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Il Post la deve smettere

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Questo articolo si pone l’obbiettivo di permettere al sottoscritto di capire se l’impressione che Il Post abbia drasticamente calato la qualità del servizio offerto corrisponda alla realtà. Ogni giorno che passa e che visito il sito o le sue appendici nei social network, mi trovo sempre di più a pensare: “Ma che brutti articoli stanno pubblicando? Ma cos’è sta roba?!”. Fatico però ad esprimermi con certezza contro il giornale di Sofri, innanzitutto perché rimane comunque a mio parere il migliore sito di informazione online in Italia. In secondo luogo, perché vi sono in un certo senso affezionato. Infine, e soprattutto, perché più che un calo della qualità assoluta potrebbe in realtà trattarsi di un cambio nella mia domanda di contenuti, magari non verso l’alto ma di certo orizzontalmente lungo diversi argomenti. Proverò quindi ad entrare nel dettaglio delle mie sensazioni, e magari qualche lettore le condividerà.

Nel momento in cui scrivo, l’home page de Il Post presenta, in ordine di apparizione, i seguenti articoli:

  • Si voterà soltanto domenica
  • A Cannes è arrivata Kate Moss
  • Editoriale di Sofri
  • Il Governo libico riceverà armi e addestramento dalla comunità’ internazionale
  • Guida alle Semifinali dei playoff di NBA
  • La rubrica “Virgolette”
  • 13 grandi canzoni dei King Crimson
  • Editoriale di Menietti sul caso Red Ronnie
  • Cosa fu l’accordo Sykes-Picot
  • I 30 anni di Top Gun
  • Galleria fotografica su un progetto inerente gli stupri
  • La nuova offerta per RCS
  • Le proteste in Afghanistan contro il percorso di una nuova linea elettrica
  • Editoriale di Mantellini sull’ultimo di Franzen
  • La Storia delle foto ritoccate di Steve Mc Curry
  • Megan Fox ha 30 anni
  • L’arresto di Mandela avvenne grazie ad una soffiata della CIA?
  • Non ci saranno piu’ serie tv di CSI
  • Che cos’e’ il giorno della Nakba
  • Guida alle elezioni di Trieste
  • Editoriale di Briguglia
  • E’ finita la Serie A
  • Le 28 pagine ancora segrete sull’11 settembre 2001
  • La storia di Hacking Team, dall’inizio
  • La bomba che non lo era all’Old Trafford
  • Le foto di domenica a Cannes
  • FotoGallery di roba varia.

Innanzitutto salta all’occhio la schizofrenia nei contenuti. Non esiste alcun ordine di genere (prima la cronaca, poi la politica, gli esteri…) né cronologico, né tanto meno di importanza. Non si spiega altrimenti il secondo posto dedicato all’arrivo di Kate Moss a Cannes. A proposito di qualità: sommessamente, vorrei stilare una classifica soggettiva di argomenti che mi interessano, di argomenti che non mi toccano ma ne capisco l’importanza per altri, di argomenti “enciclopedici” (cioè “non interessano a nessuno ma sai mai potrebbero tornare utili a Trivial Pursuit”), e infine di argomenti di un’inutilità infinita, uno vero spreco di pixel.

Ripeto: è una classificazione soggettiva. Le foto di Cannes magari sono più rosa che rosse, mentre qualche verdino potrebbe essere considerato da altri un quasi rosso. Tuttavia mi spaventa che il 30% degli articoli sia di scarso se non nullo interesse. A peggiorare la situazione è la disposizione randomica dei titoli, perché mentre con il Corriere ho capito che alla seconda scrollata entro nel fango, su Il Post questo trucco come vedete non vale.

Vale la pena dare un’occhiata agli articoli pubblicati su un solo argomento, particolarmente caro alla redazione, anzi direi quasi un’ossessione: Obama. Cerchiamo le ultime pubblicazioni con il tag “Obama”, nel periodo 21 marzo-5 maggio:

Obama <3 Star Wars
Gli invitati famosi alla cena dei corrispondenti
Chi ha inventato il mic drop?
Le migliori battute di Obama alla cena dei corrispondenti
La lettera di una bambina di otto anni ad Obama
Le foto di Obama con la famiglia reale britannica
Ma Obama e i sauditi, cosa devono da dirsi?
Qual è stato il peggior errore di Obama, secondo lui
La prova che Obama è un gran ballerino
Obama ha ballato il tango a Buenos Aires
Le foto dell’ultimo giorno di Obama a Cuba
La diplomazia nel baseball
Obama ha fatto un brutto scherzo a Raul Castro
La frase di Fidel Castro su Obama e il Papa è falsa
Le foto di Barack Obama a Cuba

No, dico, rendiamoci conto di che notizie ha pubblicato Il Post nell’arco di meno di due settimane.

