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Viaggiare: la prudenza non è una questione di sesso

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Sono alto un metro e 65 cm., ho un principio – chiamiamolo così – di pancetta, mi viene il fiatone a far due piani di scale e l’ultima volta che ho fatto a botte avevo tredici anni, alle medie. Insomma, non di certo un grande esempio di virilità, tantomeno un guerriero nato, e, proprio per questa ragione, tendo ad evitare situazioni di pericolo, potenzialmente violente, nelle quali avrei quasi sicuramente la peggio. Come direbbe un altro autore di questo blog, “la mia nonviolenza è uno stato di necessità piuttosto che una questione di principio”.

D’altra parte mi piace viaggiare, ho avuto la fortuna sin da giovanissimo di visitare mezzo mondo e tuttora, quando il tempo e il denaro me lo consentono, amo spendere il mio tempo libero con lo zaino in spalla e un paio di scarpe comode ai piedi. Negli anni ho però imparato che la prima virtù del buon viaggiatore è la prudenza, ovvero quell’atteggiamento di cosciente distacco da situazioni a te estranee che, proprio perché sconosciute, potrebbero costituire un eventuale pericolo. Il mondo, là fuori, non è di certo un giardino edenico pronto ad accogliere a braccia aperte il ricco viaggiatore occidentale solo perché equipaggiato di un bel sorriso e buone intenzioni. Al contrario, l’avere a che fare con realtà aliene spesso comporta un certo grado di rischio, tanto più se ci si ritrova in contesti dove la violenza fa parte della quotidianità.

Tutto ciò, assieme al dato concreto della mia scarsa statura, mi ha insegnato nel corso degli anni ad evitare viaggi, paesi o situazioni che potrebbero mettere a repentaglio la mia incolumità fisica. Più che vigliaccheria, preferisco pensarla come una forma di rispetto verso la mia persona e i miei cari, o come un’espressione di sano realismo nei confronti di un mondo sicuramente non prono ai voli pindarici dell’Europeo viziato e sognatore. Se si vuole davvero godere del viaggio, è necessario innanzitutto armarsi di buon senso.

Mi sembra dunque che tutte queste considerazioni – un po’ banalotte, in realtà – possano rivelarsi valide e utili per entrambi i sessi. Sebbene uomo, non mi concederei di certo il “lusso” di visitare (da solo o in compagnia) un quartiere povero di Caracas, il Sudan della guerra civile o le piantagioni di coca in Colombia – giusto per fare degli esempi stupidi. Eppure, la vulgata del politicamente corretto lamenta sempre più la presunta discriminazioni delle donne viaggiatrici, apparentemente impossibilitate a visitare certi paesi senza correre il rischio di venire ammazzate. È il caso, ma ce ne sono tanti, della studentessa paraguaiana e della sua lettera di protesta per una coppia di ragazze argentine uccise durante un viaggio in Ecuador. L’appello lanciato, già diventato virale, è quello di rivendicare il diritto delle donne a viaggiare da sole, non importa la destinazione o il contesto socio-economico del caso: #ViajoSola.

Peccato però che l’Ecuador sia uno dei paesi a maggior rischio per i viaggiatori – di entrambi i sessi – e che presenti un tasso di criminalità decisamente elevato (trentaquattresima posizione su 117 paesi, non male). Senza contare il fatto che le due ragazze, rimaste senza soldi, avevano accettato ospitalità per la notte da due perfetti sconosciuti.

Ora, ditemi: pure la prudenza è una forma di discriminazione?

Noi, gentili col bisogno di difendere gli ebrei

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Io sono un goy, un gentile, come viene spesso tradotto, cioè un non-ebreo. Non lo sono né di religione, né di discendenza: non ci ho proprio niente a che fare. Avverto però con preoccupazione, ultimamente crescente, un senso del dovere nel ribadire l’ovvio, un’esigenza di difesa della comunità ebraica e della sua cultura. Dopo la shoah, viene da pensare, non ci dovrebbero più essere certe preoccupazioni: qualcosa di così terribile non può che aver, per reazione, eradicato ogni forma d’intolleranza verso gli ebrei. È davvero così? Mi pare sempre più evidente, come se riemergesse da un nascondiglio temporaneo e non da un esilio permanente, un certo antisemitismo strisciante, quasi sussurrato, di una levità terribile e spaventosa.

Gli ebrei, dopotutto, sono una minoranza atipica. I guardiani del progressismo se ne curano poco, perché a loro il principio del buon selvaggio sembra proprio non riuscire applicarsi: sono mediamente benestanti, provengono da famiglie di ceto sociale elevato ed estrazione culturale profonda, ecco, non certo un gruppetto di disperati. Sono un gruppo culturale ben – anzi benissimo integrato: mantengono profonde e salde le proprie tradizioni e abitudini, non rinunciano a nessun costume, ma vivono perfettamente inseriti in un tessuto culturale e religioso che non è il loro. Una comunità fortissima e chiusa (talvolta troppo chiusa?), ma perfettamente a proprio agio, almeno nel contesto italiano. Insomma, prendersela con gli ebrei sembra molto meno grave che prendersela con qualsiasi altro sottogruppo etnico o religioso, perché si fa fatica a immaginarli con l’osso al naso. È proprio in questo non-detto che si nasconde la subdoleria del nuovo antisemitismo, nella sua attenuata gravità: un sentimento che trova una sua giustificazione taciuta nella posizione sociale degli ebrei. Laddove ogni attacco, fosse anche involontario, a una qualsiasi altra minoranza viene ormai stigmatizzato dalle reazioni indignate di stampa e commenti, ecco, più passa il tempo e più si avverte una direzione contraria se si parla di ebrei.

A concorrere, mi direte, c’è la questione israeliana, che è diventata un’altra piccola, striminzita foglia di fico sotto cui nascondere quel sentimento che vi dicevo. Perché tutti i distinguo secondo cui “l’antisionismo non è antisemitismo” lasciano il tempo che trovano davanti a un livore adottato contro Israele da molti, troppi, commentatori e intellò occidentali. Israele è l’unica oasi di democrazia a stampo liberale calata in una geografia che parla la lingua opposta. Tanto basterebbe a difenderla, in linea di principio, se uno crede che, sì, le democrazie da queste parti qualche granello di libertà l’hanno racimolato. Certo, nessuno qui sostiene che sia un coacervo di stinchi di santo oppressi dall’arabo con la sciabola affilata: la questione è complessa e spinosa, con migliaia di dinamiche (anche interne, che non consideriamo mai) a definire la risultante del conflitto. Ma la giustificazione latente dell’antisemitismo generalizzato e trasversale che l’Europa sembra vivere ancora, con ogni giorno un giorno di troppo, quella no.

A Marsiglia Zvi Ammar, il presidente del concistoro israelita della città, ha consigliato di non indossare la kippah per strada, per non provocare reazioni violente, in una città che nell’ultimo anno ha subito una trentina di episodi di aggressioni antisemite. Corsi e ricorsi storici: settant’anni fa era una stella gialla, adesso è un copricapo. Soprattutto oggi, non dimentichiamocelo.

La violenza-farsa dei vendicatori della domenica

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In un vecchio post scritto in concomitanza con l’uscita al cinema di Django Unchained, Anna Missiaia evocava il valore catartico della violenza tarantiniana: secondo l’autrice del pezzo, l’elemento splatter della totalità dei film di Tarantino non costituirebbe un invito alla violenza, bensì un ottimo mezzo a disposizione dello spettatore per sentirsi in un qualche modo appagato (o meglio, prosciugato) di tutto quel carico di istinti negativi che, nella nostra esistenza quotidiana, accumuliamo incessantemente.

Aggiungerei all’analisi di Anna (semplice nel suo psicologismo ma assolutamente corretta) che la violenza di Tarantino è, paradossalmente, pedagogica: il sangue a fontanelle, le decapitazioni improbabili, le torture grottesche sono un modo per ricordare costantemente allo spettatore che quello che sta guardando non è reale. Difficile impressionarsi per scene dove, piuttosto, la risata viene quasi spontanea. Una reazione la nostra che non ci rende mostri, ma che, al contrario, dimostra come il messaggio sia stato perfettamente recepito: questa è fiction, e nient’altro.

Tuttavia, da buon pedagogo (o, più semplicemente, da artista) Tarantino non manca di sottolineare che, al di là dell’intrattenimento cinematografico, esiste una violenza reale, storica: un aspetto è particolarmente chiaro in Django, dove alle solite scene di follia granguignolesca con sanguinamenti irreali e donne che volano via sbalzate da proiettili di colt si alternano momenti di una tragicità irriducibile, ovvero la ricostruzione delle varie umiliazioni, privazioni e torture inflitte agli schiavi afroamericani. Nei passaggi dove il cinema fa posto alla storia, la telecamera non si sofferma morbosamente sui dettagli, ma lascia spazio a campi lunghi in cui il sangue, quello “vero”, è solo intuito. Un po’ come succedeva nel teatro della Grecia antica, dove le situazioni di pura brutalità erano del tutto bandite dal palcoscenico – si evocava, ma non si rappresentava. Vi è, in Tarantino, una consapevolezza profonda della differenza tra realtà e finzione.

