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ansa - svizzera - epa03119567 Spectators cheer with Swiss flags in the finish area of the men's Alpine Ski World Cup Super-G on the Piste Nationale in Crans-Montana, Switzerland, Friday, February 24, 2012.  EPA/ALESSANDRO DELLA VALLE

Trivelle: se questo è il fronte del “SÌ”, impari dalla Svizzera

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Ho ospitato volentieri la replica di Alessandro Gilioli al mio articolo sul referendum (puntate qui e qui), nel senso di aver detto “si” già prima di leggerla, per predisposizione personale all’apertura al dialogo verso chi vuole dialogare con argomenti. Al costo di annoiare chi legge, però, devo dire (e spiegare perchè), se questi sono gli argomenti, allora tanto vale lasciar perdere. Vado per punti:

  1. Le fonti fossili non sono “liberiste”: questo argomento mi ha fatto girare la testa. Cosa vuol dire? Essere liberisti, qualunque cosa significhi per lui o per me, di certo non vuol dire appartenere a una Chiesa che ha una risposta univoca per ogni questione. E anche dando una definizione abbastanza larga della questione – un liberista è chiunque sia scettico delle capacità di risolvere problemi sociali per vie politiche, e crede invece che i mercati liberi e la concorrenza siano parte integrante del patto sociale – non si vede perchè ne debba discendere una posizione universale sulle fonti fossili. La verità è che spesso molti liberisti sono anche realisti, e vedono che la dipendenza da fonti fossili è nel breve periodo un dato, non una variabile.Allo stesso modo, un liberista che pure riconosce l’utilità di ridurre gli impatti ambientali della produzione di energia non può ignorare che (a) nel breve rinunciare alle fonti fossili che utilizziamo porterebbe sostanzialmente a sostituirle con altre fonti fossili, e peggiori; (b) i sussidi a pioggia alle rinnovabili sono stati un fallimento clamoroso: hanno aumentato a sproposito il costo dell’energia in Italia distruggendo posti di lavoro e PIL (di circa 12 miliardi l’anno, cui bisognerà aggiungere un altro paio di miliardi l’anno per indennizzare le centrali inattive tramite i c.d. capacity payments), hanno rallentato l’innovazione (invece del rent-seeking) e promosso in parallelo la creazione di veicoli, spesso in mano a criminali, messi in piedi solo allo scopo di intercettare i soldi pubblici.
  2. La questione dei “grandi interessi”: Gilioli lascia intendere che una delle buone ragioni per votare SI sia dare una lezione ai soliti capitalisti cattivi, ad esempio quando dice: “sarebbe interessante confrontarsi non solo sulle trivelle entro le 12 miglia, sui possibili danni ambientali, sul business dei loro proprietari (causa non ultima del silenzio mediatico sul referendum)“. Non è il solo: basta cercare su Google per trovare decine di riferimenti ai “loschi interessi”, al “favore fatto ai petrolieri” (nel non fare l’election day). Bene, caro Gilioli e cari tutti: è ora che usciate da questa cazzo di retorica da teenager. Non c’è altro modo di dirlo: argomentare usando lo spauracchio del cattivo capitalista o banchiere, a prescindere e solo in quanto capitalista o banchiere, è inaccettabile e vi porta al livello di Forza Nuova. Questo non implica certamente che i capitalisti o i banchieri siano brave persone a prescindere: ma gli argomenti ad hominem fanno sempre schifo, esattamente come fanno sempre schifo gli argomenti basati su pregiudizi di categoria, esattamente come fanno pena gli argomenti francamente infantili contro la ricchezza. Le persone sane di mente odiano la povertà, non la ricchezza – e vogliono che non ci siano poveri, non che non ci siano ricchi. La distinzione non è di lana caprina. Crescete, per il bene vostro e della sanità del dibattito pubblico. Se il dibattito è inquinato da loschi interessi, allora dica chi e quali sono quelli che influenzano chi e come, con nomi, ragionamenti e riferimenti precisi. Altrimenti è b-a-r-b-a-r-i-e, ok? Esattamente come quando i fascisti parlavano di incomprensibili complotti plutocratici.
  3. La questione dell’astensione: è uno strumento retorico abusato durante la seconda repubblica, quando i quorum sono stati meno frequenti, questo della negazione della legittimità dell’astensione consapevole. Si tratta ovviamente di uno strumento retorico che altri – immagino diversi da Gilioli, visto che di sue posizioni opportunistiche in tal senso non ho memoria (anzi, lui ribadisce il contrario, giusto oggi, anche qui) – hanno mostrato di utilizzare con molta libertà – specialmente a sinistra. Tutti grandi sostenitori del valore della consultazione a prescindere nel 2011 e oggi, ma altrettanto compatti nell’invitare all’astensione solo due anni prima.

