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Absinthe - page 2

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Vietare Uber Pop è fuori dal mondo? No.

in società by

Dunque, a giudicare dai commenti in giro, con il Foglio sempre all’avanguardia del ridicolo, sembrava quasi che il Tribunale di Milano avesse introdotto la sharia per sentenza. Invece ha semplicemente bloccato Uber Pop.

Ora, intendiamoci bene, sono convinto che il sistema di taxi nelle città vada modificato e le licenze aumentate di numero: il fatto che qualcuno abbia pagato per le licenze stesse non può significare che i tassisti abbiano il diritto a che le cose non siano mai modificate in futuro.

Il punto su Uber Pop però è un altro, ad esempio il fatto che permette di operare senza licenza il che mette semplicemente fuori mercato chi la licenza deve pagarla.

Ma non è questo che mi interessa, in questo momento: mi interessa farvi sapere che bloccare Uber o Uber Pop non è affatto, come sembrano credere in molti, la mattana isolata di un giudice che agisce in un sistema legale oppressivo. Basta andare sulla pagina Wikipedia in inglese su Uber per scoprire che Uber o Uber Pop hanno avuto problemi legali e sono stati sanzionati o bloccati in diversi Stati del mondo, tra cui:

Australia (Queensland), Belgio (regione di Brussels), Canada (Manitoba e Quebec), Corea del Sud, Filippine (che però successivamente sono state il primo Paese a regolamentare le app di ride-sharing) Francia, Germania, India (Hyderabad e New Delhi), Paesi Bassi, Portogallo, Sud Africa, Spagna, Tailandia Taiwan (1)

Questo non vuol dire che vietare o limitare Uber o Uber Pop sia giusto; semplicemente non è una cosa fuori dal mondo come è stata presentata da molti.

Ah, ovviamente, in molti dei Paesi menzionati qui sopra i blocco o le sanzioni sono state decise da giudici, il che semplicemente colloca la decisione del Tribunale di Milano nel novero delle cose normalissime, a differenza di quanto avete scritto o letto sui social.

In attesa che qualcuno decida che le leggi vadano applicate dalla giuria di X-Factor, tramite televoto o da Padre Pio, in Italia, le leggi le applicano quegli strani organi chiamati giudici (2). Vi stupirà, ma lo stesso succede in ogni Paese del mondo, specie in quelli democratici.

Santé

 

 

(1) Informazioni rilevate dalla pagina in inglese di Wikipedia su Uber, in data 27 maggio 2015, ore 21.30, italiane.

(2) Per un’opinione diversa, che non condivido per niente ma consiglio di leggere nonostante il tono irritante, qui.

 

 

 

Una lettera di Gramellino sulle elezioni in Spagna

in Micropost by

Oggi vorrei parlarvi delle elezioni in Ispagna. Io dico ancora così, “in Ispagna” perché rifuggo dalla modernizzazione anglo-liberista delle parole: l’Ispagna per me è ancor ail luogo assolato di Don Chisciotte, delle Corride e di Julio Iglesias.

Allora, in Ispagna pare che abbia avuto un grande successo Podemos, assieme a qualche altro gruppo di sciamannati di sinistra. La grande novità di Podemos è rappresentata dal fatto che il suo leader ha il codino come Fiorello ai bei tempi.

Io che, come noto sono un uomo di sinistra, vi dico che non mi rallegro della vittoria di Podemos. Non per questioni di merito, perché ovviamente non ho letto il loro programma. Mi indigno per una questione di metodo: questi di sinistra sono dei prepotenti arroganti. Hanno fatto bene alle elezioni senza chiedere prima il permesso al Partito Socialista spagnolo, anzi, ispanico: non si può! Uno non può arrivare in casa della gente e fare il comodo suo senza chiedere il permesso. Senza contare che non hanno fatto un’ospitata da Fazio né firmato un appello di Repubblica e non si sono nemmeno fatti intervistare da Saviano: questa non è sinistra di governo, è puro velletarismo populista.

E ora che vi ho messo in guardia contro costoro, vado a mangiare un toast a chilometro zero con prosciutto Pata Negra. Me lo sono meritato.

Una lettera di Gramellino su Milano ed Expo

in società by

L’altro giorno mi trovavo a Milano. Non ci vado quasi mai a Milano, quando ormai fa troppo caldo per mangiare l’ossobuco però adesso hanno aperto l’Expo e allora ci vado sennò mi dicono che sono un bastian contrario e va bene essere anticonformista ma non esageriamo!
Ho visto tanti milanesi mettersi a riverniciare i muri devastati da quei delinquenti di black block e ho sentito tanta, tanta voglia di riscatto civile e partecipazione.
Certo, non potevo mettermi a pulire anche io perché devo mantenere il mio ruolo da intellettuale distaccato e poi diciamo che il lavoro manuale non mi si addice, del resto non per niente tengo l’unghia del mignolo lunga . Però non potevo rimanere indifferente di fronte a questa passione civile. Allora ho comprato Micromega e mi sono messo su una sedia e ho iniziato a leggere ad alta voce l’editoriale di Flores D’Arcais a beneficio dei concittadini che pulivano. È stato bellissimo per tanto tempo. Poi però mi hanno chiesto almeno un contributo alle spese della vernice e mi sono sconfortato. “Possibile – ho pensato – che le logiche di mercantilizzazione neoliberista siano arrivate al punto da chiedere soldi a un artista che legge per te”. È così, un po’ deluso, sono andato a bere una baladin da Eataly, per riconnettermi con quella italia contadina per cui i valori hanno ancora un senso.

Siete solo dei delinquenti.

in politica by
No, i “delinquenti” di cui parlo non sono quelli che ieri hanno manifestato con violenza ieri a Milano.
Che loro siano delinquenti lo sanno tutti, è inutile ripeterlo.
manifestante
“Abbiamo spaKKato tutto perché da quando Zayn ha lasciato gli One Direction questa società va rovesciata!”

 

I delinquenti con cui ce l’ho adesso siete voi che di fronte alla violenza avete tirato fuori frasi come “ammazzateli tutti”, “ecco cosa succede a criticare la Diaz”, “massacrateli”, “usate le pallottole vere” e altre schifezze.

Perché, vedete, voi vi sentirete oggi paladini della legge e dell’ordine ma solo nelle repubbliche delle banane le violenze di piazza necessitano di pallottole e tortura per essere fermate. Se per farci difendere da quattro stronzetti incappucciati abbiamo bisogno di rinunciare alla legalità, beh, abbiamo davvero un problema di tenuta dello Stato grosso come una casa.

Vi piaccia o no, ieri (sembrerebbe) le forze dell’ordine hanno agito per il meglio, hanno arrestato chi potevano e hanno evitato scontri e violenze maggiori: perché, vedete, la vita di uno solo di quei dementi spaccatutto vale quanto la vostra e la mia, e cioè molto di più di tutte le macchine di Milano e di tutti i muri imbrattati: lo penso davvero anche se loro e voi mi state mortalmente sulle palle. Nessuna vetrina spaccata giustifica il rischio di ammazzare qualcuno.

Voi invece vorreste succeda come è accaduto in passato: rastrellamenti a caso, tentativi di fabbricare prove false e violenze e tortura contro i fermati senza nemmeno appurarne le responsabilità.

Bene, sappiate che questo non è legge e ordine, questo è il Far West. E  quello che chiedete alla polizia di fare è di commettere a loro volta reati gravissimi.

Rimarrete inascoltati, si spera. Però sappiate che incitare a commettere reati e difendere chi li commette è a sua volta un reato. Quindi, cari miei, siete delinquenti tanto quanto quegli stronzi che bruciano le macchine.

