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Una cena d’arte col Cardinale

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In una brumosa giornata di ottobre del 1543, sul calar del sole, gli eleganti Giulio, Tiziano e Lapo si accomodavano affamati alla tavola della rinomata Locanda del Cardinale Innocenzo Cybo.
Il gusto del cardinale nel pianificare vivaci occasioni conviviali era ormai divenuto proverbiale quanto il suo amore per le belle arti. Così, mentre quella sera gli ospiti lo attendevano, l’oste cominciava a servire la cena.


 

Parte 1 – LE ORDINAZIONI

O: Benvenuti! Rimanete in sala per cortesia, ché beccafumi chi si avvicina troppo alla cucina. Cominciamo con un Martini come aperitivo? O del vino?

I signori optano per il vino e l’oste si allontana.

T: Ho una fame che mi mangerei una mondrian di bufali!
G: Io mi accontenterei di un pollaiolo.
L: Deh! D’altronde, come si può campare sangallo e sansovino?

O: [di ritorno] Ecco la lista dei vini. Se posso permettermi consiglierei un Vernet o un Fragonard. Altrimenti abbiamo dell’ottimo Passignano, se gradite calici più profumati.
L: Preferirei qualcosa di più robusti: ve lo chiedo senza milizia.
O: Ci sarebbe allora un Masaccio, o un corposo rosso fiorentino.
G: Meglio due boccioni di vino di Castello.
T: Addirittura due? Se continua così facciamo la fine del Trittico degli embriachi.
O: Vogliate scusarci, ma in effetti ne son rimasti solo due botticelli da mezzo litro.
L: [bisbigliando] qui non riusciamo a cavare un cassiano dal pozzo.
G: Vada per due botticelli. E nell’attesa ci porti anche un tozzo di panofsky.

L’oste provvede ed è nuovamente in sala.

O: Prego, mi sono permesso di portarvi un antipasto marinetti e monti per ingannar l’attesa. Come primi abbiamo degli strozza preti piacentini con pomodoro appena colto dal fattori, quadrucci in brueghel o una lasagna tagliata un po’ cortona.
G/L: [in coro] Lasagna!
T: Io invece gradirei l’ottima minestra.
O: Bene. Di secondo c’è un coscio di pollock, coratella di reni, carrà d’agnello affumicato, o saltimbocca ai ferri.
LPollock, per me.
T: Per me saltimbocca, per favore.
O: Li preferisce soffici o ben cotti e dürer?
TDürer, grazie.
O: Quanti?
T: Me ne porti sette o giotto.
G: Io invece prendo il carrà. E prendo pure un uovo sodo ma non troppo cotto; anzi, meglio, all’occhio di cimabue.
L: Attento che finisci come il mangiafagioli del Carracci… o peggio ancora come il Correggio!
[risate]
O: Benissimo. La carne, se gradite, si potrebbe accompagnare con un pontormo di ciardi, oppure di zucchi. O di zuccari, se preferite.
T: Se si potesse avere una cima (di rapa) da Conegliano sarebbe splendido. Noi veneti ne andiamo ghiotti.
G: Porti tutto, allora; poi ci organizziamo noi.
O: Bene. Dimenticavo: di solito lasciamo gli ospiti liberi di mangiare il pollock con le mani ma stavolta il cardinale mi ha pregato di riservarvi queste forchette informali. Le ha disegnate un certo Capogrossi. Torno subito.
[Si allontana]

 

Parte 2 – IL BANCHETTO

G: Quest’antipasto è uno schifano!
T: Giulio, dobbiamo essere gentileschi con il cuoco. Non vogliamo far torto al Cardinale: i tuoi giudizi sono sempre troppo severini.
L: Tiziano ha ragione. L’ultima volta che ho cenato in un locale del Cardinale mi son trovato molto benjamin: faccio ancora fatica a dimenticare quella bistecca di manzù
G: Secondo me avremmo fatto meglio a prenderci un modigliani al prosciutto, al volo. Mannaggia a quando rosai accettare l’invito. E poi qui fa un freddo cane.
T: C’è corrente: colpa della porta che è rimasta aperta. Tieni, mettiti questa pellizza da volpedo.
L: Ma queste cosa sono? Haring affumicate? Non hanno un bell’aspetto, forse Giulio ha ragione a non fidarsi. È strano poi che il Cardinale non si sia ancora fatto vivo.
G: Io vi avevo avvertiti. Qua è tutto un magnasco. Bisognerà farnese una ragione.
T: Giulio, sei una vipera. Anzi, una serpotta. Dobbiamo soltanto essere contenti se siamo seduti qui a mangiare. Lapo, dove sta il sale?
L: Ma che sei guercino? È lì, non lo vedi?