Tutto ciò mi è venuto in mente di leggendo e ascoltando le dichiarazioni deliranti (istituzionali e popolari) che hanno fatto seguito alla strage di Parigi: da guerre-lampo redentrici a rese dei conti a mani nude, sembra che un’assoluta incoscienza della dimensione reale della violenza stia pervadendo l’opinione pubblica. Un esempio fra tanti, le scritte ultras apparse sui muri di Roma che invitano l’ISIS a un confronto “alla pari”, spranghe alla mano, con tanto di avallo del blogger survivalista di turno. Complici sicuramente i media (ma questa, ahimè, non è una novità), abbiamo trasformato un’esperienza umana terribile nella solita farsa da bar. E l’unica risposta che siamo in grado di dare di fronte al dramma della realtà è quella di una violenza tanto immediata quanto virtuale, in un lampo di finta empatia che si esaurisce nel tempo di cambiare canale, di passare al prossimo spettacolo.

Insomma, da Quentin Tarantino non abbiamo imparato proprio un cazzo.

Otello

in Articolo by

EMILIA – Oh, chi mai ha potuto farvi questo?

DESDEMONA – Nessuno… Io… da sola… Emilia, addio! Ricordami al cortese mio signore. Oh, addio!…

 

Così risponde la bella e dolce Desdemona, sul suo letto di morte, alla fedele serva Emilia che le chiede il nome del suo assassino. Desdemona l’innocente, uccisa per mano del marito Otello folle di una gelosia infondata, ha un ultimo dolcissimo pensiero proprio per il suo carnefice, l’amato Moro.

La tragedia, si sa, trova la sua forza nell’essere sempre attuale. Patiamo con l’Edipo sofocleo tanto quanto soffriamo con l’Amleto shakespeariano, non importa quanti secoli ci separino dalle storie narrate e dalle culture che le hanno elaborate. Condividiamo il dolore dell’esistenza con questi personaggi immaginari – ma non irreali – in virtù di un eterno ritorno delle passioni e delle follie umane.

Succede quindi che nell’Italia del 2015 un ragazzo albanese di appena vent’anni uccida un ragazzino italiano nemmeno maggiorenne per una sciocca gelosia – l’amore tradito di una ragazza – a quanto pare nemmeno supportata da fatti. E lo fa nel modo più brutale possibile, quasi un archetipo inconsapevole del delitto d’onore: sgozza il presunto rivale e butta il cadavere giù da un burrone.

Succede poi che una volta arrestato il colpevole, il motivo del contendere, ovvero la ragazza, dichiari ai giornalisti tutto il suo amore per l’assassino, che avrebbe agito per un eccesso di passione – non per intrinseca malvagità. E nel clima generale di rabbia nei confronti dell’atroce delitto dello straniero, una rabbia al limite del linciaggio, questo personaggio femminile decisamente tragico non rinuncia nemmeno a difendere le ragioni del suo personalissimo Moro di fronte agli occhi scandalizzati e sbigottiti della civiltà degli uomini. L’ha fatto per me, voi non potete capire.

Come Desdemona, la fidanzata del nostro moderno Otello ci sbatte in faccia una realtà antica: l’amore è a-morale, se ne frega delle leggi della società, dell’etica e del buon costume, è un prodotto cruento dell’irriducibile barbarie umana. D’altronde, ben prima di Nietzsche Shakespeare ci ha mostrato come l’amore vada al di là del bene e del male, descrivendocene così l’intima essenza: un regno di viscere e sangue dove la ragione è bandita, una dimensione senza limiti in cui la violenza molto spesso la fa da padrone.

Si badi bene che è non qui questione di difendere o giustificare certe azioni. Si tratta piuttosto di andare oltre l’orrore immediato e spontaneo che proviamo in quanto spettatori davanti a una vicenda che ci appare estranea, per comprendere l’innegabile umanità di gesti e parole sicuramente atroci ma non per questo alieni. La tragedia non giudica, ma ci mostra la nostra più profonda natura per quella che è.

E tra tragedia e vita, temo, il confine è davvero sottile.

Un’imperdonabile perdita di tempo

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Qui di seguito, il testo integrale della lettera con cui Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, ha annunciato il ritiro delle querele presentate nei confronti del senatore Carlo Giovanardi, dell’agente di polizia Paolo Forlani, condannato in via definitiva per la morte del figlio, e del segretario del Coisp Franco Maccari.
Non aggiungo commenti, ciascuno si faccia pure la sua idea.
Io, la mia, ce l’ho.

Ho perso Federico che aveva 18 anni la notte del 25 settembre di dieci anni fa per l’azione scellerata di quattro poliziotti che vestivano una divisa dello stato, e forti di quella divisa hanno infierito su mio figlio fino a farlo morire. Non avrebbero mai più dovuto indossarla.
I giudici hanno riconosciuto l’estrema violenza, l’assurda esigenza di “vincere” Federico, e una mancanza di valutazione – da parte di quei quattro agenti – al di fuori da ogni criterio di senso comune, logico, giuridico e umanitario.
Non dovevano più indossare quella divisa: nessuno può indossare una divisa dello stato se pensa che sia giusto o lecito uccidere.  O se pensa che magari non si dovrebbe, ma ogni tanto può succedere, e allora fa lo stesso, il tutto verrà ben coperto. Con la speranza che il sospetto di una morte insensata, inutile e violenta scivoli via fra la rassicurante verità di carte col timbro dello Stato, di fronte alle quali tutti si dovrebbero rassegnare. E poi con quella stessa divisa si continuerà a chiedere il rispetto di quello stesso Stato: che però sarà inevitabilmente più debole e colpevole. Come un padre ubriaco che ha picchiato e ucciso i suoi figli.
Il delitto è stato accertato, le sentenze per omicidio emesse. Invece le divise restano sulle spalle dei condannati fino alla pensione. Fine del discorso.
L’orrore e gli errori, con la morte e dopo la morte di Federico. La mancanza di provvedimenti non guarda al futuro, non protegge i diritti e la vita: non tutela nemmeno l’onestà delle forze dell’ordine.
Alla fine del percorso giudiziario che ha condannato gli agenti tutto ciò ora mi è ben chiaro: ed è il messaggio che voglio continuare a consegnare alla politica e all’amministrazione del mio Paese.
Dopo la morte di Federico, abbiamo dovuto difendere la sua vita vissuta e la sua dignità assurdamente minacciate. Era pazzesco, sembrava il processo contro Federico.
Ho chiesto risposte alla giustizia e la giustizia ha riconosciuto che Federico non doveva morire così.
Il processo è stato per me, mio marito Lino e mio figlio Stefano una fatica atroce, ma era necessario prendervi parte e lottare ad ogni udienza: ci ha sostenuti l’amore per Federico.
Su quel processo e da quel processo in tanti hanno espresso un’opinione. E’ stato un modo per crescere.
Alcuni hanno colto l’occasione per offendere me, Federico e la nostra famiglia. Qualcuno l’ha fatto per quella che ritengo gratuita sciatteria e volgarità, altri per disegni politici volti a negare o a sminuire la responsabilità per la morte di Federico.
Avevo chiesto alla giustizia di tutelarci ancora. In quel momento era l’unica strada, e non me ne pento.
Sono passati due anni dai fatti per cui ho sporto querela. Ci sono state le reazioni pubbliche e anche quelle politiche. Però poi non è cambiato niente.
Ho riflettuto a lungo e ho maturato la decisione di dismettere questa richiesta alle Procure e ai Tribunali: non perché non mi ritenga offesa da chi ha stoltamente proclamato la falsità delle foto di mio figlio sul lettino di obitorio, di chi ha definito mio figlio un “cucciolo di maiale”, o da chi mi ha insultata, diffamata e definita faccia da culo falsa e avvoltoio.
Non dimenticherò mai le offese che mi ha rivolto Paolo Forlani dopo la sentenza della Cassazione: è stato lui, sconosciuto e violento, ad appropriarsi degli ultimi istanti di vita di mio figlio. Le sue offese pubbliche, arroganti e spavalde le ho vissute come lo sputo sprezzante sul corpo di mio figlio. E lo stesso sapore ha ogni applauso dedicato a quei quattro poliziotti. Applausi compiaciuti, applausi alla morte, applausi di morte. Per me non sono nulla di diverso.
Rappresentano un modo di pensare molto diverso dal mio.
Non sarà una sentenza di condanna per diffamazione a fare la differenza nel loro atteggiamento.
Rifiuto di mantenere questo livello basato su bugie e provocazioni per ferirmi ancora e costringermi a rapportarmi con loro. Io ci sto male, per loro – credo di capire – è un mestiere.
Forlani e i suoi colleghi li lascio con le loro offese e i loro applausi, magari ad interrogare ogni tanto quella loro vecchia divisa, quando sarà messa in un cassetto dopo la pensione, sull’onore e la dignità che essa avrebbe preteso.
Un onore che avrebbero minimamente potuto rivendicare se da uomini, cittadini, pubblici ufficiali e servitori dello Stato, coloro che hanno ucciso mio figlio e coloro che li hanno sostenuti avessero raccontato la verità su cosa era successo quella notte, e non invece le menzogne accertate dietro alle quali si sono nascosti prima, durante e dopo il processo, cercando di negare anche l’esistenza di quella mezzora in cui erano stati a contatto con Federico prima dei suoi ultimi respiri.
Da Forlani e dai suoi colleghi avrei voluto in quest’ultimo processo solo la semplice verità, tutta.
Chi ha ucciso Federico sa perfettamente quale strazio sta dando ad una madre, un padre e un fratello privandoli della piena verità dopo avergli strappato il loro figlio e fratello. Nessun onore di indossare la divisa dello stato, nessun onore.
E nessun onore neanche a chi da dieci anni cerca nella morte di mio figlio l’occasione per dire che in fondo andava bene così: i poliziotti non possono aver sbagliato, in fondo deve essere stata colpa di Federico se è morto in quel modo a 18 anni.
Costruite pure su questo le vostre carriere e la vostra visibilità. Dite pure, da oggi in poi, che il mio silenzio è la vostra vittoria. Muscoli, volantini, telecamere, libri, convegni e applausi. Per dire che non c’è stato nessun problema il 25 settembre 2005. E per convincere voi stessi e il vostro pubblico che il problema l’hanno creato solo Federico Aldrovandi e sua madre Patrizia Moretti.
Vi esorto soltanto, da bravi cattolici quali vi dichiarate, a ricordare il quinto comandamento: non uccidere.
Non spenderò più minuti della mia vita per queste persone e per i loro pensieri. Mi voglio sottrarre a questo stillicidio: una fatica soltanto mia che nulla aggiungerebbe utilmente e concretamente a nessuno se non alla loro ansia di visibilità. Trovo stancante anche pronunciare i loro nomi. Inutile commentare le loro dichiarazioni pubbliche.
A dieci anni dalla morte di Federico per il mio ruolo di madre, ma anche per le mie aspirazioni e per la mia attuale visione del mondo, penso che il dedicare anche solo alcuni minuti a persone che disprezzo sia un’imperdonabile perdita di tempo. Non voglio più doverli vedere né ascoltare o parlare di loro.
Perciò ritirerò le querele ancora in corso.
Non lo faccio perché mi è venuta meno la fiducia nella giustizia, ma dieci anni sono troppi, ed è il momento di dire basta.
Non è il perdono, d’altra parte nessuno mi ha mai chiesto scusa, ma prendere atto che per me andare avanti nelle azioni giudiziarie rappresenta soltanto un doloroso e inutile accanimento.
Ritiro le querele perché sono convinta che una sentenza di condanna non potrebbe cambiare persone che – da quanto capisco – costruiscono la loro carriera sull’aggressività e sul rancore.
Non ci potrà mai essere un dialogo costruttivo, perciò addio.
Questo non significa che verrà meno il mio impegno di cittadina per contribuire a rendere questo paese un po’ più civile, e questo impegno mi vedrà come sempre a fianco dell’associazione degli amici di Federico per l’introduzione del reato di tortura e ogni altra forma di trasparenza e giustizia.
C’è molta strada da fare: confronti, discussioni, leggi giuste. Bisogna affrontare il problema degli abusi in divisa in modo costruttivo.
Le parole e le espressioni contro Federico, contro me e la nostra famiglia le lascio alla valutazione in coscienza di chi ha avuto il coraggio di dirle. E soprattutto alla valutazione di chi se le ricorda. Io ne conservo solo il disprezzo.
Per me l’onore è un’altra cosa.
L’onore appartiene a chi ha cercato di capire, a chi ha ascoltato la coscienza e a chi ha fatto professionalmente il proprio dovere, a chi ha messo il cuore e l’arte oltre quel muro di gomma costruito attorno all’omicidio di Federico, a tutti coloro che gli dedicano un pensiero, un rimpianto, gli mandano un bacio.
Sono queste le persone che ringrazierò sempre, è grazie a loro che Federico è stato restituito al suo onore di figlio, fratello, amico, ragazzo che voleva vivere, e tornare a casa

