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The Ruling Class – una recensione

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Una noiosa domenica di molti anni fa, a casa della mia nonna materna, mi capitò di vedere un pezzo di questo film. Nonna Ginetta aveva comprato un televisore a colori, che allora rappresentava il massimo della tecnologia moderna, e ogni tanto mio padre ed io passavamo un pomeriggio domenicale ipnotizzati da quella fantastica novità. Sorbivamo di buon grado qualsiasi porcheria ci venisse propinata dalla scatola magica; a differenza della Rai, le “tivvù private”, infatti, passavano film a qualsiasi ora, classici come opere bislacche come quella di cui oggi voglio parlare.

Da notare: i miei genitori, che si erano preoccupati di bandire dalla conversazione qualsiasi riferimento anche lontanamente attinente alla sfera sessuale, a dieci anni mi consentivano di guardare film che per tema, durata, stile, argomento, erano chiaramente non adatti ad un bambino della mia età. Ero piccolo quando mi vennero propinate le tre ore abbondanti di “Barry Lyndon”. Vorrei poter dire che la visione di quella meravigliosa pellicola in sì tenera età sia stata decisiva per forgiare il mio futuro impeccabile gusto in fatto di cinema; la realtà è ben diversa, ovviamente: “Grazie papà, per avermi portato a vedere un film dove a uno tagliano la gamba e la danno al gatto“- questo fu il mio unico commento. Tra l’altro, la versione che vidi allora era quasi certamente tagliata: non ho memoria, ad esempio, della scena del bacio omosessuale tra ufficiali (negli USA si affronta il tema dell’omosessualità nel 1958 con “La Gatta sul tetto che scotta”, in Italia, oltre vent’anni dopo, si purga una scena con un bacio tra uomini).

Ma torniamo a “The Ruling Class” (“La classe dirigente”): facendo zapping, mio padre vede Peter O’ Toole, un attore che idolatra dopo il suo Lawrence d’Arabia, e finalmente la pianta di cambiare canale in modo compulsivo. La bizzarria e l’irriverenza del film a me piacquero immediatamente, anche se ovviamente non ne capii a fondo il senso polemico. Al piccolo Braconi (e anche al senior in effetti) fu comunque negata la scena in cui Carolyn Seymour si esibisce in una coreografia-strip tease, fino a rimanere nuda: anche qui, evidentemente, un piccolo taglio per non turbare troppo i borghesi teledipendenti della domenica…

Quando lo becchiamo, il film è iniziato da un po’, e così perdiamo pure l’assurda sequenza iniziale: quella di sicuro non l’avrei capita. Provate a spiegare questo, ad un bambino di 10 anni (nel 1979): l’anziano Ralph, 13-esimo conte di Gurney, in divisa da ufficiale britannico e tutù da ballerina, chiuso nella sua stanza da letto, fa uno strano gioco autoerotico: con l’ausilio di una scaletta, si mette un cappio al collo e si procura piacere con brevi istanti di asfissia. Quando la scala si rovescia, il conte si impicca e muore.

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Gli stravaganti nobili inglesi

Sir Charles, dopo aver dissimulato la reali circostanze della morte dell’illustre e ricco fratello, punta ad impadronirsi dei di lui beni, congiurando apertamente ai danni del legittimo erede, Jack Arnold Alexander Tancred Gurney, 14-esimo conte di Gurney (Peter O’ Toole). Obiettivo apparentemente facile, dal momento che Jack è un pazzo furioso convinto di essere Dio. Una follia tenera e poetica, la sua, che si manifesta nell’aperta predicazione della fratellanza universale e che comporta qualche piccola stravaganza: Jack, per dire, insiste a dormire, in piedi, sul crocifisso a grandezza naturale che ha fatto installare nel salotto della sua casa di famiglia. Ovviamente, il suo messaggio di amore incondizionato, più che avversato, viene semplicemente ignorato dai più come una fastidiosa forma di eccentricità.

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Carolyn Seymour, moglie del regista Peter Medak, come io non ho potuto rimirarla quando avevo 10 anni.

Sir Charles mira a far sposare rapidamente Jack – a tal fine “riciclerà” cinicamente una sua (ex?) amante, che, a dispetto di ogni aspettativa, finirà per provare autentica tenerezza per lo sfortunato conte di Gurney. Una volta messo alla luce un erede legittimo, spera Sir Charles, potrà far interdire Jack e toglierlo definitivamente di mezzo rinchiudendolo in manicomio. A tal fine viene perfino ingaggiato uno psichiatra, il dottor Herder, il quale però, anziché favorire i biechi piani di Charles, avallando la tesi della follia di Jack, si metterà in testa di curarlo. Ed effettivamente i suoi metodi, singolarmente crudeli, condurranno il paziente ad una parvenza di normalità. Dismessi l’acconciatura da Gesù pop, i completi bianchi ed il saio monacale, Jack sfoggia ora un perfetto taglio di capelli, un magnifico completo di sartoria, e siede sullo scranno parlamentare un tempo occupato dal defunto padre. Eppure, il recuperato equilibrio mentale non è esente da ombre né da vaghe suggestioni violente; la mente di Jack, infatti, è irrimediabilmente malata, ed egli adotterà ben presto un alter ego assai più sinistro, quello del maniaco assassino di prostitute Jack lo Squartatore. Nessuno, nemmeno l’amata e tutto sommato innocente moglie, verrà risparmiato dal suo furore distruttivo.

