Anime nere (Una ‘questione’ di codici)

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Oggi esce nelle sale Anime nere, film diretto da Francesco Munzi in concorso alla 71ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco.

Qui la trama.

E’ un viaggio Anime nere, un viaggio che ha varie tappe. La rotta internazionale del traffico di droga. La provocazione come risposta ad un’altra provocazione. L’ atto intimidatorio come affermazione d’identità. Gli strascichi che si portano appresso le faide, tra un’ attrazione mai rimossa per la vendetta e un orgoglio mai completamente cancellato dal benessere. Tre fratelli. Due trapiantati a Milano, i boss. Uno, Luciano, rimasto in Calabria, dedito alla cura degli animali, del pascolo e della campagna.

Ma è proprio in Luciano che sta la chiave di lettura del film. Nonostante sia estraneo agli affari criminali, è quello che riesce a leggere meglio ciò che sta succedendo, è quello che riesce ad interpretare la realtà dei fatti e la loro dinamica nel modo più lucido e ‘delinquenziale’. Ne coglie le crepe segrete e lo può fare perché è organico al luogo in cui vive ed in cui i fatti si svolgono. Ne ha accettato i codici e questo lo permea di quella visione oggettiva che necessariamente ti svela che è il contesto quello che conta, non gli sbalzi umorali, le spinte soggettive, i salti personali tra voli entusiastici e cadute depressive e scoraggianti. Il soggettivo non conta niente. E’il contesto, la sua comprensione, la sua interpretazione oggettiva quello che ti salva la vita, sempre, in Aspromonte e nel resto del mondo. E quando così non è, infatti, non rimane che la tragedia e la distruzione.

La scena iniziale è quella di un summit che si svolge ad Amsterdam sullo yacht extralusso di un narcotrafficante sudamericano. Il boss calabrese Luigi non ha alcun timore reverenziale. E’ a suo agio. Tratta l’affare impeccabilmente con freddezza scientifica. Luigi parla benissimo lo spagnolo, ma non l’italiano. Nel film non si parla l’italiano, ma il dialetto calabrese. Infatti è sottotitolato, come quel gioiello troppo sottovalutato di Francesco Patierno, Pater Familias.

Non si parla l’italiano perché in Calabria si parla il dialetto calabrese e non l’italiano. L’italiano si parla certo, ma va snobbato e rinnegato come atteggio ferreo, in ossequio a quel tacito tramandato ordine, invisibile e marmoreo, di rigetto di tutta quella retorica pappona e predatoria che fu l’operazione dell’Unità d’Italia. Ed in segno di rifiuto dello Stato e delle Istituzioni che storicamente tradiscono chi devono tutelare e difendere.

Si può essere a proprio agio e vivere disinvoltamente ad Amsterdam ed a Milano o in Germania ed Australia, ma Il posto più lontano, sconosciuto e pericoloso è e rimane la Calabria. Il posto dove si è nati e cresciuti, per sempre scrigno di un codice sottile ed inestricabile. Il posto che più si odia senza riuscire però ad odiarlo. Che più ti ha ferito, ma sai che quella ferita ti salva la vita ovunque andrai per il resto dei tuoi giorni.

Perché Anime nere è un film su questo codice che è la Calabria, la cui “chiamata a richiamo”, similmente ad altre realtà meridionali ma in Calabria in modo più accentuato, solo chi ci è nato può/deve sentire.

In semiotica, il codice è un insieme di segni, noti o no, prevedibili o no, in cui possiamo distinguere due piani: il piano dei significanti, detto anche da Hjelmslev, “piano dell’espressione”, e il piano dei significati, detto “piano del contenuto”; e due ordini di rapporti, quelli “interni” o formali propri del codice con le sue parti, ed “esterni” o materiali propri del codice e dei segni con le realizzazioni semiotiche particolari e i particolari utenti.

Un codice che se non rispetti ti uccide, ti emargina, ti amputa le relazioni e le gambe, da cui ti salvi solo andandotene o rappresentandone paradossalmente un altro, anche opposto, stralunato, contrario, ma pur sempre incardinato infine in quell’ ordine del caos disordinato che regna come l’aria.

E’ per questo che muore Leo, il figlio di Luciano,emblema di una nuova generazione di ‘ndranghetisti ‘senza testa’, impulsivi, violenti, dai modi schietti e decisi, quanto proporzionalmente comparse infantili e ridicole destinate ad uno spegnimento rapido e senza rimpianto.

E’ per questo che viene in un niente fatto fuori nella piazza del paese Luigi, capo dell’ala militare della famiglia, pericoloso e sanguinario narcotrafficante temuto e rispettato in tutto il mondo.

E’ per questo che fa una drammatica fine Rocco, la mente fredda e razionale, il vero capo e stratega dell’organizzazione.

Chi perché non riesce più a comprendere o percepire il codice.

Chi perché arrogantemente decide di potersene disfare o metterlo un attimo da parte.

Alla fine è Luciano, con nella memoria ancora indelebile la morte violenta del padre, ossessionato da una dipendenza mistica/superstiziosa che nel film viene resa magistralmente attraverso il far uso di un cocktail fatto di acqua, gocce di psicofarmaci e polvere di cemento di una statua di San Michele (credo) , l’ultima vittima di questa tragedia greca che si compie con il disperato, necessariamente fallimentare tentativo di distruzione di quel codice che regna da sempre.

Il film ti inietta sordido questa roba in testa e cioè un palcoscenico di morti e di macerie umane che non hanno altre vie di fuga se non il lutto, l’ineliminabile pena di tale irrisolta elaborazione dello stesso, la vendetta senza riscatto etico in quanto da compiere essenzialmente come esigenza tattico/funzionale per nuovi riassetti di business, ed il divenire esse stesse macerie vecchie.

Accade come con la figura di Oreste in Luna rossa di Antonio Capuano, altra perla cinematografica da vedere assolutamente per gli appassionati del genere.

Infine, la bellezza, l’imponenza dei luoghi, le raffiche violente di vento che ammutoliscono tutto il resto come l’avanzata di un monito segreto ed ancestrale , l’imperitura sorveglianza paziente ed autoritaria dei boschi e delle foreste aspromontane, l’accettazione di tutto quest’ordine, si concretizzano nell’ultima scena del giovane pastore che fischia dirigendosi con il proprio gregge sulla riva del mare.

Accettazione che ne rappresenta unitariamente rivolta alla stessa e di conseguenza, senso di libertà.

La libertà della schiena dritta. In quest’ ordine composto da tradizione monolitica, anarchia allucinata, schizoide, reazionaria e contraddizione inferocita dal non risolversi mai e per questo eversiva fino al midollo.

Guardando il mare con occhi appuntiti e senza che appaia fuori ciò che si prova dentro. In un attimo. A posto così. Perchè tutto il resto non conta.

Soundtrack1:’Great Big White World’, Marilyn Manson

Soundtrack2:’Can’t Get You Out Of My Head’, Kylie Minogue

 

 

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