DDL TORTURA: Ecco a cosa sono contrari i poliziotti

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Supponiamo che io sia un poliziotto, che prenda un tizio che è stato fermato a un posto di blocco e che gli bruci le dita dei piedi, o che gli infili un manganello da qualche parte, o che gli strappi via un paio di denti, o che minacci di stuprare sua moglie per estorcergli una confessione, oppure per farlo stare un po’ calmino, o semplicemente perché è senegalese o rom o omosessuale o punkabbestia e mi sta sul cazzo: il DDL sulla tortura stabilisce che sono passibile di reclusione da 5 a 15 anni, ma i poliziotti sono contrari.
Supponiamo che mi scappi la mano senza volerlo con l’accendino, col manganello o con la pinza, che quel tizio abbia un attacco di cuore e finisca per rimetterci le penne: il DDL sulla tortura stabilisce che la pena è aumentata di due terzi, ma i poliziotti sono contrari.
Supponiamo che alla fine, dopo averlo stropicciato un bel po’, decida ammazzare il malcapitato, magari per evitare che racconti a qualcuno quello che è successo o semplicemente perché mi ha definitivamente rotto i coglioni a forza di non dire quello che vorrei fargli dire: il DDL sulla tortura stabilisce che mi becco l’ergastolo, ma i poliziotti sono contrari.

Il DDL sulla tortura, in estrema sintesi, stabilisce questo. E, lo ripeto per chi si fosse distratto, i poliziotti sono contrari alla sua approvazione.

Sostengono, i poliziotti, che il solo fatto di prevedere, sia pure astrattamente, che dei loro colleghi possano comportarsi in quel modo è offensivo. Che non dovremmo neppure permetterci di immaginarlo. Che soltanto ipotizzarlo indebolirebbe la loro autorevolezza. Che sarebbe un attacco alla categoria. Che la gente si spaventerebbe soltanto a vederli. Che non si fiderebbe più di loro. Che poi non riuscirebbero più a fare il loro lavoro.
Sarà. Ma non è detto. A me, per esempio, sapere che di fronte a una legge così i poliziotti non battono ciglio farebbe piacere. Insomma, mi fiderei di più. Eppoi, voglio dire, se prima dicono che roba del genere non bisogna neppure contemplarla perché esiste solo nella mente di qualche radical chic in malafede l’impatto sul loro lavoro dovrebbe essere nullo, o sbaglio? Tantopiù che sono loro quelli della tolleranza zero e delle pene esemplari, mica io. Voglio dire, se tanto mi dà tanto dovrebbero essere contenti, no?
Per carità, come sempre dipende dai punti di vista.
Ma al di là dei punti di vista, e quindi sul piano della realtà, resta questo: in Italia i poliziotti sono contrari a una legge che punisca i loro colleghi, nel remoto, remotissimo, scolastico caso in cui dovessero avere l’alzata d’ingegno di torturare le persone.

Adesso decidetelo voi, se sentirvi più tranquilli.

Siete solo dei delinquenti.

in politica by
No, i “delinquenti” di cui parlo non sono quelli che ieri hanno manifestato con violenza ieri a Milano.
Che loro siano delinquenti lo sanno tutti, è inutile ripeterlo.
manifestante
“Abbiamo spaKKato tutto perché da quando Zayn ha lasciato gli One Direction questa società va rovesciata!”

 

I delinquenti con cui ce l’ho adesso siete voi che di fronte alla violenza avete tirato fuori frasi come “ammazzateli tutti”, “ecco cosa succede a criticare la Diaz”, “massacrateli”, “usate le pallottole vere” e altre schifezze.

Perché, vedete, voi vi sentirete oggi paladini della legge e dell’ordine ma solo nelle repubbliche delle banane le violenze di piazza necessitano di pallottole e tortura per essere fermate. Se per farci difendere da quattro stronzetti incappucciati abbiamo bisogno di rinunciare alla legalità, beh, abbiamo davvero un problema di tenuta dello Stato grosso come una casa.

Vi piaccia o no, ieri (sembrerebbe) le forze dell’ordine hanno agito per il meglio, hanno arrestato chi potevano e hanno evitato scontri e violenze maggiori: perché, vedete, la vita di uno solo di quei dementi spaccatutto vale quanto la vostra e la mia, e cioè molto di più di tutte le macchine di Milano e di tutti i muri imbrattati: lo penso davvero anche se loro e voi mi state mortalmente sulle palle. Nessuna vetrina spaccata giustifica il rischio di ammazzare qualcuno.

Voi invece vorreste succeda come è accaduto in passato: rastrellamenti a caso, tentativi di fabbricare prove false e violenze e tortura contro i fermati senza nemmeno appurarne le responsabilità.

Bene, sappiate che questo non è legge e ordine, questo è il Far West. E  quello che chiedete alla polizia di fare è di commettere a loro volta reati gravissimi.

Rimarrete inascoltati, si spera. Però sappiate che incitare a commettere reati e difendere chi li commette è a sua volta un reato. Quindi, cari miei, siete delinquenti tanto quanto quegli stronzi che bruciano le macchine.

Santé

Empatia a comando

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Si è sollevata da più parti (una su tutte Sua Maestà Flavione Briatore, dalle colonne, sempre ricettive, de Il Giornale), la questione dell’innegabile doppiopesismo riservato della eco mediatica alle tragedie nostrane, rispetto a quelle extra-nazionali.

Ora, il discorso è delicato e lo diciamo subito, così non si agita nessuno: le morti (come le vite) hanno pari dignità, indipendentemente da dove accadono le tragedie o dal numero di vittime che fanno.
Le morti però (come le vite), non hanno affatto tutte lo stesso peso: è un dato con cui bisogna fare i conti, come convitato di pietra alla vita quotidiana di qualsiasi organizzazione sociale. Ovunque, cari amici. La questione è certamente spinosa, ma comunque indagabile se decidiamo di voler superare la retorica, aprendoci ad un po’ di comprensione di noi stessi.

Prendiamo il paragone tra la recente tragedia del Kenya con l’attentato parigino di gennaio. La grande macchina mediatica –che le notizie le forma, costruisce e distribuisce– è cosa dell’Occidente (libera interpretazione lasciata al lettore), e come tale soffre di un principio inevitabile di localizzazione geografica: si parla di più delle cose vicine, o se ne parla quantomeno con maggior coinvolgimento. Non c’è niente da fare, né qualcosa di sbagliato: è un processo in realtà molto umano. C’è del tragicomico e del paradossale nel presunto imbarazzo del rendersene conto, così come c’è dell’ipocrita nell’ostentarlo con contrizione, questo imbarazzo.

