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Uber ≠ pirateria

in economia by

Uber opera in un mercato che è, sostanzialmente, quello dei taxi. Se prendiamo per buono il modello di concorrenza perfetta così come da un manuale di economia del primo anno, in cui tante imprese sono ciascuna troppo piccola per influenzare i prezzi, si può pensare a ciascun tassista come a una impresa che prende i prezzi per dati – ed è portata dalla concorrenza a non realizzare alcun profitto. Nella realtà, gli Stati hanno imposto una regola che viola le ipotesi di base del modello (non c’è libertà di entrata), quindi i profitti possono essere positivi; i tassisti uscenti, poi, hanno privatizzato le licenze, ed esse hanno quindi acquisito un valore uguale – grossomodo – alla somma dei profitti futuri, pesata per un tasso di sconto, del tassista entrante. Ora, dal momento in cui la licenza viene acquistata, essa mantiene il suo valore per l’acquirente se non lo Stato non ne emette di nuove. Per questa ragione, i tassisti hanno sempre avversato l’emissione di nuove licenze. Poiché nella maggior parte dei Paesi questa pretesa ha avuto successo, il valore delle licenze è aumentato nel tempo.

Esistono però delle altre licenze con un valore di mercato positivo – anche molto grande. Sono le licenze non emesse. Man mano che la domanda potenziale di servizi di taxi aumentava, il valore di queste licenze non emesse seguiva questo aumento. Dovrebbe essere chiaro a tutti, a questo punto, che non emettere quelle licenze significa privarsi di parecchio valore aggiunto, in altre parole diventare più poveri.  Cos’è, allora, il valore di UBER? UBER, al netto della innovazione tecnologica dell’app, del marketing e di altre piccole cose, vale molto perché il suo valore rispecchia l’aspettativa che sia abbastanza forte – politicamente – da far emergere quelle licenze “fantasma” e appropriarsi quindi di una parte importante di quel surplus.

Prima lezione da UBER: se restringi la concorrenza in un mercato per troppo tempo, a un certo punto qualcuno vorrà forzare le regole per appropriarsi di una parte del surplus che quelle stesse regole impediscono di produrre, perché il guadagno atteso sarà più alto di qualsiasi sanzione. Allo stesso tempo, i privilegiati dalle regole anticompetitive faranno di tutto – anche al di fuori della legge – per impedire al nuovo concorrente di entrare sul mercato.

Questo è quanto per UBER. La storia è simile, anche se meno intuitiva, per AirBnb: la app si inserisce effettivamente in un mercato ultra-regolamentato, quello della ricezione alberghiera, mostrando sia che il mondo va avanti benissimo senza molte regole imposte agli alberghi, sia che quelle regole hanno effettivamente ristretto in maniera significativa la concorrenza nel settore, al punto che AirBnb si è appropriato di molta domanda latente, ma gli alberghi tradizionali sembrano non risentirne. È vero anche, però, che il servizio offerto da AirBnb è anche in qualche misura qualitativamente differente: si può scegliere di utilizzarlo in un Paese di cui si conosce poco anche per sfruttare la permanenza dall’ospite come finestra su quei luoghi, mentre la sosta in un albergo è tipicamente più impersonale. In ogni caso, gli alberghi che lamentano la concorrenza di AirBnB fanno bene, in quanto incumbent, a chiedere che vengano applicate a tutti le regole che loro già rispettano. Dal punto di vista del benessere generale, però, sarebbe meglio trovare un punto d’incontro tra la deregolamentazione totale di cui beneficia l’app e la follia kafkiana imposta agli altri, possibilmente nella direzione di un insieme minimo di regole basate sull’esperienza di AirBnB e non su quella degli alberghi esistenti.

Se AirBnB apre nuovi modi di fare vecchie cose, Amazon fa così bene il business tradizionale da spazzare via chiunque cerchi ancora di praticarlo. Aggira inoltre parte della folle pressione fiscale a cui sono sottoposti gli esercizi commerciali tradizionali. Per questo molti librai lo avversano. Francamente non riesco a solidarizzare, se non rispetto alla questione delle tasse – ma ancora una volta in pochi chiedono di pagarne meno, i più preferiscono vedere qualcun altro pagarne di più. Ho comprato libri per molti anni dai librai, fino all’avvento di Amazon. La mia esperienza come consumatore non ha risentito della mancanza di un negoziante con cui interfacciarmi – se è così, la colpa non può essere di Amazon, ma di chi ha interpretato il proprio mestiere di libraio come se fosse poco più di un cassiere da supermercato. Confido che Amazon forzerà le librerie che vogliono sopravvivere – e sopratutto le nuove che nasceranno – ad essere più che asettici negozietti generalisti. In qualche caso, noto, sta già succedendo: librerie che assomigliano sempre più a bar, o a centri culturali, o si specializzano in un genere (la letteratura sudamericana, la saggistica contemporanea, l’esoterismo, i volumi “tecnici” di natura giuridica o scientifica) e assumono gente competente, in grado di orientare il cliente e contribuire alla sua scelta. Un miglioramento delle condizioni di tutti, a patto di sapersi adattare.

