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Un dialogo sul “piuttosto che”

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L’articolo di qualche giorno fa scritto da Gino Cornabo` riguardo all’uso del “Piuttosto che” ha scatenato le repliche di alcuni lettori. Molte di queste erano al limite dell’insulto, con l’autore trattato a momenti peggio di un serial killer o di uno stragista. Un commento del lettore Ebroin, invece, ha destato la nostra attenzione e ha permesso lo sviluppo di un dialogo molto intelligente (ed educato, ma non privo di colpi da lotta per il Titolo dei Pesi Massimi) con Gino. E’ avvenuto sulla piattaforma Hookii, un sito aggregatore di notizie che ha rilanciato il nostro post.

Trovandolo particolarmente interessante, ho pensato fosse giusto riportarlo interamente su Libernazione.

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Ebroin: Diomio che nervi. Costui usa un serissimo articolo scientifico per difendere una schifezza linguistica, che è cosa diversa da una normale innovazione linguistica, come ce ne sono di continuo.

È ovvio che quando un italiano, parlando, usa “piuttosto che” per darsi un tono, lo usa in contesti in cui si capisce che cosa vuol dire. Si è anche individuato che cosa vuol dire esattamente. La lingua italiana in certe comunità di parlanti ha introdotto questa forma e la lingua mica funziona a casaccio.

Il problema con “piuttosto che” è un altro: quelli che lo usano parlando lo considerano una forma raffinata, quindi ormai capita di leggere in giro frasi come questa (l’ho creata ora a caso):

“D’altra parte sappiamo bene che tutti i nostri problemi vengono dalla politica del governo tedesco piuttosto che dall’imperialismo economico americano”.

Se la persona che ha scritto una frase come questa intende “piuttosto che” nel senso di “oppure” (e non nel senso di “invece che”), significa che non conosce abbastanza la lingua scritta. Se disgraziatamente quelli così l’avessero vinta (ma non credo, la reazione contraria è forte), bisognerebbe smettere di usare “piuttosto che” nel senso tradizionale e una parte dei testi scritti in questi decenni significherebbe una cosa oppure il suo contrario, a seconda dei contesti e del livello culturale dello scrivente. Una lingua scritta non funziona così: se per accidenti succede, ai parlanti colti, com’è giusto, girano violentemente gli zebedei.

Gino: Guarda, quello che descrivi in maniera quasi indignata è in realtà un fenomeno del tutto comune. Lo stesso “piuttosto che” che noi usiamo (correttamente, secondo lo standard) in senso avversativo aveva fino al XV secolo una funzione temporale (“prima di”). Esattamente lo stesso fenomeno si osserva con il “poiché” che noi utilizziamo in senso causale ma che nell’italiano arcaico aveva una accezione temporale (Dante usa sistematicamente “poi che” nel senso di “successivamente a”). Il fatto che un’espressione (specialmente un’espressione funzionale, qual è per esempio una congiunzione complessa) possa significare cose diverse in testi appartenenti a epoche diverse (con dei lunghi periodi di transizione nei quali entrambe le accezioni, la vecchia e la nuova, coesistono) non è nulla di sorprendente, né qualcosa per cui indignarsi. Semplicemente, funziona così.

Ebroin: Conosco bene gli slittamenti semantici e i mutamenti grammaticali dell’italiano rispetto ai primi secoli. Nella mia esperienza, quelli che mettono più in crisi gli studenti sono “ne” per “ci” (“né potrà tanta luce affaticarne”), “però” nel senso di “perciò”, “ora mi porta quel libro” come imperativo (invece di “portami”) e “aveva” prima persona singolare.

Ma è faccenda un po’ diversa. Semplificando molto: solo nel ‘500 il volgare italiano diventa una lingua scritta in senso proprio, con una sua grammatica consolidata. Si basa sul fiorentino del ‘300 e, di conseguenza, espelle molti dei fenomeni che nel frattempo erano emersi nel fiorentino argenteo; e nel contempo diventa molto più stabile, anche perché, al di fuori della Toscana, è soprattutto una lingua scritta.

