un blog canaglia

FEMMINICIDIO

Una giornata per convincere le donne a volersi più bene

in società by

Disclaimer numero 1: qui nessuno, e dico nessuno, intende giustificare i criminali che picchiano e ammazzano chicchessia, ivi comprese le donne e tantomeno se le percosse e gli omicidi in questione si riconducono a motivi futilmente abietti -mi si perdoni l’ossimoro- quali gelosia, storie d’amore che finiscono o separazioni.
Però vediamo di metterci d’accordo: se si tratta di fare un po’ di cagnara e basta facciamolo pure, così ci sentiamo un po’ meglio e da domani ricominciamo a occuparci di altro; se invece, come io credo sarebbe opportuno e direi necessario, il problema è capire cosa possiamo fare affinché queste nefandezze “non accadano più”, sarà il caso di dirci la verità.
Ebbene, una parte non indifferente della verità è che nessuno, fatte salve le rare eccezioni che confermano ogni regola, impazzisce da un momento all’altro, senza alcun segnale premonitore, e sgozza la sua ex fidanzata perché lo ha lasciato o perché si scambiava degli sms con un altro.
Una parte non indifferente della verità è che spesso, molto spesso, i “segnali premonitori” sono tanti e concordanti, e generalmente seguono una progressione di violenza chiarissima, dalla piccola scenata di gelosia per lo sguardo fugace lanciato a un passante fino alle liti, agli insulti, allo stalking e infine alle botte, o nei casi più drammatici all’omicidio: e che le piccole sopraffazioni iniziali, quelle più “blande”, col passare degli anni conducono all’escalation fatale se e nella misura in cui vengono ignorate, o peggio accettate, in primo luogo dalle donne che le subiscono.
Disclaimer numero 2: sono consapevole di “essere un uomo”, ma non credo che ciò implichi, come spesso viene rilevato in questi casi, che io “non possa capire”. Al contrario, sono abbastanza sicuro di sapere quello che dico. Perché ne ho avute tante, ma tante, di amiche che hanno smesso di uscire la sera perché il loro ragazzo “non voleva”; che hanno cambiato modo di vestire, frequentazioni e abitudini per andare dietro ai tiramenti del fidanzato un po’ “fumantino”; che si sono ingoiate senza colpo ferire quelle intollerabili violenze -perché di violenze, ancorché non fisiche, si trattava- anche se avrebbero potuto rifiutarle, decidendo consapevolmente che per qualche motivo fosse ragionevole subirle.
Disclaimer numero 3: so perfettamente che questa analisi non esaurisce il problema. Ma credo sia una parte del problema di cui si parla poco. Molto poco. Molto meno di quanto si dovrebbe. Ebbene, io ho la nitida sensazione che -in un numero di casi che non esauriscono il problema, ma che ne costituiscono una parte decisamente sostanziosa- se le donne mandassero a fare in culo questi ominidi -perché di ominidi si tratta- ai primi, timidi segnali della loro violenza ottusa, anziché giustificarli e sopportarli in nome di un concetto di “amore” non meglio precisato che con l’amore non c’entra niente, finché pian piano quelli non si prendono il dito, poi la mano e alla fine tutto il braccio, alzando progressivamente il tiro e trasformandosi in mostri assassini da cui -a quel punto davvero- non si riesce più a fuggire, la stragrande maggioranza delle tragedie che ci tocca leggere sui giornali non avrebbero mai luogo.
Dice: è una questione culturale, bisognerebbe cambiare la mentalità.
Sono d’accordo. Sono molto d’accordo. Ma probabilmente il discorso non si limita ai maschi. Andrebbe cambiata, credo, anche la mentalità di certe donne, aiutandole a convincersi che un minus habens con il vezzo di metterle in croce per una gonna troppo corta o per una serata in discoteca con le amiche è lontano dal meglio quanto io sono lontano dal record mondiale dei cento metri piani; che quel meglio loro lo meritano, sempre; che tutta la merda che con quel meglio non ha nulla a che vedere è roba che va gettata via subito -perché gettarla via subito si può, in modo quasi indolore, mentre se si lasciano passare anni diventa una tragedia-, e per ogni imbecille che si manda a cagare ci sono decine di persone gentili e amorevoli da conoscere e frequentare al posto suo.
Come dicevo, qui nessuno intende giustificare chi picchia o ammazza chicchessia, ivi comprese le donne: ecco, se anche certe donne (molte, troppe donne) smettessero di farlo sarebbe davvero un toccasana.
E se magari la “giornata contro la violenza sulle donne” si trasformasse costruttivamente nella “giornata per convincere le donne a volersi più bene” saremmo un passo avanti.
Un gran bel passo avanti.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

64 Comments

  1. Da donna, sono d’accordissimo. Man mano che con il progredire della societa’ vengono meno i tristi motivi morali (la riprovazione sociale delle donne che si liberano da legami opprimenti) ed economici (impossibilita’ di mantenere se stesse e i figli autonomamente), viene sempre piu’ a galla questo substrato di masochismo ossessivo.
    La visione di infinite puntate di “amore criminale” me lo conferma. Semmai, lottiamo per far si’ che i motivi economici o sociali, laddove ancora esistono, non siano ostacolo, aiutiamo queste donne a uscirne con tutto il sostegno materiale ed economico possibile, ma non neghiamo il problema di fondo: quando con qualcuno del genere arrivi a starci tanto da farci pure dei figli, vuol dire che c’e’ una sudditanza sbagliata e una negazione di se’ come essere autonomo, alla radice del problema.