A tutto ciò si aggiunge la questione della percezione: quanto sono destabilizzanti le cose che succedono? Una strage in un luogo percepito come estremamente organizzato, stabile e ordinato, produce naturalmente un impatto più caotico rispetto alla strage del luogo di guerra. La situazione keniota sembra in effetti piuttosto stabile politicamente, ma certo non beneficia di solidità economica o culturale. Niente di paragonabile al cuore del centro parigino, insomma. Ogni giorno avvengono attacchi terroristici in Medio Oriente che hanno semplicemente smesso di fare notizia. Siamo cattivi e senza cuore per questo? È il solito Occidente perfido e disumanizzato? No, è una questione di percezione, ed è la risultante di una condotta profondamente umana, in effetti. Sentirsi colpiti nel cuore della propria omogeneità geografica e culturale provoca reazioni nettamente più sconvolgenti che in assenza della percezione di qualcosa di proprio. C’è qualcosa di strano? Ci credo poco: le reazioni sono proporzionali al grado di vicinanza. Se un conoscente fosse stato coinvolto nell’attacco parigino, o in quello keniota, il vostro (nostro) registro sentimentale sarebbe già tutt’altra cosa.

L’empatia forzata è, allora, ridicolmente ipocrita, tanto più per la chiarezza della sua forzatura. Il solo processo collettivo di autoflaggelarsi dicendosi che no, non dovremmo provare più coinvolgimento per un fatto piuttosto che un altro, già denatura completamente il coinvolgimento stesso, che non può che essere un processo naturale. Direi che possiamo lasciar stare l’egoismo, la corruzione morale, la fine dei valori e altre ciance simili, e cercare di ritrovare un po’ di comprensione, oltre che verso gli altri, anche verso noi stessi.

Caro Zulu ti scrivo

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Vedi, caro Zulu, a me pare che le cose stiano più o meno così: picchiare un essere umano con una spranga e mandarlo in coma è grave. Gravissimo. Orribile. E’ un comportamento che va stigmatizzato, condannato e aborrito senza riserve.
Senonché, chi picchia un uomo con una spranga e lo manda in coma deve essere denunciato all’autorità giudiziaria, arrestato dalle forze dell’ordine, processato da un tribunale, se riconosciuto colpevole condannato e infine sottoposto alla pena che la legge prevede per il suo comportamento: senza la minima necessità che cittadini come me, o come te, abbandonino le tastiere o qualsivoglia altro strumento di lavoro per brandire a loro volta dei bastoni e provvedere alla rappresaglia per conto proprio.
Arrivo a dirti di più: il percorso che ho appena descritto è ciò che normalmente avviene in uno stato di diritto; e guarda caso è proprio l’instaurazione dello stato di diritto il motivo per cui i partigiani, cui si fa riferimento fin troppo spesso (e non di rado a sproposito) quando si affrontano argomenti come questo, hanno combattuto contro il regime che attanagliava il nostro paese.
Voglio dire: la Resistenza c’è stata ed ha avuto un senso proprio per fare in modo che a comandare fossero le regole, non la forza; e che nessuno, mai più, potesse avere l’alzata d’ingegno di farsi giustizia da solo, perfino di fronte ai soprusi più gravi, alle violenze più spietate, ai delitti più efferati.
Insomma, caro Zulu, io la vedo così: la cosa più importante che la Resistenza antifascista ci ha regalato, a prezzo di sofferenze, di sangue e di morti, è lo stato di diritto; e di conseguenza rispettare lo stato di diritto, rinunciando ad andarsene in giro armati di bastoni, è l’unico modo plausibile per rispettare quella storia. Per onorare come si deve quelle sofferenze, quel sangue e quei morti.
Tutto il resto, perdonami, mi pare molto, ma molto poco antifascista.

Una giornata per convincere le donne a volersi più bene

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Disclaimer numero 1: qui nessuno, e dico nessuno, intende giustificare i criminali che picchiano e ammazzano chicchessia, ivi comprese le donne e tantomeno se le percosse e gli omicidi in questione si riconducono a motivi futilmente abietti -mi si perdoni l’ossimoro- quali gelosia, storie d’amore che finiscono o separazioni.
Però vediamo di metterci d’accordo: se si tratta di fare un po’ di cagnara e basta facciamolo pure, così ci sentiamo un po’ meglio e da domani ricominciamo a occuparci di altro; se invece, come io credo sarebbe opportuno e direi necessario, il problema è capire cosa possiamo fare affinché queste nefandezze “non accadano più”, sarà il caso di dirci la verità.
Ebbene, una parte non indifferente della verità è che nessuno, fatte salve le rare eccezioni che confermano ogni regola, impazzisce da un momento all’altro, senza alcun segnale premonitore, e sgozza la sua ex fidanzata perché lo ha lasciato o perché si scambiava degli sms con un altro.
Una parte non indifferente della verità è che spesso, molto spesso, i “segnali premonitori” sono tanti e concordanti, e generalmente seguono una progressione di violenza chiarissima, dalla piccola scenata di gelosia per lo sguardo fugace lanciato a un passante fino alle liti, agli insulti, allo stalking e infine alle botte, o nei casi più drammatici all’omicidio: e che le piccole sopraffazioni iniziali, quelle più “blande”, col passare degli anni conducono all’escalation fatale se e nella misura in cui vengono ignorate, o peggio accettate, in primo luogo dalle donne che le subiscono.
Disclaimer numero 2: sono consapevole di “essere un uomo”, ma non credo che ciò implichi, come spesso viene rilevato in questi casi, che io “non possa capire”. Al contrario, sono abbastanza sicuro di sapere quello che dico. Perché ne ho avute tante, ma tante, di amiche che hanno smesso di uscire la sera perché il loro ragazzo “non voleva”; che hanno cambiato modo di vestire, frequentazioni e abitudini per andare dietro ai tiramenti del fidanzato un po’ “fumantino”; che si sono ingoiate senza colpo ferire quelle intollerabili violenze -perché di violenze, ancorché non fisiche, si trattava- anche se avrebbero potuto rifiutarle, decidendo consapevolmente che per qualche motivo fosse ragionevole subirle.
Disclaimer numero 3: so perfettamente che questa analisi non esaurisce il problema. Ma credo sia una parte del problema di cui si parla poco. Molto poco. Molto meno di quanto si dovrebbe. Ebbene, io ho la nitida sensazione che -in un numero di casi che non esauriscono il problema, ma che ne costituiscono una parte decisamente sostanziosa- se le donne mandassero a fare in culo questi ominidi -perché di ominidi si tratta- ai primi, timidi segnali della loro violenza ottusa, anziché giustificarli e sopportarli in nome di un concetto di “amore” non meglio precisato che con l’amore non c’entra niente, finché pian piano quelli non si prendono il dito, poi la mano e alla fine tutto il braccio, alzando progressivamente il tiro e trasformandosi in mostri assassini da cui -a quel punto davvero- non si riesce più a fuggire, la stragrande maggioranza delle tragedie che ci tocca leggere sui giornali non avrebbero mai luogo.
Dice: è una questione culturale, bisognerebbe cambiare la mentalità.
Sono d’accordo. Sono molto d’accordo. Ma probabilmente il discorso non si limita ai maschi. Andrebbe cambiata, credo, anche la mentalità di certe donne, aiutandole a convincersi che un minus habens con il vezzo di metterle in croce per una gonna troppo corta o per una serata in discoteca con le amiche è lontano dal meglio quanto io sono lontano dal record mondiale dei cento metri piani; che quel meglio loro lo meritano, sempre; che tutta la merda che con quel meglio non ha nulla a che vedere è roba che va gettata via subito -perché gettarla via subito si può, in modo quasi indolore, mentre se si lasciano passare anni diventa una tragedia-, e per ogni imbecille che si manda a cagare ci sono decine di persone gentili e amorevoli da conoscere e frequentare al posto suo.
Come dicevo, qui nessuno intende giustificare chi picchia o ammazza chicchessia, ivi comprese le donne: ecco, se anche certe donne (molte, troppe donne) smettessero di farlo sarebbe davvero un toccasana.
E se magari la “giornata contro la violenza sulle donne” si trasformasse costruttivamente nella “giornata per convincere le donne a volersi più bene” saremmo un passo avanti.
Un gran bel passo avanti.

Ogni scarrafone

in società by

Allora.

Io non ero lì, non posso sapere con esattezza come siano andate le cose, non sono un perito mercantile né tanto meno un investigatore privato.

Ma so che a Napoli un ragazzino di 14 anni è stato ridotto in fin di vita da uno di 24, con sevizie che fatico a riportare scritte, perché fanno paura: questo 24enne gli ha infilato nel culo una pistola ad aria compressa; “Ora ti gonfiamo perché sei grasso”, gli ha detto, insieme ad altri due ragazzi, anche loro denunciati per non essere intervenuti.

Il tutto, già di per sé, vi fa capire che c’è veramente poco da scherzare: non facciamo gli ipocriti, tutti, almeno una volta nella vita abbiamo fatto battute sui “ciccioni”; quindi probabilmente nemmeno noi siamo tanto brava gente.

Ma questa è un’altra storia. Non voglio parlare di discriminazione.

Ora, non c’è dubbio che sia facile giudicare da dietro alla tastiera di un pc, o dal divano di casa, o dal parrucchiere. Ma i fatti, alla fine della fiera, sono questi: un ragazzino di 14 anni probabilmente è segnato a vita, non solo fisicamente, poiché per salvargli la vita c’è voluta un’operazione di 7 ore durante la quale i medici hanno dovuto asportargli il colon, ma anche psicologicamente. Io non voglio nemmeno arrivare vicino a pensare a quanto possa farti male vivere dopo un’esperienza del genere.