Quindi non possono più verificarsi le oscillazioni e i cambiamenti tipici del Medioevo. Il processo però prosegue: solo a partire dal secondo Ottocento ci sono i primi barlumi di una vera lingua d’uso. Quando questa si afferma, nel secondo Novecento, si verifica però, curiosamente, anche una maggiore formalizzazione e un maggiore irrigidimento delle regole grammaticali. Il principale motivo, probabilmente, sono i modi dell’insegnamento scolastico.

In un simile contesto, non potrebbe mai verificarsi, all’interno della lingua scritta, uno slittamento di significato come quello di “piuttosto che”. Si verificano invece spesso emersioni nello standard scritto di fenomeni fino a quel momento percepiti da tutti come forme colloquiali, fenomeni che di regola non mettono in pericolo la comprensione del testo. Come molti hanno notato, questa è la cosa più fastidiosa del “piuttosto che”: un mutamento che mette in pericolo la comprensione del testo ed è erroneamente percepito, da una parte dei parlanti, come una forma propria dello stile sostenuto e quindi viene usata inconsapevolmente nei testi di registro formale. In questo senso è un’aberrazione particolarmente fastidiosa.

Gino: è del tutto possibile che all’origine della diffusione della nuova accezione ci sia un meccanismo di ipercorrettismo come quello che tu descrivi. Se così fosse, si tratterebbe di un fenomeno di appropriazione di un uso dialettale da parte di parlanti italiani estranei a quel dialetto. Ciò non toglie che l’espressione avesse presumibilmente quelle peculiari proprietà semantiche (di disgiunzione a carattere esemplificativo) nel dialetto in cui veniva usata, senza che ciò comportasse – sempre presumibilmente – particolari problemi di disambiguazione tra i due sensi effettivamente coesistenti nella variante dialettale. Non si vede allora perché la disambiguazione dovrebbe risultare più impervia quando l’uso viene assorbito dall’italiano. Aggiungi che i contesti in cui il piuttosto che disgiuntivo è accettabile (contesti di ‘libera scelta’) sono, secondo le autrici dell’articolo, esattamente complementari a quelli in cui il piuttosto che avversativo è grammaticale, dunque è l’immediato contesto dell’enunciato che generalmente basta a disambiguare. Ti faccio un altro esempio: alcuni dialetti del sud Italia (ad esempio il barese) utilizzano l’avverbio “ancora” per formare la forma progressiva del verbo (“ancora cade” = “sta cadendo”). Chiaramente è un uso che genera ambiguità per i parlanti bilingui di barese e italiano ma i parlanti apparentemente disambiguano senza particolari drammi. Se per assurdo questa forma venisse assorbita nell’italiano standard si verificherebbe più o meno quello che ora succede col piuttosto che (o, ancora un altro esempio: dopo l’esplosione dei libri di Camilleri ho sentito molta gente usare il “magari” nel senso di “anche” come nel siciliano, anche qui stessa storia). Il punto è che ci sono innumerevoli ambiguità lessicali di cui i parlanti spesso non sono coscienti (prendi, ad esempio, quella tra l’uso esclusivo e inclusivo della disgiunzione semplice “o” per rimanere in tema di disgiunzioni), e sempre di nuove che si aggiungono alla lista per via di fenomeni di appropriazione come questo. Ma la cosa non sembra creare particolari problemi perché fortunatamente non solo di sintassi e semantica sono fatte le lingue naturali ma anche di pragmatica. Le lingue raggiungono da sole degli equilibri tra costi di processing e ricchezza di informazione codificata, se è vero che la disambiguazione del piuttosto che è troppo costosa in termini di processazione vedrai che col tempo una delle due accezioni soccomberà.

Ebroin: Non credo proprio che in origine fosse un uso dialettale: pare piuttosto nato in un contesto cittadino italofono. Come ha notato La Fauci, si può spiegare semplicemente come una riemersione del “vel” latino, che era stato inghiottito da “aut”. (La Fauci per la cronaca è a favore, ma lui è un perenne bastian contrario).

