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Un monaco in caserma

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Penso agli uomini e alle donne il cui destino è stato benevolo al punto da esporli alle gesta di personaggi straordinari: l’esattore Simon Pietro Matteo, il cameriere di Gotama, il segretario di Ghandhi. Persone senza meriti particolari, a parte il fatto di trovarsi al momento giusto nel giusto posto, che hanno potuto testimoniare del carisma, della parola, dell’azione. Che invidia. Vedere il sole in tutto il suo fulgore, anziché a sprazzi e per caso, il giorno in cui hai un serio problema di emorroidi.

Eppure anche io ho avuto la mia minuscola illuminazione, decenni fa. Mi trovavo in un periodo della mia vita che mi pareva buio e deprimente – col senno di poi, una passeggiata. Facevo il servizio militare: assieme ad altri “imboscati” svolgevo un lavoro amministrativo a Roma. Eravamo “scritturali”, ovvero dattilografi: il nostro compito era trascrivere referti con reperti (tali potevano considerarsi, anche allora, le macchine da scrivere elettriche in dotazione). Il nostro ufficio era un tunnel di vetro che collegava due plessi, nel quale erano stata sistemata una decina di scrivanie, mentre, sparpagliati un po’ dappertutto, giacevano centinaia, forse migliaia, di voluminosi faldoni di cartone rigido tenuti insieme da lacci di cotone robusto. Il lavoro era alienante, ma almeno ero al riparo dalle corse, dagli spari, dalle docce otturate in cui navigavano preservativi srotolati, dagli stracci usati promiscuamente per i pavimenti e le pentole, dagli eroinomani e dagli autolesionisti, dai criminali e dai pazzi a piede libero, dal fottuto missile nella piazzola. Era alienante, sì, ma c’era modo, forse, di fare qualcosa di utile: far avere la pensione ad un maresciallo con la schiena sfondata – sempre che non si trattasse di un simulatore. Per questo, pur non essendo io un fulmine di guerra (!), lavoravo, cercando di completare un certo numero di pratiche ogni giorno. Tra l’altro, proprio mentre trascrivevo i referti con la macchina da scrivere elettrica su carta carbone in tre copie, ho scoperto un numero allarmante di casi di militari ammalatisi, o morti di tumore a causa dell’esposizione alle radiazioni da uranio impoverito. Tutti quei ragazzi avevano prestato servizio in Bosnia, e tanto i casi di malattia conclamata che di decesso erano di gran lunga più numerosi di quelli di cui si era letto sulla stampa. Fa una certa impressione constatare fattualmente la divaricazione tra realtà e news di cui tutti siamo in effetti genericamente consapevoli. Qui c’era di mezzo la vita di persone vere, righe per lo più difficili da decrittare, vergate a mano su una cartella clinica, che descrivevano la fine di ragazzi normalmente più giovani di me – io avevo 23 anni, una laurea in tasca, e un futuro radioso davanti.

La mia vita era pura routine. Lavoravo dalle 8:30 alle 16:00 circa. Poi prendevo un autobus dalla caserma dove avevo l’ufficio fino alla Metro B, poi la Metro A fino a piazzale Flaminio, la circolare fino a piazza Mancini, ed infine un altro autobus fino a casa. Venticinque chilometri di puro piacere ATAC per farmi una cacata e una doccia come si deve, mangiare un boccone con i miei, e poi intraprendere il percorso inverso, in modo da arrivare alla seconda caserma in cui dovevo tornare a dormire. Avevo particolarmente bisogno di casa, calore, igiene perché la mia ragazza mi tradiva. Ora, non saprei nemmeno citare l’episodio clou del mio personale melodramma. Ricordo i corpo-a-corpo con i telefoni pubblici, quelli sì. Avevo sempre nel portafoglio una tesserina magnetica da 10.000. La sera mi muovevo con un po’ di anticipo, e solitamente a piazza Mancini la chiamavo da un telefono pubblico. E mi incazzavo. Tanto. E di solito finivo per colpire il telefono con il ricevitore. Nessuno metteva a posto i danni che facevo, così finivo per usare sempre telefoni diversi – ne avrò sderenati almeno un paio in modo irreparabile. Ricordo con particolare rabbia quel periodo in cui lei era spesso in giro, ed in particolare una sua memorabile trasferta in Nord Europa. Continuavo a chiamare il numero dell’albergo che mi aveva lasciato, avevo chiesto che mi mettessero direttamente in comunicazione con la stanza, nella quale il telefono continuava a squillare a vuoto. Il receptionist scandinavo che tratteneva a stento una risata, la tizia che giocava a incularella con qualcun altro nella sua stanza: non so quanto queste immagini fossero frutto di una vera esperienza, e quanto il parto di una fantasia infiammata ed autolesionista. Ma io volevo essere uno tsunami e spazzare tutto dalla faccia della terra: la caserma, la Scandinavia, il Signore Iddio e tutte le sue chiese.

Non sapevo con certezza cosa stesse accadendo, e, benché l’immaginazione più masochista mi aiutasse a unire i puntini, non riuscivo a credere quello che era chiaro e comprensibile almeno per tutti quelli che mi stavano attorno: per questo che mi ha fatto strano quando, mesi dopo, quella sua bocca così generosa con tutti diede un minimo di concretezza alle ombre che si erano formate nella mia mente confusa. Occorre dirlo?, non ricordo le esatte parole, ma è più che certo che avrà usato una complicata, ridicola perifrasi. Va detto però che quella stentata spiegazione in un italiano approssimativo mi era servita a capire perché una certa domenica a pranzo era fuggita al cesso in preda ai conati di vomito. La mia spiegazione, la sua spiegazione, era stata: “mal di stomaco”. Punto. Non sapevo, non avevo sinceramente nemmeno pensato che l’ansia indotta da un (più che giustificato) senso di colpa possono condurre a reazioni nervose di questo tipo.