Quello che mi spaventa? Sono due cose.

La prima è che il 24enne che avrebbe commesso il fatto è  un padre di famiglia: ha infatti un bambino di due anni.

Tralasciando questo fatto, che per alcuni magari potrà essere banale, ma per me non lo è mai, la seconda cosa che mi fa veramente impressione è stata guardare in un’intervista le reazioni dei parenti dell’aggressore: “E’ un bravo ragazzo, è un bravissimo ragazzo. Lo ha accompagnato all’ospedale.” “E’ stato solo uno scherzo”. La madre si lancia addirittura con violenza contro chi, secondo lei, starebbe infamando il figlio. No, signora, nessuno lo infama. Ma qualcosa di grave dev’essere per forza successo.

“E’ stato un gioco e basta, non può essere considerato un tentato omicidio. Lui non sapeva cos’è un compressore.”

Signora.

Non sapeva cos’è un compressore?

Signora, suo figlio ha 24 anni, non 4, e per quanto io sia laureata in patatine fritte, so benissimo che ficcare in culo una pistola ad aria compressa a un altro essere umano comporta, oltre che un gravissimo atto di violenza, anche delle conseguenze gravi a livello fisico.

A me queste sembrano scuse puerili. Che possono essere utilizzate quando un bambino di sei anni tira un sasso a un altro, forse. Ma non in questo caso.

“E’ andato spontaneamente dai carabinieri”, dice il padre.

Ci mancherebbe altro, dico io.

“Non è che quello l’ha ucciso”, continua il padre, “Non è un delitto, l’omicidio colposo è quando ci si spara con la pistola”, aggiunge la madre.

No signore, non l’ha ucciso, ma avrebbe potuto.

No, signora. L’omicidio colposo, lo vada a guardare sul vocabolario, significa altro. Non c’è bisogno di una pistola, o di un coltello,  o di una qualsiasi altra arma riconosciuta come un oggetto che sia adatto allo scopo. Ci si può uccidere anche dandosi ventilatori in testa, guarda un po’.

Io non giustifico il fatto che sia vostro figlio, e che un figlio agli occhi dei genitori è sempre un angelo. Mi dispiace, ma stavolta non lo giustifico.

Perché ci sono momenti in cui non è possibile minimizzare i fatti: bisogna dimostrare RISPETTO, rispetto nei confronti di un ragazzino rovinato e dei suoi genitori sconvolti, e bisogna avere l’UMILTA’ di pensare che forse, tutto sommato, i figli non hanno sempre ragione.

E questi due valori, tristemente, vedo che pian piano vengono sempre più trascurati, in favore di un orgoglio che, in questo caso, i parenti di chi ha rovinato la vita di un essere umano, volente o nolente, non possono rivendicare.

Ma forse, come dice un saggio amico, e come ha pensato anche la sottoscritta, la minimizzazione di tutto ciò è una causa, non un effetto.

 

 

JJ

Mai una cazzata?

in società by

Ci vorrà tempo per capire con esattezza la dinamica della morte di Davide Bifolco: ce ne vorrà, e io non ho la minima intenzione di precorrerlo.
Però mentre leggevo per cercare di capirne di più mi è venuta in mente una cosa: non ricordo, a memoria, un solo episodio nel quale quelli delle forze dell’ordine abbiano convocato una conferenza stampa, si siano presentati col capo chino e abbiano detto “ci dispiace, stavolta abbiamo fatto un errore madornale e non abbiamo scusanti”.
Ripeto: non so se sia questo il caso, e magari verrà fuori che non lo è.
Però, diosanto, una volta o l’altra questi l’avranno fatta pur fatta una cazzata ingiustificabile, no? Una, dico, in mezzo a una selva di episodi controversi, di supposti insabbiamenti, di polemiche prima, durante e dopo i processi, di applausi postumi e di rivendicazioni a metà tra il politico e il corporativo.
No, pare di no. A sentire loro non è mai successo.
Da Cucchi a Uva, da Sandri alla Diaz, da Bianzino a Aldrovandi e via andare, ripercorrendo l’interminabile rosario di morti più o meno famosi che a volerli elencare riempirebbero la pagina, c’è sempre qualche distinguo, qualche giustificazione, qualcosa che non è vero non è andata così è una macchinazione un complotto dei media una strumentalizzazione politica.
E’ strano, non trovate? E’ strano statisticamente, proprio.
Così strano che a uno, gira gira, finisce per venire in mente un’ipotesi: non è che costoro si comportano in questo modo perché pensano che ammettendo le proprie responsabilità perderebbero credibilità e autorevolezza? Non è, insomma, che fanno così per evitare che la gente smetta di fidarsi?
E’ solo un’idea, naturalmente. Un sospetto. Il quale sospetto, perlomeno dentro di me, comincia tuttavia ad essere abbastanza fondato da meritare un’ulteriore considerazione: guardate, amici miei, che l’autorevolezza la perdete proprio in questo modo. Voglio dire, è per colpa di questo sistematico auto-giustificazionismo, che la gente smette di fidarsi di voi. Avrebbe più fiducia, sono disposto a scommetterci, se percepisse chiarezza e trasparenza, anche e soprattutto nell’ammettere le proprie colpe, invece che fiutare quest’ariaccia viziata di di non detto, di sottaciuto, di chiuso.
Le persone di cui ci si fida non sono quelle che non sbagliano mai, ma quelle capaci di ammettere responsabilmente i propri errori, scusarsene, subirne le conseguenze e farne tesoro per il futuro.
Date retta, pensateci.
Secondo me vi conviene.

Katy Perry (e C.) sono il demonio

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Per qualche ragione incomprensibile. Katy Perry ha un forte ascendente sulle ragazzine. La mia figlia maggiore è perryzzata e ha trasmesso il virus a sua sorella. La quale (5 anni) ormai non va a letto senza aver visto almeno tre volte il video di “Wide Awake“. Ed è così per caso, nella mia veste di sentinella di YouTube, che ho fatto il mio ingresso nel fantastico mondo di Katy.

Questo il plot di “Wide Awake”: Katy Perry ha appena finito di girare una scena e si ritira in camerino, dove ha un’allucinazione che si potrebbe descrivere un brutto trip da acido ambientato nel romanzo “Alice nel Paese delle Meraviglie”. Dopo alcune avventure psicotiche tra “The Cell” e “Nightmare”, l’alter ego di Katy, accompagnata da sé stessa bambina, si ritrova in un magico giardino inondato di fiori. Un bel ragazzo vestito da principe azzurro delle favole si materializza davanti a Katy adulta. Fa per baciarla, ma il suo gesto non è sincero – tiene le dita incrociate dietro la schiena. Tanto basta perché Katy adulta gli molli un clamoroso gancio sul grugno, spedendolo dritto dritto su una siepe. Katy bambina la guarda un po’ esterrefatta, ma Katy adulta è felice di quel suo atto liberatorio e come niente fosse continua a gorgheggiare, uscendo poi di scena attraverso un’apertura della siepe a forma di cuore.

E’ vero, forse è troppo attendersi un messaggio da questo tipo di produzioni, che hanno l’unico fine di infierire sul cervello in formazione di minorenni ingenue. Però non sottovaluterei l’impatto negativo che la normalizzazione della violenza può avere su menti ancora vergini. Facendo proprio il punto di vista di chi ha girato il video, la violenza fisica è legittima e divertente, anche perché esercitata su un uomo (immaginiamo se la stessa scena fosse stata girata a sessi invertiti…).

Tra i video “consigliati” da YouTube a chi guarda “Wide Awake” c’è anche “Popular Song” di Mika – anche questo molto gettonato a casa mia. L’ambientazione, pop gotica, è quella di un college americano. Poiché Mika e Ariana Grande sono lo zimbello dei compagni di scuola, si danno alle arti magiche, predisponendo un intruglio che ammanniscono ai loro torturatori nel corso di una cena – trabocchetto. Non appena i loro carnefici bevono la pozione, si trasformano in statue di pietra, che le due ex vittime si affrettano a sbriciolare, gettandole per terra e colpendole con corpi contundenti vari. Ma il povero Mika subisce la stessa sorte dei suoi carnefici (anche se pietrificato, non finiesce in pezzi). La sua amica ed ex complice, si scopre, non gli ha perdonato un banale dispetto che le aveva fatto da bambino. Anche qui il tema è la legittimazione della vendetta – anche se un po’ più problematica: la giustizia sommaria, in fondo, può trasformare in vittima chi la pratica.

Questi due clip, sia pur in modo sciatto e debole, si sforzano di parlare della trauma della maturazione attraverso cui passano gli adolescenti: le esperienze cocenti dell’amore non corrisposto, del tradimento, dell’abuso, della difficoltà di convivere con prossimo così come con il proprio corpo, di amare. Lo fanno però rifiutando il vittimismo (bene), ma abbracciando nel contempo un’etica di rivalsa violenta contro le ingiustizie, libera di giungere all’asocialità. Credo che questo atteggiamento lassista sia pericoloso. E’ vero che bambini e ragazzi sono esposti continuamente a dosi massicce di violenza (reale o rappresentata), e che pertanto i video di Katy Perry e di Mika sono relativamente innocenti. Tuttavia rimangono problematici, proprio perché non mirano al semplice divertimento, ma hanno ambizioni (velleità) didascaliche. Vista la mia età, concludo dicendo che,”ai miei tempi”, ci si poteva crogiolare nella propria depressione cullati dalle canzoni di Morrissey. Oggi le ragazzine vanno alla carica con i coltelli in bocca al ritmo sciatto e copiaticcio delle canzoni di Katy Perry. Non è difficile capire quale sia la mia preferenza. Abbiate pazienza.