    • Magari semplicissime ragioni economiche o una notte alcolizzata finita in ginecologia, oppure ancora troppe veline a Striscia la notizia. Forse prima di parlare di negazione che anteporrebbe una ragione di disagio sociale e dunque una necessità di aiuto medico bisognerebbe davvero farsi un esamino di coscienza. Stabilito a priori (e a mio personale modo di vedere) qui se c’è qualcuno che ha dei seri problemi è il maschio e non la donna.

  2. E’ vero che la domanda “ma perché non l’hai mollato prima” sorge piuttosto spontanea, ma a sentire le testimonianze di chi ci è passata la questione è meno elementare per chi la sta vivendo di quanto non sembri a noi all’esterno: http://www.huffingtonpost.com/2014/09/12/why-didnt-you-just-leave_n_5805134.html

    Come immagino sia difficoltoso per eventuali figli, in casi in cui il padre non sia un sadico 24h al giorno, ma una persona che alterna forti accessi di rabbia con fasi di affetto e premura, magari legati a problemi di alcolismo, problemi psicologici o traumi irrisolti – perché un’altra cosa che non si rimarca abbastanza è quanto la violenza domestica tenda a perpetuarsi.

    Così come, anche nel caso dei sadici, non si parla abbastanza della costante di abuso psicologico e di isolamento che precede le fasi di violenza fisica, alle quali hai giustamente accennato – non tutte/i sono preparate/i a cogliere questi elementi come campanelli d’allarme. A volte vengono sottovalutati, a volte le o i partner vengono scelti proprio per caratteristiche di insicurezza o remissività che rendono più facile a questi ominidi prendere il completo controllo delle loro vite. Quindi sì, andrebbe istituita la giornata del “non lasciategliele più passare”, ma cercando il più possibile di evitare di dare conferme al circolo vizioso di “dovevi pensarci prima/te lo meriti/te la sei andata a cercare” che molte persone in questa situazione si trovano a percorrere, a volte anche perché si sono confidate con qualcuno che la percepisce più come una responsabilità personale della vittima che come chiaro segno che l’altra persona abbia la testa bacata.

    • Leilani, mi conosci da qualche anno e dovresti sapere che la logica del “te la sei cercata” non mi appartiene: voglio dire, tra questo e “vuoi bene a te stessa” c’è un mare. Né, secondo me, si può evitare di fare certi discorsi per timore di essere fraintesi. O che qualcuno, strumentalmente, fraintenda.

      • Alessandro – Ma infatti non intendevo dire che lo stai facendo tu – figurati, ti conosco abbastanza da sapere che non ti passa nemmeno per l’anticamera del cervello – mi chiedo soltanto come si possa affrontare questo discorso senza fare leva sul campo minato di autostima devastata/senso di inadeguatezza/senso di colpa (instillato, come accennavo, anche da parenti o amici che per qualche motivo rispondono nella maniera sbagliata – perché ce n’è). Era un dubbio di metodo, insomma.
        Questo perché, quando mi è capitato di essere dalla parte di chi ascolta, non sono mai riuscita a trovare soluzioni che non fossero molto ingenue (“ma perché non denunci” su tutte, che a me sembrava tanto logico ma nei fatti mi è stato fatto notare non molto efficace).

        Stefano – i segnali ci sono, ma non è una costante e soprattutto non esclude che quella stessa persona, in diversi momenti, si comporti in modo anche radicalmente diverso – il che non ti porta immediatamente ad andartene, perché sono problemi che sembrano superabili nelle fasi non-violente. Non sottovalutare questo aspetto, perché è quello che frega di più:
        non sono tutti sadici caricaturali e immediatamente riconoscibili.

        Magari il fatto che possa essere il fidanzatino del liceo significa solo che c’è stato il tempo di sviluppare un rapporto partendo da quando si è più tenere/i e impreparate/i. Non è che tutte/i nascono Xena.

    • Leilani, mi hai battuta sul tempo.
      Sottoscrivo in pieno il tuo commento.
      Per quanto animato probabilmente da buone intenzioni, questo post mi dà l’impressione di colpevolizzare ancora una volta la vittima e non di condannare il carnefice.
      Credo – forse – di aver compreso cosa si intenda con il “vuoi bene a te stessa”, ma il post presta il fianco all’interpretazione “è colpa tua perché non lo hai lasciato”.

    • Leilani, ma quel padre un po’ sadico un po’ orsacchiotto la donna in questione l’ha conosciuto dieci giorni prima o è il fidanzato del liceo?

      Sono d’accordissimo che quando sei in mezzo al tunnel poi uscire è un casino. Però spesso i segnali dell’ingresso nel tunnel ci sono già prima. Io non consento alle persone violente e possessive di entrare nella mia vita, intendo anche solo come amici. Si sente, cazzo, a un chilometro di distanza, a meno che tu non abbia due prosciutti infilati nelle narici.

