Te la do io la tua opinione

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Caro Gianluca Neri, la risposta giusta non era “Lo so io qual è l’opinione giusta che devi avere sul furto e la diffusione di tue foto intime”, perché non è vero e perché poi anche se dici cose sensate finisci per forza a dover scrivere una lenzuolata di precisazioni e di nomavolevodireche; la risposta giusta era: “Tu consideri guardare quelle foto una violenza nei tuoi confronti, ma a me non sembrava lo fosse. Evidentemente abbiamo percezioni diverse della gravità del fatto, ma dato che sei tu ad averlo subito, è la tua opinione che conta”.

Approfondimento:

Il punto, Gianluca, non è cosa pensi tu, e in un certo senso non è nemmeno cosa pensa Jennifer Lawrence. Il punto è che se una persona subisce un torto e ti dice “mi è stata fatta una violenza”, le tue alternative sono 1) mettere in dubbio la sua sincerità e/o la sua sanità mentale, oppure 2) prendere atto del fatto che quel torto per quella persona è una violenza, punto. Ci sono ovviamente alternative sfumate accettabili, ma “no guarda la tua impressione su quello che ti è successo è sbagliata ti spiego io” non è una di queste.

Certo, sarebbe stato bello, divertente, apprezzabile, se J.L. l’avesse presa sul ridere e avesse chiuso il caso con un yo la tengo como todas, come sarebbe piaciuto a te. Chiaro. “Quelle foto erano mie, non avevate il diritto di guardarle, simpatici segaioli incorreggibili che non siete altro, ma come si fa a non volervi bene mannaggiavvoi? Occhio che diventate ciechi, LOL”. Che mondo meraviglioso sarebbe se tutti avessimo l’ironia e la leggerezza di, boh, Gianluca Neri? Invece, purtroppo, quella notoria tristona della Lawrence ha preso la cosa troppo sul serio. E fattela ‘na cazzo di risata, Jen, siamo mica violenti noi: le foto te le hanno già rubate, il danno è fatto, noi le guardiamo senza permesso soltanto.

Ma naturalmente ti sei spiegato meglio nella lunghissima appendice al post:

Ciò che io contestavo erano i pesi sbagliati che, nella concitazione del momento, sono stati dati a due azioni entrambe gravi ma sicuramente gravi in maniera diversa. Aggiungevo, però, che era assolutamente giusto che chi era stato oggetto della violazione la pensasse così, ma mi aspettavo qualcosa di diverso dai commentatori che, come la giustizia, dovrebbero aspirare al giudizio obiettivo che si dovrebbe avere quando non si è coinvolti direttamente in ciò che si sta giudicando.
[…]
Fatte tutte queste premesse, il punto resta questo: no, chi ha solo guardato quelle foto non ha commesso un atto grave uguale a quello delle persone che le hanno rubate e di quelle che le hanno distribuite.

Peccato che la Lawrence non abbia detto nulla del genere. Nel post, tu le attribuisci la frase “Chi ha guardato quelle foto ha commesso una violenza sessuale” – che, tra parentesi ma mica tanto, non è presente nell’articolo che hai linkato. Seguendo qualche link in più si trova la ragionevolissima frase originale:

“Anybody who looked at those pictures, you’re perpetuating a sexual offense. You should cower with shame. Even people who I know and love say, ‘Oh, yeah, I looked at the pictures.’ I don’t want to get mad, but at the same time I’m thinking, I didn’t tell you that you could look at my naked body.”

Nel caso non fosse noto a tutti, “offense” non è un sinonimo di “violenza” ma di “crimine”. Una traduzione più onesta sarebbe stata: “Chi guarda quelle foto perpetua un crimine sessuale”. Potremmo quindi stabilire che hai decisamente frainteso la dichiarazione e imbastito un dibattito sul nulla, e chiudere il discorso; ma ormai ci siamo dentro fino al collo.

Anche ponendo che abbia detto quello che sostieni tu, chi dice che sia un atto “uguale a quello delle persone che le hanno rubate”? Guardare foto intime private (e rubate) di qualcuno può benissimo essere considerata violenza, ma rubarle e distribuirle può altrettanto bene essere una splendida carrettata di reati più, meno o diversamente gravi.

L’intera precisazione, poi, sembra pervasa da una fastidiosa presunzione di superiorità: certo, è normale che la povera Lawrence, sensibile e turbata, adesso dica stronzate ai microfoni, ma noi persone razionali invece sappiamo qual è la verità obiettiva a cui tutti dovrebbero aspirare.

Poi chiudi spazzando alla viva il parroco:

Esiste qualcosa di peggio, secondo me, di quel porno rubato – in cui per lo meno la Lawrence era in una condizione di controllo della propria immagine, perché immaginiamo che se ha poi inviato le foto al ragazzo si sarà almeno sentita carina – ed è il porno nell’immagine qui di seguito, che invece è legale, pubblicabile, accettato. E fa danni – anche molto gravi – più della diffusione di un paio di belle tette.

[foto di testate online con servizi sulla cellulite delle vip intitolata “ilveroporno.jpg”]

E ci sarà, certo, qualcuno che dirà che è un’ulteriore distinzione, benaltrismo che non aiuta. Ma poi io penso a cosa preferirei tra una figlia che fa sesso spesso e volentieri, in tutti i luoghi e in tutti i laghi, divertendosi a fare qualcosa che diverte e piace a tutti, documentando il tutto con audiovisivi a scelta in uso in quel particolare periodo storico, e una che allo specchio e in compagnia di altre persone si sente un cesso perché glielo dicono le copertine dei giornali e i siti internet, che è un cesso.

Bene, lo faccio io:  È UN’ULTERIORE DISTINZIONE, BENALTRISMO CHE NON AIUTA. Non solo: non c’entra veramente un cazzo. Dov’è finito il furto di foto personali, nel paragone? Come sarebbe a dire che “per lo meno la Lawrence era in una condizione di controllo della propria immagine”? Il problema è proprio che poi non è stato più così. Per di più, fermo un momento Gianlu’: tu stai seriamente sostenendo che un penoso servizio sulla cellulite di Raffaella Fico al mare sia peggio del furto di materiale fotografico da account privati? Ma peggio per chi? Per la tua figlia immaginaria può darsi, ma per i diretti interessati?

Ah, giusto, loro devono riderci sopra.

(ESERCIZI DI LOGICA) Trapiantato a Milano in quasi giovane età, scrive tendenzialmente per dimenticare, cosa che gli riesce piuttosto bene. Soffre da molti anni di Sindrome di Ingegneria, diffusa ma poco conosciuta patologia psichiatrica che porta il soggetto a credere che qualunque interazione al mondo sia descrivibile con non più di quattro equazioni differenziali e a non capire perché abbia così pochi amici. Si lamenta di tutto.

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