Santé

Ma il mercato non vale, per Expo?

in società by

Ora, la storia che “i giovani rifiutano i contratti per l’Expo” era una solenne idiozia. I dati sui numeri di assunzioni, di rifiuti, i contratti e le retribuzioni offerti erano totalmente infondati. E fin qua, ordinario giornalismo all’italiana con contorno di editorialisti che, dall’alto di una carriera di garanzie e sicurezza economica, a loro tempo alla portata di quasi tutti, sparano luoghi comuni a caso sui giovani choosy. Insomma, nulla su cui perdere tempo.

Rimane invece da analizzare l’idea che sta alla base della polemica. E cioè: “Come osi rifiutare un lavoro? Con la crisi, la disoccupazione e tutto il resto, come ti permetti di rifiutare un qualsiasi lavoro, addirittura pagato? Quando ci sono frotte di persone disperate che ammazzerebbero per un lavoro, tu sputi in faccia a chi ti dà l’opportunità di lavorare?

Bene, la risposta è molto semplice; tra l’altro l’avrete già sentita e, anche spesso, citata a sproposito anche dai suddetti eroi dalla pensione pronta e dal sopracciglio alzato facile: la risposta è “IL MERCATO”.

È il mercato, cari simpaticoni, che presuppone libertà di scegliere se accettare o no un lavoro: si fa un’analisi dei costi e dei benefici e si decide se valga la pena essere pagati una certa somma per lavorare a certe condizioni.

Se offri una paga troppo bassa o condizioni di lavoro pessime, inclusi scarsa durata dei contratti, orari e turni pesanti o imprevedibili, contributi previdenziali inesistenti (eh cari Cicci che vi state per pensionare con il retributivo, noi la pensione dobbiamo costruircela coi nostri contributi oltre pagare la vostra, tanto per dire), mansioni noiose o ripetitive, beh ci sono moltissime possibilità che preferisca non lavorare per te. Ti pare strano? Eh, ma è proprio così!

Del resto, se vieni da fuori Milano, devi aggiuncerci l’affitto di una stanza (e devi pure trovarla, la stanza, spesso anticipando tre mesi di affitto come caparra). Poi ci metti i trasporti, il mangiare eccetera: quanti soldi puoi guadagnare, ammesso che ti paghino davvero quei 1200 euro che vengono dipinti come uno stipendio favoloso (“Ma come, rifiuti 1200 Euro? Con un contratto precario? Ma che, sei matto?“): spesso ne prendi molto di meno e non hai alcuna speranza di carriera basata su quel lavoro.

Perché uno può anche decidere di lavorare sottopagato e quasi rimetterci, se ha la prospettiva di crescere lavorativamente. Se però mi offri un contratto di sei mesi, che non ha alcun impatto sul CV (ma davvero voi pensate che un’esperienza all’Expo sia qualificante?), pagato poco per lavorare tanto, esattamente, perché dovrei accettare? Specie se ricevo un’offerta migliore dopo poco, come successo ad alcuni che hanno rifiutato: dovrei dire di no perché avevo fatto prima il colloquio per Expo?

Si presuppone che io sia l’unico soggetto economico che non sa calcolare costi e benefici?

Altro sarebbe se io prendessi un sussidio di disoccupazione o qualche altra forma di sostegno al reddito e rifiutassi un lavoro: in quel caso, si potrebbe sostenere che se ricevo il sussidio debba accettare le offerte di lavoro compatibili col mio profilo. Siccome però quelli che hanno rifiutato, con ogni probabilità, non ricevono nessun sussidio né accederebbero a un sussidio una volta finito di lavorare per Expo, non c’è davvero nessun motivo al mondo per cui dovrebbero accettare una offerta che non li convince.

Non sono choosy, semplicemente non sono fessi.

Santé

 

Tangentopoli e l’albero genealogico dell’antipolitica

in politica/ by

Non sono d’accordo con Alessandro Capriccioli, per cui i 5stelle sarebbero i figli di Tangentopoli. O meglio, forse sono d’accordo ma con molte precisazioni.

La prima: Tangentopoli come fenomeno politico sociale da cui è scaturito (anche) il lancio delle monetine, va tenuto distinto dai vari filoni di inchiesta di “Mani Pulite”. Quelle inchieste e quei processi, piaccia o non piaccia, anche se svolti con metodi criticabili e spesso eccessivi, erano  inevitabili e dovuti di fronte a un sistema di gestione pubblico quasi interamente caratterizzato da livelli di corruzione elevatissimi e ormai intollerabili in un regime democratico. Se a “Tangentopoli” va data la colpa, Tangentopoli va intesa come fenomeno mediatico-politico che includeva giornalisti perennemente accampati fuori da procure e tribunali (remember Paolo Brosio?) o opinionisti – vedi l’Indipendente di Feltri – o i programmi di Funari, non solo a meccanismi di spettacolarizzazione giudiziaria e politicizzazione delle figure dei magistrati, Di Pietro in primo luogo.

Qualche anno dopo, Montanelli ebbe l’onestà intellettuale di assumersi una parte di colpa e di accusare degli effetti peggiori di Tangentopoli proprio i giornalisti.

 

La seconda, io non credo che il problema dei 5 Stelle si possa ridurre alla loro idea per cui “la politica altro non sarebbe che una parata di onesti in pompa magna tutti protesi a puntare il dito sui mascalzoni” .

Penso che il problema sia più ampio e sia parte di un vizio che non riguarda solo i 5 Stelle; anzi, i 5 Stelle hanno imparato da altri a pensare che in politica esistano soluzioni semplicissime a problemi complicati: il pensiero da bar, per cui “se ci fossi io in Parlamento, questi problemi si risolverebbero in cinque minuti”.

Questo, non  il manettarismo becero, è il contrario esatto della politica, credere che questioni complesse possano risolversi con pochissimo tempo e risorse e che, se non si risolvono, è colpa della “casta” o, dall’altra parte, dei “gufi rosiconi” oggi come di “Berlusconi” o dei “comunisti” fino a poco tempo fa.

Ora, questa tendenza all’ipersemplificazione è presente in tante democrazie pure mature ma è stata portata al culmine del potere, in Italia, proprio da Berlusconi, per poi essere  ripresa anche dai suoi avversari che, seguendolo nel campo dove lui era più forte, si sono suicidati.

Il “ghe pensi mi”,  il Berlusconi che “aggiusta l’Italia, come aggiustava le televisioni” e, dall’altra parte, l’antiberlusconismo à la Di Pietro (e dei molti che ci son cascati) sono i figli di Tangentopoli e hanno ammazzato la politica, insieme a una buona dose di scandali bipartisan, non va dimenticato. Questo ha convinto la Ggente che bastava avere l’uomo giusto al posto giusto – o gli “uomini onesti” al posto giusto – per risolvere in un lampo tutti “i problemi dell’Italia”.

I grillini vengono dopo, sono i nipotini di Tangentopoli, non i figli. In più, da qualche parte di questo bell’albero genealogico, fra i loro antenati c’è anche il giornalismo di cui sopra (con le sue manifestazioni più recenti, tipo “la Casta” di Rizzo e Stella e il loro raffinato seguito da bar). E la tara dell’ipersemplificazione dei problemi e del “basterebbe un attimo a risolvere tutto” non ce l’hanno certo solo i poveri, ormai cloroformizzati, grillini.

Santé

 

 

Salvini e i democratici passivo-aggressivi

in politica by

Ieri Salvini è andato in piazza a Roma assieme a Fratelli d’Italia, cioè quel che rimane della molto poco onorevole storia della destra sociale italiana, e Casapound, cioè i fascisti. Con tanto di mix di bandiere leghiste, croci celtiche, tricolori sventolati a caso, foto di Mussolini, saluti romani e ovviamente il solito armamentario di cazzate retoriche razziste e violente.

In una piazza poco distante, è stata organizzata una contromanifestazione antirazzista, antifascista e antiomofoba che ha raccolto più persone di quelle portate in piazza da Salvini e dai suoi groupies fascisti.