  3. Sottoscrivo le motivazioni citate da Milena che inibiscono una donna consapevole nel lasciare il proprio partner violento. Però non va dimenticato che la mentalità stessa delle donne-vittime è influenzata dalla società, non sono solo cause esterne. Faccio un esempio, estremizzando. Dove l’infibulazione è pratica comune sono le stesse nonne, madri,… a costringere le nipoti, figlie…. a subire quella pratica che loro stesse hanno subito. Una moglie tende a rimanere con il proprio marito violento non solo perchè non può economicamente o perchè la sua azione verrebbe biasimata da altri, ma anche perchè ha assimilato profondamente, in maniera spesso inconscia, il concetto che bisogna stare insieme “nella buona e nella cattiva sorte, finchè morte non separi”. Lo sente come un dovere interiore.

    Questo mix di motivazioni, interne ed esterne, può essere letale. Tuttavia dobbiamo stare attenti: noi, esterni alla vicenda, non possiamo sostituirci alla volontà delle vittime, non sappiamo cosa è meglio per loro. Dobbiamo offrire tutti gli strumenti di supporto, sia materiale (se lei molla un lui violento, non possiamo dirle va a vivere sotto i ponti) sia immateriali (supporto psicologico,…)

  4. #credevofosseamore, che non a caso è il motto della campagna, pone l’accento proprio sull’errata decodifica dei comportamenti maschili violenti da parte di alcune donne. Forse la paura di non avere una rassicurante collocazione nella società o forse, come commentava qualcuno qui stesso qualche post fa, il considerare prioritario il poter esibire un maschio per godere dell’altrui invidia, si confondono amore e possesso, amore e violenza, amore e maniacalitå.

  5. Condivido la tua analisi, in buona parte: però aspettavo una parola che non ho visto, “complicità”. Non è la passiva accettazione delle circostanze, ciò che spinge una donna a tollerare un compagno che non la rispetta e che, volendo, potrebbe lasciare: ma il legame che si è stabilito tra di loro, difficile da comprendere dall’esterno.
    Inoltre, non dimentichiamo l’altra faccia della luna: le coppie eterosessuali nelle quali è lei, ad abusare di lui. Che, proprio come nel caso precedente, è sia vittima che complice.

    • “Inoltre, non dimentichiamo l’altra faccia della luna: le coppie eterosessuali nelle quali è lei, ad abusare di lui.” Ok, non li dimentichiamo, ma… cosa significa? Stiamo parlando di altro: stiamo parlando di una categoria di persone (le donne) che per convenzioni sociali è discriminata. Non stiamo parlando delle violenze in famiglia, stiamo parlando di discriminazione. E “nell’altra faccia della luna” c’è violenza, c’è sofferenza, c’è il massimo rispetto e attenzione da parte mia ma non c’è una sistematica discriminazione sociale.

      • Normalmente, una coppia unisce persone che appartengono alla stessa classe sociale. Inoltre, la riforma del Diritto di Famiglia del ’75 ha abolito qualsiasi discriminazione fra coniugi davanti alla legge.
        Qualsiasi problema sorga tra un uomo e una donna all’interno del matrimonio o di qualsiasi altro genere di relazione, difficilmente può essere attribuito ad una discriminazione, nell’Italia del 2014.

        • Quindi? se la legge dice che la discriminazione non esiste, allora la discriminazione non esiste? ahahahah… Dietro alla violenza degli uomini sulle donne spesso, non sempre, c’è un substrato culturale che va annientato, cosa che non c’è dietro alla violenza delle donne sugli uomini. Non puoi paragonarle, sono due cose diverse.

          • Perché si produca una discriminazione, occorre un’asimmetrica distribuzione di potere tra il discriminante ed il discriminato. Questa disparità può essere il prodotto di leggi discriminatorie, oppure di gerarchie sociali/economiche. Trovo che sia una pessima abitudine, usare il termine “discriminazione” come sinonimo di “abuso”.

          • Per l’appunto, nei confronti delle donne non c’è solo l’abuso, ma c’è discriminazione. Divario salariale fra uomo e donna, solo per dirne un esempio di “gerarchia sociale/economica”.

          • Divario salariale, a parità di mansioni e di ore lavorate? Ti ricordo che in Italia sarebbe anticostituzionale.
            E, in ogni caso, cosa c’entra questo con i rapporti di coppia?

          • http://www.repubblica.it/economia/2014/02/28/news/gender_pay_gap_salari_uomini_donne-79863214/

            Sarà pure incostituzionale… allora è la realtà ad essere incostituzionale. Ancora una volta non è questioni di leggi e leggiucole, è questione di mentalità, di società.

            Il divario salariale è un esempio, un sintomo, della discriminazione. Una donna prima di lasciare/denunciare un uomo che le garantisce un contributo economico deve fare due calcoli. Insomma deve fare i conti con la discriminazione.

          • Ho controllato il tuo link, ma non ho trovato nulla che rispondesse alla mia domanda: divario salariale, a parità di mansioni ed ore lavorate?