Infine, Napster. Anche nel caso di Napster, la novità non era tanto la tecnologia, quanto la pretesa di legittimità del business. Napster nasce, sostanzialmente, da una evoluzione delle chat stile IRC in cui i primi utenti di Internet scambiavano file musicali, spesso prendendoli da cd trafugati nelle fabbriche delle major. Il New Yorker ha pubblicato una spassosa biografia di uno degli “pionieri” di questa attività, qualche mese fa (link). Chi aderisce alla teoria secondo la quale la proprietà intellettuale rappresenta una ingiustificata pretesa monopolistica sui prodotti di ingegno (è una posizione che sta guadagnando qualche consenso, e che personalmente trovo convincente, si veda qui) vede Napster esattamente come io ho descritto UBER: una attività che irrompe abbattendo le barriere monopolistiche che sono state artificialmente, ed erroneamente, poste a difesa del beneficio di qualche privilegiato. Oggi il file sharing ha preso strade difficili da immaginare ai tempi di Napster, ma è un fatto indiscusso, una cosa con cui fare i conti. L’industria della musica, con grande sorpresa di chi sosteneva il contrario quindici anni fa, è ancora in piedi – e chi ha saputo innovare fa più soldi di prima.

In breve, la sharing economy non è niente altro, fin dai suoi inizi, che un modo per sfruttare alcune piccole innovazioni tecnologiche allo scopo di aggirare delle barriere artificiali o tecnologiche alla libertà di impresa. Non ha nient’altro di innovativo, di straordinario, di rivoluzionario. Pone problemi nuovi rispetto a cosa sia il lavoro, lo studio, la difesa del consumatore, questo sì. I soliti che, alla fine, scelgono sempre e comunque di stare dalla parte avversa al libero mercato, piú per una sorta di feticismo dell’ordine che per ambizione di giustizia, sostengono che questi “problemi nuovi” sono in realtá la fine della dignitá del lavoro, la fine della classe media, l’inutilità dello studio come ascensore sociale, la distruzione di ogni difesa del consumatore. Balle. Ogni volta che si sono aperti dei mercati si è semmai sostituita una classe media esistente con una nuova, di solito piú estesa. Nel processo, ovviamente, ci sono stati e ci saranno vincitori straordinari (i fondatori di Google, Facebook e altri sono lí a rappresentarli), e grandi sconfitti (i commercianti che vendevano cd ieri, i tassisti domani). Ma viviamo ormai in società ricche: se riuscissimo a interrogarci su come salvare gli sconfitti e fornire a tutti le chance di competere, invece che impedire che emergano dei vincitori, non staremmo facendo altro che il nostro dovere. E riusciremmo a rimanerlo, ricchi. Per tutto il resto c’è la Grecia – o l’Italia.

 

(TACO'S LETTERS) Conosciuto anche come “Mazzò”, è un famoso polemista pop italiano. Ospite abituale in numerosi show televisivi, figura di rilievo nella polemica pop italiana dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70, è conosciuto per l’estensione vocale (tre ottave) dei suoi insulti, come per l’agilità dialettica nell’enumerarli. Ritiratosi dalle scene live nel 1978, continua a rilasciare post di grande successo.

8 Comments

  1. Quoto in toto. Aggiungo (per la sezione napster&c): oltre alle implicazioni economiche della proprietà intellettuale, ce ne è anche una possiamo dire ‘etica’.

    La scelta di attribuire un valore economico all’opera di ingegno non è automatica. Non è un diritto fondamentale dell’uomo. L’umanità è circolata per millenni senza, chiaro, il modello era diverso, basato essenzialmente sul mecenatismo. Meglio o peggio? Boh, ragioniamoci su, però non diamo per assunto, come si fa adesso, che il copyright sia davvero un ‘right’. Quantomeno, diamo alla gente la possibilità di scegliere il modello.

  2. Che bel mondo sarebbe se le idee fossero di tutti. Invece l’intelligenza, mezzo evolutivo estremamente sopravvalutato per la risoluzione dei problemi, porta con sè anche l’avidità, che nove volte su dieci è il motivo per cui tutte le società, a un certo punto, finiscono.
    Cento anni fa un capofamiglia con una masseria col suo lavoro e quello dei figli faceva star bene molte famiglie, la sua e quelle dei braccianti che ci lavoravano, chissà cosa avrebbero potuto fare se avessero avuto un trattore. Beh, ora lo sappiamo, si sarebbero talmente rincoglioniti da farsi schiavizzare senza quasi rendersene conto, le miserie umane sono una cosa talmente schifosa che appena uno raggiunge la piena consapevolezza gli rimane solo il suicidio.
    Chiedo scusa per il mezzo OT, sono ancora sconvolto dal trovarmi, per la prima volta, d’accordo con Mazzone.

    • ne ha infilato due o tre di fila. Gli alieni hanno rapito il vero Mazzone. E’ stato billy pilgrim che l’ha portato a tralfamadore.

