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Vizi Capitali: Ira (in Delegazione)

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Succede che devo andare all’estero con la mia famiglia, e per questo devo procurare alle mie due figlie dei documenti di identità validi per l’espatrio (sarà il loro primo contatto con la dimensione surreale della burocrazia). Approfitto del fatto che le scuole sono chiuse tre giorni per le elezioni e vado alla nostra delegazione; sono in effetti al mio secondo tentativo, ho già tentato il blitz in un tranquillo sabato di paura, nel quale ho dovuto constatare che da qualche anno la Delegazione rispetta scrupolosamente lo Shabbat.

Colpa mia, certo, che non ho consultato il sito prima di imbarcarmi nella prometeica impresa, ma lasciate che spieghi perché: pur odiando gli assurdi formalismi burocratici, comprendo che è praticamente impossibile sfuggir loro. Per questo, quando si tratta di doverli scalare, perdo la necessaria lucidità, sostituendola con con un atteggiamento magico – fatalista, del tipo, non perdo tempo sul sito, ma vado con le bambine e tutto, vedrai che andrà tutto bene, tornerò vincitore. Ennò.

Ci accompagna mia madre, che si associa al gruppo per la compagnia, anche se si rivelerà un asset strategico svolgendo per il team l’imprescinbile ruolo di “testimone”: senza di lei, avrei fallito nuovamente l’impresa. Siamo dentro la delegazione: F. ha deciso che fa davvero caldo, per cui si libera velocemente di cappello, sciarpa, giubbino e maglione, in modo tale che un secondo dopo sono già un attaccapanni vivente. Quando finalmente chiamano il nostro numero, ho dovuto già penare non poco per impedirle di sdraiarsi sotto le poltroncine, dove si aggirano minacciosi obesi “gatti” di polvere, e ho appena gestito il primo dei due falsi allarmi-pipì: inutile corsa al bagno (delle donne) tre piani più su, attraverso corridoi indeterminati in cui si alternano blizzard e monsoni (F. è sempre senza maglione, e si prenderà sicuramente qualcosa).

Ovviamente, ci tocca l’impiegata della postazione all’angolo, che avevo guatato con terrore fin dal momento in cui ho messo piede nella sala d’attesa. E’ l’Anziana, sarà lì dentro almeno dalla guerra dei Trent’anni. Ha un viso enorme, quasi totemico, occhiali con la catenella d’oro che rimangono stabili sulla sella del naso grazie al ritmico tic con il quale la Signora è in grado di muoverli all’insù senza dover ricorrere alla mani piccole tozze e macchiate, che possono proseguire a compilare scartafacci e selezionare con precisione uno o l’altro dei suoi timbri di era prebellica.

Mi chiede dei soldi per moduli decorati da disegni di colori acidi, sopra i quali a quanto pare ci si attende che scriva testi insensati, secondo cui chiedo a qualcuno di certificare che le mie figlie sono le mie figlie eccetera. La signora mi dà istruzioni sommarie, ma non fa differenza, credo di avero detto, ho un blocco per certe cose, e, come potrà confermare mia moglie, in ogni caso faccio fatica a capire le istruzioni. Per cui sbaglio. Sorrido imbarazzato, tentando la carta della mia naturale affabilità, e confidando nella eventuale benevolenza di Nessie, ma lei, con il testone piegato all’indietro mi scruta liquida da dietro il doppio schermo del vetro divisorio e delle lenti degli occhiali: “Ma le avevo detto di fare così…”, mi rampogna, più delusa che seccata – e mi trovo a sperare di non dover cacciare un altro deca per un nuovo foglio coi i pupazzetti della Repubblica sopra. Sbuffa, ma da fedele servitrice dello Stato, si rimette all’opera, verga brusche rettifiche sul foglio e passa alla fase due.

