un blog canaglia

FedericoAldrovandi

Un’imperdonabile perdita di tempo

in società by

Qui di seguito, il testo integrale della lettera con cui Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, ha annunciato il ritiro delle querele presentate nei confronti del senatore Carlo Giovanardi, dell’agente di polizia Paolo Forlani, condannato in via definitiva per la morte del figlio, e del segretario del Coisp Franco Maccari.
Non aggiungo commenti, ciascuno si faccia pure la sua idea.
Io, la mia, ce l’ho.

Ho perso Federico che aveva 18 anni la notte del 25 settembre di dieci anni fa per l’azione scellerata di quattro poliziotti che vestivano una divisa dello stato, e forti di quella divisa hanno infierito su mio figlio fino a farlo morire. Non avrebbero mai più dovuto indossarla.
I giudici hanno riconosciuto l’estrema violenza, l’assurda esigenza di “vincere” Federico, e una mancanza di valutazione – da parte di quei quattro agenti – al di fuori da ogni criterio di senso comune, logico, giuridico e umanitario.
Non dovevano più indossare quella divisa: nessuno può indossare una divisa dello stato se pensa che sia giusto o lecito uccidere.  O se pensa che magari non si dovrebbe, ma ogni tanto può succedere, e allora fa lo stesso, il tutto verrà ben coperto. Con la speranza che il sospetto di una morte insensata, inutile e violenta scivoli via fra la rassicurante verità di carte col timbro dello Stato, di fronte alle quali tutti si dovrebbero rassegnare. E poi con quella stessa divisa si continuerà a chiedere il rispetto di quello stesso Stato: che però sarà inevitabilmente più debole e colpevole. Come un padre ubriaco che ha picchiato e ucciso i suoi figli.
Il delitto è stato accertato, le sentenze per omicidio emesse. Invece le divise restano sulle spalle dei condannati fino alla pensione. Fine del discorso.
L’orrore e gli errori, con la morte e dopo la morte di Federico. La mancanza di provvedimenti non guarda al futuro, non protegge i diritti e la vita: non tutela nemmeno l’onestà delle forze dell’ordine.
Alla fine del percorso giudiziario che ha condannato gli agenti tutto ciò ora mi è ben chiaro: ed è il messaggio che voglio continuare a consegnare alla politica e all’amministrazione del mio Paese.
Dopo la morte di Federico, abbiamo dovuto difendere la sua vita vissuta e la sua dignità assurdamente minacciate. Era pazzesco, sembrava il processo contro Federico.
Ho chiesto risposte alla giustizia e la giustizia ha riconosciuto che Federico non doveva morire così.
Il processo è stato per me, mio marito Lino e mio figlio Stefano una fatica atroce, ma era necessario prendervi parte e lottare ad ogni udienza: ci ha sostenuti l’amore per Federico.
Su quel processo e da quel processo in tanti hanno espresso un’opinione. E’ stato un modo per crescere.
Alcuni hanno colto l’occasione per offendere me, Federico e la nostra famiglia. Qualcuno l’ha fatto per quella che ritengo gratuita sciatteria e volgarità, altri per disegni politici volti a negare o a sminuire la responsabilità per la morte di Federico.
Avevo chiesto alla giustizia di tutelarci ancora. In quel momento era l’unica strada, e non me ne pento.
Sono passati due anni dai fatti per cui ho sporto querela. Ci sono state le reazioni pubbliche e anche quelle politiche. Però poi non è cambiato niente.
Ho riflettuto a lungo e ho maturato la decisione di dismettere questa richiesta alle Procure e ai Tribunali: non perché non mi ritenga offesa da chi ha stoltamente proclamato la falsità delle foto di mio figlio sul lettino di obitorio, di chi ha definito mio figlio un “cucciolo di maiale”, o da chi mi ha insultata, diffamata e definita faccia da culo falsa e avvoltoio.
Non dimenticherò mai le offese che mi ha rivolto Paolo Forlani dopo la sentenza della Cassazione: è stato lui, sconosciuto e violento, ad appropriarsi degli ultimi istanti di vita di mio figlio. Le sue offese pubbliche, arroganti e spavalde le ho vissute come lo sputo sprezzante sul corpo di mio figlio. E lo stesso sapore ha ogni applauso dedicato a quei quattro poliziotti. Applausi compiaciuti, applausi alla morte, applausi di morte. Per me non sono nulla di diverso.
Rappresentano un modo di pensare molto diverso dal mio.
Non sarà una sentenza di condanna per diffamazione a fare la differenza nel loro atteggiamento.
Rifiuto di mantenere questo livello basato su bugie e provocazioni per ferirmi ancora e costringermi a rapportarmi con loro. Io ci sto male, per loro – credo di capire – è un mestiere.
Forlani e i suoi colleghi li lascio con le loro offese e i loro applausi, magari ad interrogare ogni tanto quella loro vecchia divisa, quando sarà messa in un cassetto dopo la pensione, sull’onore e la dignità che essa avrebbe preteso.