          • La risposta è che le donne, mediamente, guadagnano meno degli uomini. Questo basta al mio ragionamento: in una coppia media l’uomo guadagna più della donna e quindi, mediamente, la donna avrà più problemi economici a lasciare il proprio partner. Oltretutto il dato che chiedi (a parità di ore lavorate e mansioni) risente delle discriminazioni, perchè le mansioni e le ore lavorate non sono confrontabili fra donna e uomo. Tanto che siamo qui a festeggiare la prima astronauta donna o la prima direttrice femmina del cern come se eventi epocali.

            Ma, a parte il tuo concentrarsi sulla singola statistica o su quello che “la legge prevede”, il dato rimane: se sei donna mediamente guadagni di meno dell’uomo con cui vivi e che può picchiarti.

          • “…le mansioni e le ore lavorate non sono confrontabili tra donna e uomo.” Che significa?
            “Se sei donna mediamente guadagni di meno dell’uomo con cui vivi e che può picchiarti.” Mi sembra una lettura un po’ semplificante. Normalmente, andarsene di casa non comporta la prenotazione di una suite all’Hilton: opzione, tra l’altro, fuori dalla portata della stragrande maggioranza degli uomini. Chi abbandona il proprio domicilio, a maggior ragione se nell’urgenza di una situazione di violenza, sa che dovrà arrangiarsi, perlomeno nei primi tempi; eventualmente, appoggiandosi ad amici e parenti. Punti di riferimento che normalmente non sono venuti a mancare, nella maggior parte dei casi noti alle cronache; anzi, uno dei motivi ricorrenti è la preoccupazione dei genitori per il tipo di compagno che la figlia si era scelta e la costante offerta di supporto familiare a quest’ultima. Supporto quasi invariabilmente rifiutato dalla picchiata/assassinata(a pieno diritto, per carità: ognuno è padrone della propria vita).

          • <> significa che… se ti guardi attorno lo capisci. Significa che il lavoro part time è prerogativa soprattutto femminile, significa che le mansioni più prestigiose sono, di contro, prerogativa maschile. Per l’appunto, come dicevo, si festeggia la prima donna astronauta, o la prima donna direttrice del cern. Mentre la prima donna presidente della repubblica non si vede ancora. Le ovaie rendono più stupide?

            “Chi abbandona il proprio domicilio, a maggior ragione se nell’urgenza di una situazione di violenza, sa che dovrà arrangiarsi, perlomeno nei primi tempi; eventualmente, appoggiandosi ad amici e parenti.” In effetti hai ragione: il problema degli alloggi, delle case popolari,… non esiste in italia, ci sono i parenti (forse proprio quelli che minimizzano le violenze).

            “Supporto quasi invariabilmente rifiutato dalla picchiata/assassinata” delle statistiche a supporto di questa affermazione campata in aria sarebbero ben accette. Comunque tu, cittadino estraneo alla vicenda, non devi sindacare sulle scelte che compie la vittima (vittima, ricordiamolo, perchè fin dal tuo primo post insinui che un po’ se l’è cercata, per citarti “sia vittima sia complice”, complice del proprio assassino, azz…). Tu, cittadino, devi preoccuparti che non vi sia discriminazione nei fatti e non sulla carta, che una persona abbia le stesse possibilità di realizzazione indipendentemente dal sesso.

          • Accidenti, mi ha tagliato la prima parte che si riferisce a:

            “…le mansioni e le ore lavorate non sono confrontabili tra donna e uomo.” Che significa?

          • meno soldi = meno possibilità di andarsene di casa. Quando lasci qualcuno, e magari hai anche dei figli, devi pensare a: e poi, dove andrò?

            Ovviamente, non è l’unica ragione, anzi… Il divario salariale l’ho citato solo come un esempio, poi è diventato l’argomento principale della discussione con animabella.

          • 1) Cosa c’entrano le ovaie, o la stupidità? Se le donne svolgono lavori penalizzati dal mercato o lavorano meno ore, è ovvio che guadagnino di meno. Possiamo discutere sulle ragioni di questa situazione e sulle prospettive di cambiamento, ma non pretendere parità di retribuzione tra i sessi, a disparità di mansioni o di ore lavorate.
            3) Chi si sogna di giudicare? Anzi! ” Ognuno è padrone della propria vita”, ho scritto. Meno giudicante di così… E io non insinuo proprio niente: mi spiego sempre con la massima chiarezza, assumendomene tutte le responsabilità.
            Però (ed è questo ciò che mi rimproveri, in sostanza) rifiuto una visione manichea dell’umanità: che prevede una netta divisione tra “maschi” discriminatori ed assetati di sangue e donne fragili e santificate, sempre e comunque vittime. No: non funziona così. Una ragazza con la milza spappolata a calci dal compagno, che lo perdona e lo implora di tornare da lei, non è solo una vittima: è anche una complice, che ci piaccia o meno. Lo dico senza moralismi e senza volermi minimamente immischiare nella vita di nessuno dei due: se lo rivuole, se lo riprenda. L’autodeterminazione femminile (e, in generale, umana) è un punto fermo, per me.
            Ciò contro cui protesto è la visione angelicata della donna: ridicola, nel 2014, e anche offensiva. O sei un essere puro e innocente, o sei un libero agente morale.

