Affanculo Olof Palme

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La scena è questa. Cena tra amici, si parla del più e del meno. Inevitabilmente il discorso verte sulla politica e sull’Italia che non funziona, che disperazione, che scorno, che amarezza. Arriva, prima o poi, il momento in cui l’intelocutore di sinistra ti sbatte in faccia Il Modello Scandinavo (tutto maiuscolo). Un mito fatto di efficienza, inclusione, mobilità sociale, e tanta, tantissima spesa pubblica. A questo punto se c’è un interlocutore non di sinistra, costui potrebbe obiettare “ma dai, la Scandinavia è una cosa diversa, qui non si può fare”, e via scornandosi sul nulla.

La cosa spassosa non è solo che sbagliano entrambi: ma che, se lo sapessero, entrerebbero nello stesso gioco delle parti, invertendole. La butto lì: la Svezia non è il paradiso del socialismo che ci hanno detto. Certo, c’è stato un momento in cui la Svezia era effettivamente un paese che definire ad economia di mercato sarebbe stato fuori luogo: negli anni ’80, la spesa pubblica svedese è cresciuta fino ad arrivare al punto di massima espansione, nel 1993. Il numero, impressionante, è uguale al 67% del PIL. Grossomodo come in Sicilia o Campania (non scherzo, il 50% italiano è molto disomogeneo tra Regioni).

Bene, lanciamo un primo sassolino nello stagno delle convinzioni del nostro commensale di sinistra: quella gigantesca spesa sociale non ha creato molta ricchezza. Per la verità, nel 1993, complice anche la crisi bancaria di quegli anni, il PIL pro capite svedese era inferiore (in-fe-rio-re) a quello italiano. Da quel punto in poi, Italia e Svezia hanno preso due strade divergenti. La Svezia ha ristrutturato il suo sistema bancario, nazionalizzando tutte le banche fallite con l’impegno di metterle sul mercato (cosa poi realizzata), e ottenendo un sistema bancario solido, slegato dalla politica e aperto alla concorrenza. Negli stessi anni, in Italia, la legge sulle fondazioni bancarie trovava un escamotage per far rientrare dalla finestra della finanza italiana i politici che erano usciti dalla porta.

L’Italia ha aumentato la spesa pubblica e le tasse: la pressione fiscale italiana, sotto il 40% prima del 1990, è oggi quasi al 50% del PIL. Nel frattempo, dato che al 40% del 1991 ci si è arrivati partendo da quasi il 20% del 1974, l’evasione fiscale italiana (prodotta da questa escalation fiscale a tratti predatoria) fa sì che quel 50% sia spalmato in modo abbastanza diseguale. La Svezia, invece, ha cambiato parecchie cose, in senso opposto: ha ridotto l’aliquota sui redditi più alti di ventisette (27!) punti percentuali, una cosa che GWB a confronto impallidisce, ha portato l’equivalente della nostra IRES al 22%, e ha ridotto ogni tipo di altra imposizione su proprietà immobiliari e mobiliari. L’evasione fiscale, che era un problema nella Svezia degli anni ’80, è oggi solo una robetta di scandali isolati legati a questo o quel campione dello sport che vanno a vivere a Montecarlo.

Ad oggi, la spesa pubblica svedese non è solo più bassa di quella italiana, ma persino inferiore a quella dell’Inghilterra che fu di Maggie Thatcher. La stessa Inghilterra che si vede tallonare, e talvolta anche sorpassare, dalla Svezia in tutti gli indici di libertà economica. Macelleria sociale, insomma? Credo di no, si può dire all’interlocutore di sinistra, ormai spaesato: il cittadino svedese medio si è oggi parecchio arricchito rispetto al suo coevo italiano. Infatti, se l’italiano medio del 1993 guadagnava di più dello svedese medio, nel 2011 il PIL per capita svedese è un buon 30% più elevato di quello italiano.