Ovviamente, questo dovrebbe far piacere alle persone normali.

Invece no. Perché in Italia si sta diffondendo una sorta di patologia mentale passivo-aggressiva per la quale, se i fascisti vanno in piazza bisogna accettarlo passivamente, perché, perbacco, non si può violare la loro libertà di manifestare, non sarebbe democratico. Ovviamente, la stessa cosa non vale per quelli che organizzano e vanno alla contromanifestazione: per loro la libertà di manifestare non si applica, sia mai che venisse turbata la serenità mentale degli altri: e quindi giù insulti o prese per il culo non ai fascisti ma a chi manifesta contro di loro.

Anzi, se manifesti contro Salvini e i fascisti dai loro importanza e fai loro pubblicità.

Ma certo!

Ai geni della democrazia passivo-aggressiva sfugge che in altri posti dove pure i fascisti sono un problema marginale e non vanno in piazza con movimenti che possono raggiungere il 20% (venti per cento), tipo in Germania, OGNI manifestazione della NPD è accompagnata da contromanifestazioni molto più imponenti della prima. E che questo è uno dei motivi per cui la NPD non ha mai sfiorato il 2% (due per cento) alle elezioni federali.

E un’altra cosa che sembra sfuggire ai suddetti imbecilli è che – in un periodo di crisi, nel quale trovare capri espiatori attraverso l’armamentario razzista e nazionalista è facilissimo – una manifestazione antirazzista che raccolga più gente di una xenofoba è un’ottima notizia e bisogna fare in modo che questo succeda anche in futuro.

Invece no: meglio prendere per il culo chi manifesta contro Salvini e rallegrarsi “perché, con una destra e una sinistra così, il PD governerà per 20 anni” e via di compiaciute autopacche sulle spalle. Credo se lo dicessero tra loro anche i liberali imbecilli all’inizio degli anni Venti.

Santé

RECENSIONE a “NUMERO ZERO” di UMBERTO ECO

in scrivere/ by

Il 9 gennaio è uscito l’ultimo romanzo di Umberto Eco, Numero Zero, Bompiani, 2015, 218 p. (17 euri ed. cartacea ma ci sono pure le promozioni; tipo 10 euri edizione digitale).

Qui un confronto tra l’Autore e Paolo Mieli. Di sotto trovate la descrizione dalla seconda di copertina e, di seguito, la recensione.

 

numero zero

DESCRIZIONE: Una redazione raccogliticcia che prepara un quotidiano destinato, più che all’informazione, al ricatto, alla macchina del fango, a bassi servizi per il suo editore. Un redattore paranoico che, aggirandosi per una Milano allucinata (o allucinato per una Milano normale), ricostruisce la storia di cinquant’anni sullo sfondo di un piano sulfureo costruito intorno al cadavere putrefatto di uno pseudo Mussolini. E nell’ombra Gladio, la P2, l’assassinio di papa Luciani, il colpo di stato di Junio Valerio Borghese, la Cia, i terroristi rossi manovrati dagli uffici affari riservati, vent’anni di stragi e di depistaggi, un insieme di fatti inspiegabili che paiono inventati sino a che una trasmissione della BBC non prova che sono veri, o almeno che sono ormai confessati dai loro autori. E poi un cadavere che entra in scena all’improvviso nella più stretta e malfamata via di Milano. Un’esile storia d’amore tra due protagonisti perdenti per natura, un ghost writer fallito e una ragazza inquietante che per aiutare la famiglia ha abbandonato l’università e si è specializzata nel gossip su affettuose amicizie, ma ancora piange sul secondo movimento della Settima di Beethoven. Un perfetto manuale per il cattivo giornalismo che il lettore via via non sa se inventato o semplicemente ripreso dal vivo. Una storia che si svolge nel 1992 in cui si prefigurano tanti misteri e follie del ventennio successivo, proprio mentre i due protagonisti pensano che l’incubo sia finito. Una vicenda amara e grottesca che si svolge in Europa dalla fine della guerra ai nostri giorni.

RECENSIONE: Ma perché? Cazzo, perché?

Come i mammuth

in politica by

La prima e unica volta che partecipai a un’occupazione a scuola fu tipo a 16 anni. Credo. perché nel frattempo ho i capelli bianchi e, sinceramente, pensavo che le occupazioni a scuola si fossero estinte come i mammuth. Sbirciando tra le notizie, scopro che non è così, ma che, come vent’anni fa e come prima di noi i nostri debosciati genitori sessattontini, si svolgono ancora.

Ora, dovete sapere che faccio parte di quella generazione di mezzo, quella nata tra la metà degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, quella per intenderci che con i nostri genitori a fare gli hippie e a guardare dal vivo i Beatles, ci suggerivano di seguire le loro orme, quelle cioè del dopo woodstock quando loro si erano divertiti come matti e poi avevano messo su famiglia, università, lavoro bla bla bla. Così dovevamo fare anche noi, a parte aver avuto i cartoni animati giapponesi e a vent’anni le Spice Girls invece tipo dei Doors, e oggi come allora niente, è ancora così. Ti dicono, laureati e poi fai il lavoro per cui hai studiato o quello che c’è ma da avere uno stipendio fisso mensile e che non sia tipo operatore ecologico che fa brutto. Al massimo va bene anche quella cosa con il computer. Che tradotto sarebbe tipo il visual designer.

Peccato che all’alba dei quaranta e nonostante si sia studiato tanto, la metà della gente che conosco e che è cresciuta con me abbia perso il lavoro o sia in cassa integrazione in gioco a una crisi che nessuno, davvero nessuno, poteva immaginare ci saremmo ritrovati. Avremmo dovuto essere nel fiore delle nostre carriere, avremmo dovuto essere realizzati e lontani dalle crisi esistenziali e adolescenziali, avremmo dovuto avere una stabilità economica che oggi è un miraggio nell’oasi che è questo paese.

Quella notte, all’inizio degli anni ’90, ci ritrovammo accompagnati dai genitori o chi per conto suo con il motorino muniti di un kit imprescindibile composto da sacco a pelo, patatine e coca-cola. Fu una decisione pacifica, quell’occupazione. non avevamo chissà che gran motivo per protestare, a pensarci adesso vivevamo in una bambagia che quasi oggi rimpiango. Vedevamo che gli altri istituti protestavano, nelle grandi città protestavano, il liceo classico dove studiava mia sorella protestava, noi piccolo liceo peraltro privato sulla superstrada di San Marino cresciuti in una ridente cittadina sul mare volevamo protestare anche noi per un motivo indefinito e del quale non avremmo accusato nessuna conseguenza. E infatti nacque così: sul ricordo di un consiglio d’istituto molto all’americana, decidemmo i rappresentanti di classe (che poi erano quelli che avevano 9 in condotta e fondamentalmente i più coraggiosi). Li mandammo in segreteria dal preside, stilammo chissà quali motivazioni campate in aria e lui ce lo concesse. Che poi anche i rappresentanti di classe erano assolutamente inutili perché durante quel consiglio la scuola disse solo che per rispetto verso la guerra in Kuwait quelli di quarta non potevano andare in gita a Parigi e scelsero Vienna, della serie la guerra c’è e ci dispiace e tra le righe, cioè ciò che nessuno ammetteva: meno male che è lontana e non sta succedendo a noi. Se penso che mi accompagnò mio babbo, c’è da non crederci. Avete presente quando i genitori ti assecondano per le tue innocue puttanate? Mamma, voglio il Millennium Falcon della Lego! E loro alzano gli occhi al cielo sconsolati così come quando tornai a casa e dissi che dormivo a scuola. Fecero la stessa cosa e davvero mio babbo mi accompagnò e, come sempre, con quel suo accento romagnolo a mangiarsi le parole: staatenta!