          • Non pretendo la parità di retribuzione indipendentemente da tutto, pretendo la parità di opportunità. Ma quello che mi interessa è un altro discorso: non ho affatto una visione manichea ma di fronte ad un pestaggio chi viene pestato non è colpevole. La ragazza dalla milza spappolata che implora lui di tornare non è complice, probabilmente ha problemi (psicologici o quant’altro). Ma avere problemi non significa essere complici! Chi usa violenza è chi pesta, lei non sta usando violenza quindi NON è COMPLICE. Lei ha bisogno di supporto psicologico per capire che il sentimento che prova è deleterio, sentirsi dare della complice, sentirsi GIUDICATA, è un’altra violenza che le tocca subire, ovviamente non paragonabile al pestaggio.

          • Perfettamente d’accordo sulla parità di opportunità. Dobbiamo però intenderci sul termine: sulla carta, le pari opportunità tra i sessi ci sono tutte. Il problema è semmai culturale: qual è il costo di una carriera impegnativa per una donna, educata ad assumersi la maggior parte dei ruoli di cura in famiglia? perché questi ruoli non vengono divisi più equamente? quanti e quali messaggi scoraggiano ragazze dotate dall’iscriversi a corsi di studio tradizionalmente maschili? Ma, innanzitutto: quante donne sono disposte a sfidare l’opinione sociale, in questo processo, e a pagarne il prezzo, oltre a goderne i frutti? Ancora una volta, niente può essere diviso tra bianco e nero.
            Riguardo all’altra questione: secondo te, non c’è davvero nessuna differenza tra subire lo spappolamento della milza da un rapinatore incraccato e ricevere lo stesso trattamento dall’uomo che ami e che continui ad amare anche dopo? Colgo in te (correggimi se sbaglio) il timore che rilevare la differenza tra un atto di violenza imprevedibile e una relazione violenta equivalga a condannare la ragazza viva per miracolo. Niente di tutto questo! Anch’io solidarizzo con Rosaria. Proprio per questo, ritengo che trattarla da adulta significhi non condannarla ma, anzi, aiutarla a riconoscere la propria forza e a salvarsi la vita: percorso che può essere intrapreso solo da lei, non dal terapeuta (il cui compito consiste nell’ “aiutarla ad aiutarsi”, non nel rimodellarle la testa).

          • Il mio pensiero è stato travisato. Non sto affermando che la discriminazione femminile è dovuta unicamente agli uomini: le persone appartenenti a questa società tendono a porre in essere comportamenti discriminatori, indipendentemente dal fatto che siano maschi o femmine. La manager che non assume una ragazza per la paura di una maternità magari ha dovuto lei stessa rinunciare alla maternità per la carriera.

            Quello che trovo sbagliato è chiamare “complice” chi non è stato in grado di difendersi dalla violenza subita. Se camminando per strada vengo assalito e, per la paura, rimango paralizzato, non scappo e l’aggressore mi spappola la milza, non puoi chiamarmi complice. Magari se avessi avuto più sangue freddo, o se avessi frequentato un corso di autodifesa o chissà che altro avrei salvato la milza, ma questo non significa che sono stato complice dell’aggressore. Così la donna che non trova le risorse (economiche, psicologiche,…) per allontanarsi dal partner violento, non può essere definita complice, nemmeno se c’erano chiari segni che la situazione sarebbe degenerata. Ovviamente il percorso di “liberazione” di questa donna deve essere intrapreso da lei (non volevo dire che lo psicologo le formatta il cervello), però il non riuscire a intraprenderlo non fa di lei una complice della violenza. In un aggressione il violento, il colpevole è l’aggressore, non la vittima.

          • Sono daccordo Fred. E’ il mio stesso pensiero.
            Ed è evidente che la legge attuale non vale un piffero in rapporto a quanto di più violento possa accadere.

          • Permettimi però di rimarcare che il merito della divisione dei ruoli è intrinseco del rapporto in atto. E volerci entrare mi sembra francamente una manovra azzardata. In fondo a nessuno se non ai diretti interessati compete commentare chi fa cosa e come nella gestione di casa e famiglia.

            Bisogna anche sottolineare che la necessità di avere oggi uno stipendio doppio per tirare a campare è un aspetto che nella società degli anni ’60/’70 nemmeno si poneva.

  6. In Europa non si puo parlare di pressione della società, le nonne o le madri non costringono piu nessuno a vivere con un marito o un compagno violento. Nè per salvaguradare la famiglia, ne per proteggere non so cos’ altro. Non si puó neppure dire che é socialmente malvista una famiglia monoparentale.
    La difficoltà nelle relazioni violente è che la vittima (uomo o donna che sia) difficilmente si accorge in tempo delle violenze, e poi si ritrova in un circolo vizioso fatto di paura, vergogna (si sente colpevole) e debolezza che di fatto la priva della lucidità per poter agire. Per questo i supporti esterni sono estremamente importanti, spesso serve un appiglio per poter uscire da storie semplicemente disstrose.