Ah, a proposito di macelleria sociale: se la riforma Fornero ha fatto orrore al nostro commensale, qualcuno potrebbe spiegargli che il problema è che è arrivata troppo tardi. Il passaggio da sistema retributivo a sistema contributivo in Svezia è un fatto degli anni ’90, ma per tutti e con un adeguamento automatico all’aspettativa di vita con parametri che da noi, che siamo todos caballeros, sarebbero stati considerati brutali. Il motivo della persistenza di questa leggenda per cui l’algebra della contabilità nazionale che è un problema per altri paesi sia tranquillamente aggirabile da noi, per magia, con una leggina o “per effetto delle lotte“, è lo sconsolante risultato di anni passati a ritenere soddisfacenti le analisi “da tavola” dell’amico progressista che stavolta vogliamo smentire. Colpo finale: le Sante Scuole Pubbliche non sono monopoliste, nel paese di questi maledetti turboliberisti nordici. Un sistema di voucher assicura alle famiglie la possibilità di scegliere tra scuole in concorrenza tra loro. Scuole private finanziate con soldi pubblici. E qui ci sviene l’amico, temo.

Caffè?

(TACO'S LETTERS) Conosciuto anche come “Mazzò”, è un famoso polemista pop italiano. Ospite abituale in numerosi show televisivi, figura di rilievo nella polemica pop italiana dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70, è conosciuto per l’estensione vocale (tre ottave) dei suoi insulti, come per l’agilità dialettica nell’enumerarli. Ritiratosi dalle scene live nel 1978, continua a rilasciare post di grande successo.

49 Comments

  1. Ne capisco pochissimo, ma perché a volte si parla di PIL e altre di redditi mettendoli sullo stesso piano?
    Il PIL, poi, credo sia uno strumento fallace di misurazione del benessere, in generale.
    Inoltre, sono convinto che le tasse altissime le debba pagare chi specula, o chi trae ricavi elevati da operazioni finanziarie, e non tutti indiscriminatamente. È così che funziona, in Svezia?
    Fermo restando che il sistema italiano non mi piace. Credo che l’evasione di un pugno di “grandi” superi di gran lunga quella di una miriade di “piccoli”.

  2. non è che alla base di questa diminuzione della spesa pubblica in svezia c’è il semplice fatto che quando tale spesa era alta i soldi venivano effettivamente spesi per investimenti di cui oggi si vedono i benefici e non andavano, invece, nelle tasche dei maneggioni di turno?

  3. Il PIL procapite, secondo me, non dà una chiara idea del benessere. Come ha già detto Carlo la vera differenza la fa la ridistribuzione del reddito. Se poi in totale la Svezia è più ricca, ma la ricchezza è passata in mani di pochi (mera ipotesi), che cosa ci hanno guadagnato gli svedesi?

    • Scusami ma cosa c’entra il “redistribuire”? Faccio un esempio: se il prezzo di un bene è basso e il mio stipendio, seppure ridotto rispetto a cinque anni fa, mi permette di acquistare di quel dato bene un numero maggiore di unità rispetto a cinque anni fa, che mi importa se “i ricchi sono sempre più ricchi”? Quello che voglio dire è che se l’inflazione si riduce, se con più concorrenza ho minor costo dei prodotti, che mi frega del fatto che io abbia sempre la stessa quantità di denaro? Insomma, per me conta di più il “potere d’acquisto” (e parlo da studente non di economia ma di giurisprudenza).

      • D’accordo sull’importanza della concorrenza. Generalmente però, i grossi tagli alla spesa corrispondono alla diminuzione dei servizi offerti al cittadino, di conseguenza il poter d’acquisto guadagnato con la riduzione dell’inflazione viene più che assorbito dai costi di quei servizzi che lo stato non eroga più. Per esempio, i tagli effettuati dalla succitata sig.ra Thatcher hanno investito in pieno la sanità pubblica inglese, un bene essenziale che (di qualità accettabile) ha spesso dei costi difficili da sostenere, anche con maggior potere d’acquisto.

        • Considerando il fatto che io sono profondamente convinto che la crescita nello UK dopo i governi Thatcher siano fatti strettamente collegati, penso – ma è una mia opinione, non sono mica un addetto ai lavori – che non necessariamente si debba pensare che “meno stato=meno servizi”. I servizi (come la scuola, vedi l’esempio svedese riportato dall’autore nell’articolo sopra) si possono articolare con la collaborazione dei privati, o sul versante del finanziamento, o su quello di chi presta il servizio.
          Certo, poi se uno c’ha il terrore giacobino dell’impresa privata e il mito che solo lo stato sappia far bene le cose è un altro paio di maniche (che poi, visto che siamo tutti italiani, continuare ciecamente a credere in questo mito dello stato che sa far bene le cose mi sembra sul serio un desiderio cieco di negare la realtà quotidiana).