Guai in vista: per fare il documento dei minorenni occorre ovviamente la delega del coniuge non presente presso l’ufficio cui si fa richiesta, corredato da fotocopia del suo documento. Il guaio è che qui le domande sono due, e a quanto pare, anche se mater unica est, occorrono DUE fotocopie. La signora, se possibile, è ancora più delusa per la mia incompetenza, ma questa volta sono io che perdo le staffe, e mi esce dalla bocca una frase molto brutta: “Lei mi vuol far credere che in un ufficio pubblico non avete una fotocopiatrice?”. Eh sì, l’ho combinata grossa. Ora la signora è veramente arrabbiata e mi sfida a singolar tenzone: “Ma lei li legge i giornali? I tagli e bla bla bla…” O-Mio-Dio: ora rispondo, guarda che lo faccio… e infatti rispondo: “A me di questo non frega niente, se vuole vado fuori a fare una fotocopia io, se è una cosa così fuori dalla sua portata”.

Ecco, proprio quello che ci voleva: una delle celebri mosse autolesioniste del papà – equivalente, nel caso di specie, ad dare del fesso ad un lottatore di sumo che ti tenga lo scroto ben stretto nel pugno, pronto a stringere. E infatti. La signora, le cui gote giallastre sono divenute rosee dal piacere di poter vessare questo singolare esemplare di cittadino più masochista che irresponsabile, letteralmente gode mentre scandisce: “Ecco, bravo, se esce sulla destra c’è appunto una copisteria”. Ora che ho fatto il maschione, non mi resta che andare fino in fondo, dimostrando che per me è una bazzeccola, anzi un divertimento andarmene per un quartiere che non conosco a cercare un posto in cui elemosinare una fotocopia che, con una leccatina di culo, avrei forse convinto il Cerbero a fare nel suo stupido cubicolo.

C’è un altro colpo di scena, quando entra in gioco il nostro testimone, la nonna, la quale, poverina, va in giro con una fotocopia del documento, anziché con l’originale. Il sistema nervoso della signora, a riposo da lustri, sperimenta un secondo orgasmo a pochi minuti di distanza dal primo quando può dirle che, “purtroppo”, il documento deve essere in originale. Mi sento ancora una merda per quello che ho detto alla santa donna che mi ha partorito, la quale, ridotta all’altezza di un paio di centimetri, si difendeva come poteva spiegando che il folle suggerimento veniva dal carabiniere che ha raccolto la sua ennesima denuncia di scippo (qualche giorno dopo la morte di mio padre). “Ma mamma, secondo perché sui Carabinieri circolano un sacco di barzellette?”. Che stronzo sono.

In ogni caso, madido di testosterone come sono, provo a trovare una soluzione: la nonna andrà a casa a recuperare il suo documento originale, e tornerà in Delegazione. Peccato, sibila la signora, che l’ufficio sia chiuso, e che quindi, qualsiasi cosa abbiamo in mente di fare, dovrà accadere dopo la pausa pranzo, ovvero alle ore 14:00. Provo a chiedere se io e le mie figlie almeno possiamo essere rilasciati, e, mercé apposita procura, chiedere alla nonna, che deve comunque tornare, di ritirare le carte di identità delle mie figlie. E qui arriva il capolavoro: “No, dobbiamo consegnarle all’interessato”. Vorrei piangere, davvero. Ora il mio peccato capitale preferito non è più la lussuria, ma l’odio, una forma di odio così bollente come può essere quello che deriva dall’impotenza.

Così, mesti mesti, spediamo la nonna a casa, e noi ce ne andiamo da Mc Donald a sfondarci di hamburger e patatine fritte. Alle 14:01, ritiriamo i documenti, anche se ovviamente essi passano dalla feritoia dello sportello direttamente nella mia borsa, senza che le titolari lo degnino di uno sguardo (e meno che meno ci giochino). E la cosa più strana è stata provare una soddisfazione per aver sbrigato in tre ore una faccenda che in un paese civile sarebbe stata gestita in pochi minuti: tale è stato l’investimento di risorse emotive… Deve essere per questo che in Italia siamo ancora tanto affezionati alle nostre inutili cartacce: ci costa troppa fatica conquistarcele.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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