    • balle. Ora, chiaro che la figlia che torna a casa dalla mamma con l’occhio nero nel 2014 non riceve più un ‘eddai, la prossima volta la bistecca fagliela al sangue come aveva chiesto lui’, ma spesso ho visto e non solo da parte delle madri, ma pure da parte di amiche coetanee (e amici, ma qui si sta parlando del ruolo femminile) degli inviti alla tolleranza per comportamenti descritti da Capriccioli, come le uscite, le frequentazioni, l’abbigliamento, il numero di secondi che intercorrono tra un messaggio e la risposta etc. Andando avanti nel tunnel della sottomissione, troviamo anche rinuncia alla carriera eccetera, per cui si instaura un meccanismo perverso del tipo ‘si è vero, non lo reggo più, ma se lo mando a cagare come faccio visto che non riesco manco a pisciare se non c’è lui?’
      Comportamenti che sono segnali di una persona estremamente possessiva, che solitamente è la causa scatenante di tutti i fatti di cronaca nera di cui leggiamo.

      • Non vedo una donna, nella sequenza che tracci: vedo un fantoccio in forma femminile, privo di razionalità e di libera volontà. E se inserissimo una donna, invece?

          • Non una donna picchiata, ma le donne che descrivevo due post più su, non confondiamo la causa con l’effetto. Ci sono individui privi di volontà propria, sia uomini che donne, che vivono felici tutta la vita, perchè per culo non finiscono nelle mani di un dominatore, che può essere il compagno, il datore di lavoro oppure la mamma.
            Statisticamente più donne che uomini finiscono nella trappola.

          • Non avere volontà propria dev’essere una situazione davvero drammatica: a meno che questa non sia la descrizione di una situazione relazionale nella quale una delle due parti rinuncia (per propria scelta) ad ogni assunzione di responsabilità sulla propria esistenza, delegandola all’altra parte. Una situazione che non ha caratterizzazione di genere.

          • Sono d’accordo che non esista una categorizzazione di genere (conosco pure uomini privi di spina dorsale), però qui si sta parlando di una situazione statisticamente spiacevole, sono per la maggior parte donne.
            Ora, l’obesità è una brutta cosa ovunque. Negli States come in Cambogia. Essendo però gli obesi cambogiani una fetta irrisoria della popolazione, al contrario degli statunitensi, diciamo che se devo affrontare un problema di educazione alimentare parto da NYC, non da Phnom Penh.

          • Stefano, fammi capire. Stai dicendo che, statisticamente, le donne che subiscono violenza in una relazione eterosessuale sono più numerose degli uomini (e sono senz’altro d’accordo)? O stai dicendo che, sempre da un punto di vista statistico, le donne senza spina dorsale sono più numerose degli uomini?

          • Entrambe le cose. La prima è statisticamente incontrovertibile. La seconda le vedo come causa della prima (ed è una mia opinione). Esempio, caso A (maschi) caso B femmina. L’elemento scatenante è lo stesso, X (maschio o femmina che sia) da poco tempo esce con Y, il suo nuovo partner. A questo punto si scatena una dinamica, X comincia a fare delle cose controvoglia perchè glielo chiede Y.

            A) X va dagli amici, racconta che non può uscire la sera tanto spesso perchè Y è gelosa. Reazione unanime al tavolo “ma mandala affanculo che come lei ne trovi 1000′.
            B) X va dalle amiche, racconta che non può uscire la sera tanto spesso perchè Y è geloso. Si becca due mandaloaffanculo, un ‘eddai, lo sai che è calabrese’, un ‘dai dillo che ti fa piacere che fa il gelosone’, un ‘ci tiene a te, no?’ eccetera.

            Posto che ho assistito spesso alle situazione A) e B), e a Milano, non a Islamabad (ci tengo a precisare che io sono sempre nel gruppo del mamandala/oaffanculo), la mia convinzione è che la donna sia più portata a levarsi la spina dorsale la mattina e lasciarla sul comodino, perchè le è richiesto, al contrario del maschio. Non è una questione di intelligenza, purtroppo ho visto situazioni B con donne in carriera, con una mente brillante. Credo si tratti di condizionamento.
            Per rompere questo condizionamento, ovvero per avere più donne dotate di spina dorsale, quindi meno soggette a rientrare nella categoria ‘vittime di violenza’ (o quando meno più propense a scappare quando ne sentono l’odore), secondo me c’è lavoro da fare anche sulle donne. Ovvero quando l’amica si lamenta del fidanzato che le guarda il cellulare, guardarla in faccia e dirle ‘se il mio partner osasse fare una cosa simile uscirebbe immediatamente dalla porta con un calcio in culo’ e non ‘eh sei talmente bella che tutti ti vogliono, devi scusarlo’.