  4. Rispondo solo a un commento, quello sulle fonti: amigo, siamo nell’era di internet. Google is your friend, e di serie che si chiamano “real GDP per capita” ne trovi ovunque: sul sito del bureau of economic analysis, sul sito della federal reserve bank of saint louis, su google data, sul sito del fondo monetario internazionale, sul sito dell’OCSE, sul sito della banca centrale europea…

    Gli altri commenti, francamente, mi fanno cascare le palle. E non dico altro.

    • Però se scrivi qualcosa senza esplicitare le fonti, non c’è modo di sapere su quali informazioni ti sei basato. Non diventa tutto un po’ più aleatorio in questo modo?

      • Diciamo che non l’ho fatto un po’ per pigrizia, un po’ perche’ volevo postare il grafico di Real GDP per capita di Italia e Svezia e mi era venuto male, un po’ perche’ vivo in questa utopia pedagogica per cui se non sei d’accordo coi miei dati ti fai una ricerchina in autonomia. Ma non solo con me: anche quando leggi il cazzo di Rampini quando dice le sue puttanate sugli Stati Uniti. Per dire.

        • ok, non dico che non postare le fonti sia il male assoluto 🙂 però su temi come questo, dove si trova davvero tutto e il contrario di tutto, avere un paio di link credo che possa aiutare anche chi non ha dimestichezza con l’argomento a farsi un’idea più precisa

          • Vero. Che poi tu sei uno dei pochi che ha commentato in maniera puntuale ed educata. Ti meriti pure che io faccia lo sforzo di ripescarle, in fondo. Gli altri vadano con Olof Palme, tu scrivimi un indirizzo.

  5. Simpaticissimo questo Luca Mazzone. Ho semplicemente chiesto spiegazioni.
    Ah, quanto mi mancava il mondo dei bloggerz che si credono dèi.

    • Ma dovrei rispondere al solito pippone PIL ≠ benessere, speculazione finanziaria brutta, in aggiunta al solito mantra dell’evasione? Questo è un post in cui discuto UN mito radicato nella testa della sinistra italiana. Chiedermi di sfatarli tutti è francamente troppo.

      • No, OK, ho trovato questa autodefinizione: “studente bocconiano liberale, un individuo dalle granitiche incertezze – tranne che per quanto riguarda le granite”, e credo di avere capito.

      • Parli di miti della sinistra, e io dico magari. Non mi risulta che da quelli parti si cerchi di fare qualcosa per cambiare il sistema finanziario.
        Poi oh, se ti piace così com’è, non si discute.

        • A me non piace così com’è. Ad esempio, non mi piacciono le banche in cui gli amministratori sono nominati dai politici, e non mi piacciono le banche i cui amministratori fanno i segretari del Tesoro e poi tornano a fare i banchieri.

          Ma uno che pensa che ad aver studiato in un’università piuttosto che in un’altra ci siano cose per cui aver code di paglia non credo che dedicherò altri cinque minuti.
          P.S. quella autodefinizione è un riferimento ad una associazione che avevo fondato cinque anni fa con un amico e che è ancora in piedi (ovviamente nel frattempo io mi sono laureato, quindi non sono più studente). Milton Friedman Society, si chiama. Se qualcuno ha reazioni inconsulte per il nome, sappia che è uno dei miei modi preferiti per identificare un cretino.

          • “Coda di paglia” si riferiva alla tua reazione “bocconiani cattivi cattivi”: mi hai messo in testa un pensiero che non avevo, considerandomi, mi pare, un povero imbecille.
            E mi sembra che questo rientri proprio nel tuo modo di trattare chi commenta. Contento tu, tieniti sto blog (ma potresti trovare spazio in testate come “Il Giornale”); io continuerò a leggere qualcos’altro. Tipo i pezzi del prof Becchetti.
            Mi sorprende che ti abbia linkato Capriccioli su facebook.

  6. Il fatto che io sia d’accordo con lui e lui con me pone entrambi fuori dalla pietosa contrapposizione comunisti-berlusconiani, nella quale tu ti riconosci perfettamente, invece.