  3. Non capisco bene la crociata pro Uber. Ho molti punti dubbi sull’utilità di questa app. A partire dai costi, che mi risulta siano più alti per Uber. Il tempo di percorrenza del tragitto è più alto visto che i conducenti Uber non possono utilizzare le corsie riservate ai taxi (senza contare l’accesso in zone Ztl) Inoltre come la mettiamo con la guerra allo smog? In questo modo si mettono in circolazione ancora più auto. Se poi vogliamo parlare di abbattere i monopoli statali sul mercato, se metto in rete un sito con sede legale in Liberia che vende sigarette, medicinali e alcolici ad un prezzo stracciato posso contare sul vostro aiuto oppure mi chiamerete contrabbandiere, come si faceva una volta?

  4. “la domanda potenziale di servizi di taxi aumentava”: ne sei sicuro?

    “se restringi la concorrenza … il guadagno atteso sarà più alto di qualsiasi sanzione”: se così fosse, la domanda di armi negli Stati Uniti avrebbe generato la NRA. Tuttavia, potrebbe anche essere il contrario. E lo stesso potrebbe essere per Uber.

    “i privilegiati dalle regole anticompetitive”: il termine “privilegio” vale anche per i salari minimi?

    “il mondo va avanti benissimo senza molte regole imposte agli alberghi… follia kafkiana”: quindi tali regole sarebbero esclusivamente un modo per limitare la concorrenza? Mi pare poco realistico.

    “AirBnb si è appropriato di molta domanda latente, ma gli alberghi tradizionali sembrano non risentirne”: beh ma c’è anche domanda latente per seviziare le bambine per strada ed in effetti la pornografia online non ne risentirebbe.

    “il servizio offerto da AirBnb è … differente: si può scegliere di utilizzarlo in un Paese di cui si conosce poco anche per sfruttare la permanenza dall’ospite come finestra su quei luoghi, mentre la sosta in un albergo è tipicamente più impersonale”: si può anche scegliere di andare a fare AirBnb in Siria, ma non sarà di certo sicuro come andare al Four Seasons di Damasco.

    “francamente non riesco a solidarizzare [con le proteste dei librai nei confronti di Amazon], se non rispetto alla questione delle tasse … un miglioramento delle condizioni di tutti, a patto di sapersi adattare”: secondo me, se non riesci a solidarizzare, forse è perché non hai mai lavorato ad Amazon, né come colletto blu né come colletto bianco. Il miglioramento delle condizioni del cliente, se dipende dall’oppressione del lavoratore o se si basa su di una meccanizzazione che elimina il lavoratore, alla lunga genera un peggioramento delle condizioni del cliente stesso, che se non è ricco di nascita in qualche modo un lavoro dovrà pur svolgerlo. E se Amazon diventa un modello, siamo fottuti.

    “chi aderisce alla teoria secondo la quale la proprietà intellettuale rappresenta una ingiustificata pretesa monopolistica sui prodotti di ingegno … vede Napster esattamente come io ho descritto UBER”: con la sottile differenza che Uber è un colosso con dipendenti e palazzi di vetro, mentre Napster non dipende dal lavoro retribuito di nessuno. Forse potresti paragonare Napster a BlaBlaCar, più che a Uber. Il business model di Napster, di BlaBlaCar e di Whatsapp è quello di fornire un servizio inizialmente gratuito, che diventa a pagamento dopo che la base utenti si è allargata al punto da divenire dominante nel suo settore (per cui gli utenti preferiscono pagare piuttosto che rivolgersi ad altri servizi concorrenti, una dinamica simile a quanto avviene per chi affitta un appartamento in città anziché andare a costruirsi una casa nella foresta).

    “barriere monopolistiche che sono state artificialmente”: qui viene a galla l’ideologia neoliberista secondo la quale le leggi economiche sono come quelle fisiche, pure descrizioni di dinamiche oggettive, condizionali del tipo se-allora, imperativi ipotetici legati alla presa di coscienza di come funziona la natura delle relazioni umane. Eppure non è così: l’economia non cerca solo di descrivere ma anche di prescrivere, e quella parte di economia che si limita a descrivere ebbene sta descrivendo un mondo costituito da leggi prescrittive e non da semplici fatti (pensa anche solo all’oggetto-denaro: senza prescrizioni di sorta, non esisterebbe). Descrivere le prescrizioni implica comprenderne la struttura normativa. Questo livello mi pare venga del tutto saltato, generando una serie di paradossi.

    “la sharing economy non è niente altro, fin dai suoi inizi, che un modo per sfruttare alcune piccole innovazioni tecnologiche allo scopo di aggirare delle barriere artificiali o tecnologiche alla libertà di impresa”: sono perfettamente d’accordo. Ed è per questo che la sharing economy è solo un modo per aumentare lo sfruttamento dei lavoratori.

    “feticismo dell’ordine … viviamo ormai in società ricche”: mi piacerebbe capire dove vivi tu. Davvero.

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