          • Stefano, francamente: davanti alla tua candida ammissione che alle donne tu riconosci meno carattere che agli uomini, mi sono cascate le braccia. Certo, tu dai una spiegazione politica e non biologica del fenomeno: è l’effetto del “condizionamento sociale”. Però sai una cosa? Anche messa così, non funziona. Perché la (apparente) docilità della ragazza X alla gelosia del ragazzo Y, se davvero è prodotta in ossequio a norme sociali, non è il risultato di una mancanza di “spina dorsale”; ma, al contrario, un autodeterminato strumento di ricerca di consenso. E, quindi, di potere. Mostrandosi oggetto di una esasperata possessività, questa (ipotetica) ragazza dichiara a tutti quanto sia desiderabile: sperando di suscitare maggior interesse (ed invidia) nei propri riguardi.
            A me non sembra un essere passivo ed indifeso. Tutt’altro!

          • mmhhh la ricerca ossessiva di consenso da parte di un altro individuo o molti altri individui è segno di mancanza di personalità. Ora, dire ‘dobbiamo piacerci così come siamo, senza preoccuparci del giudizio altrui’ è una cazzata degna del peggior Fabio Volo. Tutti ce ne preoccupiamo, non abitiamo nel mezzo di una foresta, siamo una comunità e l’opinione degli altri su di noi influenza le nostre vite.

            Però a tutto c’è un limite. Il limite è quando passiamo gran parte del nostro tempo a comportarci in un certo modo, controvoglia, per piacere a tutti i costi.
            Se una donna sta tappata in casa (e vorrebbe invece uscire e vedere gente, ovviamente, se è felice di murarsi viva buon per lei) perchè il gelosone di turno le fa le scenate, non ha le palle, punto.

            Il condizionamento di cui parlavo io è che mentre l’uomo ‘ribelle’ (nell’accezione di pensare maggiormente al proprio piacere che ai giudizi altrui) è socialmente accettato, come se la ricerca del piacere personale facesse di te un bel maschio alfa, mentre la donna molto meno.
            Per farti un esempio stupidissimo: io lavoro in un ambiente non troppo informale. D’estate vado in ufficio coi jeans corti e i sandali, cosa che fa sorridere molte persone, e scattare battutine del tipo ‘oh, oggi vai a un matrimonio?’ se per caso ho un paio di sneakers ai piedi.
            ‘Sorridere’ e ‘battutine’. Niente di più.
            Viceversa, alcune mie colleghe con un abbigliamento particolare sono state pesantemente cazziate, da canali ufficiali pure. Non è che avessero la passera al vento o le tette di fuori, e nemmeno avevano rapporti coi clienti. Ma la loro ‘ribellione’ era vista, anche dai manager di sesso femminile, come un virus da estirpare.
            Ecco, secondo me questo è il vero virus da estirpare. E devono lavorarci entrambi i sessi.

          • Mi chiedo cosa pensino altri uomini che postano su questo forum: davvero il condizionamento sociale è più pesante per la donna che per l’uomo?

          • boh, io parlo solo per esperienza personale facendo tutt’altro mestiere che lo psicoterapeuta. E vivo da anni a Milano, non in un paesino della Sila e la quasi totalità delle donne che frequento sono emancipatissime con una bella testa e spesso altrettanto belle carriere. Eppure i segnali li vedo. All’inizio pensavo fosse solo insicurezza, ma quando vedi l’amica che s’era zerbinata per un pisello random partire un mese per l’India da sola con uno zaino da 5kg, poi tornare e rizerbinarsi per un altro pisello ho pensato che forse è molto peggio.

  7. disclaimer 4) ricordatevi che quel bullo incazzoso ma che vi tratta come principesse che vi piace tanto, un giorno finirà le sue vittime fuori e rimarrete solo voi.

    Scherzi a parte però, ci vedo una certa ‘complicità’ anche nella società, senza andare per massimi sistemi, bastano gli amici.
    Quella che smette di uscire ‘e vabbè s’è fidanzata e lui è siciliano’ vabbè un cazzo.
    La figlia che va dalla mamma, le racconta le sue preoccupazioni ‘vabbè si sopporta, anche tuo padre si incazzava se…’ vabbè un cazzo quadro.
    Io personalmente, quando le vedo e/o le sento certe cose mi incazzo come tre bestie.
    Molte donne sono misogine e non sanno nemmeno di esserlo.

  8. Condivido, di base, la necessità delle donne di “volersi più bene”.
    Però ha ragione anche Leilani, a volte ti trovi in una situazione cadendoci poco a poco, fino a trovarti in una posizione dalla quale è difficile uscire.

    La parte che condivido di più in assoluto di tutto l’articolo, però, è la necessità di indipendenza economica per le donne, la necessità per tutte, a prescindere da quanti figli, di avere un lavoro all’esterno della famiglia.

    Il problema è che la nostra cultura vede il lavoro femminile, troppo spesso, come qualcosa in più, egoismo, un’esigenza “capitalista”, che trascura i figli e la famiglia per meri bisogni materiali. Ma non è così: avere un lavoro fuori dalla famiglia non solo rende più indipendenti economicamente, ma anche più difficile essere “intrappolate”, più difficile che qualcuno ci faccia sentire completamente inutili o isolate, perchè abbiamo anche riscontri “esterni”.

