Uomini sotto la doccia

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Una delle ragioni per cui non amo fare sport è la necessità, implicata da alcune discipline, di denudarsi davanti ad altri uomini. Per non parlare di quei momenti di atroce goffaggine nelle docce comuni, in cui si finisce prima o poi per buttare l’occhio sulla … “dotazione” degli altri. Per anni, lo confesso, mi sono sentito intimidito, e ho provato invidia quando quel mio sguardo ad alzo zero intercettava un coso indubitabilmente più grosso del mio. Finalmente, leggendo l’abstract di un recente studio del professor Christopher Morriss-Roberts, senior lecturer presso l’università di Brighton, mi sono reso conto che forse non sono solo.

Morriss-Roberts ha inventato una nuova disciplina, la podolinguistica, che analizza ciò che pensano gli uomini dei propri piedi e delle proprie scarpe. Ciò implicava la necessità di recuperare alcuni aspetti della relazione profonda tra l’uomo e il suo corpo, prescindendo dalle sovrastrutture logiche e linguistiche. In questo curioso percorso, Morriss-Roberts ha prodotto alcune interessanti riflessioni sulla massa muscolare e sulle… dimensioni del pene. Da un punto di vista metologico, Morriss-Roberts si è servito della Interpretative Phenomenological Analysis (IPA), un approccio di ricerca psicologica qualitativa basato su un’analisi approfondita di un piccolo campione di persone scelte specificamente in quanto portatrici di una visione significativa sull’argomento di studio (si chiama “purposive sampling”, ed è il contrario di un campione random). Il panel di ricerca è costituito da otto atleti londinesi, quattro eterosessuali e quattro gay.

Questi, in sintesi, i risultati. Innanzitutto, tranquilli, ragazzi, tutti quanti, straight o gay, diamo un’occhiata al pisello degli altri nello spogliatoio, più  che altro per confrontarne le dimensioni con il nostro. Qualche anima pietosa va ripetendo da anni che, in fatto di pene, “le dimensioni non contano”. Vabbè, questo ovviamente lo dicono quelli che ce l’hanno piccolo. E ci sta. Peccato che non è vero. E non è vero non solo a letto, ma anche in ambito sociale. Scrive infatti Morriss-Roberts che “questa consapevolezza comune di chi ha o non ha il cazzo grosso, in un contesto omosociale tende a plasmare la gerarchia sociale di importanza”. I tipi ben dotati, infatti, tendono a diventare oggetto di benevoli sfottò e di atti di cameratismo. Che peraltro non si fermano allo spogliatoio, ma tendono a riverberarsi in contesti diversi. Lo studioso riferisce infatti il caso di un atleta che, mentre sta parlando con una ragazza in un bar, viene accerchiato dai suoi colleghi che ragguagliano la giovane sulle dimensioni del pene del suo potenziale partner. Insomma, il ragguardevole pene non è solo oggetto di invidia e celebrazione, ma diviene una via di mezzo tra un amuleto e un oggetto di culto. Come nell’antichità classica, mi pare.

Lo studio aggiunge anche un particolare divertente: mentre gli eterosessuali tenderebbero ogni tanto a “barare” sulle dimensioni presentandosi “in pubblico” con una mezza erezione, i gay rifuggono da questa pratica in quanto non coerente con le regole sociali dello spogliatoio, che sono ovviamente determinate dai dominanti eterosessuali . “Nella mia tesi” conclude dunque Morriss-Roberts, sostengo che un pene di grandi dimensioni è ora un componente essenziale della mascolinità egemonica, e che dovrebbe essere considerato un nuovo canone del capitale maschile – considerando l’importanza che assume nella gerarchia sociale in ambito sportivo. Ho chiamato questo fenomeno “cazzopremazia””. Non so se lo studio di Morriss-Roberts sia solido – francamente non sono pronto a dare credito incondizionato a uno che intitola la sua tesi di dottorato “Cazzopremazia”. Tuttavia, se le sue conclusioni fossero confermate, ci sarebbe poco da stare allegri: possiamo eccellere in devozione, poesia, musica, arte, scienza e filosofia, ma a quanto pare a dominare non sarà mai l’uomo più sensibile, colto o intelligente – a meno che, si intende, non abbia anche il cazzo più grosso! Siamo ancora tanto primitivi?

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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