Per assurdo, è la colonna destra a riscattarsi, perché laddove i siti mainstream ci buttano dentro un’accozzaglia di puttanate, Il Post mantiene inalterato il vecchio stile con le notizie in tempo reale (beh, oddio, l’ultimo aggiornamento è di 8 ore fa), lo spazio ex-Makkox, le photogallery (ahimé, le stesse del lato sinistro) e infine le nuove sezioni: Moda, Libri, Flashes.

Ecco. Parliamo un attimo delle sezioni. Il Post deve averci puntato molto, visto che ci ha dedicato pagine indipendenti sui social, trainate attraverso condivisioni costanti da parte della pagina principale. Tra queste domina Flashes, che di fatto è ciò che ha fatto traboccare il vaso della mia crescente insofferenza. Flashes è – usando sempre toni sommessi e pacati – un’accozzaglia di puttanate inutili, una discarica a cielo aperto che continua ad buttare fuori tonnellate di merda. Flashes è presumibilmente l’alter ego esatto de Il Post. Nessuna notizia, nessuna qualità, solo video simpatichelli per acchiappare più visualizzazioni possibili. Ora, anche “Il Vecchio Post” strizzava l’occhio ai lettori mettendo, tra un fact-checking di Di Luca e un editoriale di Facci, qualche articolo stupidotto su Game of Thrones, su qualche spot catchy, su qualche mostra particolarmente curiosa. All’interno di una grande sfera bianca, c’era una piccola goccia nera che rendeva più umano il sito. Ecco: come lo yin/yang è apparso Flashes, una grande sfera marrone con qualche piccola goccia bianca ogni tanto.

Negli ultimi mesi sfogliavo certe galleries del Corriere e mi dicevo: “Pensa, questa gallery qualche anno fa la faceva solo il Post”. Ma mi stavo sbagliando. La realtà è che è avvenuta una specie di scambio: da un lato i giornali hanno imparato a usare i titoli à la Sofri (il famoso argomento “spiegato bene”) mentre dall’altro Il Post ha cominciato ad importare vaccate (non dal Corriere, ma dai siti americani, cosìcche` in effetti non si tratta di “stronzate” ma di “bullshit”, parola più cool).

L’esistenza di Flashes è la mia leva per scardinare il bias dettato da un cambio nei miei gusti, cioè il rischio che: “Il Post non è cambiato, sei tu che ti sei stufato di certe cose”. Certo, ammettiamo che Il Post sia rimasto lo stesso di sempre: ora però ricevo notifiche anche da Flashes, per cui la percentuale di inutilità (o meglio, di “notizie che non lo erano”) è aumentata spaventosamente.

Penso che la redazione si sia resa conto di ciò che stava accadendo, e cioè che a furia di seguire siti come Buzzfeed stesse letteralmente rinunciando alla qualità originaria dei propri contenuti. Paradossalmente, la risposta al problema è arrivata dalla polemica sorta nel mondo dell’editoria dopo che Buzzfeed aveva postato un video su cosa succede se si avvolge di elastici un’anguria. “Molti osservatori […] si chiedono come una testata possa mantenere una propria credibilità con iniziative di questo tipo e di fronte al successo tentatore che ottengono, che sempre secondo loro non hanno nulla di giornalistico”. L’articolo de Il Post chiama a testimonianza i principali quotidiani anglosassoni e i vari social network; è un pezzo che richiama il buon vecchio stile del sito, fatto di lunghi paragrafi dettagliati, ma giunti a questo punto non mi può non venire il sospetto che sia invece una supercazzola autoassolutoria. Come dire che non si tratta di una risposta a “Come possiamo migliorare?” bensì a “Come possiamo giustificare le nostre scelte infelici?”

