona strategia per evitare le prossime buche sulla strada che ci attende. Se vi piace, possiamo chiamarlo “Piano Marshall”.

Ma i liberisti italiani sono scemi?

in politica by

Rinfacciare ai liberisti italiani, o a molti di quelli, di aver votato e sostenuto supinamente per più di vent’anni Berlusconi è indelicato. Però è necessario per capire un po’ meglio come ragionano. Certo, nessuno avrebbe mai avuto ragione di aspettarsi il contrario: che potevano fare, votare Prodi e Bertinotti? Certo che no. Votare i radicali? Dài, siamo seri per un attimo, poi dopo cazzeggiamo.

Il fatto è che Berlusconi ha per tutti questi anni ripetuto fino alla noia che i politici italiani, se fossero stati chiamati ad amministrare delle imprese, visti i risultati sarebbero stati tutti rimossi e mandati a casa. Un principio al quale i liberisti aderiscono spontaneamente e che include che anche il voto e il sostegno politico siano da considerare e affrontare come un investimento. E se è vero, come è possibile che i liberisti italiani abbiano investito tanto male, rischiando addirittura di finire nella mani di Salvini?

Certo, non è quello che accade, perché ora c’è Renzi che li garantisce ampiamente: ma quest’ultimo è il frutto degli investimenti sbagliati degli elettori di sinistra. E sia ben chiaro che si tratta di un incidente, o una fortuna (dipende dai punti di vista), che i liberisti non potevano in alcun modo prevedere e in virtù del quale non possono certo sentirsi assolti. Tanto è vero che partecipano anche di quell’altro investimento collettivo, nutrito da destra a sinistra, che ci ha fatto rischiare l’ipotesi concreta di un Grillo più ingombrante di quanto già sia.

Insomma, che non ci si potesse fidare di sindacalisti, frociaroli e costituzionalisti ci era stato stato spiegato. Non ci abbiamo creduto, d’accordo, ma ora nessuno può far finta di niente e cadere dalle nuvole. Però che anche i liberisti, oltre che un po’ stronzi, fossero anche scemi e inaffidabili, nessuno ce lo aveva detto, almeno non in questi termini e fino a questo punto.

In definitiva è meraviglioso notare come tutti abbiano avuto torto a dispetto delle proprie scelte, e ragione in forza degli incidenti degli altri. Sembra un disegno regolato, per quanto è folle (scie chimiche a parte, s’intende).

Gli effetti su Renzi della minoranza Pd

in politica by

C’è poi un dato volgarmente politico che si può estrarre dal dibattito pubblico sulla scarsa affluenza alle urne. Come già detto, fa innervosire Renzi quando spiega che si tratta di un problema secondario. Ma più di lui fanno innervosire i signori della minoranza Pd che tentano di speculare sul dato come se non avessero abbondantemente partecipato a determinarlo con le loro entusiastiche prestazioni politiche.

Paradossalmente, se non ci fosse stata una minoranza nel Pd (tanto mediocre), forse Renzi non avrebbe sentito il bisogno di dire quella colossale cazzata. E di conseguenza i poveri renziani non si sarebbero dovuti affrettare a spiegare quanto giusta fosse l’ultima ispirazione del giovane rottamatore. Sono chiacchiere al vento quelle di questi signori che si sperticano nel lisciare il pelo al capo, è vero, ma si diffondono, si radicano e alla lunga – e con quei megafoni – va a finire che a qualcuno sembrano pure cose vere. E non è bello.

L’ultimo dispetto la minoranza del Pd ce lo fa costringendoci addirittura a citare un pezzo di Travaglio, in cui si elencano le occasioni in cui Renzi (quando era minoranza) denunciava i dati dell’affluenza strappandosi le vesti. Un pezzo che fa da controcanto a quei renziani (neanche pagati, sic!) che hanno dovuto spiegare come l’affluenza, in altre tornate elettorali isolate, non sia mai stata molto più alta. Insomma, brutte immagini che non avremmo mai voluto commentare.

Ebbene, detto tutto questo, che dovremmo fare? Per evitare che il nostro mediocre premier si senta costretto a riparare in uscite a dir poco infelici, dovremmo augurarci che l’opposizione interna al Pd impari a tacere, magari evitando di rendersi ridicola? E’ un’idea, ma non può funzionare: del resto se potessero capire una cosa del genere, probabilmente non sarebbero minoranza.

L’hobby di Hobbes

in politica by

L’affluenza è un tema secondario, spiega Renzi. Ma prima di concludere che è secondario, capiamo prima perché è un problema. Ed è semplice: va a votare ancora troppa gente.
Per il resto molti progressi sono stati fatti: i parlamentari sono nominati e si lavora alacremente per quasi dimezzarne il numero. O meglio, si stanno sostituendo i “senatori 1.0” con quelli eletti da altri politici. Altrettanto vale per le Province, sostituite anch’esse con delle cose informi gestite da eletti scelti tra i loro simili. E poi le liste corte, le candidature multiple, gli sbarramenti. Insomma, dobbiamo stare sereni, si va nella giusta direzione.