    Ad ogni modo, il punto dell’articolo è chiaro. La Svezia stava morendo di spesa pubblica, e ha dovuto cambiare direzione. Ogni paese ha un livello di spesa pubblica (che corrisponde a tasse grossomodo equivalenti) oltre il quale smette di crescere. L’Italia quel livello lo ha raggiunto nel 1993, come la Svezia. Solo che la Svezia ha “fatto le riforme”. Noi come unica cosa abbiamo permesso i contratti a termine. Non una cosa sbagliata di per sè, ma ha scaricato tutto il ritardo di competitività e produttività sulla mia generazione.

    Per questo quando penso agli stage a 500 euro, e vedo le risposte dei soloni della sinistra per cui quanto a spesa e tasse va tutto bene madama la marchesa, mi verrebbe da spaccar loro i denti a calci. Perchè sono un moderato.

    • e l’idea che la redistribuzione del reddito abbia aiutato la Svezia a uscire dal tunnel in modo sano non t’ha mai sfiorato? Citando Henry Ford, membro del Soviet
      “Where people work longest and with least leisure, they buy the fewest goods. No towns were so poor as those of England where the people, from children up, worked fifteen and sixteen hours a day. They were poor because these overworked people soon wore out they became less and less valuable as workers. Therefore, they earned less and less and could buy less and less.”

      • Francamente io vedo riduzione di spesa pubblica e tasse, crescita asfittica prima e crescita pimpante dopo. Sicuramente ridurre le tasse ha effetti distributivi (da chi vive di spesa pubblica a chi produce reddito), ma temo tu non faccia riferimento a questo tipo di distribuzione. Se hai qualcosa di concreto da obiettare al mio ragionamento, benvenuto.

        • “redistribuire” io lo vedo proprio a livello scandinavo. Ovvero compattando la società, senza che ci siano avvocati da 200k $ l’anno di fianco a camerieri a 7 dollari l’ora. Non voglio che l’avvocato e il cameriere prendano la stessa paga, non sarebbe giusto, chiunque può fare il cameriere e non tutti l’avvocato, ma uno non può campare di mance e l’altro bersi un krug millesimato ogni sabato.
          La distribuzione della ricchezza dovrebbe essere una gaussiana, con pochi poverissimi e pochi ricchissimi. Una curva che invece si sta muovendo, specie negli ultimi decenni, concentrando ricchezza nelle mani di troppo poche persone.
          Posto che il mercato è in grado di autoregolarsi come un diciottenne a cui il padre dà le chiavi della porsche e una visa gold, e che la socialdemocrazia tradizionale è stata messa in crisi dalla globalizzazione (se le tasse le pago in Lussemburgo, i negozi ad Oslo e la fabbrica in Pakistan la redistribuzione salta), bisogna trovare qualche soluzione nuova.

          poi nell’immediato, credo pure io che le ricette di Monti da una parte, e di Vendola dall’altra, ci facciano precipitare nel baratro (escludo Berlusconi, quello di ricette non ne ha mai avute, se non per sè). Perchè il lavoro deve creare del valore, altrimenti come è andata a finire l’URSS lo sappiamo tutti. E la riduzione delle tasse la auspico anche io, per rilanciare lo sviluppo.

          fin’ora però l’unico che ha ridotto, seppur di poco, le tasse ai ricchi e alle imprese è stato Berlusconi. Gli effetti sono stati addirittura contrari, si sono intascati la mancia, insomma. Non so se per miopia della nostra pessima classe imprenditoriale, non so se per avidità della politica, forse per tutte e due le cose.

          il problema del tuo ragionamento è un Briatore che raglia perchè gli hanno alzato il prezzo per l’ormeggio del suo billionaire. Poi spieghiamo al precario che la radiografia la dovrà pagare 200 euro perchè non ci sono soldi. Finisce che legge di Briatore in sala d’aspetto, s’incazza e poi vota il primo Grillo che spara minchiate su economia km zero o sui complotti demoplutogiudaici.

  7. “entrambi fuori dalla pietosa contrapposizione comunisti-berlusconiani, nella quale tu ti riconosci perfettamente”.
    Il “tu” è riferito a me? Se così fosse, ancora una volta parli di ciò che non sai. O meglio, riduci gli altri alle tue coordinate di pensiero, che invero mi sembrano alquanto anguste.
    A me, come già detto, non va affatto tutto bene in quanto a spese e tasse. Ma appunto, forse ciò non rientra nella tua definizione di “sinistra”.
    E però il tuo modo di reagire è prettamente di destra, questo sì. E mi schifa.
    Addio.
    (Per completezza, io sono d’accordo con lui: http://www.nonconimieisoldi.org/blog/derivati-e-debiti-cose-successo-in-monte-paschi/)

  8. Carlo, ti “sorprende” che io abbia linkato Mazzone? Cioè, ti “sorprende” che io abbia segnalato qualcuno che ha scritto una cosa un po’ diversa dal solito sui paesi scandinavi? Davvero, ti “sorprende”? Oppure ti “sorprende” perché Mazzone è bocconiano e i bocconiani non si linkano? O magari perché è antipatico e non si linkano gli antipatici? Aiutami a capire: cos’è esattamente che ti “sorprende”?