Ora, dovete anche sapere che ero brava a scuola e che chiedevo il permesso ai miei anche per uccidere una zanzara. Tant’è che l’occupazione non la volevo fare perché si rimaneva indietro con il programma. Poi le amichette del tempo mi convinsero, non foss’altro perché c’era il ragazzino carino che mi piaceva. Naturalmente mai conquistato.

Quella notte non fu per niente gloriosa, anche perché avevano pagato uno dei tre terribili bidelli che avevamo per badarci. Sembrava dovessimo fare chissà quale nottata indimenticabile e invece finimmo con il giocare a carte, qualcuno addirittura studiava, altri crollarono verso le 22 e alle 23 il liceo era in un silenzio tombale.

Cambiò qualcosa la nostra protesta?
Ovviamente no.
Oggi, quando guardo una protesta o un’occupazione ripenso sempre a quella notte.
Forse eravamo noi a essere diversi, forse avevamo davvero tutto e protestare era inutile perché avevamo già capito che se si vuole qualcosa se lo si va a prendere e ce lo si conquista.

Ecco perché per noi, per quelli della mia età la crisi ci sta fottendo. Perché ci hanno tolto anche la possibilità di andarci a prendere le cose.
Ecco perché l’occupazione, come non serviva a noi, non serve nemmeno ai giovani di oggi.
Perché se noi abbiamo ancora la speranza del miraggio di cui sopra, loro non hanno nemmeno quello.

Scioperi, ponti e parole in libertà!

in politica by

Ci mancava, in effetti, proprio una bella polemica sullo SCIOPERO PONTE.

Ricapitoliamo, la CGIL proclama uno sciopero per il 5 dicembre, cioè di venerdì. Ovviamente, visto che non c’è niente di più urgente su cui indignarsi, “la rete si indigna“.

E perché si indigna? Perché la CGIL, cattivona, approfitterebbe del “ponte” lungo con l’8 dicembre per attaccarci un bello sciopero.

MA CERTO!

Ora, al di là del fatto che la CGIL minaccia lo sciopero generale sul Jobs Act da almeno un mese e che anche se si utilizzasse il “ponte” non si capisce cosa ci sarebbe di male, c’è un dato che mi colpisce.

E cioè che, secondo me, la rete che “si indigna” è probabilmente composta di gente che ha parecchio tempo da passare, appunto, “in rete” e che, quindi non lavora o lavora in maniera diversa dal lavoro subordinato tipico che è quello dove si concentrerà lo sciopero.

Perché, altrimenti, saprebbe che in moltissimi luoghi di lavoro, particolarmente quelli dove si concentrerà lo sciopero, come fabbriche, trasporto pubblico, scuole, servizi di ristorazione, uffici postali, si lavora anche nel weekend o, almeno, anche di sabato: quindi “ponte” proprio per niente perché, il sabato dopo, molti che avranno scioperato il venerdì lavoreranno.

Inoltre,  saprebbe anche che lo “sciopero” dei lavoratori non funziona come quando facevamo “sciopero” alle scuole superiori. Vi do una notizia, cari amici della rete, lo sciopero non è un giorno di vacanza aggratise!

Lo sciopero, infatti, “si paga”. Nel senso che chi sciopera perde la giornata di retribuzione, cioè accetta una riduzione dello stipendio – spesso già molto basso – che si riceverà a fine mese.

Per cui, se proprio uno volesse allungarsi il ponte, farebbe molto prima a chiedere un giorno di ferie che non a scioperare. Anche questo, probabilmente, chi ha tempo di indignarsi in rete non ha avuto il tempo di considerare.

Così, tanto per dire.

Santé

SIAMO lo stesso coinvolti.

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Sarebbe bello che tutta l’indignazione che ha sollevato la sentenza Cucchi fosse indirizzata non già nel “dovrebbero metterli dentro comunque” (sul quale sono d’accordo con Alessandro Capriccioli) ma su quello che ci ha condotti fin qua e su come cambiarlo.

E allora proviamo a fare qualche considerazione sparsa.

 

1) Cucchi è morto ed era stato sottoposto a violenze mentre era nelle mani dello Stato.

Questo è inaccettabile. È inaccettabile che quando queste violenze succedono il responsabile o i responsabili raramente si trovino.

È inaccettabile che non vi sia un responsabile ultimo che – quando casi come questi succedano e i responsabili non si trovano – non risponda in maniera oggettiva, anche senza accertarne la responsabilità penale.

Ovviamente sarebbe solo una responsabilità di tipo amministrativo o disciplinare, perché la responsabilità penale è strettamente personale. Ma qualcuno che risponda comunque, quando una persona entra viva nelle mani dello Stato e ne esce morta ci deve essere.

Ci deve essere un responsabile, un dirigente, un coordinatore che abbia l’incentivo a evitare questi casi e soprattutto il circolo vizioso di omertà che quasi sempre accompagna questi casi.

Qualcuno deve rispondere perché è inaccettabile che non sia stato nessuno se – e può succedere a tutti noi, anche per sbaglio – entriamo sani nelle mani di qualunque forza di polizia e ne usciamo pestati.

È inaccettabile che non si sia ancora introdotto il reato di tortura nel nostro Paese. L’opinione pubblica spesso chiede – e ottiene – la galera per illiciti minimi ma un’apposita fattispecie di reato per punire chi si rende responsabile di abusi sui fermati non esiste. Questo è un problema molto collegato al punto 3).

2) Cucchi è morto perché la nostra politica sugli stupefacenti è sbagliata.

Anche questo è inaccettabile. È inaccettabile che l’unica politica sugli stupefacenti adottata negli ultimi anni sia la repressione. È inaccettabile che le carceri scoppino di persone che hanno commesso violazioni risibili in base a una legge – la Fini-Giovanardi – che è stata dichiarata parzialmente incostituzionale ma che è ancora causa di storture assurde.

È inaccettabile che la penalizzazione sia la risposta principale dello Stato e che si investano risorse economiche enormi non per prevenire e curare i casi in cui sia necessaria una cura ma per reprimere.

3) Cucchi è morto perché la nostra politica carceraria è sbagliata e la nostra cultura carceraria è pure peggio.

Non è solo una questione legata al punto 2: il punto è che troppa gente finisce in carcere per reati che non sono violenti.

Una questione su cui non si riflette mai: perché il nostro istinto di fronte a comportamenti illeciti è quasi sempre chiedere la galera anche quando non c’è bisogno di isolare qualcuno dalla società perché non è pericoloso per l’incolumità pubblica?  Davvero per punire comportamenti illeciti si deve per forza mettere in carcere? Senza riflettere su quanto il carcere, di per sé, possa aggravare il problema?

E, soprattutto, la nostra situazione carceraria è indegna di qualsiasi Paese civile: vogliamo capire se la totale mancanza di rispetto dei diritti umani dei carcerati si riverbera nei confronti di tutti quelli che vengono – anche per poche ore – fermati dalle forze dell’ordine? Perché io non lo so ma magari è proprio così.

Inoltre, siamo sicuri che quelli che ora si indignano per Cucchi non sono gli stessi che – a qualunque notizia di reato che i media riportino – chiedano leggi speciali, “pacchetti sicurezza” e manette più facili?

Siamo certi che questo tifo per la repressione non inciti alcuni membri delle forze dell’ordine ad autonominarsi sceriffi e a far un po’ di sana giustizia a mazzate perché se “tanto si sa che li arrestano e poi li scarcerano due giorni dopo” allora tanto vale provare a rieducare a calci durante il periodo di arresto?

E siamo certi che le coperture e le difese d’ufficio delle forze dell’ordine da larga parte delle forze politiche non alimenti il sentimento di fede nell’impunità che sembra emergere ogni volta che questi casi vengono fuori?

Soprattutto, stiamo chiedendo alla classe politica di pensare a tutto questo? Si sta facendo abbastanza? Sanzioneremo elettoralmente i politici – e sono quasi tutti – che non affrontano o aggravano questi problemi?