Un onore che avrebbero minimamente potuto rivendicare se da uomini, cittadini, pubblici ufficiali e servitori dello Stato, coloro che hanno ucciso mio figlio e coloro che li hanno sostenuti avessero raccontato la verità su cosa era successo quella notte, e non invece le menzogne accertate dietro alle quali si sono nascosti prima, durante e dopo il processo, cercando di negare anche l’esistenza di quella mezzora in cui erano stati a contatto con Federico prima dei suoi ultimi respiri.
Da Forlani e dai suoi colleghi avrei voluto in quest’ultimo processo solo la semplice verità, tutta.
Chi ha ucciso Federico sa perfettamente quale strazio sta dando ad una madre, un padre e un fratello privandoli della piena verità dopo avergli strappato il loro figlio e fratello. Nessun onore di indossare la divisa dello stato, nessun onore.
E nessun onore neanche a chi da dieci anni cerca nella morte di mio figlio l’occasione per dire che in fondo andava bene così: i poliziotti non possono aver sbagliato, in fondo deve essere stata colpa di Federico se è morto in quel modo a 18 anni.
Costruite pure su questo le vostre carriere e la vostra visibilità. Dite pure, da oggi in poi, che il mio silenzio è la vostra vittoria. Muscoli, volantini, telecamere, libri, convegni e applausi. Per dire che non c’è stato nessun problema il 25 settembre 2005. E per convincere voi stessi e il vostro pubblico che il problema l’hanno creato solo Federico Aldrovandi e sua madre Patrizia Moretti.
Vi esorto soltanto, da bravi cattolici quali vi dichiarate, a ricordare il quinto comandamento: non uccidere.
Non spenderò più minuti della mia vita per queste persone e per i loro pensieri. Mi voglio sottrarre a questo stillicidio: una fatica soltanto mia che nulla aggiungerebbe utilmente e concretamente a nessuno se non alla loro ansia di visibilità. Trovo stancante anche pronunciare i loro nomi. Inutile commentare le loro dichiarazioni pubbliche.
A dieci anni dalla morte di Federico per il mio ruolo di madre, ma anche per le mie aspirazioni e per la mia attuale visione del mondo, penso che il dedicare anche solo alcuni minuti a persone che disprezzo sia un’imperdonabile perdita di tempo. Non voglio più doverli vedere né ascoltare o parlare di loro.
Perciò ritirerò le querele ancora in corso.
Non lo faccio perché mi è venuta meno la fiducia nella giustizia, ma dieci anni sono troppi, ed è il momento di dire basta.
Non è il perdono, d’altra parte nessuno mi ha mai chiesto scusa, ma prendere atto che per me andare avanti nelle azioni giudiziarie rappresenta soltanto un doloroso e inutile accanimento.
Ritiro le querele perché sono convinta che una sentenza di condanna non potrebbe cambiare persone che – da quanto capisco – costruiscono la loro carriera sull’aggressività e sul rancore.
Non ci potrà mai essere un dialogo costruttivo, perciò addio.
Questo non significa che verrà meno il mio impegno di cittadina per contribuire a rendere questo paese un po’ più civile, e questo impegno mi vedrà come sempre a fianco dell’associazione degli amici di Federico per l’introduzione del reato di tortura e ogni altra forma di trasparenza e giustizia.
C’è molta strada da fare: confronti, discussioni, leggi giuste. Bisogna affrontare il problema degli abusi in divisa in modo costruttivo.
Le parole e le espressioni contro Federico, contro me e la nostra famiglia le lascio alla valutazione in coscienza di chi ha avuto il coraggio di dirle. E soprattutto alla valutazione di chi se le ricorda. Io ne conservo solo il disprezzo.
Per me l’onore è un’altra cosa.
L’onore appartiene a chi ha cercato di capire, a chi ha ascoltato la coscienza e a chi ha fatto professionalmente il proprio dovere, a chi ha messo il cuore e l’arte oltre quel muro di gomma costruito attorno all’omicidio di Federico, a tutti coloro che gli dedicano un pensiero, un rimpianto, gli mandano un bacio.
Sono queste le persone che ringrazierò sempre, è grazie a loro che Federico è stato restituito al suo onore di figlio, fratello, amico, ragazzo che voleva vivere, e tornare a casa

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

21 Comments

    • da mamma di tre figli non oso nemmeno immaginare quello che puo’ aver passato questa mamma
      io sono con lei e con federico spero che la vita prima o poi le renda giustizia

  1. Un pensiero bello a Federico. Uno alla sua famiglia e uno ancora, a questa mamma fiera, intelligente e coraggiosa.

  2. Oltre ovviamente a tutta la stima e vicinanza alla mamma di Federico, al papa’ e al fratello, posso solo sommessamente aggiungere che l’obiettivo principale deve essere – per quanto la vicenda indicibilmente dolorosa permetta- la serenita’ propria e dei propri familiari.