Scelte infelici quali la sostanziale distruzione della sezione dei commenti. Qui ne parlo veramente addolorato e un po’ mi vergogno pure, come una moglie che si era ripromessa di accettare senza sindacare un errore commesso dal marito salvo poi rinfacciarglielo davanti agli avvocati divorzisti. Fino a qualche anno fa una frase tipica dei frequentatori de Il Post era “Lo leggo anche solo per i commenti”. Si era infatti create una community forte, incentrata su un nucleo di persone educate, intelligenti, esperte ed ironiche. Per citarne alcuni, a memoria: Aghi di Pino, Uqbal, Umberto Equo, Wonder Virgola, e il mio preferito, Sfrj. Il sito poi aveva implementato – unico all’epoca, per quanto ricordi – Disqus, sovrastando per qualità ed efficienza i colossi dell’editoria. Poi l’infausta notizia: Sofri comunica che i commenti verranno severamente filtrati e potrebbero volerci minuti, anzi ore tra l’invio e la pubblicazione. E mentre sul sito la community crollava, su Facebook aumentava il tasso di pubblicazioni (Flashes) con il problema che sul social la qualità dei commenti è  indistinguibile da quelli delle pagine di Salvini o Repubblica.it.

Fortunatamente, le persone che avevano spontaneamente dato tanta qualità a Il Post non si sono scoraggiate e hanno fondato una community, Hookii.it, che funziona divinamente e che permette di commentare senza freni gli articoli di Sofri & Co. (ma non solo quelli). E tuttavia, per quanto possa essere cocente la delusione per tutte la strana, brutta strada che ha preso il sito e che temo verrà ancora percorsa, rimane una sorta di fedeltà da un lato e di mancanza di alternative dall’altro che quanto meno fa da rete di salvataggio. Ma per quanto ancora?

Intanto, sorbiamoci l’ennesima photogallery su Obama.

Generatore automatico di titoli di VICE

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VICE, si sa, è ormai la rivista più ingiovane d’Italia, tutta un pullulare di articoli interessantissimi quali “Ho vissuto per una settimana con 2 euro al giorno”Ho guardato Agon Channel per 15 ore consecutive”, o “La tua colazione a base di vagina” e anche “Abbiamo chiesto a 20 sconosciuti che non sono modelli di baciarsi”.

Sull’onda di tutto questo carico d’informazione di qualità, noi di Libernazione abbiamo pensato bene di dare una mano. Quindi fate refresh per scoprire nuovi titoli di articoli di VICE.

Abbiamo speso una notte intera in casa di un serial killer: ora mi pagano per scriverci questo pezzo.

Il popolo del web, maieuta delle fregnacce

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Vediamo se ho capito: quest’oggi il popolo del web è “in rivolta” (l’avrò letto sei o sette volte in cinque minuti, nei posti più disparati) a causa di un “articolo choc” nel quale si sostiene che l’ONU vuole introdurre la pedofilia e l’omosessualità come metodi pedagogici per i bambini, che l’OMS intende promuovere la masturbazione nella scuola materna l’omosessualità nei più piccini, e che l’approvazione del DDL Scalfarotto condurrà alla rieducazione in campi LGBT.
Clamoroso, nevvero? Voglio dire, e lo dico senza alcuna ironia: in sé e per sé è roba a dir poco allarmante.
Senonché, viene fuori che il corsivo in questione, firmato nientepopodimeno che da Cristina Zaccanti, insegnante del liceo classico Carlo Botta di Ivrea, è apparso ri-nientepopodimeno che sul bollettino parrocchiale di Rivarolo, ridente cittadina il cui parroco, all’uopo intervistato, ha immediatamente dichiarato che le opinioni dell’autrice sono state espresse a titolo personale e non rispecchiano l’opinione di tutta la comunità dei credenti rivarolesi.
Ora, io mi domando e dico: voi vi rendete conto, sì? Stiamo parlando del bollettino parrocchiale di un posto che conta poco più di dodicimila anime. Voglio dire: se riuscissimo a procurarceli tutti, i bollettini parrocchiali del paese, e li spulciassimo ad uno ad uno con un minimo di attenzione, avete una vaga idea di quante fregnacce ci troveremmo dentro? Siamo in grado, dico io, di parametrare non solo la portata della nostra “indignazione”, ma ancora prima la nostra attenzione, all’effettiva importanza di ciò che ne forma oggetto?
Oppure, come mi pare accade sempre più spesso, saliviamo pavlovianamente appena leggiamo le parole “choc”, “clamoroso”, “inaudito”, senza neppure domandarci se quello di cui parliamo è dotato dei requisiti minimali per sancire non dico la sua rilevanza, ma addirittura la sua sostanziale esistenza?
Purtroppo, mi pare che sia proprio così. Saliviamo, e saliviamo di brutto.
La realtà, quella vera, è che l’articolo (sic) della signora Zaccanti di fatto non esisteva, prima che il web decidesse di entrare nel mood “rivolta”, e che sia stata proprio la “rivolta”, per così dire, a darlo effettivamente dato alla luce, ché altrimenti l’avrebbero letto in tre, sul cesso, distratti dal pensiero della cena, della tinta venuta male e della frizione della macchina da rifare; mentre oggi, grazie all’ondata di “indignazione” del “popolo del web”, di quell’articolo abbiamo avuto notizia in molti. Meglio, in troppi.
Suvvia, ragazzi, facciamo un favore a noi stessi: vediamo, ove possibile, di occuparci di cose serie.
E piantiamola, di fare i maieuti con i deliri del primo che passa.