Di questo, per iniziare, abbiamo bisogno se vogliamo che non ci siano più casi Cucchi. Se invece, passata la rabbia, la prossima volta che i media danno notizia di qualche reato grave ci uniremo alla richiesta di altro carcere, maggiori pene, magari, chissà, esecuzioni sommarie, stiamo certi che altri casi Cucchi verranno. E non è vero che “non è Stato nessuno”, saremo stati anche noi.

Manganellate liberali

in politica by

C’è poco da dire sul post di Luca Mazzone, che sembra sostenere che il presunto mancato adempimento di formalità amministrative giustifichi le manganellate anche quando una manifestazione si svolge pacificamente.

Perché non le giustifica, sapete? Non è che se parcheggiate in divieto di sosta è giustificato che i vigili vi vengano a fracassare gli specchietti, tanto per dire.

Ma comunque, al di là del bizzaro concetto di mantenimento dell’ordine pubblico che i nostri liberali-solo-con-loro-stessi ci propinano, c’è un’altra cosa del tutto inaccettabile.

E cioè, il fatto che il nostro ottimo Mazzone linki il suo post su Facebook con un bello sfottò verso il termine “macelleria messicana”.

Ora, ovviamente, nessun rappresentante politico o sindacale ha utilizzato questa espressione per riferirsi agli scontri di ieri, perché sarebbe stata ovviamente esagerata.

A dire il vero, “macelleria messicana” è stato utilizzato in tempi abbastanza recenti da un poliziotto e ripresa da D’Alema per descrivere il comportamento delle forze dell’ordine durante il G8 di Genova e nei giorni che seguirono. Cioè di fronte a comportamenti che non hanno pari nella storia delle democrazie contemporanee.

Collegare un post sulle botte di ieri, dicendo sostanzialemente “se la sono cercata”, con avvenimenti gravissimi, sfottendo l’espressione più famosa utilizzata per descrivere questi ultimi non è un semplice scherzo di cattivo gusto.

È il tentativo di segnare un punto a favore dell’idea che manifestare è legittimo ma se manifesti dalla parte sbagliata sia giusto prenderti a botte, anche di fronte a violazioni minime e se non rappresenti un pericolo per nessuno. E che una volta che questo succede sia pure giusto zittirti se protesti, perché poteva pure andarti peggio, come nel caso della “macelleria messicana”. La quale, in fondo, va anche sminuita e usata come sfottò.

Non è semplice cattivo gusto. È pura manipolazione. Basta saperlo e non farsi abbindolare.

Santé

“Solo la nebbia, avete solo la nebbia (in mente)”

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Vorrei mettervi a parte di questa cosa. Dovete sapere, o voi lettori, che gli autori di Libernazione sogliono comunicare tra loro tramite diversi strumenti di comunicazione. Un po’ così:

L’importante è che si segua il flusso creativo, cioè che non si capisca un cazzo perché tutti dicono la loro nello stesso momento parlandosi addosso. Un po’ così, però rigorosamente a servizio dei Poteri Forti!

Ma questo non vuol essere un post autoreferenziale. No!

Dunque, dovete sapere che chattando in uno di questi posti con Canimorti, che ho appena scoperto che in realtà si pronuncia Canìmorti, siamo finiti a parlare di nebbia. Perché Canimorti è uno che è nato sopra il Tevere e quindi, pur vivendo io a Milano da decenni, per me sopra il Tevere c’è sempre la nebbia (e non chiedetemi di postarvi il video di Totò e Peppino che dicono “a Milano quando c’è la nebbia non si vede”, ché questo non è il Post, cerchiamo di essere un po’ originali, almeno questo).

Ora, la nebbia non ha alcun senso, amici. Parliamone.

La nebbia oscura il sole quando è sereno: che cazzo mi vuol dire che è sereno ma non c’è il sole. O piove o c’è il sole, non è che c’è la nebbia.

Anni fa, comunque, quando frequentavo ancora manifestazioni sportive, mi trovai – assieme ad altri tifosi terroni – a cantare, rivolto a una curva di tifosi del Bologna, un amoeno coro da stadio che fa “Solo la nebbia, avete solo la nebbia, sooloo la neeeeebbiaaa, avete solo la nebbiaaa!“.

I tifosi di Bologna – ma poteva essere qualunque altra città sopra l’equatore italiano, che in Italia passa per Roma – non si scomposero. Iniziarono a cantare, con lo stesso motivetto, “anche il lavoro, abbiamo anche il lavoro, anche il lavooorooo, abbiamo anche il lavoroooo”.

Così, credo sia stata una reazione geniale, davvero. Per quanto quando uno ha il lavoro poi deve lavorare, il che è un inconveniente non da poco.

Ed è così. Questo post non vuol dire proprio un cazzo, Ma ci tenevo comunque a farvelo sapere.

Santé

Democrazia diretta, espulsione immediata.

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“PS: Giorgio Filosto, Orazio Ciccozzi, Pierfrancesco Rosselli, Daniele Lombardi, hanno approfittato del loro ruolo di responsabili della sicurezza del palco di Italia5Stelle per occupare il palco stesso. In rispetto per gli oltre 600 volontari che hanno dedicato il loro tempo e lavoro per il successo dell’evento Italia 5 Stelle e delle centinaia di migliaia di attivisti del MoVimento 5 Stelle presenti all’evento, i 4 sopracitati sono fuori dal MoVimento 5 Stelle”

Con queste parole, nel post scriptum di un altro post, come se fosse una cosa marginale, una specie di zanzara da schiacciare, 4 attivisti del Movimento 5 Stelle sono stati espulsi per editto di Beppe Grillo, senza procedimento disciplinare, senza appello.

I quattro erano saliti sul palco del Circo Massimo con uno striscione con scritto “Occupy palco”  per chiedere “più trasparenza e partecipazione diretta nel Movimento”. E quindi, ovviamente, sono stati espulsi.

Vediamo di ricordarcelo ogni qual volta sentiremo un grillino cianciare di “trasparenza”, “democrazia diretta” e “partecipazione”, magari occupando il tetto del Parlamento. Oppure quando i parlamentari del M5S si lamenteranno di essere stati espulsi dall’Aula per aver violato il regolamento parlamentare.

Ricordiamocelo, e chiediamogli di tacere.

Santé

E i contributi chi li paga?

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Ora, mettiamo che si incentivino le assunzioni “levando” i contributi per i primi 3 anni. Mettiamo che si sommi a questo  una molto maggiore libertà di licenziare, anche solo per motivo economico, come dovrebbe prevedere il Jobs Act.

Cosa succederebbe? Tra le altre cose, che l’incentivo a liberarsi di un lavoratore prima che scadano i 3 anni in cui non si pagano i contributi sarebbe enorme.

I lavoratori poco qualificati, cioè i più deboli sul mercato, non avrebbero modo di spingere il datore di lavoro medio a non sostituirli, una volta scaduto il regime favorevole. Il costo di formazione per questi lavoratori, infatti, è basso e quindi è basso anche l’incentivo a trattenerli se esiste qualche opposto incentivo a sbarazzarsene, magari perché uno inizia a invecchiare, un’altra si ammala spesso o pianifica una maternità, o – soprattutto – se si può assumere un nuovo lavoratore senza pagare i contributi per altri 3 anni.

Poco male, direte voi. Questi lavoratori verranno licenziati ma troveranno qualcuno che li riassume subito per almeno altri 3 anni per godere lui stesso della decontribuzione: nessun problema!

Già, come no, nessuno: se non proprio uno piccolo piccolo.