L’oste riappare, mettendo in tavola le portate principali. Gli ospiti cominciano a mangiare.

L: Debbo ricredermi, con queste portate si sono salviati. Questa lasagna è cotta in un modigliani impeccabile.
T: Tieni. Mettici un po’ di parmigianino.
L: No, grazie: Miróvina il sapore del sugo.
T: Ecco, credo di aver già mangiato troppo. Mi sento come un baburen nello stomer che non va né su né giù. Finirà con un biedermeier di proporzioni cosmiche, nella latrina.
G: Altrimenti dovrai prende qualcosa pe’ dimagritte.
T: Dovrò andare dal dottori?
L: Ma no. Basta non esagerare con i burri e con gli zuccari.
G: Ormai nun c’è pensa’. Magnamo.
L: Sono d’accordo con te, Giulio. Ma smettila di parlare romano, suvvia.

 

Parte 3 – L’EPILOGO

T: Oste! Oste! Un’altra carafa di vino, subito!
O: [rientrando di corsa in sala] Bianco o rosso?
T: Basta che sia cangiante. Non ho mai gradito le tinte tonali.
L: Voi veneti coi colori siete incorregibili. Ci porti dEl Greco di Tufo.
O: Bene. Devo però darvi una cattiva notizia. I saltimbocca non ci sono. Potrei sostituirli con del carpaccio al limonge.
G: Madonna Sistina! Non solo il Cardinale ha deciso di non presentarsi ma lascia che l’oste si prenda gioco di noi!
T: Neanche avessimo ordinato un Carneplastico futurista…
L: Calma, signori! Oste, porti il carpaccio e non si curi delle insolenze di questi due barberini.

L’oste, allarmato, fugge in cucina e torna servendo tutte le portate.
Turbato però dagli aspri giudizi dei commensali rimane in sala per verificare che tutto proceda per il verso giusto; ma ci vuole poco perché le critiche gli facciano perdere le staffe.

L: Non sento commenti. State dando dei cennini di stanchezza o sbaglio?
GArp! Hirst! Lewitt!
L: Cos’hai? Il singhiozzo?
G: Sto scomodo. Dev’essere lo zenale della sedia.
T: Oste! Oste! C’è un caravaggio nella minestra.
G: E lì c’è un vermeer, nel pomarancio! Che schifano! Passami l’olio di Argan, Lapo.
T: Che ci devi fare? Hai paura che il carpaccio cigoli?
G: Oste! Madonna Colonna! La carne è troppo tura!
O: Basta! L’avete ordinata e adesso vela mangiate! Razza di grassi vanvitelli che non siete altro!

Giulio balza in piedi sguainando la spada.

G: Lapo togliti dalì! Stavolta lo infilzo!
L: No, Giulio! Fermo!
G: Spostati che gli taglio il pistoletto!

L’ostentata pacatezza di Lapo non basta a placare il romano che, accecato dall’ira, sguaina la spada e fa a brandelli il malcapitato locandiere.

G: Anvedi come l’ho sgozzato! Madonna del Cardellino! Manco fosse stato Oloferne!
T: Sapevo che sarebbe finita malevic anche questa volta.
L: Non si può mai prevedere cosa si celant dietro a una cena dal Cardinal Cybo.
T: E ora che facciamo?
G: Non so voi, ma io cambio locanda. Ho proprio voglia di un cappuccino tiepolo.

 

Testo a cura di Ivan Alen, il suo ineffabile padre e Tad A.
Le imprecazioni di Giulio sono tratte dai titoli di celebri madonne dipinte da Raffaello Sanzio.

Quando ha la barba sembra vecchio, quando non ce l’ha basta parlarci un po’ per confermare l’impressione, in realtà è ben sotto la psicologica soglia dei 25. Più Toscana che Veneto, da un po’ è a Milano con furore. Porta avanti le battaglie della libertà del mangiar bene, bere bene, lavorare il giusto. Odia la globalizzazione solo quando non gli fa comodo. Con un Freak Fetish Disorder diagnosticato, sogna di fare una festa di laurea dalla cui torta escano un paio di ballerine succinte e Christian de Sica in smoking candido.

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