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Il “nuovo” conte di Gurney e la sua platea di zombie.

La Classe Dirigente” è la versione cinematografica di una pièce teatrale scritta da Peter Barnes nel 1968 (in questi giorni, fino all’11 aprile 2015 viene rappresentata a Londra); anche in quel caso il quattordicesimo conte di Gurney venne impersonato da Peter O’ Toole, il quale era anche proprietario dei diritti. La leggenda vuole che, nel 1972, al termine di una serata ad alta gradazione alcolica trascorsa in compagnia di Peter Medak, l’attore irlandese abbia telefonato al suo agente: “Sono qui con quel pazzo di ungherese, e sì, lo so che sono sbronzo, ma ti do 24 ore per metter su questo film“. La mattina successiva Medak riceve una chiamata dalla United Artists. Il film, come la commedia, è un guazzabuglio in cui si alternano black comedy, satira sociale e musical. Pur nella sua piacevolezza è una pellicola piena di rabbia, quasi nichilista. L’unico personaggio positivo è in effetti quello del maggiordomo marxista, Daniel, che, una volta ereditata una somma di denaro dal vecchio conte di Gurley, diventerà pericolosamente poco diplomatico nei confronti dei suoi “padroni”, e progressivamente più proclive all’abuso di alcol. Pur odiando cordialmente (e con ottime ragioni) la corrotta famiglia Gurney, rimarrà fedele al giovane Jack, il quale tuttavia lo tradirà senza il minimo scrupolo per salvarsi dall’accusa di omicidio. Il “nuovo” conte di Gurney si comporta in modo consono a quanto gli impone il suo retaggio, ovvero mettendo in conto alle classi oppresse le conseguenze della propria condotta criminale: si registra qui quel tipo di forzatura ideologica che dal mio punto di vista fa invecchiare male tanto cinema di contestazione anni Settanta, altrimenti molto interessante.

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Il maggiordomo marxista, pronto alla prima vacanza della sua vita.

Per il resto il carnevale grottesco di Medak / Barnes butta all’aria ogni sacra istituzione borghese:

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Il Vescovo Lampton.

La religione organizzata (La Chiesa d’Inghilterra): ad impersonarla è la maschera stravolta ed esilarante del vescovo Bertie Lampton (Alastair Sim), che, a dispetto delle manfrine con cui manifesta il suo sdegno per la corruzione dei suoi tempi, fingerà di credere che la morte di Ralph Gurney sia stata causata da un incidente e che il matrimonio di comodo tra una prostituta ed un debole di mente sia il suggello divino su un amore sincero. Non a caso l’autentico messaggio “love & peace” viene messo in bocca ad un folle: esso, infatti, comporta un sovvertimento di valori talmente violento che una società cinica non può che catalogare come pazzia.

La scienza: a dargli corpo è il personaggio del dottor Herder, medico abile ma incapace della minima empatia con il paziente, ed in più pronto a farsi corrompere in cambio di sesso (le profferte erotiche della matura e disinibita moglie di Sir Charles) e del denaro necessario a finanziare le sue ricerche. Per inciso, con la sua “geniale” terapia, trasformerà la bonaria follia di Jack in una furia omicida che nulla risparmia.

Il matrimonio: quello organizzato da Sir Charles è una farsa indecente – solo per caso, da queste esecrabile finzione nascerà un legame basato su un affetto genuino, anche se breve. Quanto al suo, di matrimonio, c’è poco da stare allegri. A parte il fatto che Sir Charles se la spassa con un’amante che ha la metà dei suoi anni e che non si farà scrupoli ad asservire ai suoi loschi piani, la moglie lo disprezza al punto da andare a letto con Herder solo per odio nei suoi confronti. Non solo, ma quando Jack recupererà la sua rispettabile “normalità” (apparente e comunque transitoria), Lady Claire non si farà scrupolo di sedurre il nipote, che l’ammazzerà a coltellate.

La società: la classe dirigente viene dipinta come una combriccola di deboli di mente, il cui sbandierato rispetto per le tradizioni nasconde esistenze dannate da conformismo, fredda ipocrisia, violenza e alcolismo. Un circolo chiuso, all’interno del quale tutto è concesso e al di fuori del quale tutti sono considerati nemici. Molto efficace, a tal proposito, è la scena in cui Jack, ormai rinsavito e trasformatosi in eloquente parlamentare, terrà un discorso in cui si dichiarerà favorevole alle punizioni corporali e alla pena di morte; ad applaudire sarà però un’assemblea di mummie polverose (il Parlamento).

Insomma, anche se è stato girato molti anni fa e nonostante qua e là faccia percepire l’ansia dimostrativa tipica dei film a tesi, La Classe Dirigente è divertente e polemico; il suo unico difetto è la lunghezza: 153 minuti sono davvero troppi, qualche taglio in fase di montaggio avrebbe reso il lavoro molto più snello e fruibile.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

1 Comment

  1. La Gatta sul tetto che scotta è uno dei migliori film sul tema dell’omosessualità di tutti i tempi. Indulgere nell’impulso omosessuale porta solo frustrazione e sofferenza. Tennessee Williams aveva già capito tutto se solo lo si fosse ascoltato ci saremmo risparmiati cinquant’anni di polemiche inutili.

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