Dalla Carlucci alla Moretti, senza passare per il via

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Quello che lascia basiti leggendo le esternazioni di Alessandra Moretti sull’anonimato in rete e sul cosiddetto “hate speech” è che si tratta, più o meno, della stessa roba con la quale tre o quattro anni fa Gabriella Carlucci fu mirabilmente capace di suscitare l’unanime ilarità di chi aveva un minimo di dimestichezza col web.
Vi basti questo: dopo la marea montante di ingiurie sessiste a Laura Boldrini su Facebook la Moretti propone (udite udite) di “pubblicare i volti di chi pensa di insultare impunemente“.
Ma certo, come abbiamo fatto a non pensarci prima, mammalucchi che altro non siamo? Eppure la soluzione era proprio sotto il nostro naso, a portata di mano, semplice e geniale come l’uovo di Colombo: pubblicare i volti.
Tutto questo per scoraggiare gli insulti sui social network, capite?
Cioè, per esempio, su Facebook. Il posto in cui le persone mettono in bella mostra perfino la cacca del loro gatto: e lei, la Moretti, se ne esce candidamente con l’alzata d’ingegno di “pubblicare i volti”.
Dite la verità: non è una delle cose più sublimi che avete letto negli ultimi vent’anni?

I’m the best pi…

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di Edilio Ciclostile

I’m the best piece of words in this Web World – I know it because of blogs I haven’t read – but this awareness still doesn’t give me a brake with my modesty and do the best can do, you.

Eddie performing self-produced movie -in the ass to daddy- che in italiano fa – in culo a papà.

Sono il miglior pezzo di parole in questo mondo Web – e ne sono sicuro per via di tutti i blog che non ho mai letto – ma ciò nonostante questa consapevolezza non mi da una pausa dalla mia modestia e capacità di fare il meglio, che puoi tu.

Un netbook e du’ spaghi

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No, dico, ve lo immaginate? Una fila di omini lunga fin dove lo sguardo riesce ad arrivare, ciascuno seduto davanti al suo computer, controlla in tempo reale i post sui blog, i tweet, gli status di facebook, gli interventi nei forum, il tutto comprensivo dei relativi commenti, per assicurarsi che anche sul web venga applicata la par condicio.
Figuratevi lo scenario: Giannino va sanzionato perché ha settecentotredici like in più rispetto a Ingroia, Berlusconi perché è più ritwittato di Bersani e Monti perché i suoi sostenitori esagerano con gli interventi rispetto a quelli di Vendola, che invece sono più taciturni.
Roba che i Monty Python dedicherebbero alla faccenda non un solo film, ma una trilogia.
Ora, io non pretendo che il presidente dell’AgCom sia un blogger o un maniaco dei social network: però mi aspetterei perlomeno che nel suo staff ci fosse qualcuno in grado di spiegargli, sia pure sommariamente, in cosa consista internet.
Facciamo così: se serve sono disponibile per un corso base accelerato. Che ne so, una sera a settimana a casa mia. Ci ho solo un netbook, ma penso che possa bastare. Ah, naturalmente gratis.
E magari se facciamo tardi ci scappa pure che preparo du’ spaghi.

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