 

Dalla padella nello zaino

in società by

Stamattina, dopo aver guardato e riguardato il video, ho concluso questo: un poliziotto che durante una manifestazione calpesta una ragazza credendo che si tratti di uno zaino è infinitamente più pericoloso, per sé e per gli altri, di un poliziotto che lo fa di proposito.
Ragion per cui, nell’astratta (ma in quanto tale possibile) eventualità che il poliziotto in questione abbia raccontato di aver scambiato una sagoma umana a grandezza naturale stesa per terra per un bagaglio al fine di migliorare la propria posizione, mi corre l’obbligo di comunicargli che per come la vedo io l’ha invece peggiorata.
E manco di poco.

Il calcio com’è

in sport by

Ovvero, una risposta a Rosario D’Auria.

Il punto, Rosario, è che il calcio non è quello che dici tu.
Ci piacerebbe che lo fosse, certo. Ma sta di fatto che non lo è. E se lo fosse, fidati, non muoverebbe un decimo di quello che muove. Perlomeno dalle nostre parti.
Il calcio, il grosso della roba che lo anima e gli gira intorno, assomiglia molto più da vicino ai cori di quei bambini: un gigantesco sfogatoio nel quale affluisce la peggiore merda che la gente ci ha dentro, declinata minuziosamente a forza di merde bastardi ladri spezzagli le gambe negro fai pippa napoletano coleroso lavali cor foco frocio magari mori subbito.
Questo è il calcio, e lo sappiamo tutti. Questo si respira negli stadi, e più ancora nei campetti dei ragazzini, che finita la tregua momentanea dei pulcini diventano vere e proprie polveriere pronte ad esplodere alla minima sciocchezza.
Noi, perlopiù, facciamo finta che non sia così. Ci mettiamo sopra le copertine patinate di Sky che descrivono minuziosamente il gesto tecnico, discettano di ripartenze e inneggiano al fair play, mentre sugli spalti e intorno agli stadi si riversano a vagonate rabbia, odio, violenza.
Facciamo finta di niente, noi: e ci guardiamo la serie A, o meglio quello che le telecamere che riprendono la serie A ci fanno vedere, mentre ogni fine settimana, in migliaia (migliaia, dico) di località italiane, eserciti (letteralmente) di calciatori e arbitri dilettanti vengono sistematicamente insultati, minacciati, sputazzati, intimiditi, picchiati, confinati ore negli spogliatoi alla fine della partita perché hanno avuto la disgrazia di vincere in trasferta o di fischiare un fuorigioco che non c’era. Roba che se potessero li farebbero a pezzi a mani nude, altro che bel giuoco con la u.
Sai, Rosario, qual è la verità che non ci diciamo?
Ancelotti che palleggia con Zidane è il calcio come lo vorresti.
I ragazzini che gridano merda sono il calcio com’è.

Mi preoccupa

in società by

I punti veri della questione non sono neppure il lessico, la retorica, le iniziative che, per come la vedo io, non servono a niente: voglio dire, se degli uomini famosi ritengono di farsi fotografare accanto a slogan variamente assortiti che condannano la violenza sulle donne, se la Comencini ha l’alzata d’ingegno di scrivere una lettera gonfia di citazioni e luoghi comuni indirizzandola “agli uomini” per comunicare loro non si capisce bene cosa, se un certo numero di politici, intellettuali e opinionisti sono davvero convinti che la parola “femminicidio” abbia un briciolo di senso, o perlomeno che possa avere una qualche forma di utilità, fatti loro.
Dopodiché, è possibile che ci sia chi non è d’accordo.
E’ possibile, ad esempio, che ci sia chi pensa che la violenza sulle donne debba essere affrontata in altro modo: con le riforme politiche vere, tanto per cominciare, che forniscano alle donne gli strumenti concreti per rendersi effettivamente e definitivamente indipendenti, e quindi “invulnerabili” rispetto alla condizione di subalternità che insiste alla radice di molti, moltissimi episodi che vengono rubricati alla voce “femminicidio”.
Ed è anche possibile che ci sia chi ritiene che quella retorica, più o meno consapevolmente, finisca per dare l’illusione che la questione possa essere davvero risolta a colpi di slogan, di “basta”, di frasi fatte, fornendo un alibi formidabile a chi quelle riforme si ostina a non compierle.
Ma non è tutto.
E’ perfino possibile, pensate, che ci sia chi si è ficcato in testa che quel lessico e quella retorica siano essi stessi intrisi di segregazione e subalternità: che quel lessico e quella retorica non facciano altro che declinare, in modo diverso, gli stessi strumenti di quelli che vorrebbero combattere; che quel lessico e quella retorica, insomma, siano una parte -niente affatto marginale- del problema, anziché una possibile via d’uscita. E che quindi, oltre ad essere inutili, finiscano per diventare addirittura controproducenti.
Ecco, io sono uno che la pensa così: di tal che quello che vedo e che leggo in queste ore non si limita a infastidirmi.
Mi preoccupa.
Con buona pace di chi, come al solito, riterrà di inquadrarmi ancora una volta nella casella dei maschilisti cattivi.

Mani in tasca

in società by

Scena: un infante di tre mesi, gattonando, si avvia verso il ciglio di un burrone. La madre se ne accorge giusto in tempo per salvarlo dall’orribile caduta, lo afferra, lo trae in salvo e poi gli molla una bella sculacciata.
Quella sculacciata, dicono i sostenitori dello “scappellotto educativo”, serve a fare in modo che il piccolo non ci provi più: giacché sarebbe assai arduo, aggiungono, riuscire ad illustrargli a parole il pericolo rappresentato da un burrone. Un po’ come si fa coi cagnolini, insomma: si associa la situazione rischiosa alla percossa, affinché in futuro il brutto ricordo della prima induca il marmocchio ad evitare la seconda.
A me pare che nell’esempio in questione la sculacciata serva più che altro a far sfogare la madre e a “liberarla” catarticamente dagli attimi di terrore appena vissuti e dal senso di colpa per non aver sorvegliato il figlio in modo adeguato, e che non abbia alcun effetto significativo sul bimbo se non quello di fargli fare un bel pianto: tuttavia, per amor di discussione, facciamo finta che nel caso di un essere umano molto piccolo, in mancanza dello strumento rappresentato dal linguaggio, uno scappellotto qua e là possa effettivamente fungere da “orientamento”.
Dopodiché, gli infanti crescono. E quando crescono ci si può parlare.
Ecco, mi sfugge del tutto il senso di voler “educare” a ceffoni uno con cui puoi parlare.
Se ci prendiamo cura delle parole per quello che vogliono dire, dare uno schiaffo a qualcuno per indurlo a fare ciò che vogliamo significa, letteralmente, utilizzare le percosse come mezzo di persuasione: significa, cioè, fargli del male affinché egli, in ragione del dolore fisico che prova, si determini a comportarsi in un modo piuttosto che in un altro.
Si chiama sopraffazione. Si chiama violenza. Si chiama brutalità.
Che poi nell’immaginario collettivo questa brutalità, qualora sia contenuta entro “certi limiti”, si sia collocata in una posizione “socialmente accettabile” è tutto un altro paio di maniche: ma mi pare evidente il fatto che essa rappresenti più la misura dell’incapacità di chi la pratica che un effettivo ed efficace strumento educativo.
Non credo che le persone, sia pure giovani, possano essere educate a forza di botte: e non mi pare che le botte possano essere considerate con indulgenza se sono contenute entro “certi limiti”.
Le botte sono botte, e il loro utilizzo, fatta salva la manciata di casi di scuola che ciascuno può benissimo immaginare da sé, è un’abitudine da stigmatizzare, non da tollerare facendo spallucce: insomma, secondo me i ceffoni accettabili, semplicemente, non esistono. Mai, e per nessuna ragione al mondo.
Del resto nessuno ha mai sostenuto che il mestiere di genitore sia un’impresa facile: sarebbe il caso di dedicarcisi seriamente, con la paziente consapevolezza che si conviene alle faccende complicate.
E soprattutto, rigorosamente, con le mani in tasca.

Parole parole parole

in società by

Ma davvero le parole “fomentano” l’odio?
Voglio dire, come funziona? Metilparaben se ne sta tranquillo, poi legge lo status di Tizio che dà della zoccola a una, quello di Caio che la manda a cagare, il tweet di Sempronio che la minaccia di spezzarle le gambe, e da che era in pace col mondo diventa pieno d’odio pure lui?
In sostanza voi sostenete che se quegli status non fossero esistiti, o per tagliare la testa al toro se non fossero esistiti gli strumenti (Facebook e Twitter, o per fare ancora prima internet) attraverso i quali si sono propagati, Metilparaben sarebbe rimasto serafico a giocare a Angry Birds invece di essere repentinamente trasformato in un potenziale assassino?
Dite che funziona così? Cioè, ci credete davvero? Lo ritenete ragionevole?
Io, personalmente, ho dei dei dubbi.
A me pare che le parole, più che fomentare l’odio, lo esprimano: cioè che l’odio sia precedente alle parole con cui viene manifestato. Non è che io scrivo delle cose brutte a qualcuno e poi lo odio: prima lo odio, e dopo, siccome lo odio, gli scrivo delle cose brutte.
Il che non esclude, sia chiaro, che quelle parole risultino disturbanti, offensive, a volte perfino terrorizzanti per chi si trova ad esserne il destinatario. Anche se, a pensarci bene, il problema vero non sono le parole, ma quello che c’è a monte.
Voglio dire: se uno, per un motivo qualsiasi, volesse ammazzarmi e me lo scrivesse, probabilmente me la farei sotto dalla paura. Ma quella paura non scomparirebbe se al tizio in questione venisse impedito di scrivermelo: perché la sua pessima intenzione nei miei confronti esisterebbe lo stesso, con la semplice differenza che io non lo verrei a sapere.
Intendiamoci: a me piacerebbe un sacco che nessuno minacciasse nessun altro, mai, a prescindere dallo strumento con cui lo fa.
Ma siccome, purtroppo, a volte capita, relegare la minaccia nel buio non mi pare una gran soluzione per scongiurare i suoi possibili esiti: anzi, ha tutta l’aria di essere il modo perfetto per lasciarla silente, inespressa, sconosciuta, e per questo ancora più insidiosa.
Io ci rifletterei, prima di sparare giudizi tranchant sul pericolo delle parole.

