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The Lobster

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C’è questa idea che è in giro da qualche millennio. Dice così: incontrare l’amore, la persona giusta – the one, direbbero gli inglesi – è un po’ trovare l’altra metà di sé stessi. Quelli di voi che ancora conservano reminiscenze del manuale di filosofia (o, meglio ancora, di questa scena memorabile di Tre uomini e una gamba), ricorderanno probabilmente il mito della metà raccontato da Aristofane nel Simposio di Platone.

Ora, prendete questa idea a prima vista banale e provate a metterla dentro una app per il vostro iPhone. Il risultato si chiama Tinder (o Happn, OkCupid, …). Dating apps, ovvero la versione contemporanea dell’agenzia matrimoniale: vediamo che faccia hai, quanto sei alto, se fumi, se ami leggere Proust o i manga giapponesi. Se il tuo profilo mi piace e io piaccio a te allora abbiamo un match, un potenziale incontro di due anime gemelle che si cercavano da sempre e che magari, nella barbara notte dell’era pre-internet, mai si sarebbero trovate.

Questo sistema è certamente molto funzionale. L’amore è cieco. E tuttavia, statisticamente, ho più chance di trovare l’anima gemella in uno che in partenza trovo attraente e che condivide i miei stessi interessi, piuttosto che in uno stupratore di tacchini indonesiani, grasso e con la faccia sfigurata da una ferita di machete.

Ma non di sola statistica vive l’uomo. E l’occhio del vero artista è quello che sa soffermarsi su quella transizione impercettibile da un’intuizione semplice ma potente – l’amore come incontro di due destini – in qualcosa di più di un tic di massa, quasi un’ossessione collettiva. L’amore come il perfect match su una app di appuntamenti. L’amore come l’ideale della coppia radiosa, sdraiati sul prato guancia a guancia in un selfie con il filtro Sierra di Instagram.

Il 15 ottobre è uscito nelle sale, anche in quelle italiane, un film che parla esattamente di questa transizione impercettibile tra essere e dover essere della vita in due. Si chiama The Lobster, del regista greco Yorgos Lanthimos. E’ un film spiazzante, divertentissimo, profondo e brillante. Uno dei film più belli e originali degli ultimi anni.

La trama non ve la racconto, per due ragioni: la prima è che, che ci crediate o no, esiste Google. Il secondo motivo è che questo è un film dal quale mi sarei molto probabilmente tenuto alla larga, se ne avessi letto la trama prima di comprare il biglietto, temendo un penoso senso di déjà-vu. Lathimos, in effetti, non inventa nulla, costruisce un’opera originalissima di puro materiale di riciclo: abbiamo così un espediente semplice e persino abusato – il presente distopico dove l’ossessione collettiva è divenuta legge della Città; l’ambientazione più classica dei racconti uno-a-molti (quando non è il protagonista che si muove incontro a personaggi e situazioni improbabili, come nei road movies, sono questi ultimi che si muovono incontro al protagonista: ed ecco l’hotel). Le metafore trite (l’amore cieco), la recitazione impersonale da teatro dell’assurdo (magistrale Colin Farrell), i non-luoghi metropolitani, il romanzo di formazione.

Il regista greco pesca a piene mani in un repertorio di immagini e situazioni che spazia impavidamente da Sofocle a Lost, riuscendo sistematicamente, ma con leggerezza, a sovvertire la cifra originale del già visto. Ciò che all’origine è tragico diventa qui comico o almeno grottesco, il comico si colora degli elementi del dramma, il fantastico assume i contorni della realtà più cruda e il realismo sfuma nelle nebbie dell’immaginazione.

Così, The Lobster è un film intrinsecamente sovversivo: nelle singole, brillanti scelte di stile prima ancora che nel messaggio crudele. Che è poi questa reinvenzione rovesciata del mito platonico in un’era post-Tinderizzata. Dove non è più Zeus che, per invidia, decide di spaccare in due metà difettose l’originaria e perfetta unità ermafrodita della coppia di amanti, ma sono gli uomini che, per il terrore di non farcela, si ostinano come bambini a riappiccicare a forza pezzi di puzzle presi a casaccio da scatole diverse.

Uomo dalle convinzioni granitiche, nell'arco della stessa giornata oscilla tra la difesa dell'anarco-capitalismo e il vagheggiamento del socialismo reale, per lo più sulla base della propria convenienza. Nemico di tutte le religioni, ispira la sua condotta morale a due imperative categorici: “viva la merda” (R. Ferretti) e “l’amore vince sempre sul'’invidia e sull'odio” (S.B.). Viene da un posto caldo e malsano, ma ora vive in un posto freddo e salubre. Aspira a vivere in un posto caldo e salubre, ma teme che finirà in un posto freddo e malsano.

6 Comments

  1. Appena visto.
    Debbo dire che il film ha un messaggio molto potente, ma – oh, è la mia impressione da profano – è troppo, troppo, troppo lento.
    Un altro appunto. Anche a te è capitato di trovare una sala piena di gente che si sganasciava dalle risate? Ora, il film ha alti livelli di comicità, ma di un tipo che non assocerei alle “sganasciate”, soprattutto perché comunque è un film molto triste.
    Insomma, volevo fare una strage.

    • Ti confesso che anche io durante tutta la prima metà del film mi sono fatto delle grandi risate. Quando la tipa anemozionale uccide il cane/fratello di David sono morto. 😀

      • Ma li ho riso anche io, più che altro perché tutta la sala è partita in un “noooo poverino ma perché? “.
        Cioè, fatemi capire, avete riso per una donna che rantola di dolore dopo essersi lanciata dalla finestra, e rompete il cazzo per il cane?
        Tra l’altro la scena della donna è una di quelle che più mi ha fatto soffrire si tutti i film che ho visto

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