Quasi tutto quello che aveva addosso erano miei regali (vestiva malissimo, in effetti), e mi ero fatto delle idee. E proprio non volevo credere alla mia voce interiore che per la prima volta aveva cominciato a sussurrarmi: “Le donne sono pazze”. La sua follia, la mia inadeguatezza. Tutto sommato, questo recriminare, questo scambio di luoghi comuni era meglio della siderale indifferenza che sarebbe seguita, dell’implosione subitanea di una relazione di anni all’interno di un punto ortografico. Ad aggravare la cosa, non riuscivo proprio a tenermi per me la mia piccola tragedia a base di corna. Mi illudevo che la vicenda potesse destare negli altri commilitoni un senso di solidarietà: potevo davvero sfiorare queste vette di idiozia ed autolesionismo? Ora, da quando in qua un cornuto fa pena? E’ un personaggio comico – del resto chi mai si è preoccupato delle commozioni cerebrali subite da Pulcinella?

Così una mattina arrivò una battuta poco felice: “Io mica ho la donna che mi mette le corna…”. E’ strano come questa frase, pronunciata da un soggetto che avrebbe meritato più la mia pena che gli effetti della mia rabbia, sia riuscita a riempirmi di una ira violenta e fredda. Nessuno, in effetti, e io meno di tutti, si sarebbe aspettato di vedermi reagire come in effetti feci, rendendo la mia condotta memorabile. Girai attorno alla branda, raggiungendo l’estensore della battuta, e con la mano destra lo presi per il colletto della camicia, afferrando nella foga anche la striminzita cravatta verde oliva. Lo sbattei contro l’armadietto, non molto forte per la verità, anche se il suono prodotto dal suo corpo contro la lamiera fu soddisfacente. A rendermi felice fu anche l’espressione smarrita del compagno, quello sguardo incredulo in cui i suoi occhi tutto sommato bonari stavano annaspando. Fu solo quando intervennero per separarci che mi resi conto di quanto questo gesto tanto sciocco fosse stato anche discretamente pericoloso. Era molto più basso di me, ma pieno di muscoli, esercitati in lavori manuali la cui durezza potevo al più immaginare, e, pur non avendo un’indole necessariamente perversa, era molto più spregiudicato di me e di certo più abituato al confronto fisico. Se non fosse stato per il mio formidabile quanto casuale tempismo, mi avrebbe potuto tranquillamente spaccare la faccia. Andò bene. In ogni caso, inspiegabilmente, in camerata non vi furono altre canzonature né ironie sulle mie corna.

Fu un incidente inutile. Non riuscivo a perdere questo vizio di raccontare a tutti quello che mi stava accadendo. Non mi rendevo conto di quanto fosse privilegiata la mia condizione: doccia, cesso, cena a casa mia, sia pure con l’assurdo obbligo di dormire in una merdosa caserma. Mi pesava la divisa, il fatto che spesso e volentieri non avessi in tasca più di mille lire, che mi toccasse risparmiare sulla colazione, o, peggio, scroccare da un compagno. Mi urtava l’offesa che stavo subendo, benché allora non potessi conoscere i fatti che la sostanziavano. Il percorso sui mezzi pubblici era infinitamente lungo; e se capitava di trovare un commilitone a bordo del bus, magari uno simpatico ed aperto, si poteva chiacchierare per mezz’ore intere. Fu così che mi capitò di conoscere questo tizio, un ragazzo più giovane di me, un riccio bassetto. Parlammo parecchio, finché, “casualmente”, arrivammo a parlare di ragazze. Gli raccontai la mia storia per sommi capi: “Eh, ti capisco… Ci sono passato anche io”. Mi sentii meglio. “Ora, vedi,” aggiunse, mostrandomi una (orrenda) fedina all’indice della mano sinistra, “sono fidanzato. Ma ho passato periodi brutti… come sta succedendo a te ora. Sono felice con la mia ragazza ora, ma, insomma, se mi dovesse lasciare… insomma, me ne andrei al cinema…”. I nostri passi risuonavano, assieme a quelli di altri soldati che come noi si affrettavano verso i cancelli, battendo sull’asfalto bagnato e colorato di arancione dai lampioni stradali. “Me ne andrei al cinema”: proprio così aveva detto. Poche volte avevo visto una persona tanto semplicemente felice del suo destino presente quanto serena alla prospettiva di vederla sfumare. Non ho preso nemmeno in considerazione la possibilità che mi stesse prendendo in giro: quel ragazzo sembrava serio, il suo atteggiamento verso la relazione era positivo e tuttavia privo di attaccamento patologico. Un vero monaco zen in divisa. Mi piacerebbe sapere che fine ha fatto; chissà come è andata a finire con la sua fidanzata di allora.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

7 Comments

  1. E’ andata a finire che vi siete incrociati a San Patrignano, senza però riconoscervi…
    Ora vado al cinema! Ho bisogno di qualcosa di leggero… tipo la Corazzata Potemkin.

  2. Magari è diventato critico cinematografico, il tuo amico commilitone.
    Mentre io, a 35 anni dal militare, ancora li straodio. E passo praticamente ogni giorno davanti alla Cecchignola – dove immagino hai dattilografato a vanvera -, sacramentando ancora…

  3. Io feci l’obiettore, e andai a lavorare in una biblioteca universitaria. Passavo le giornate a leggere (per soggettare i libri) e fare sesso con una giovane impiegata (sposata). Uno dei periodi piu belli.

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