  9. Ancora con sto bocconiano? Io in effetti, in quella frase, mi riferivo a “liberale”, guardate un po’. Ho fatto confusione con “liberista”, o “libertario”?
    Che tu abbia linkato Mazzone mi sorprende non tanto perché sia antipatico, ma perché penso che un minimo di civiltà verso chi commenta, specie se non si conosce, sia dovuta; e tu mi pare che la usi. Ma se invece ora ti schieri con il tuo amico, senza valutare a mente fredda, mi ricredo anche su di te. (Per quanto ti possa interessare, chiaro. Ma lo scopo dei blog non è comunicare? O avete altri modi per affermare la giustezza delle vostre idee?)

    • Visto che sei così preciso, mi tocca adoperare la stessa meticolosità: avrei dovuto evitare di linkare il post di Luca prevedendo (visto che tale circostanza è successiva al mio link) che ti avrebbe risposto in modo che tu ritieni maleducato? O piuttosto (cosa diversa) ti “sorprende” che io non abbia preso le tue difese DOPO che Luca ti ha risposto? No, perché si tratta di due cose diverse. Dopodiché, entriamo nel merito: Mazzone ha semplicemente detto che “gli altri commenti” (tra cui il tuo) gli facevano “cascare le palle”. Ciascuno può reputare questa locuzione elegante o no (io la trovo, come dire, colloquiale, ma non offensiva, però è solo la mia opinione): sta di fatto che era solo genericamente e indistintamente indirizzata a te. E io (che lo avevo linkato tre ore prima, e quindi salvo preveggenza non avrei potuto conoscere questo incidente evidentemente successivo) non sono intervenuto (e perché avrei dovuto? il post è di Mazzone e io non sono un moderatore né un arbitro né il tutore di Mazzone). Dopodiché, tu gli hai dato dell’antipatico e gli hai detto che si sente un dio (e io, faccio notare, non sono intervenuto manco stavolta, per gli stessi motivi di prima). Poi lui ha risposto, tu hai aggiunto che avevi capito tutto leggendo il suo profilo e via con il seguito, insomma una cosa che succede milioni di volte al giorno su tutti i blog del mondo.
      Orbene, se dopo questa sintesi ancora ti “sorprende” il fatto che io abbia linkato (prima dell’accaduto, che comunque ribadisco di trovare acceso, ma non censurabile né da una parte né dall’altra, e che comunque non avrei né i poteri né la voglia di censurare anche se pensassi che lo fosse) il post di Mazzone, e ancora di più se affermi che io mi sia “schierato” con lui perché è mio amico (ma schierato in relazione a cosa? e quando? e come? e dove?) io continuo a non capire di cosa stai parlando.

  10. Trovo incredibilmente competente Mazzone, e devo dire che questo post ha fatto traballare alcune mie convinzioni sull’utopia scandinava. Peccato poi per i toni che vengono usati da Mazzone stesso (e non solo) nei commenti successivi. Che poi ci si perde, come in questo caso, a parlare solo delle parole utilizzate invece dei fatti concreti. Dai Mazzone, troviamo un bel compromesso tra il buonismo alla Fabio Fazio e un linguaggio da osteria (n°7?)!

  11. V. , grazie. Ma io non uso linguaggio da osteria con tutti. Solo con quelli che se le chiamano, diciamo. Spero che la differenza di trattamento ricevuto tra gli stronzi e le persone civili inviti i primi ad astenersi dal commentare e i secondi a contribuire con argomenti e suggerimenti.