Per concludere, torno un’altra volta sulla cornice istituzionale del referendum. Se è vero che del metodo referendario in generale Gilioli è da sempre un coerente sostenitore, lo inviterei a farsi promotore di iniziative per avvicinare la legislazione italiana a quella svizzera. Breve sommario: in Svizzera:

  • non è previsto quorum;
  • i referendum federali necessitano di maggioranze qualificate anche su base cantonale;
  • il governo e le forze che lo sostengono sono obbligati a esprimere una posizione argomentata sul quesito;
  • Ai testi è allegata una breve e oggettiva spiegazione del Consiglio federale, che tenga anche conto delle opinioni di importanti minoranze. Essa deve riprodurre letteralmente le domande figuranti sulla scheda. Nel caso di iniziative popolari e referendum, i comitati promotori trasmettono le proprie argomentazioni al Consiglio federale; questi le riprende nella spiegazione. Il Consiglio federale può rifiutare o modificare dichiarazioni lesive dell’onore, manifestamente contrarie alla verità oppure troppo lunghe. Nella spiegazione sono ammessi rimandi a fonti elettroniche soltanto se gli autori degli stessi dichiarano per scritto che tali fonti non hanno contenuto illecito e non contengono collegamenti a pubblicazioni elettroniche di contenuto illecito (questo è tratto letteralmente dalla Legge che regolamenta i referendum: un esempio anche di civiltà giuridica, data la chiarezza e la comprensibilità, che dovrebbe imbarazzare i giuristi italiani: il resto è qui)
  • per quel che ho visto (ma questo attiene alla cultura e non alla legge), anche le posizioni più folli vengono di solito analizzate sui media da persone di una qualche competenza: in Italia a parlare di quesiti tecnici abbiamo visto il circo dei Zanotelli, Ilaria D’Amico, Finardi, Magdi Allam. Più che la capacità di approfondire, lo stesso servizio “pubblico” della RAI sembrava voler replicare in versione meno brillante il freak show pomeridiano di Cruciani;

Questo è quanto ho da dire. Ovviamente si potrebbe discutere delle questioni tecniche centrali nel referendum. Ma avrete notato che i primi a non farlo, chissà perchè, sono proprio i sostenitori del SI.

(TACO'S LETTERS) Conosciuto anche come “Mazzò”, è un famoso polemista pop italiano. Ospite abituale in numerosi show televisivi, figura di rilievo nella polemica pop italiana dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70, è conosciuto per l’estensione vocale (tre ottave) dei suoi insulti, come per l’agilità dialettica nell’enumerarli. Ritiratosi dalle scene live nel 1978, continua a rilasciare post di grande successo.

1 Comment

  1. Il problema è che senza una modifica (culturale) dell’ultimo punto, qualunque cambiamento dei punti precedenti, per quanto sensato, rischia di peggiorare la situazione.

    Voglio dire, con il limite del quorum si buttano un sacco di soldi per la consultazione inutile, togliendo il quorum rischiamo di essere vincolati alle decisioni di una decina di misinformati.
    Ecco non vorrei che il referendum si trasformasse in una votazione “sul sacro blog”

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