La mattanza delle donne

in talent by

di SmxWorld

In preda ad un raptus di follia uccide la fidanzata”, “In uno scatto di gelosia accoltella la moglie”.

Titoli di questo genere se ne leggono a cadenza quasi quotidiana, ogni anno sono centinaia le donne che vengono ferite, mutilate, o peggio ancora uccise dai propri partners.

Ci deve essere qualcosa nell’aria, o nell’acqua, se ci sono così tanti “attacchi d’ira”, “scatti di gelosia”, “raptus di follia”. O forse no? O c’è qualcos’altro?

E’ evidente che il problema è di ben altra natura: culturale! Qui da noi il femminicidio (cominciamo a chiamare le cose con il loro nome, avremo già fatto un passo avanti) è un fenomeno tristemente diffuso che trova linfa in un maschilismo molto radicato.

E’ l’idea del possesso, del comando, che porta molto spesso ad uccidere una donna che si rende protagonista di un tradimento, o che semplicemente lascia il suo partner per le più svariate ragioni.

Se non sta con me, allora non deve stare con nessuno” è una frase tristemente nota, così come “ha disonorato la famiglia”. Altrettanto spesso capita di sentire frasi del tipo “la mia donna fa quello che dico io”, “qualunque cosa debba fare, deve chiederla a me”. Queste frasi dovrebbero rappresentare un fortissimo campanello d’allarme, e invece passano inosservate nelle risate generali o, peggio ancora, nell’ammirazione: perché, diciamocelo chiaro, quasi sempre l’uomo che comanda la propria donna è ammirato. E’ un duro, un vero uomo. E pazienza se un giorno si macchierà del sangue di quella donna.

E’ un problema di cultura, dicevo. Se non si educa la gente al rispetto, non si risolverà mai. Fino a quando i telegiornali parleranno di scatti d’ira e menate varie, senza chiamare il fenomeno col suo vero nome, il problema non verrà portato chiaramente alla luce. Fino a quando si avrà l’idea che un uomo che fa sesso con 20 donne è un macho, e una donna che fa sesso con 20 uomini è una puttana, non ci saranno manco le basi per crescere. E non basta inasprire le pene per spaventare un malintezionato.

Infatti, fino a pochi anni fa , in caso di omicidio, c’era l’attenuante per delitto d’onore. L’articolo del codice penale recitava:

Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”.

Da notare che, benchè parli della morte “del coniuge”, poi parla “della figlia o della sorella”. Sempre al femminile. Sono la figlia o la sorella che possono arrecare disonore alla famiglia. Non il figlio o il fratello.

Oggi quell’articolo non esiste più nel codice penale, ma l’unica cosa che è cambiata nella società italiana è che chi commette un delitto d’onore non ha attenuanti e va in carcere per omicidio premeditato.

Come spesso succede in Italia, si è creduto che un inasprimento della pena fosse sufficiente a spaventare i male intenzionati. Come se un uomo che sta per uccidere una donna pensasse “mmmh, col delitto d’onore me la cavavo con tre anni, ma ora non mi conviene più”. Ma dai, ma non scherziamo! L’abolizione di quest’articolo è stato il classico lavarsene le mani e la coscienza tipico di chi vuol far finta di occuparsi di un problema scomodo. Noi ci interessiamo ai problemi solo se li vediamo lontani dalla nostra realtà, perché così possiamo fare i moralisti senza sporcarci le mani.

Non molto tempo fa, da noi in molti si stracciavano le vesti, si battevano, per difendere le sorti di Sakineh: una donna iraniana condannata a morte per lapidazione per aver commesso il reato di adulterio.

Come sempre, siamo bravi a guardare i problemi degli altri e cercare di nascondere i nostri. Perché, se è vero che non siamo a livello dell’Iran come legislazione, è altrettanto vero che come idea non ci allontaniamo molto, visto quanto è diffusa l’idea dell’omicidio giusto.

La strada per uscire da questa arretratezza è lunghissima. E’ impossibile far cambiare idea ad una persona adulta, quindi la speranza è che le prossime generazioni crescano con l’idea del rispetto della donna, compagna e non subordinata.

Siamo già in terribile e colpevole ritardo, ma se non si porta il problema alla luce quotidiana, finiremo per rimandare la sua soluzione di altre due o tre generazioni.

Rassicuranti minacce

in politica by

Fate una prova. La prossima volta che vi manca lo zucchero suonate alla vicina di casa e chiedetele se ve ne presta un po’. Vi sorriderà, presumo. Vi inviterà ad accomodarvi mentre lo va a prendere. Poi, prima che entri in cucina, aggiungete che non avete la minima intenzione di violentarla. Dovrebbe essere un’affermazione rassicurante, no? E invece vi ritroverete a guardare la sua espressione che cambia, virando dalla cordialità al terrore.
Ecco, Grillo una cosa del genere la scrive qua (“Arrendetevi! Siete circondati dal popolo italiano. Uscite con le mani alzate. nessuno vi toccherà“). E poi la ripete qua (sorvolando sulla grammatica, “devono arrendersi e uscire dal parlamento con le mani in alto, non le faremo niente“). Lo specifica: non vi faremo del male. Come se fosse un titolo di merito, mica una cosa scontata. Come se l’ipotesi di fare qualcosa di male a costoro fosse tutto sommato plausibile, salvo rinunciarci perché si è buoni.
Datemi retta. Provateci con le persone che conoscete. Provateci con vostro figlio, con la vostra fidanzata, con un vostro amico. Provate, nel bel mezzo di una discussione, a dire “guarda che non ti picchio”. Nel migliore dei casi vi risponderanno con una cosa tipo “e ci mancherebbe”. Nel peggiore scapperanno a gambe levate. Perché promettere a qualcuno che non gli si farà del male equivale a contemplarla, quell’ipotesi. Perché se uno non la concepisce, la violenza, non ha bisogno di annunciare che non vuole adoperarla, mentre chi dichiara che non intende avvalersene finisce automaticamente per evocarla.
Mettetela pure come volete: ma per come la vedo io se queste devono essere le rassicurazioni, quasi quasi preferisco le minacce.

La vera piaga

in società by

Aldo Cazzullo, classe “66, ha deciso recentemente di spiegare al pubblico di Io Donna qual è il problema delle nuove generazioni. E l”ha presa parecchio larga:

I nostri genitori avevano preoccupazioni più gravi, a cominciare dalle malattie che oggi si evitano con un vaccino.

Vero.

I nostri avi poi erano costretti a considerare la morte dei figli un fatto non eccezionale, anzi da mettere in conto (mia bisnonna, che ho avuto la fortuna di conoscere, diceva che per tutta la vita il suo primo pensiero al risveglio è stato il figlio morto bambino).

Terribile verità.

Noi viviamo in un’epoca infinitamente più fortunata (anche se alcune famiglie conoscono il dolore degli ospedali infantili).

Assolutamente vero.

Ma dobbiamo fronteggiare insidie un tempo sconosciute.

Cielo, quali? Quali sono le insidie, sconosciute ai nostri pur duramente provati progenitori, dalle quali gli uomini e le donne di oggigiorno devono difendersi per il bene loro e della loro famiglia?

La vera piaga dell’infanzia e dell’adolescenza di oggi sono i giochi elettronici.

Bravo, sono i giochi elettr… aspetta, forse ho letto male.

La vera piaga dell’infanzia e dell’adolescenza di oggi sono i giochi elettronici.

Sicuro? Non è che magari volevi dire, che so, l”obesità?

La vera piaga dell’infanzia e dell’adolescenza di oggi sono i giochi elettronici.

L”analfabetismo di ritorno?

sono i giochi elettronici.

L”assenza di Kenshiro dai palinsesti televisivi?

i giochi elettronici.

Ok. I giochi elettronici sono la vera piaga. Fin qui, sorvolando sul paragone – forse un filo sproporzionato – tra il figlio morto bambino e quello che non finisce la cena per tornare alla Wii, siamo pienamente all”interno di un tòpos dell”opinionismo italiano e mondiale: quello in cui l”intellettuale individua un mezzo di intrattenimento del quale non ha potuto godere da giovane, e gli attribuisce la colpa di tutto ciò che non va nelle nuove generazioni. Dopo il cinema, il rock, la televisione e i fumetti, da circa vent”anni i rovinagiovani sono i videogiochi, e il loro trono è già insidiato da tempo dai maledetti cellulari. Cazzullo, però, è un giornalista italiano, quindi dieci anni di ritardo sulla società moderna gli vanno abbuonati.