Nel complesso direi che siamo d’accordo. Speriamo che non vincano loro. Ecco, ho ritrovato un commento su hookii di parecchio tempo fa che mostra bene il problema:
https://disqus.com/home/discus…
Questo al momento è un errore di grammatica, non un semplice neologismo o un vezzo linguistico come il “quant’altro” che pure circola da non molto.

 

Gino: ok, ti ringrazio per la precisazione. Due piccole cose ancora: ho sbagliato a parlare di dialetto, si tratta in effetti di una variante regionale dell’italiano. Mi pare difficile che sia una riemersione del ‘vel’ per il semplice fatto che il piuttosto che disgiuntivo sembra presentare lo stesso tipo di ambiguità della disgiunzione semplice quanto a esclusività dei disgiunti, esempi: “mangiamo la pizza piuttosto che/o il pesce” (entrambi esclusivi: andare a mangiare pizza & pesce non è previsto), vs. “per lavorare qui devi avere una laurea triennale o/piuttosto che un diploma professionalizzante” (entrambi inclusivi: se hai sia la laurea triennale che il diploma professionalizzante puoi certamente lavorare).

 

Ebroin: Agh. Sono faccende di cui non mi intendo molto, né ho ora il tempo di approfondire, ma ho la sensazione che il “vel” latino, contrariamente al “vel” operatore logico moderno, presenti la stessa ambiguità

 

Uqbal: Una precisazione veramente minima: “Ancora cade” non sta a significare “sta cadendo”, quanto piuttosto “dovesse cadere”, in frasi del tipo “Dai un’occhiata al bambino, ancora cade” (potrebbe, ma non cadendo).

Detto questo, e senza polemica con Ebroin, una cosa che mi fa riflettere molto è come la percezione comune della grammatica sia ancora ferocemente prescrittivista. Pur non essendo un linguista, un pochino di linguistica l’ho studiata (ricevo anche qualche input da una sorella linguista) e mi sono reso conto che cercare di far capire che la grammatica, oggi, è qualcosa di un po’ diverso da una sorta di bon ton espressivo è veramente difficilissimo.
La grammatica insegnata a scuola (io sono un insegnante) è spessissimo ancora prescrittivista e priva di qualsiasi approfondimento sociolinguistico. E in qualche modo si incista profondissimamente nella testa degli studenti, che pure poi continuano a parlare come gli pare, ma diventano facilmente dei grammar nazi. Ci sono dinamiche sociali chiare in questo (come parlo mi definisce e mi distingue), ma trovo irritante la pervicacia con cui si pretende spesso di governare una lingua sulla base di falsi sillogismi, analogie spurie o semplici imputanture da purista ottocentesco.

 

Molti di voi lettori, ora.
Molti di voi lettori, ora.

Per quelli che la partita doppia è andare allo stadio ubriachi. Prendo un libro o un giornale di economia, lo apro a caso, leggo e – qualche volta – capisco l'argomento, infine lo derido. Prima era il mio metodo di studio, adesso ci scrivo articoli. Sono Dan Marinos, e per paura che mi ritirino la laurea mantengo l’anonimato.

2 Comments

  1. Sì, ma al di là di tutto l’interessante dibattito che ci è nato attorno, si può dire che, almeno per me, toscano, quel “piuttosto che” è proprio brutto da sentire, ancor più che da leggere, e che di solito, almeno per la mia parzialissima esperienza, fiorisce sulle bocche di sussiegosi stolti che scelgono di usarlo in quanto tali?

  2. La cosa che mi rende antipatico l’uso scorretto del “piuttosto che” è che è considerato fico. Che molte persone considerino produttivo all’interno di un’azienda usare certi settentrionalismi o anglicismi e che poi, per imitazione, questo si estenda anche fuori dagli ambienti lavorativi come atteggiamento snob (che, lo so, non vuol dire “sine nobilitate”, ma l’espressione calzerebbe a pennello). È una forma di arroganza e superficialità linguistica. Mi richiama alla mente l’antipatia e il senso di ingiustizia verso un superiore ignorante e atteggione

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