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Trivelle: un referendum imbarazzante

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Con un sistema politico al collasso e in perdita quasi irreversibile di credibilità, non stupisce che si assista a periodiche fiammate populiste di fronte alle quali governi anche ben indirizzati sono incapaci di opporre una voce ferma, o anche solo condurre il dibattito presentando una opinione ragionata e dati a supporto.

Questo è stato il caso nel 2011, con il triste silenzio della maggioranza di centrodestra, e l’infame voltafaccia opportunista del centrosinistra: Berlusconi e Bersani non difesero una riforma dei servizi pubblici locali che pure entrambi avevano sostenuto anche con atti concreti in Parlamento. Con un sistema ancora piú abborracciato a una stabilità di governo che dipende inesorabilmente dal contenimento dei grillini, oggi questi dettano l’agenda politica sui temi ogniqualvolta alzano la voce: per non rischiare di perdere consensi si è costretti a inseguirli su ogni cosa.

Questo, purtroppo, è anche il caso della campagna di squallida disinformazione portata avanti dalle associazioni “ambientaliste” nel caso del referendum delle trivelle. Il referendum del 17 Aprile include un quesito unico sopravvissuto a una campagna su piú temi portata avanti, tra gli altri, da un Civati in versione sfascista di cui si è parlato qui. Primo sponsor politico della campagna, il governatore pugliese Emiliano: uno che non se ne fa mancare una, dai tempi in cui sosteneva la necessità di compensare i professori meridionali vincitori di cattedre al Nord, chiamandoli “deportati”. Un utile riassunto di cosa c’è in ballo si puó trovare anche su fonti di informazione “di sinistra” come ilPost, non c’è bisogno di chiedere all’ENI: si veda, ad esempio, qui .

La campagna di sigle come Greenpeace, invece, mira unicamente a confondere le acque. Tra le altre cose, gli attivisti:

  • affermano che le royalties italiane siano le piú basse del mondo; ma questo non solo non è vero, è proprio una informazione che tratta in maniera disonesta una materia complessa! Si veda, ad esempio, la guida alle politiche sull’estrazione di idrocarburi realizzata dalla società Ernst & Young, qui. Alcuni paesi, ad esempio il Regno Unito, non applicano alcuna aliquota per le royalties, e incamerano entrate da estrazione solo con le tasse sulle imprese! Altri paesi, primariamente in via di sviluppo, applicano tassi disomogenei che dipendono dalla quantità di materiale estratto. Fare paragoni è molto difficile, ma non esiste una formulazione in cui Greenpeace stia dicendo la verità sul tema.
  • impostano la campagna sulla paura delle perdite di petrolio, quando la questione riguarda principalmente l’estrazione di gas: la produzione di grezzo a mare nel 2009 è stata in totale di 525.905 tonnellate, a fronte di 4.024.912 tonnellate di gas (fonte qui), e si tratta peraltro di piattaforme considerate molto sicure – anche perchè la tecnologia per la messa in sicurezza delle piattaforme off-shore è quasi tutta una eccellenza italiana. Tecnologia che viene applicata moltissimo nel mare del Nord, dove si trovano 450 piattaforme petrolifere per lo più norvegesi e britanniche. Chi agita lo spettro del più grande disastro della storia delle piattaforme, cioè quello di BP nel Golfo, omette di indicare che gli studi condotti a cinque anni di distanza sono molto meno unanimi nel parlare di disastro irrecuperabile di quanto non sembrasse all’inizio (vedasi qui e qui). Immagini come quella che segue sono disoneste, fuorvianti, disinformative:

 

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  • sostengono posizioni irrealistiche sul tipo di mix energetico che emergerebbe a conseguenza di un “Si”. Poichè l’effetto di breve riguarderebbe principalmente una diminuzione delle estrazioni di gas, l’effetto più probabile sarebbe quello di aumentarne l’importazione – il che, dal momento che per l’opposizione spesso degli stessi soggetti è impossibile da farsi per via di gasdotti, implica l’approdo di un numero maggiore di navi, quelle si più inquinanti e pericolose.
  • rappresentano l’Italia come un Paese dotato di un mix energetico sbilanciato nella direzione dei combustibili fossili. Questo fa ridere perchè, almeno in questa dimensione, il mix energetico italiano sarebbe peggiore solo di quello francese – a meno che come spesso accade non si sia altrettanto ostili al nucleare, nel qual caso il nostro Paese sarebbe il modello da imitare, e non il contrario. Si vedano i dati:

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L’intera campagna è diventata uno spaventoso caso di fanatismo collettivo basato su sogni e rappresentazioni utopiche, nel rifiuto totale di ogni valutazione mediata e meditata, e nella fuga dei corpi intermedi, dei partiti e delle istituzioni da ogni capacità di migliorare la qualità del dibattito.

L’ultima volta che ho controllato, il voto era un dovere solo nelle democrazie plebiscitarie. Tanto più quando votando si aumenta il rischio di ulteriori interventi politici nella vita di cittadini e imprese, in nome del fanatismo ideologico di minoranze che ,complici l’ignoranza e la malafede dei media, vogliono vendere il referendum come un voto su cose che parlano d’altro.

In questi casi l’astensione è un diritto il cui esercizio assume quasi i contorni di un dovere morale. Chi fa la morale sull’importanza del voto si impegni perché venga abolito il quorum, o perché vengano garantiti spazi informativi seri, autorevoli e ad ampia diffusione sulle materie referendarie.

(TACO'S LETTERS) Conosciuto anche come “Mazzò”, è un famoso polemista pop italiano. Ospite abituale in numerosi show televisivi, figura di rilievo nella polemica pop italiana dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70, è conosciuto per l’estensione vocale (tre ottave) dei suoi insulti, come per l’agilità dialettica nell’enumerarli. Ritiratosi dalle scene live nel 1978, continua a rilasciare post di grande successo.

2 Comments

  1. “gli studi condotti a cinque anni di distanza sono molto meno unanimi nel parlare di disastro irrecuperabile di quanto non sembrasse all’inizio”

    ah, so’ meno unanimi.

    davvero rassicurante.
    anzi, facciamo così: sono convinto, e non se ne parli più.

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