E cioè: quand’è che qualcuno paghera i contributi per questi lavoratori? Se passano da un lavoro all’altro senza che vengano mai versati i contributi, come sarà finanziata la loro pensione? I contributi sarenno coperti dallo Stato? E con quali risorse? Oppure nessuno pagherà mai questi contributi e i lavoratori non matureranno una pensione per i periodi di lavoro “in decontribuzione”? E quando dovranno andare in pensione come faranno?

Ma soprattutto, qualcuno ci ha pensato? Qualche giornalista se lo è chiesto e, soprattutto, lo ha chiesto? Perché a me pare proprio di no.

Santé

Chi è che discrimina?

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Il casino che in questi giorni è scoppiato a causa delle sentinelle in piedi e di alcuni loro contestatori ha sollevato un polverone che ha nascosto il punto vero della questione: la discriminazione omofoba.

Le sentinelle in piedi scendono in piazza silenziose, chiudendosi al dialogo anche tra di loro e leggendo i loro affascinanti libri tipo “Sposati e sii sottomessa” e manifestano – almeno a quanto dicono – contro il disegno di legge (ddl) Scalfarotto.

Ovviamente la maggior parte di loro manco ha idea di cosa preveda il ddl. Molti di loro sono semplicemente in piazza contro i froci, contro le unioni omosessuali, e per ricordarci che i ricchioni sono malati e le lesbiche pure (tranne quelle di youporn, che si possono guardare e quindi va bene) e che se legalizziamo il loro matrimonio poi nulla impedirà alla gente di volersi sposare il proprio maiale o il proprio cavallo. Punto.

Però diciamo che lo scopo dichiarato della manifestazione è opporsi al ddl Scalfarotto, cioè all’introduzione di specifici reati o aggravanti contro la discriminazione omofoba e contro la violenza o l’istigazione alla violenza motivate dall’omofobia.

Ora, su questo tipo di leggi si può pensarla come si vuole: al netto della punizione contro la violenza, sempre e comunque, alcuni possono sostenere che non si crea una cultura del rispetto della diversità attraverso la legge penale. Altri pensano il contrario. Io non mi sono fatto un’idea precisa.

Quello che penso, però, è che quando lo Stato si mette a vietare un certo comportamento, lo Stato dovrebbe essere il primo a evitare quel comportamento.

E invece lo Stato italiano discrimina. Discrimina perché non permette alle coppie omosessuali di sposarsi così come lo permette alle coppie eterosessuali.

Potrebbe permettere il matrimonio, come succede in moltissimi altri Paesi senza che sia successa alcuna tragedia o sconvolgimento sociale (e non si vede come potrebbero essere successe).Potrebbe dare accesso a pari diritti e doveri alle coppie omosessuali.

Invece non lo fa. Nel migliore dei casi il Parlamento potrebbe approvare una legge che preveda un’unione-tra-omosessuali-che-però-guai-a chiamare-matrimonio-brutti-depravati!. Mentre il Governo, per bocca del Ministro degli Interni si dà da fare per impedire in Italia gli effetti  del matrimonio omosessuale celebrato all’estero.

Qualcuno mi spiega come possiamo impedire che i cittadini discriminino quando è lo Stato il primo a praticare la discriminazione omofoba?

Santé

I preti e la famiglia

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Il Papa ha organizzato un sinodo sulla famiglia. Partecipano in 253, tra preti, vescovi, consacrati e anche coppie sposate.

Le coppie sposate sono 14, il che fa 28 persone, il che vuol dire che oltre l’80% dei partecipanti non è sposato (forse qualche prelato rappresentante delle Chiese orientali lo è pure, ma non so).

Ora, un sinodo è stato indetto da un uomo non sposato e raccoglie persone che nella stragrandissima maggioranza non sono sposate, per discutere di “famiglia”.

Ci sono due modi di intendere questa cosa.

Il primo è pensare che sia molto bizzarro e quasi ridicolo riunire a discutere di “famiglia” un consesso di persone che hanno intrapreso un percorso di vita che esclude il matrimonio e, quindi, hanno deciso di non avere una famiglia.

Il secondo è pensare che non è vero che i preti e le suore (e le persone consacrate, in genere) non hanno una famiglia: i preti possono continuare a vivere con i loro parenti, ad esempio, o avere in casa una “perpetua”, i religiosi possono vivere in comunità tipo conventi ecc. Ancora, i religiosi sono in stretto contatto con le famiglie e conoscono i loro problemi: sono “presenti” nelle famiglie. Insomma, si può avere “famiglia” anche da prete: si può avere una vita domestica insieme ad altri, si possono frequentare intensamente altre persone (anche senza venir meno ai propri voti sacerdotali, ovviamente!), si può essere partecipi di esperienze di vita comune che danno luogo a legami affettivi forti, solidi e intensi come quelli di una qualunque “famiglia”. Anche i preti e le suore possono avere a pieno titolo una “famiglia”, allora.

Io, con qualche riserva, la penso nel secondo modo.

Questo, però, vuol dire che non è vero che c’è un solo modello familiare il cui nucleo è formato da uomo, donna e magari dei figli. Vuol dire invece che di “famiglie” ce ne sono tante e che i modelli familiari possibili sono infiniti, tutti degni. Se i preti hanno titolo a parlare di “famiglia”, vuol dire che di “famiglia” non ce ne è una sola. Altrimenti parlerebbero solo di qualcosa che non conoscono o, quantomeno, a cui hanno rinunciato.

Santé

Articolo 18, ancora luoghi comuni, che strano!

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Siccome i luoghi comuni sull’art. 18 continuano a sprecarsi, cerchiamo di sfatarne qualcun altro, partendo da lontano.

Secondo Antonio Polito, ultimo di una lunga serie, la battaglia sull’art. 18 sarebbe una lotta di modernizzazione campale paragonabile a quella vinta da Tony Blair quando, nel 1995, riformò la Clausola IV dello Statuto del Partito Laburista.

Letta così, uno potrebbe addirittura crederci. Per capire di che razza di assurdità si tratti, basta però leggere la stessa Clausola IV:

To secure for the workers by hand or by brain the full fruits of their industry and the most equitable distribution thereof that may be possible upon the basis of the common ownership of the means of production, distribution and exchange, and the best obtainable system of popular administration and control of each industry or service

Che, tradotta, diceva più o meno:

Assicurare ai lavoratori manuali o intellettuali i frutti del loro lavoro e la più equa ripartizione degli stessi sarebbe possibile sulla base della proprietà comune dei mezzi di produzione, distribuzione e scambio, e del miglior sistema ottenibile di gestione e controllo popolari di ogni settore o servizio.

Nientemeno! La Clausola IV impegnava il Partito Laburista a socializzare i mezzi di produzione e affidarne la direzione e il controllo al Popolo. Insomma, essendo stata adottata nel 1918, proponeva un modello del tutto irrealizzabile nel Regno Unito del 1995 e si riduceva così a un mero simbolo, a un feticcio.

Ora, quello che viene sostenuto sull’art. 18 è che sarebbe anch’esso un feticcio, un simbolo di un modello irrealizzabile e del tutto teorico senza alcun effetto visibile sulla realtà, come la Clausola IV, tanto che si applicherebbe a poche migliaia di casi l’anno.

A furia di ripetere a macchinetta questa serie di falsità, persino giornali stranieri progressisti come il New Yorker, si bevono il luogo comune che “in Italia sia più difficile licenziare che divorziare”.

Ora, è evidente che tutte queste siano una serie di falsità. Innanzitutto, come già spiegato qui, ma anche qui e qui, l’art. 18 non propone affatto un modello irrealizzabile e la protezione che offre è del tutto comparabile a quella di altri Paesi europei.

In secondo luogo, l’art. 18 si applica a milioni di persone, il 65% dei lavoratori italiani: le poche migliaia di cause all’anno non vogliono dire che milioni di lavoratori non siano protetti – grazie all’art. 18 – dal licenziamento senza valide ragioni; semplicemente, vuol dire che non siamo di fronte a quell’enorme problema sociale che ci viene invece propinato.

