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Turchia sì, Turchia no

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Nel 1999, il Consiglio Europeo di Helsinki riconobbe ufficialmente la Turchia come paese candidato all’adesione all’Unione Europea. La decisione arrivò in seguito ad un lungo processo diplomatico cominciato nel lontano 1959, quando il paese si era candidato a diventare membro associato della CEE. Nel frattempo, si era passati attraverso l’Accordo di Ankara del 1963, che aveva come obiettivo quello di creare una unione doganale in vista dell’adesione; il protocollo addizionale di Bruxelles del 1970, che spianava la strada alla creazione degli accordi doganali (che entreranno in vigore soltanto nel 1996); e la presentazione della candidatura turca per entrare a far parte a tutti gli effetti della CEE. Insomma, si tratta di un processo lungo e complesso, difficilmente sintetizzabile in poche righe.

Negli ultimi quattordici anni, l’avvicinamento diplomatico è stato progressivo e si è fondato specialmente sulla soddisfazione di alcune richieste riformistiche da parte dei vertici europei, ed in particolare l’abolizione della pena di morte e il riconoscimento giuridico della minoranza curda. Una serie di provvedimenti legislativi, e soprattutto l’abolizione della pena di morte a metà degli anni duemila, hanno accelerato il processo di adesione, tanto che dall’ottobre 2005 sono cominciati i negoziati per il pieno ingresso. Da allora, la richiesta turca non è stata ancora accolta (si era previsto un tempo di valutazione di circa dieci anni) ma ha dato corpo ad un dibattito piuttosto acceso, che ha visto affrontarsi a suon di retoriche storico-culturali il fronte del sì e quello del no.

Oggi la discussione sembra rinfocolarsi, soprattutto in seguito alle vicende del Parco Gezi e agli scontri di piazza Taksim ad Istanbul, e sembra rinforzare le posizioni sia di coloro che si dichiarano favorevoli che di quelli che si dicono contrari. In estrema sintesi: i primi sostengono con forza la distanza culturale, geografica e religiosa della Turchia, talvolta ponendo l’accento sulla questione dei diritti umani (non rispettati); i secondi sostengono con veemenza l’ingresso perché fautori di un’Europa fondata sulla diversità culturale e religiosa, e facendo leva retorica sull’ascesa economica del paese, nonché sul sentimento filoeuropeo di gran parte della popolazione turca – argomento che solitamente si accompagna ad una sottolineatura delle differenze con gli stati di matrice islamista.

In Italia, il dibattito è decisamente povero di argomenti e non suscita grande interesse. Voglio dire, i ragazzi turchi che sono in piazza sollevano simpatia e partecipazione emotiva a destra e a manca (a manca forse anche perché ricorda ciò che si vorrebbe essere); ma parlare di quanto quello che sta succedendo possa compromettere il processo di adesione all’Ue è cosa decisamente lontana.

Siccome la questione mi appassiona ben più dell’ideologizzazione e dell’appropriazione indebita tanto in voga in certa sinistra (e Grillo ancora non s’è svegliato), vorrei segnalare cinque punti (o vicende) che, a mio avviso, si dovrebbero affiancare agli ultimi avvenimenti di piazza per valutare un poco meglio la questione. Lo farò a mo’ di elenco e senza troppi fronzoli, chissà che magari qualcuno se ne interessi e si cominci a parlarne più seriamente anche da noi. Ecco quattro ragioni e un dubbio per il no (attuale) all’ingresso della Turchia nell’UE.

1. I diritti umani sono ancora lontani dall’essere rispettati e le violenze di piazza Taksim non sono che l’ultimo (piccolo, peraltro) fulgido esempio. E non lo dico io ma quelli che per certa sinistra sono dei punti di riferimento indiscutibili: Amnesty International e l’UNHCR.

2. La Turchia occupa militarmente uno stato membro dell’UE, Cipro. Si tratta di un’operazione condannata da una risoluzione ONU del 1983. Nel 2005, Cipro ha formalmente richiesto l’abbandono dell’isola come condizione imprescindibile per la prosecuzione dei negoziati di ingresso; richiesta che è evidentemente ancora insoddisfatta. Su quei territori l’UE riconosce ufficialmente la sovranità della Repubblica di Cipro.

3. La minoranza curda continua ad essere repressa militarmente, al di fuori di ogni principio liberale e contro ogni diritto umano.

4. Il genocidio degli Armeni è stato uno scempio, una mattanza vergognosa, che non viene tuttora riconosciuta dallo stato turco (le stime variano tra le 300mila e il milione e mezzo di uomini, donne e bambini massacrati). La Turchia non ammette il termine “genocidio” e ha perseguito fino a tempi recenti coloro che ne parlavano pubblicamente (il premio Nobel Pamuk vi dice niente?). Sebbene sia stata apportata una modifica all’articolo 301, che punisce ogni offesa contro la “turchicità”, e non sia più possibile utilizzarlo per arrestare sommariamente chiunque sostenga l’esistenza del genocidio, la sostanza non cambia: ciò che è ecumenicamente riconosciuto in Europa continua ad essere negato all’interno dei confini turchi.

5. La Turchia è un paese vasto (783.562 km², l’Italia 301.320 ) e con una popolazione di 73,64 milioni di individui. Se entrasse a far parte dell’Europa, diventerebbe lo stato più esteso e il secondo per numero di abitanti. Tralasciando la delicata questione religiosa (la popolazione di religione islamica passerebbe dall’attuale 5% al 20%), bisogna immaginare cosa significherebbe questo su due fronti: quello istituzionale e quello sociale. A livello istituzionale, pare chiaro che un paese così importante dal punto di vista numerico possa far valere la sua dimensione anche e soprattutto nel campo delle direzioni future dell’assetto europeo. Per tutte le ragioni di cui sopra, attualmente non mi sembra una buona idea. A livello sociale – e qui bisogna andarci coi guanti di velluto -, la cittadinanza europea estesa alla popolazione turca avrebbe un impatto socio-economico difficilmente prevedibile. Ciò non significa che debba essere necessariamente un impatto negativo, ma, vista la già precaria situazione continentale, lascerei da parte ogni facile senzafrontierismo e valuterei un poco meglio i possibili effetti di una Turchia europea.

 

5 Comments

  1. per quanto mi riguarda, ero contrario a suo tempo all’ingresso della Turchia nell’UE perchè era uno stato formalmente democratico, ma dove i militari e il nazionalismo avevano troppo peso.
    Ora sono ugualmente contrario, perchè i militari hanno perso molto potere, ma in favore di un islam nazionalista (vedi il blocco di youtube fatto a suo tempo, credo 2/3 anni fa, perchè circolava un video sulla presunta omosessualità di Ataturk).

    Per quanto mi riguarda, sbatterei fuori pure gli ungheresi. E tanti saluti a Orban.

  2. Condivido interamente questa analisi.
    Purtroppo il nostro ministro degli esteri è una signora che da sempre proclama la necessità e la giustezza della Turchia in Europa.
    Lo ribadisce anche oggi, senza ombra di imbarazzo

    • è la stessa che proponeva, insieme a quasi tutto il resto dei radicali, Israele nella UE. Altro paese al top nei diritti umani.

      • Noi italiani si che possiamo far le pulci al rispetto dei diritti umani degli altri! Potrei anche provare a spiegarti il perché della iniziativa Israele nell’UE, ma sono convinto sia tempo perso.

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