D’accordo, resta questa rogna delle consultazioni locali, ma vedrete che piano piano non se ne accorgerà più nessuno e le chiamate alle urne resteranno inascoltate. Non c’è neanche bisogno di scomodare il Saggio sulla lucidità di Saramago, perché in quello il giorno dell’aventino elettorale è sferzato della pioggia. E invece – in barba a quella cupa letteratura – non pioverà. Quando non andrà più votare nessuno ci sarà un sole meraviglioso.
L’ha spiegato chiaramente Carmelo Bene a chi credeva che la democrazia fosse libertà, laddove “non è niente: è pura e semplice demagogia”. Ed ancora chiedendo: “cosa garantisce la democrazia che una dittatura non possa garantire?”. Una domanda che è apparsa insidiosa fino a questa mattina. Ma non più: ora è un problema secondario.

Plutocrazia

in Articolo by

Della supercazzola delle preferenze ho già scritto qui. Ora, a distanza di qualche mese, l’orientamento sembra confermato: l’Italicum le reintrodurrà mantenendo i capolista bloccati. Al tempo mi premeva evidenziare come si trattasse di una beffa, giacché una legge elettorale tal fatta produrrebbe (produrrà!) un Parlamento di nominati per almeno il 50% dei suoi componenti. Detto questo, e consumatosi lo scempio, che resta da fare? Mi guardo alle spalle e trovo mesi di polemiche. Passo in rassegna gli argomenti che in tanti hanno usato per spiegarmi che la preferenza non serve, che è perniciosa e produce cattiva politica e mi chiedo come si spiegherà ora che l’Italicum, a questo proposito, è bello e buono.

La soluzione che hanno scelto i riformatori, del resto, priva il re dell’ultima foglia di fico. Perché ormai è evidente che la preferenza non preoccupa nessuno dei firmatari del Patto del Nazareno, se non per l’esigenza di controllare il voto e portare in Parlamento persone che gli italiani, se potessero scegliere, probabilmente non eleggerebbero mai. Quindi, posta la squallida e rovinosa ipoteca sul grosso degli scranni, è stato valutato vantaggioso concedere agli elettori di giocare un po’ con le matite.

Ad ogni modo ci attendono elezioni – quando ci saranno – interessanti, precedute da un proficuo periodo durante il quale si assisterà alla sfilata televisiva degli aspiranti capolista. Cento per ogni partito, tanti quanti sono i collegi. Si farà a gara per mostrare al segretario quanto si è bravi a dare la zampa, a rotolare sulla schiena e a riportare indietro la palla. Il miracolo della plutocrazia senza spendere un soldo.

La sgommata chimica

in società by

Non bisogna credere ai complotti, né all’esistenza delle scie chimiche e dei sasquatch. E non aggiungo anche le sirene altrimenti qualcuno che conosco ci resta male. Credo fortemente nella destrutturazione del complotto e me lo ripeto due volte al giorno. Tuttavia non posso negare che alle volte la sensazione mi sfiori, facendomi cascare nel meccanismo del tutti vecchi e cattivi, e per di più organizzati ai danni dei giovani e belli.
Accade per esempio questa mattina, laddove i giornali riferiscono dell’irrompere di Graziano Delrio nel dibattito sul successore di Napolitano: “che bisogna scegliere tutti insieme”.

Nulla di strano, si dirà. Anzi, bravo Delrio che esprime un concetto di concordia politica: un toccasana, specie pensando a quelle elezioni dilanianti di un tempo, che avvenivano mentre magari esplodevano le autostrade.
E allora qual è il problema? Ed ecco, penso si ponga nel fatto che negli ultimi tempi ogni volta che qualcuno dice “questa cosa dobbiamo farla tutti insieme” si è sempre messa in cantiere una mezza porcata.
Esempi? Subito. Partiamo dalle riforme costituzionali: a me non piacciono – e fin qui è questione di sensibilità personale – ma è inequivoco che i tratti più controversi delle innovazioni prospettate siano stati addebitati – fino ad oggi – al risultato della trattativa con Forza Italia. Le riforme si potevano fare meglio, hanno detto, ma il meglio è nemico del buono e quindi meglio farle insieme che farle perfette. E qui il mio sospetto, la sgommata chimica, suggerisce che invece le riforme volevano esattamente farle così.

Lo stesso copione si è ripetuto per la legge elettorale. Sul tema si tratta instancabilmente da mesi, ma sulle preferenze invece si è subito deciso: non si possono reintrodurre, ci hanno spiegato, perché altrimenti Berlusconi ci blocca l’intero Italicum. Sgommatina chimica: Renzi le preferenze non le vuole, e ha bisogno di qualcuno cui addossare gli aspetti meno popolari della legge elettorale che gli serve. E lo trova, puntualmente, in Forza Italia: in una prassi che, a mio modo di rimaner vittima della sindrome da complotto, incarna lo spirito autentico del Patto del Nazareno.