Caricare l’art. 18 di tutto questo simbolismo non fa che aumentare l’allarme, anche all’estero, sulla presunta assurdità di questa norma e rafforzare la pressione nella business community internazionale sulla sua rimozione.

Come se davvero l’art. 18 fosse l’anticamera della socializzazione del sistema economico e non una banalissima protezione contro il licenziamento indiscriminato, come ne esistono in quasi tutti i Paesi europei.

Santé

Riforma del lavoro: sotto il luogo comune, niente.

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Oggi, mentre cercavo notizie su tutt’altro, sono incappato in questo articolo dal titolo interessante. In pratica, si sostiene, la storia che il nostro mercato del lavoro sarebbe più rigido di quello di altri Paesi, sarebbe una leggenda. Una leggenda nata da un errore “contabile” dell’OECD (o OCSE), un’organizzazione internazionale che – tra l’altro – stila “classifiche” sulla rigidità dei vari mercati del lavoro.

Per sbaglio i ricercatori considerarono il trattamento di fine rapporto (tfr) […]  come una sorta di indennizzo per il licenziamento. Questa svista fece sballare tutti i calcoli, motivo per cui l’indice di rigidità del mercato italiano risultò altissimo. Di qui la narrazione che conosciamo bene: in Italia ci sono troppi vincoli al licenziamento, a cominciare dall’articolo 18.

Quasi 10 anni dopo – su segnalazione della Banca d’Italia e di Maurizio Del Conte, uno studioso della Bocconi – l’Ocse ammise l’errore e rifece il calcolo. Si scoprì così che il livello di protezione (articolo 18 incluso) dei lavoratori in Italia non è affatto superiore a quello di molti nostri concorrenti, a cominciare da Paesi di solito presi a modello come la Germania, l’Olanda e la Svezia“.

Nelle tabelle riportate qui, si vede come l’Italia, in effetti, presenti rigidità minori di Francia, Germania, Paesi Bassi (alcune di queste statistiche, tra l’altro, essendo aggiornate al 2013, non includono la liberalizzazione del lavoro a termine approvata in Italia nel 2014). Inoltre, sulla stessa pagina si trovano descrizioni Paese per Paese di vari aspetti della regolamentazione del mercato del lavoro.

Avendo un po’ di pazienza e visitando alcune di queste descrizioni, si apprende come la reintegrazione sul posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo esista in diversi Paesi (vd. ad esempio Norvegia, dove la reintegrazione (reinstatement) è “abbastanza frequente”). Spesso è il giudice a decidere o proporre la reintegrazione; in alcuni casi se il datore di lavoro non vuole rispettare l’ordine di reintegrazione, deve pagare una cifra considerevole (in Svezia, dove si pagano da 16 a 32 mensilità di salario e la retribuzione media è ben più alta rispetto all’italiana). Si scopre anche che, in alcuni Paesi, come Germania o Paesi Bassi, ad esempio, prima di licenziare è necessario richiedere l’autorizzazione della rappresentanza dei lavoratori o della pubblica amministrazione o del tribunale del lavoro e – se questa autorizzazione non viene rilasciata – il licenziamento viene sospeso (Germania) o può costare molto di più (Paesi Bassi).

L’attuale legislazione italiana sul punto non è quindi troppo diversa da quella di altri Paesi; prima della riforma Fornero, infatti, la reintegrazione era obbligatoria per tutte le ipotesi di illegittimità del licenziamento nei luoghi di lavoro più grandi; dal 2012, invece, la reintegrazione è obbligatoria solo in alcuni casi (licenziamento discriminatorio o licenziamento disciplinare gravemente viziato o licenziamento economico basato su un fatto “manifestamente insussistente”*); negli altri casi viene prevista un’indennità.

Nella pratica, dove una quantità enorme di liti sui licenziamenti non arriva a sentenza ma viene risolta “pacificamente” dalle parti, questo significa che il lavoratore ha meno potere contrattuale di prima perché, mentre fino al 2012 se vinceva la causa aveva la sicurezza di essere reintegrato, adesso questa sicurezza non esiste più anche in ipotesi di vittoria. Se parlate con qualunque avvocato che si occupa di lavoro, quest’ultimo vi confermerà quasi sicuramente che l’importo delle transazioni, cioè la somma pagata dal datore al lavoratore per chiudere “pacificamente” una lite su un licenziamento, è molto calato dal 2012. Purtroppo, statistiche ufficiali in questo senso non esistono perché, come spesso sa chi è stato licenziato e ha raggiunto un accordo, le parti, e specialmente le aziende, normalmente vogliono che queste transazioni siano tenute riservate.

Ovviamente, tutto questo è del tutto irrilevante perché, grazie agli errori di calcolo del passato e al luogo comune che si autoperpetua, siamo costretti a credere che il nostro mercato del lavoro sia sproporzionatamente più rigido di quello di altri Paesi. Quindi ci apprestiamo a modificarlo fiduciosi nell’avvenire. Tra due anni, quando ancora non sarà migliorato nulla in termini di tasso occupazionale, come non è migliorato niente dal 2012, troveremo qualche altro diritto sul lavoro da tagliare. Santé

 

* Errata corrige: mi si fa notare che in quest’ultima ipotesi la reintegrazione non è obbligatoria: secondo la legge, il giudice “può” e quindi non “deve” reintegrare. Grazie al solito amico avvocato per la consulenza, che verrà pagata – come sempre – sotto forma di barattoli di Nutella.

Gennaro for President

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Bellissima questa storia che tutti sono indignati perché la finale di Coppa Italia di ieri è stata giocata solo dopo che gli ultrà del Napoli hanno dato il proprio consenso, per bocca di un distinto signore di nome “Genny ‘a Carogna”.

Un enorme coro di disapprovazione e oltraggio sorvola l’Italia: il Corriere addirittura titola “Non dobbiamo abituarci all’illegalità“. E si soloneggia sull’autorità e l’autorevolezza perdute, la legalità infranta, la civiltà in pericolo.

Anche io mi sarei aggiunto al coro, ci mancherebbe.

Poi mi son ricordato che le stesse persone, gli stessi giornali, le stesse autorità oggi indignate, tollerano che un pregiudicato, condannato in Cassazione, assegnato ai servizi sociali, partecipi al processo di riforma costituzionale, dicendo la propria sui tempi e i modi ed essendo ricevuto da Presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica (*). Lo stesso Corriere oggi pubblica una lettera del suddetto pregiudicato che ci indica le riforme da fare.

Nessuno nota lo stridore di questa incoerenza totale: ci si accorge che viviamo in un regime di illegalità generalizzata solo quando le autorità vanno a chiedere a Gennaro ‘a Carogna se si può giocare la partita. Contrattare la riforma della Costituzione con un pregiudicato, invece, evidentemente si può. Si può perché “il pregiudicato ha il consenso”, “rappresenta milioni di persone” e “potrebbe bloccare le riforme”.

Faccio solo notare che anche l’ottimo Gennaro ‘a Carogna ha il consenso della curva, rappresenta tante persone e ieri poteva bloccare la partita. E infatti abbiamo accettato il suo ricatto. Come accettiamo il ricatto del pregiudicato.

Santé

 

(*) Specifico che non condivido l’appello di Micromega: la legalità la si difende, come accadrebbe in qualunque Paese civile, smettendo di fare accordi istituzionali, di pubblicarne lettere e interviste e facendo calare il silenzio su un personaggio che sta scontando la sua pena, non aggiungendo un altro carcerato al conto dei detenuti che rendono il nostro sistema carcerario illegale. E’ illegale persino il carcere in Italia e voi vi scandalizzate per Gennaro a’ Carogna.

Pure sulla monnezza, la presa per il culo! FATe GIRAREEE1!!1!