Alcuni sono violenti, razzisti, orribili. Altri sono suadenti, seducenti, affascinanti (ce n’è uno che consiste nel comporre uno zoo, curando animali malati e facendo nascere i cuccioli). Quindi i giochi elettronici non sono tutti uguali, e non rappresentano un male in sé.

Qui Cazzullo mostra di aver studiato e approfondito il tema come conviene a un professionista. I videogiochi non sono tutti uguali come moltissimi credono: a quanto pare ne esistono di diversi tipi, un po” come gli abiti che i nostri bisnonni usavano farsi confezionare dal sarto, per capirci.

È vero, certo, che alcuni giochi (su una cinquantina in totale, siamo portati a supporre) sono violenti, e alcuni perfino razzisti: conoscerete tutti un videogioco razzista. No? Vostro figlio non ha mai comprato un gioco razzista? Sicuri? Strano. Comunque, sì, alcuni giochi imprecisati sono IL MALE, ma ce n”è uno in cui si curano gli animali malati. Un unico gioco degno di nota, che da solo redime l”intera perversa categoria grazie ai buoni sentimenti che esso instilla negli animi dei nostri bimbi, e del quale ovviamente non ci pare utile ricordare il nome. Sappiate solo che esiste, e che forse, chissà, è proprio quel Manhunt 2 che avete comprato al vostro pargoletto per farlo smettere di piangere.

Tutti però proiettano i nostri figli al di fuori di se stessi, e rischiano di farne degli alienati. Come una droga, li allontanano dallo studio, dalla lettura, persino dalla tv.

Persino dalla tv? Dio santo, che razza di dementi stiamo allevando?

Film che a noi sono sembrati un fuoco di fila di trovate, da Piccolo grande uomo alla saga di Indiana Jones, a loro sembrano lenti e troppo lunghi.

Spero vi rendiate tutti conto della gravità della cosa: Indiana Jones – non importa quale, sono certamente tutti uguali – un prodotto palesemente adatto ai bambini e creato apposta per loro nel 1981, viene oggi considerato poco interessante da chi a sei anni e mezzo gioca a curare i delfini. E Il Piccolo Grande Uomo, un western del 1970 con Dustin Hoffman con una neanche tanto sottile denuncia nei confronti dell”intervento militare americano in Vietnam, è snobbato dai nostri pargoletti, vittime inconsapevoli della nuova piaga.

Pare passata un’era geologica dai primi videogames, quelli con i marzianetti che apparivano così facili da abbattere. Invece i marzianetti si sono riprodotti ed evoluti. E vogliono rapirci i figli. Senza che noi genitori si disponga di un manuale, di un antidoto, di un vaccino per respingerli, o almeno per somministrarli a piccole dosi.

Ah, quelli sì che erano tempi, ragazzi. Ve li ricordate i primi videogames, quelli con i marzianetti che erano facilissimi da abbattere? Come no? Dai, Cazzullo se li ricorda. C”erano dei piccoli marziani, e abbatterli era tipo una roba da dilettanti, che sapevano fare tutti, e non ci si vantava affatto di essere arrivati un livello più in là dei propri amici, perché era proprio troppo facile. Bè, comunque, quei videogiochi lì – che erano ovviamente ispiratori di buoni sentimenti quasi quanto il gioco del veterinario benefattore misterioso – non ci sono più. Al loro posto ci sono gli alieni che rapiscono i figli. Non so se avete seguito il discorso. Io per esempio no, è che mentre leggevo giocavo a Fruit Ninja.

Tarantino Unchained

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Ogni due-tre anni esce un nuovo film di Quentin Tarantino e ogni due-tre anni ci sono delle anime candide che si scandalizzano per via della violenza del film. Anche per Django Unchained e’ successa la solita rumba. Ora, io sono una fan di Tarantino da molto prima dell’eta’ minima per vedere i suoi film e queste righe le avrei potute scrivere anche senza aver visto Django Unchained. Ho comunque aspettato di vederlo, cosi’ da poter confermare che e’ il solito capolavoro. Come in ogni film di Tarantino, anche in Django Unchained scorre sangue a fiumi, esplodono teste e volano tanti cadaveri crivellati di colpi. Ma tanti davvero. Ecco, il fatto e’ che ne volano talmente tanti, e in modo talmente surreale, da rendere i film di Tarantino completamente staccati dalla realta’. Prova ne e’ che in un cinema che conteneva circa 1000 persone, queste scene erano accolte con fragorose risate. Tutti mostri? Tutti potenziali killer? Non credo proprio. Anzi, essendo cresciuta con Le Iene e Pulp Fiction, sono arrivata alla conclusione che i film di Tarantino siano quasi catartici rispetto alla violenza: ne propongono talmente tanta e talmente assurda da prosciugare qualsiasi istinto violento. Io dopo aver visto un film di Tarantino mi sento tremendamente serena e pacifica. Quello che i critici di Tarantino non capiscono, o non vogliono capire, e’ che Tarantino li prende sonoramente per il culo e loro ci cascano come fessi. Tarantino e’ un genio e consiglio viviamente a chi non riesce a distinguere tra la violenza dei suoi film e quella reale di guardare altro. In attesa del prossimo giornalista o un critico cinematografico che con lo sguardo da triglia gli chiedera’ “why do you need to put so much violence in your movies?” e lui rispondera’ “because it is so much fun!”. Yes it is, Quentin.

Geografia della paura

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Una decina di giorni fa, a Bergamo una giovane donna incinta è stata stuprata in pieno centro città, ovvero in quella porzione di spazio urbano che è generalmente considerata piu’ sicura (la stampa ha dato grande risalto al fatto che la donna fosse incinta ma, come diceva giustamente qualcuno, forse non dovrebbe esserci il bisogno di ulteriori elementi per restare colpiti dalla brutalità e per condannarla). Ebbene, commentando l’evento in un intervista pubblicata oggi dall’Eco di Bergamo, il procuratore capo Francesco Dettori ha dichiarato:

Lo dico con tutto il rammarico, ma sarebbe bene che le donne di sera non uscissero da sole.

Non me la sento di infierire con un’aspra critica sulle parole di Dettori: la loro infelicità mi pare evidente. Piuttosto, queste mi offrono lo spunto per dire quanto il rapporto tra spazio urbano e genere sia questione delicata e un poco trascurata sia dalle amministrazioni pubbliche che dalle scienze sociali. Le prime interpretano troppo spesso la faccenda in senso poliziesco, come se fosse cosa da affrontare soltanto in termini di controllo e di sicurezza (e non di informazione e di prevenzione, per cosi’ dire, “culturale”); le seconde dimenticano frequentemente di considerare la dimensione spaziale come condizione imprescindibile di ogni forma di interazione sociale, lasciando campo aperto alla ricerca urbana di matrice femminista, che si è appropriata del tema e ha teorizzato la “geografia della paura” (con un approccio eccessivamente, ma forse inevitabilmente, politico; e quindi talvolta, a mio avviso, poco credibile).

In sostanza, dicono le femministe, nello spazio urbano sono evidenti quei rapporti di potere che caratterizzano la società: vi sono spazi pubblici che sono di fatto preclusi alle donne per ragioni di sicurezza (parchi, strade poco frequentate, sottopassaggi etc) e che invece sono accessibili agli uomini. Vi è quindi anche un tempo della paura, che è quello delle ore notturne, dacché con la scarsa illuminazione – e questo vale universalmente – il rischio di incorrere in atti di violenza aumenta.

In questa prospettiva – e forse solo in questa – le femministe hanno ragione: la geografia della paura è una faccenda fondamentale perché inerisce alla sfera della libertà di movimento, oltre che dell’espressione di sé. E dunque ad essere penalizzati sono i soggetti che piu’ corrono il pericolo di subire atti di violenza, cosa che riguarda, con ogni evidenza, non solo le donne. Per questo, sarebbe ora che le amministrazioni pubbliche (tanto indignate per le parole di Dettori) facessero qualcosa di serio e superassero le logiche securitarie – forse efficaci elettoralmente ma inadatte praticamente. Perché la geografia della paura non diventi paura dei luoghi generalizzata e quindi diffidenza sociale. E trovo che questa sia una questione democratica in senso ampio e non solo di sicurezza di genere.

Teppisti e poliziotti

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D’accordo, ministro Cancellieri: facciamole vedere tutte, le foto.
Ma non dimentichiamo, per cortesia, che in uno stato di diritto la foto di un teppista che mena un poliziotto non ha, non può avere, un peso anche minimamente paragonabile alla foto di un poliziotto che compie un abuso: per la semplice, ovvia ma troppo spesso dimenticata ragione che un teppista è un teppista, mentre un poliziotto è un poliziotto; il che equivale a dire che dai teppisti, per universale e condivisa percezione, ci si deve difendere, mentre dai poliziotti, che non a caso indossano un’apposita divisa per essere riconosciuti, si dovrebbe essere protetti.
Credo sia per questa ragione -semplice, ovvia ma troppo spesso dimenticata- che i giornali tendono ad enfatizzare le foto dei poliziotti che compiono abusi rispetto a quelle dei teppisti che li menano: perché un teppista che fa il teppista non è propriamente una notizia sconcertante, mentre un poliziotto che si comporta come un teppista sì.
Ne consegue, ministro Cancellieri, che le foto possiamo pure mostrarle tutte: ma ai fini di questo discorso, per come la vedo io, non dimostrerebbero un bel niente.
Ciò detto, se le fa piacere, partiamo pure con la fotogallery.

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