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Via Veneto e la dolce vita

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Di Andrea Barbati

Tutte le volte che un qualsiasi attoruncolo americano mette piede a Roma e viene “paparazzato” di fronte a una pizza, puntualmente le cronache mondane gridano ai rinnovati fasti della dolce vita. E’ come una perdita di cui noi Romani non riusciamo a farci una ragione, un cadavere che tentiamo di resuscitare goffamente da circa mezzo secolo con scarsissimi risultati. La dolce vita è finita, defunta, sparita e lo tocchiamo con mano in quel meraviglioso decadimento di Via Veneto tra pretenziosi bar fuori moda, ambigui locali popolati di attempate puttane di alto bordo e papponi sovietici, e vecchie foto di Mastroianni ostentate alle pareti di ristoranti, dove turisti in sandali e bermuda si illudono di vivere in un film di Fellini pagando a caro prezzo il peggio della cucina Italiana. Ed è proprio al principio di questa strada che scopriremo il segreto e il vero volto di Via Veneto, lungo gli scalini che conducono alla cripta dei Cappuccini, macabro tesoro nascosto sotto la chiesa di Nostra Signora della Concezione. Il senso di questo luogo si riassume nella frase che ci accoglie all’interno: “noi eravamo quello che voi siete e quello che siamo voi sarete”. Una frase che ci riporta alla precarietà della nostra vita terrena e alla serena accettazione di un ciclo che finisce: verrebbe quasi da pensare che anche i cappuccini di Via Veneto si fossero rotti il cazzo della tanto compianta dolce vita. Una volta scesi all’interno vi accorgerete che lo sfarzo e l’eccesso sopravvivono ancora in questa celebre strada, semplicemente un po più in basso di quanto potevate immaginare e con un estetica decisamente più kitsch. Le ossa di circa 3700 frati cappuccini, traslate dal vicino cimitero anticamente situato nei pressi del Quirinale, furono infatti utilizzate per comporre la decorazione di cinque piccole cappelle. Un trionfo del rococò in cui rosoni, stelle, lesene, lampadari e persino un orologio sono minuziosamente assemblati con tibie, femori, bacini e teschi. Tre piccoli scheletri presenti nella cripta ci si presentano come pronipoti di papa Urbano VIII, macabro artefice dell’intera scenografia, ma la vera protagonista è la principessa Barberini, il cui scheletro incombe dall’alto sorreggendo nella mano destra una falce, simbolo di morte, e nella sinistra una bilancia, a rappresentare l’eterno giudizio di Dio. La diva Felliniana e la principessa Barberini, la vacuità della dolce vita e il destino ineluttabile della morte. Nella cappella dei teschi campeggia una clessidra alata (o per meglio dire scapolata): il tempo passa, anzi vola. Soprattutto per quelle dive che dal tempo sono terrorizzate. E se tornando indietro getterete uno sguardo su quelle vecchie foto di Sofia Loren, Mastroianni e Anita Ekberg dietro i banconi dei bar, comprenderete il paradosso di questa celebre strada dove la vita e la morte sono due facce della stessa medaglia. E che di dolce non resta altro che una sottile malinconia.

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