un blog canaglia

Umanità e folla

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Oggi la metro ci ha lasciati, a centinaia, ad attendere su una banchina: siamo merce senza diritti e senza sentimenti, che non merita le attenzioni che si dovrebbero alle persone: infatti, nessuno si degna di farci sapere quando il prossimo treno per Laurentina ci farà la cortesia di passare. Dopo altri cinque minuti, siamo diventati ancora più numerosi: mormoro bestemmie a bassa voce, ma non sono poi tanto sicuro che non mi si senta, dato che porto delle cuffie abbastanza isolanti. La massa mi spinge verso la striscia gialla di gomma oltre la quale il pericolo si fa concreto (per inciso, quando mi ci trovo troppo vicino, mi guardo sempre alle spalle – ho sempre una mezza paura di trovare qualche pazzo che mi spinga sui  binari). Arriva finalmente, il nostro treno, anche se non riesco a salire. Sono proprio nella condizione di massimo pericolo: in piedi sulla linea gialla, la massa calda e pulsante a contatto con la schiena, intravedo con la coda dell’occhio una donna con un bambino piccolo in braccio e penso che la vita è un’avventura di banale eroismo, ci sono molti esempi e questo è uno. Quando il convoglio riparte, mi accorgo che la posizione in cui mi trovo è ideale per essere centrato dallo specchietto del treno che ora sta prendendo velocità e che, se non mi fossi spostato di qualche centrimetro all’indietro con la testa, mi avrebbe potuto rompere la testa (per inciso, chi l’ha progettato, un sadico?).

Arriva finalmente un treno utilizzabile. La gente, dentro, è stipata, tesa, nervosa. Un ragazzo straniero, che per un fischio è riuscito ad entrare, ed in effetti si trova a malapena dentro, comincia a dire ad alta voce che non trova più il suo portafoglio. I miei compagni di sventura lo guardano inebetiti, non è neanche chiaro se abbiano capito o meno che cosa lamenta il tipo. Il ragazzo continua a salmodiare invocando un qualche aiuto che non potrebbe neanche essere agito, visto che, nel treno come subito fuori, siamo tutti incastrati gli uni negli altri, in un contatto inevitabile quanto sgradevole. Non si rassegna, cerca il portafoglio per terra, forse teme che sia finito nella fessura tra treno e banchina: quando finalmente stiamo per ripartire, impedisce fattivamente la chiusura delle porte usando il suo corpo (coraggioso, anche perché è uno scricciolo). Sono qui che valuto quanto sia alla fine sinceramente non proprio giusto che migliaia di persone debbano perdere tempo per il problema di un singolo: e mi domando, non sto diventando un bastardo scorreggione? O invece ho ragione? Comunque c’è un tizio particolarmente incazzato, che, non appena si accorge che il ragazzo sta rallentando la partenza, gli strilla che deve levarsi dalle palle e che “siamo tutti in ritardo”. Quando finalmente il ragazzo lo fa, gli dice “Bravo”. Ma c’è un altro tizio, invece, vicino al tipo del portafoglio, che risponde all’incazzoso, dicendogli: “Gli hanno rubato il portafoglio, sta’ calmo!”. Dentro di me condividevo più lo stato d’animo dell’incazzoso, anche se mi ha disgustato il suo modo aggressivo e minatorio. Senza contare che non riesco a non pensare che il colore della pelle del tizio avesse un peso in quel surplus di rabbia. Eppure, è chiaro, anche in mezzo alle acque luride in cui siamo costretti a navigare, ci sono persone buone e disponibili, a quanto pare disposte a mettere da parte il proprio (e anche un ipotetico interesse collettivo) per semplice senso di solidarietà. Una piccola prova, e, come sempre, una minuscola lezione di vita.

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(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

6 Comments

  1. Bella storia. Una piccola vicenda, ma una riflessione importante. Mi fa pensare al “restiamo umani” di Vittorio Arrigoni. Apprezzo l’onestà con la quale ti dichiari più vicino all’incazzoso. Ma è proprio questo il punto: nessuno è un santo, si tratta solo di fare un piccolo sforzo per guardare oltre se stessi e cercare di comprendere le necessità degli altri.

  2. ma serve la rabbia? interna o esternata, serve a qualcosa? incazzarsi per un imbecille che lascia la machina in doppia fila per bere un caffè e blocca il traffico, per il furbo che salta la coda, per il negoziante che ti sorride, ti da il resto ma non lo scontrino, per quello che posteggia e ti chiude la moto, per il consulente che non produce nulla ma ha lauti compensi con denari pubblici, per quello che ruba, per…..
    va bene incazzarsi, ma poi cosa dobbiamo fare di costruttivo? basta un voto?

  3. Si’, ma che fastidio leggere certe cose da parrucchiera, rovinano tutto il post.
    “Siamo merce”. Ma come si fa? Neanche Saramago si martellava cosi’ forte nei coglioni.

  4. Benvenuto nella società sovraffollata, con mezzi pubblici inadeguati alla mercee di uomini e donne sull’orlo di una crisi di nervi a cui basta una inezia per sbranarsi come bestie.
    Salvo poi calmarsi quando accendono la tv e vedono la loro partitella oppure tette e culi a profusione.
    Benvenuto nella società dove tutto si è distrutto ed omologato pur di vivere alle direttive commerciali dei grandi venditori.
    Benvenuto nella società italica, dove vige il diritto “io pago allora pretendo”.

    Benvenuto in uno dei paesi europei meno vivibili in assoluto. Dopo quello che dovrebbe essere normale e assodato come comportamento civili qui divento lo straordinario che non riesci nemmeno a ficcare nella testa delle persone a martellate.

    Benvenuto in Italia.

  5. Sono la persona che, nonostante un tragitto casa-ufficio lungo 21 fermate, lascia il posto alla vecchina in difficoltà. Sono anche quella che, alle volte, finge di essere così assorta nella lettura da non accorgersi della vecchina. Sono quella che guarda indignata l’uomo giovane e aitante che non cede il posto alla vecchina. Sono infine quella che sogna il divieto di circolazione sui mezzi pubblici alla vecchina in ora di punta (altro che abbonamento gratuito). A questo punto, di solito, vorrei urlarle in faccia che sono costretta a sopportare quel viaggio quotidiano verso un lavoro sottopagato e senza prospettive a causa del benessere di cui lei ha potuto godere alla mia età.
    La metro non mi rende sempre peggiore ma spesso mi tenta. Di sicuro mi confonde.

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