  12. @Luca, temo di non essere stato in grado di trovare un indirizzo a cui inviarti il mio indirizzo e preferisco non pubblicarlo qui nei commenti del blog; quando faccio il post di un commento inserisco l’indirizzo email, se ti è possibile accedere ai quei dati inviami pure i link lì, altrimenti troverò un’altra soluzione. Grazie

  13. Vivo con la mia compagna latinoamericana. Ha due lauree ed è stata docente universitaria al suo paese. Prima di venire in Italia e ri-laurearsi per esercitare qui la sua professione.
    Non è esattamente una cretina.
    Ma quando sente parlare di Milton Friedman o dei Chicago Boys non è particolarmente felice. E ha molto da dire al proposito per esperienza diretta su di sé e sui suoi simili; non per “mitiche” letture, straordinarie navigazioni internettiane, esaltanti lezioni accademiche.
    Ci sarà un motivo?

    • Comunque io penso che quando uno premette alle proprie opinioni una serie di titoli accademici come a volersi attribuire una maggiore credibilità data dal suddetto corollario, beh.. Mi da un po’ fastidio. Magari sarà tutto scritto con toni meno “aggressivi” di quelli usati da Mazzone, ma è comunque pruriginoso. Ci puoi dire cos’ha fatto quel brutto Torquemada di Friedman alla tua compagna?

  14. Apperò, che tipino umile umile, questo Mazzone.
    Sempre rassicurante trovare persone con la verità in tasca.
    (Un po’ in stile noisefromamerika. Anzi, qui siamo oltre, loro le fonti le mettono. Non dicono “cercatevele, sennò mi fate cascare le palle”)

    • Un altro fenomeno. Smentisci una cosa che cito nell’articolo e ti offro da bere. Su, invece di fare il bulletto. Prova a entrare nel merito. O vai a rompere il cazzo a Rampini con lo stesso metodo, se proprio devi.

  15. Olof Palme, dovreste ringraziarlo, altro che affanculo, senza la robusta rete di protezione sociale creata negli anni precedenti dai governi socialdemocratici le politiche liberiste degli anni novanta avrebbero fatto danni immediatamente, invece le prime crepe si stanno vedendo solo ora, avete ancora qualche anno poi preparatevi a trovare un altro modello di “nuovo” liberismo. D’altronde capisco che fallito il sogno americano e thatcheriano ci si debba aggrappare a qualcos’altro. In effetti mi fanno tenerezza l’Economist e tutti gli altri fautori del liberismo a tutti i costi, ancora a valutare l’efficacia di una politica economica con il solo indicatore del PIL e riduzione della spesa pubblica, il resto evidentemente è noia, no? E poi la tirata finale sulla scuola privata è divertente, davvero, ad oggi solo un miserrimo 10% usufruisce delle free-schools in Svezia. Questa “bellisima” riforma fatta da un governo conservatore, non solo non ha avuto successo ma quanche dubbio che non abbia creato un aumento della qualità degli standard scolastici ma abbia incrementato la segregazione c’è, eccome. Ma d’altronde per i liberisti si sa non ci sono dubbi ma solo granitiche certezze. E qui il liberista mi s’incazza, temo.

    • I dati e qualche indicazione oggettiva ce li dai, o prendiamo automaticamente per buono quello che dici perché ti chiami Daniela e spari sentenze in maniera categorica?

  16. Daniela fa un passo di troppo: io non cito le fonti, il che lascia comunque la possibilità di smentita. Lei usa espressioni colorite (“le crepe”), eufemismi, categorizzazioni roboanti, ma non dice una cosa una su cui possa mai essere contraddetta. Quindi prendiamo le sue parole per quel che sono, cioè stronzate ideologiche, fondate sul nulla, che cercano di far presa nel pregiudizio e nell’ignoranza. Cara Daniela: non ora, non qui. Vai con Olof Palme.

  17. Al netto delle urla e degli insulti reciproci, che danno l’impressione che tutti cerchino solo di difendere posizioni e principi piuttosto che voler intavolare un discorso, l’articolo di Mazzone è indubbiamente interessante e sfida in modo intelligente una serie di stereotipi ben radicati; tuttavia c’è una tendenza a trascurare l’effetto redistributivo operato dallo Stato svedese – che poi sarebbe il trucco con cui gli svedesi riescono a godersi gli effetti positivi del liberismo minimizzandone l’impatto sociale negativo, e quindi pare un po’ curioso lasciarlo così in disparte. Traspare inoltre da parte dell’autore una certa irritazione supponente nei confronti delle critiche, siano esse espresse alla cazzo oppure in modo puntuale.

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