    Purtroppo quando parlo con molte donne, dicendo che dovremmo avere più asili nido per consentire alle donne di lavorare, sono loro stesse che quasi mi assalgono dicendo che i figli devono stare con le madri, e che altrimenti perchè li metti al mondo. Il tutto ovviamente con i mariti dietro, che vogliono la moglie a casa, perchè si sentono i veri capofamiglia, loro, che controllano i soldi, la moglie, i figli. Che trovano lavato e cucinato la sera, mica questa fuffa della condivisione dei compiti familiari.

    Il problema è che un uomo possessivo generalmente non si mette con una femminista… bisognerebbe cercare di cambiare la cultura di base, spingere le donne a essere più indipendenti, ma è difficile cambiare la testa alle persone.

  9. “@Ethel In Europa non si puo parlare di pressione della società, le nonne o le madri non costringono piu nessuno a vivere con un marito o un compagno violento”: se per Europa intendi la corte del Principato di Monaco forse hai ragione, se parli del mondo reale mi sa che sei un bel po’ fuori strada.
    Condivido comunque quello che dice Alphadog68: il problema sono i maschi. Il problema siamo noi. E dobbiamo capire noi come smettere di essere un problema, non solo noi come singoli ma noi come genere.

    • No. Non ce la faremo mai. Le statistiche dicono che l’uomo è violento all’incirca il triplo di una donna. Con chiunque. Altri uomini, compreso se stessi (i 3/4 dei suicidi sono maschili). E’ vero che leggiamo di mariti che massacrano di botte le mogli per motivi futili, ma quante risse succedono per una precedenza negata, per uno sguardo di troppo, per una parola al posto sbagliato eccetera?

      Probabilmente è un fattore genetico. E non è legato nemmeno all’intelligenza, visto che i geni sono violenti quanto le capre, sono solo più furbi.

      • Parafrasando direi “get better or die tryin'”. Non credo sia un percorso impossibile, ma se anche fosse dobbiamo farlo lo stesso. Altrimenti de che stamo a parlà?

  10. Riflessioni sacrosante, le donne sono spesso complici dei loro partner violenti, innescando delle dinamiche psicotiche talmente complesse da non far distinguere più i ruoli. Poi certo c’ é il mondo circostante che non ti aiuta, le famiglie d origine che non vogliono ritrovarsi la figlia sul groppone, il maresciallo del paesino di provincia che dissuade la vittima “signo’ ma voi così lo rovinate per sempre’ etc etc, le condizioni economiche, L unica é educare le donne da piccole a riconoscere la violenza in tempo, a non farsi svilire, a non farsi mortificare, a non subire quella sottile violenza del silenzio, (anche quella é violenza, io l ho subita e l ho capito tardi) Sì a volersi più bene, decisamente!

  11. “ci sono decine di persone gentili e amorevoli…”

    …che si ammazzano di pippe.

    genericamente parlando (insomma, la fonte so’ io: quarant’anni di esercizio della pesca e di osservazione delle battute altrui…) mi sono fatto la seguente opinione: a una schiacciante maggioranza di donne le persone gentili e amorevoli non piacciono. sognano LaBestia, che poi a trasformarla in Principe ci penseranno loro…

      • Il mondo è pieno di donne gentili e razionali, che si accompagnano solo a uomini con le stesse qualità. Si tratta di una maggioranza decisamente silenziosa, rispetto alla ristrettissima minoranza di coppie che tengono svegli i vicini con scenate a base di urla e botte. O che, nei casi più tragici, portano la propria miseria spirituale in prima pagina.

        • Ma guarda nemmeno tanto troppo silenziosa. E’ il confine seppellito della giovinezza che risveglia l’amarcord del ..”e se tornassi indietro”: tante, troppe, belle figliole io vedo accoppiate a personaggi maschili che nulla hanno a che fare con il senso stretto di “uomo”. E lo scrivo con sincera tristezza.

          Certo bisogna uscire dal vincolo, crescere e stimarsi oltre ogni logica poi studiare per conoscersi e capire quale strada imboccare da grandi. E l’indipendenza auspicata e quasi raggiunta ha reso il maschio più fragile e più incline nella sua ignoranza a patologie di impotenza (non in senso sessuale) e nudo davanti all’ Ape Regina.

          E questa Ape Regina è nel bene e nel male il vero e unico ago della bilancia.

          • Spero che non mi giudicherai l’MRA di turno (figurati, mi hanno detto anche questo, oltre che femminista d’antan! ma se po’ campà?) se ti consiglio di rileggere le tue considerazioni sostituendo “uomo” a “maschio”. Le Api Regine ci restano sempre malissimo, quando hanno a che fare con creature serenamente sfottenti, consapevoli della propria forza (umana, non maschile) e che non si lasciano ridurre a fuchi.

  12. ….e poi c’è sempre il nodo spinoso delle istituzioni che male accompagnano le fasi di studio, male innescano i rimedi e infine in automatico il tribunale quando tutto è finito.
    Perchè questo è il paese del sempre tardi, della vista corta, delle spese folli e dei cittadini cornuti ma anche dei “selfie” facili e molto poco pudici.

    Riprendendo dunque Alessandro: ma volersi un pochino più di bene? …ma non ce la fate, vero?

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