    Se, evidentemente, continuare la strada delle denunce ecc, fa stare male ancora di piu’ di quanto si stia gia’, non ha senso continuare.
    E’ giusto pensare in primis a cosa ci fa stare meglio (o, in questo caso, purtroppo, meno peggio).

    Una preghiera per Federico e la sua famiglia.

    • spero che la dignità e l’onore di questa madre sovrastino la cattiveria e la bassezza di chi ha compiuto lo scempio su sia figlio sia prima che dopo….
      Da madre non riesco a concepire dolore più grande… ma chi agisce con tanta cattiveria e applaude alla violenza non si ferma mai un attimo a riflettere come reagirebbe se le stesse cose lo colpissero… già riflettere…. parola sprecata per quesgli esseri

  3. Mi sento onorato solo per aver letto questa lettera. Scritta da una grande persona, grazie signora di esistere! Mi unisco al suo irreparabile dolore…e al suo disprezzo per questi mostri e personalmente auspico per loro tutto il male del mondo!

  4. Massimo rispetto per il dolore di questa madre ma… ho un figlio di due anni e mezzo e, leggendo di questa storia così come vivendo ogni giorni episodi di illegalità legalizzata, non posso che domandarmi se devo educare mio figlio al rispetto della legalità o se insegnargli ad usare la legge per prevaricare il suo prossimo, perché pare che solo così si possa sopravvivere, anche alle proprie malefatte. Forse proprio lei signora madre di Federico potrebbe rispondermi: avrebbe preferito che Federico avesse ferito o ucciso uno di quegli ignobili rappresentanti dello stato (scritto minuscolo non x errore) pur di salvarsi la vita? Se Federico avesse potuto scegliere lei avrebbe preferito che osservasse da buon cattolico quel comandamento che lei cita o che continuasse a vivere la sua vita. Io, per quanto ci pensi, non riesco a trovare risposta. Ma di una cosa sono sicura: uno stato che ci obbliga ad affrontare un dilemma del genere NON È UNO STATO CIVILE. Credo che almeno le “onorevoli” scuse di quei signori le siano dovute. Visto che le responsabilità sono state accertate, che se le assumano… Con immenso rispetto e solidarietà, una mamma.

  5. Vergogna! Orrore per una giustizia che nn può essere giutizia! Siete una splendida famiglia.capisco la vostra resa …forse l avrei fatto anch io.nulla potrà far tornare il vostro ragazzo. Loro i “giustizieri “avranno ciò che gli spetta se nn qui in altra vita il male è un boomerang ti torna indietro prima o poi…un abbraccio di cuore alla mamma e a tutta la famiglia

  6. Violenza e corruzione, mali endemici delle società organizzate sul modello dello Stato di diritto, che non tutela i diritti di nessuno. Di fatto, corruzione e perdita del senso della vita vanno insieme. Questo é Stato di Polizia! Come madre è come donna lotto e lotteró fino alla morte per diffondere la filosofia per la vita!

  7. Sono totalmente, senza se e sanza ma, solidale con Lei e la Sua famiglia, avete dimostrato di avere una dignità è al di sopra di ogni divisa, politico, giornalista o solo sciacallo che, indegnamente, si fa chiamare agente di polizia, onorevole o qualunque altra cosa. Purtroppo questi COSI, non riesco a definirli esseri umani o animali perchè non hanno diritto ad appartenere a nessuna delle due categorie, un giorno dovranno raccontare ai loro nipoti e sopratutto alla loro coscienza cosa hanno fatto di buono nella loro misera vita.
    Poichè sono un cristiano credente e praticante non li giudicherò per quello che hanno fatto a Suo figlio o ad altri ragazzi, per quello c’è nostro Signore.
    Con immensa stima.

  8. ho seguito questa vicenda piangendo come una matta mio figlio era praticamente un coetaneo….ho sentito il suo dolore…mamma di Federico e mi sono sentita persa , lui ridotto cosi…i giovani, si sa, a 18 anni sono un po piu’ di cuccioli… chi lo ha fatto, non lo sa,… ha gia’ ammazzato la serenita’e pace della propria coscienza
    ti portero’ sempre nel mio cuore mamma di Federico..
    Simonetta

  9. Federico Aldrovandi è stato ucciso e deriso. Io non confido in nessun karma ed in nessuna giustizia divina. Non c è stata fino ad ora è purtroppo non ci sarà mai. Coraggio Patrizia.

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