Così, in questo modo viziato dai miei pregiudizi, ho inteso anche l’ultima chiamata alla necessaria condivisione della scelta per il Quirinale. Di conseguenza la frase “il prossimo inquilino del Colle lo scegliamo tutti insieme” io oggi lo traduco con “eleggiamo chi ci fa comodo e daremo come al solito la colpa a Berlusconi, secondo i patti”. Io spero di sbagliare, è ovvio, ma intanto nutro il sospetto. Non voglio credere ai complotti o alle leggende metropolitane, ma sarei disonesto se non ammettessi di essere tentato.
E ora vi lascio perché è appena passato un unicorno e devo fotografarlo. Altrimenti poi non mi crede nessuno.

Cene eleganti 2.0

in politica by

Le cene di finanziamento non le ha inventate Renzi, quindi sarebbe stupido prendersela con il segretario del Pd per l’impiego di quello strumento. Ha senso però valutare l’idea nel contesto composto da una linea politica che punta all’eliminazione dei rimborsi elettorali e al superamento della forma di partecipazione e finanziamento costituita dal tesseramento. Certo, i cittadini comuni potranno continuare a finanziare il partito con le loro donazioni e con gli oboli richiesti alle urne delle primarie, ma sembra non saranno – almeno al momento non lo sono – particolarmente sollecitati in questo senso.

Del resto si fa molto prima ad ottenere 1000 euro da un imprenditore ben disposto a tessere relazioni con suoi pari per una cena, piuttosto che coinvolgere uno studente o un operaio, un impiegato o un pensionato. Tutta gente, quest’ultima, che poi tende a incorrere nell’equivoco che il Partito in qualche forma – sia pur per infinitesima quota – gli appartenga. Fantasie che invece non vengono in mente a quanti si rendono disponibili, seicento per volta, a farsi carico della necessità che le attività del Partito Democratico proseguano indisturbate e senza condizionamenti di sorta.

Del resto la questione del tesseramento è spinosa, perché è noto – ed è vero – che molto spesso si tratta di operazioni a dir poco opache e che non restituiscono nei fatti alcuna genuina partecipazione della base. Ma questo non dipende dallo strumento: non è il tesseramento che di per sé produce cattiva politica ma semmai chi lo organizza e gestisce. Quindi il problema è tutto della classe dirigente, e va da sé che questa non è una giustificazione accettabile da parte di chi sta rottamando (o ha già finito?) il vecchio per sostituirlo con nuovi, genuini e disinteressati entusiasmi.

Ci sarebbe poi da tenere in conto che per raccogliere 600.000 euro, tessera ordinaria per tessera ordinaria, quindi 50 euro alla volta, bisogna far scoccare la scintilla della partecipazione nel cuore di ben 12.000 persone. Ma se si è riusciti a cavare 1000 euro da 600 – si presume – alti redditi, possibile che non si trovino 12.000 (ma anche 24.000 0 48.000) personcine disposte a reinvestire una piccolissima parte di quegli 80 euro al mese che gli hanno migliorato la vita? No, che discorsi!, non si può fare.

Ci sa fare con i titoli

in giornalismo by

Cosa intendesse Marianna Madia per “giornalismo di rinnovamento” non è stato possibile comprendere. La criptica formula che il ministro ha usato per sottrarsi ai cronisti che la inseguivano alla Leopolda ha infatti seminato il panico tra gli addetti ai “lavori”. Al punto che sembra siano stati immediatamente attivati nuovi corsi di aggiornamento per giornalisti dedicati all’argomento. Così, oltre ai gettonatissimi “Come accedere a Wikipedia” e “Come cambiare gli aggettivi nei lanci di agenzia” o ancora “Come usare il condizionale nella vana speranza di pararsi il culo”, i crediti obbligatori ora si possono conseguire anche frequentando seminari sul fantomatico topic “Giornalismo di rinnovamento”.

E si vedono anche i primi frutti , altrimenti non si comprenderebbe come il titolista di Chi avrebbe potuto così prontamente adeguarsi ai tempi vergando il mirabile “Ci sa fare con il gelato” che vediamo in foto.
Ora le anime candide si saranno già indignate starnazzando di sessismo e merda nel ventilatore. Le comprendiamo, però le cose non stanno esattamente così. L’audace titolista ha voluto dare un abito comodo alla notizia per renderla accessibile e gradita anche agli sbirulini che in questi giorni sono iperconcentrati sulla Gabanelli e i suoi passi falsi. Ma non bisogna essere come John Nash che ha perso le pillole per capire che in queste due pagine c’è un ben più serio disegno. Saperci fare con il gelato, signori, è la chiave del patto del Nazareno. E’ comunicazione, è una pioggia di smarties, è giornalismo di rinnovamento.

renzi

(La lettura di questo pezzo vale 10 crediti)

Go to Top