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Sta girando in queste ore su Facebook un video che mostra due signori italiani che spiegano come in Germania, nei supermercati esistono delle macchinette nelle quali uno inserisce bottiglie di plastica vuote, che verranno riciclate, ricevendo in cambio un buono acquisti il cui valore dipende dal numero di bottiglie inserite.

Il video è accompagnato dalla scritta testuale “aprite l occhi e smettiamo di votare ste merde!!! Tutte!!!” e durante il video uno dei signori dice: “ci fanno credere che in Germania costa tutto di più” mentre invece, se ne deduce, in Germania, al posto di farti pagare le imposte sulla immondizia lo Stato addirittura ti paga se fai la raccolta differenziata. “3 euro per aver buttato la monnezza“, nientemeno!

Ovviamente è falso: le tasse sui servizi locali come la raccolta dell’immondizia in Germania dipendono dai Land, cioè cambiano di regione in regione e non hanno alcun rapporto diretto con la raccolta differenziata.

Soprattutto, lo Stato non ti paga affatto per aver fatto la raccolta delle bottiglie. Funziona così: ogni volta che acquisti una bottiglia di plastica paghi una sorta di cauzione (“Pfand” in tedesco) al massimo di circa 25 centesimi in più rispetto al prezzo della bevanda in bottiglia: se la bevanda costasse diciamo 1,50 Euro,  la bottiglia alla cassa si paga circa 1,70 Euro, cioè si paga la Pfand in aggiunta.

Quando poi tu hai bevuto la bevanda puoi scegliere se riconsegnare la bottiglia di plastica tramite quella macchina che, per ogni bottiglia riconsegnata, ti paga indietro la cauzione che avevi versato all’acquisto.

Capito? Prima paghi di più e poi, se e quando riconsegni la bottiglia, ti restituiscono la Pfand.

E’ un buon sistema, che incentiva di sicuro a fare la raccolta differenziata, ma che non significa che lo Stato ti paghi per fare la differenziata o che non si paghi l’imposta dei rifiuti come si sarebbe portati a credere vedendo il video.

Così, tanto per non farsi prendere per il culo pure sulla monnezza.

Santé

Bella, ciao…

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Sarebbe interessante sapere cosa pensano quelli che gridano all’assalto alla libertà di pensiero perché una ragazza di 20 anni raccoglie firme per chiudere il programma di Belen, della decisione del prefetto di Pordenone di vietare il canto di Bella Ciao in piazza durante la manifestazione del 25 aprile.

Così per sapere se la libertà di manifestazione del pensiero la si tira fuori sempre e solo strumentalmente, contro i presunti benpensanti “presuntamente” di sinistra, oppure se la si difende anche quando un’autorità pubblica decide di vietare di festeggiare la Liberazione cantando una delle canzoni simbolo della Resistenza (di tutta la Resistenza, Bella Ciao non è riconducibile a una specifica frazione politica della Resistenza a differenza, ad esempio, di Fischia il Vento).

Se la si difende anche in questo secondo caso, sarebbe quindi il caso di domandarsi il perché di questo silenzio da parte degli altrimenti solerti difensori della libertà di manifestazione del pensiero.

Legislatori incostituzionali

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La legge 40 sulla fecondazione assistita è stata ancora una volta dichiarato incostituzionale: proprio ieri la Consulta ha dichiarato la illegittimità del divieto di fecondazione eterologa.

Oltre agli altri articoli della legge 40 dichiarati incostituzionali, mi permetto di ricordare altri illuminati provvedimenti che ci sono stati regalati negli ultimi anni:
Legge Fini-Giovardi sulle droghe: dichiarata incostituzionale;

Legge Bossi-Fini sull’immigrazione: dichiarata incostituzionale;

“Lodi” vari ed eventuali a esclusiva difesa dell’imputato Berlusconi: dichiarati incostituzionali;

Legge elettorale c.d. “Porcellum”: dichiarata incostituzionale.

Si tratta di solo alcuni dei provvedimenti approvati dalle varie maggioranze berlusconiane nell’ultimo decennio (a volte con consensi scandalosamente trasversali, come la legge 40) che dimostrano plasticamente come la destra italiana non sia minimamente compatibile con i principi dello stato di diritto.

Il che mi porta a due considerazioni:

1) chi attacca la Costituzione, ritenendola superata, attacca l’unico strumento che negli ultimi anni ha difeso i diritti degli individui contro uomini politici e maggioranze di governo che con la democrazia hanno poco a spartire;
2) chi vuole modificare la Costituzione, proponendo riforme che trovano il plauso della destra più “acostituzionale” d’Europa e degli stessi giornali che non hanno battuto ciglio rispetto alle riforme elencate sopra, forse dovrebbe pensarci su due volte, prima di stravolgere questo ultimo meccanismo di difesa dagli abusi del potere politico.

Santé

I Precari? “Parte del pacchetto”!

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Matteo Renzi ha chiarito che il decreto che ha recentemente deregolamentato totalmente contratto a termine e dell’apprendistato, non si possono toccare perché “parte di un pacchetto”.

In sostanza, con la riforma del contratto a termine, il lavoro precario diventa giuridicamente equiparato al lavoro a tempo indeterminato: non si deve più giustificare la ragione per la quale l’imprenditore assume a termine o tramite somministrazione (“lavoro interinale”), invece che con un contratto standard.

Entro un limite di tre anni il datore di lavoro è libero di prorogare il contratto fino a 8 volte: vuol dire che può far durare il contratto a suo piacimento ed estenderlo quanto vuole, anche utilizzando lavoro precario per coprire una esigenza temporanea. Al termine dei 3 anni, il datore di lavoro è libero di ricominciare il giochetto con un altro lavoratore.

Il contratto di apprendistato è un contratto in cui, da un punto di vista economico, un lavoratore accetta di essere pagato di meno in cambio di formazione. Prima del decreto Renzi, il progetto formativo andava specificato per iscritto, adesso non più: vuol dire che il lavoratore non ha alcuna certezza sulla formazione che riceverà e che può pretendere. Non sarà praticamente più possibile far convertire contratto di apprendistato con un contratto standard se il datore di lavoro non offre in realtà nessuna formazione, perché è praticamente impossibile provare la mancanza di formazione se il progetto non è predeterminato per iscritto.

Prima del decreto Poletti-Renzi, inoltre, un datore di lavoro non poteva assumere altri apprendisti se non aveva assunto con contratto standard il 50% degli apprendisti assunti in precedenza: era un modo per dimostrare che si era ricorso all’apprendistato per fornire vera formazione finalizzata all’assunzione dopo aver raggiunto la qualificazione richiesta e non solo per godere di manodopera a basso costo. Anche questo limite, via! Vai con le assunzioni di apprendisti finalizzate solo a pagare meno!

Tutto giustificato dall’idea che precarizzare il lavoro serva a creare nuova occupazione o a migliorare la produttività: idea mai provata (vd. qui, paragrafo 3) e anzi  smentita empiricamente.

Soprattutto, la precarizzazione è stata blindata da Renzi, perché è parte di un “pacchetto“, quale? Quello per cui si impiegano risorse per ridurre l’irpef sui lavoratori: le imprese sono scontente perché volevano invece si riducesse l’IRAP? Eccole accontentate con la loro parte di pacchetto: la quasi totale deregolamentazione del lavoro precario.

Cioè: dovevamo per forza ridurre l’irpef, in vista delle europee perché così mettiamo in tasca quattrini agli elettori. Siccome se avessimo ridotto l’irap gli elettori contenti sarebbero stato gli imprenditori, che sono di meno, allora abbiamo ridotto l’irpef. Però, per ricompensare le imprese e tranquillizzare i loro giornali di riferimento, abbiamo precarizzato ancora di più i lavoratori atipici.

Cari lavoratori atipici, avete capito? Siete merce di scambio; siete “parte del pacchetto”! Gioite!

Santé

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